intervista Alien Hand Syndrome

Vox Empirea è lieta di intervistare Clemens Engert, leader della band austriaca Alien Hand Syndrome. E' un piacere poter conversare con te e, quindi, di avere l'opportunità di conoscere meglio il progetto e la musica da voi creata.

Grazie Max, il piecere è mio.

Potremmo definire il vostro sound come un oscuro modulo prevalentemente gothic/indie-rock ornato di elementi electro/industrial: avete particolari modelli di riferimento ai quali vi ispirate oppure ritenete il vostro uno stile compositivo inedito?

Naturalmente ci sono molti diversi tipi di stili musicali ed artisti < dai Beatles ai Nirvana e Marilyn Manson > che mi influenzano. In "Slumber" ci sono elementi meno electro/industrial rispetto al primo album e possiede un'atmosfera calda, oscura ed accogliente. Penso che esso sia un album molto, molto intimo, talmente che, in realtà, non so se avrei potuto crearne un altro migliore. Quindi, se davvero si volesse etichettare il nostro stile attuale, si potrebbe definire "rock-esistenzialista"!

La line-up degli Alien Hand Syndrome, fondata nel 2007, è molto articolata e variabile: potresti elencare da quanti membri ufficiali essa è attualmente composta ed i rispettivi ruoli di ogni singolo membro?

Credo di avere due diverse formazioni: una è per le registrazioni in studio ed una per i concerti dal vivo. Durante la produzione di "Slumber" ho avuto l'opportunità di lavorare con grandi musicisti come la vocalist Marilies Jagsch, segnalata in tre brani, il produttore dell'album Stefan Deisenberger, il quale ha anche fornito molto materiale strumentale, Rene Mühlberger alla chitarra, Emanuel Rudas al basso, Alex Schuster alla batteria, Lucy Cotten ed Anna Starzinger, rispettivamente al violoncello ed al pianoforte. Anna è membro della corrente line-up asieme al pianista Puneh Ansari, al chitarrista Andreas Födinger, al batterista David Halasz ed al bassista Philipp Prückl. Io, che non mi considero affatto il migliore strumentista nel mondo, sono davvero contento di avere questi musicisti di talento nella mia band.

La discografia del progetto è nata nel 2008 con l'EP "The Evil and the Lovelorn", titolo contenuto in seguito come traccia nel debut-album del 2011 "The Sincere And The Crpytic". Quali perfezionamenti avete apportato al vostro suono da quell'epoca ad oggi?

Penso che ora il nostro suono sia molto più caldo. Questo, in realtà, era il mio obiettivo principale. Per me "Slumber" significa nascondersi da qualche parte in un posto sicuro, dove nessuno possa toccarti o danneggiarti, e volevo che l'album suonasse esattamente come questa precisa immagine che ho creato nella mia mente. Penso che io sia sempre migliorato sotto il punto di vista della composizione e dell'arrangiamento dei brani. All'inizio non ero in grado di scrivere canzoni, stavo solo sperimentando e cercando di creare cose strane che rappresentassero anche qualcosa di fresco, ma ora penso di essere pronto a coniugare un buon songwriting con suoni particolari ed innovativi.

Clemens, la musica degli Alien Hand Syndrome incorpora ed esterna i conflitti e le intense sensazioni che dimorano nella tua mente: quali sono i tormenti che non concedono pace alle tue emozioni? Sei tu quindi il songwriter principale oppure la creazione delle liriche è condivisa con altri componenti della band?

Prima di tutto: grazie. Questa è una descrizione molto bella e precisa di ciò che sto cercando di esprimere attraverso la mia musica! Sì, ho scritto tutti i testi per conto mio, perché il materiale che elaboro è così fottutamente personale che non potevo immaginare di condividerlo con chiunque. A volte sembra addirittura "troppo personale", a mio giudizio. Vorrei che ci fosse un po 'più di spazio tra me, la mia musica ed i miei testi, ma non riesco proprio a lavorare in questo modo, non misentirei a posto. Penso che la musica mi aiuti a far fronte a tutti i miei demoni ed abbia una sorta di potere di auto-guarigione, quindi devo proprio confrontarmi con le mie emozioni più intime. Prima di iniziare questo progetto, nel 2007, ho vissuto quasi ogni tipo di "tormento" che si possa immaginare: l'alcolismo, gravi attacchi di panico, fobia sociale, depressione, disturbi borderline... Oggi penso di essere un uomo più felice, perché la musica è diventata in qualche modo la mia psico-terapia.

Il nome dell'ensemble è esplicitamente connesso con una patologia neurologica umana nota appunto come "Alien Hand Syndrome". Vuoi spiegarci meglio qual'è il collegamento tra questa disfunzione ed il tuo progetto?

La "Sindrome della mano aliena" è un disturbo neurologico, spesso a causa di un ictus, per cui una persona perde la capacità di controllare una o addirittura entrambe le mani. Per il mio progetto ho voluto utilizzare questo nome in un contesto piuttosto psicologico. Tutti voi conoscete la sensazione che ci sia qualcosa nella mente che non si può controllare. Questo potrebbe essere qualche tipo di paura, un desiderio, oppure ciò che Freud chiamava "Super-Io" o qualcosa di simile. La musica degli "Alien Hand Syndrome" potrebbe essere considerata come un tentativo di affrontare ed esplorare quelle parti di voi stessi.

Siete da sempre una self-produced band: oltre ad un ovvio risparmio di risorse economiche, quali altri vantaggi avete ottenuto pubblicando autonomamente la vostra release?

Il più grande vantaggio è che si ha la possibilità di stabilire una connessione diretta con i fans. Si crea la musica per pubblicarla, comunque e dovunque si desideri, in modo che le persone in tutto il mondo la possano ascoltare. Penso che ciò sia una cosa meravigliosa. Io proprio non capisco perché molte bands, soprattutto ben consolidate, si lamentano di non essere abbastanza pagate per la loro musica. Voglio dire: abbiamo passato gli ultimi 50 anni condannando l'intera industria musicale e parlando di quanto le case discografiche siano avide, cattive e responsabili della distruzione della "vera arte" e così via. Ora abbiamo finalmente la possibilità di presentare la musica direttamente ai fans di tutto il mondo senza la necessità di un'etichetta, e tutti si lamentano di nuovo. Proprio non capisco.

Parlando del nuovo full-lenght "Slumber", incomincerei chiedendoti quali impressioni volete evocare dall'artwork ideato nella sleeve. Esso è molto artistico: la figura femminile biancovestita accovacciata in posizione fetale tra i rovi, richiama emozioni decadenti ed una profonda sofferenza. Inoltre, la tecnica fotografica black & white amplifica esponenzialmente queste percezioni. Sei d'accordo?

Si, lo sono. Penso che sia una perfetta illustrazione di ciò che significhi questo album. Come ho detto prima, esso verte sul sentirsi al sicuro in un posto caldo ed oscuro in cui nessuno possa farti del male. E' come nascondersi dal mondo e ritornare all'interno del grembo materno "where “everything is tired and fine”, come citano le liriche. La posizione fetale è anch'essa una perfetta illustrazione di questa idea. Devo ringraziare l'ingegno della fotografa australiana Jessica Tremp per aver creato un grande pezzo d'arte.

Dopo aver analizzato la sezione "visiva" dell'album, è il momento di descrivere la sua musicalità. Hai la possibilità di presentare direttamente ai lettori di Vox Empirea le caratteristiche contenute nella tracklist: quali sono i punti di forza di questo lavoro?

Penso che il suo punto forte sia l'omogeneità. Se ascolti la tracklist, dal primo brano fino al dodicesimo, ti accorgi perfettamente di questo aspetto. Devi solamente sederti e dedicarti alle atmosfere del disco per renderti conto dell'insieme che intendo. Credo che, sia il mio songwriting che la mia performance vocale, siano migliorati se paragonati al primo album. Dopotutto è semplicemente più intimo, emozionante. Il risultato finale è completamente identico alle idee che avevo in mente prima di entrare in studio.

Ritieni che "Slumber" possa essere definito una sorta di transizione verso future innovazioni del vostro suono, oppure esso conferma la vostra intenzione di rimanere fedeli ai tradizionali metodi compositivi?

Bene: attualmente penso che esso sia tutt'altra cosa rispetto al passato. Considero “Slumber” più o meno un singer/songwriting album in cui ho provato a comporre brani principalmente arrangiati con strumenti classici come piano e violini, senza troppi suoni futuristici o innovativi, forse con la sola eccezione di “Zampano” o “Nihilstic Itching”. Ho semplicemente sfidato me stesso a scrivere le migliori songs di questo momento della mia vita. Ma senza dubbio ho intenzione di crearne altre molto più innovative e futuristiche per la mia prossima release. Così, state all'erta: potrebbe scaturire qualcosa di molto caotico e bizzarro!

Quale tipologia di ascoltatore riuscirà a comprendere pienamente il senso dell'album?

Un cinquantacinquenne, single ed alcolizzato, abbastanza ubriaco da non notare i punti di debolezza dell'album ma capace di carpirne le emozioni.

Il tour di supporto all'album è avvenuto nel mese di Settembre a Vienna. Avete in programma altre date ed altre locations entro quest'anno?

Sì, siamo attualmente in contatto con molti bookers in Austria e nel resto dell'Europa. Speriamo di riuscire a suonare presto anche in Italia. Vengo in vacanza in Toscana fin da quando ero ragazzo, così ciò sarebbe davvero qualcosa di speciale. Vi terrò aggiornati riguardo le nuove date su www.alien-hand-syndrome.com e www.facebook.com/alienhandsyndrome.

Qual'è il desiderio più ardente che gli Alien Hand Syndrome vorrebbero vedere realizzato?

Voglio progredire attraverso ogni disco, ogni concerto, ogni tour. Non solo un passo per volta, ma due o tre, finchè non raggiungerò il limite assoluto. A quel punto mi ritirerò comprando una grande e bella casa da qualche parte nel Sud, sposare l'attrice Keira Knightley e lavorare come scrittore professionista, fino al giorno in cui annegherò in un bicchiere gigante di Gin.

Siamo giunti ai saluti. Clemens, Vox Empirea ti ringrazia per la tua volontà di illustrare la band nel suo reale spirito, concedendo ai lettori la possibilità di carpire utili informazioni riguardanti il vostro progetto e le vostre intenzioni. Prima di concludere l'intervista, vuoi dire qualcosa di speciale al pubblico di questa webzine?

Grazie per l'opportunità e la bella intervista, Maxymox. Ricordate ciò che disse il buon vecchio Robert Altman: “To play it safe is not to play”.

By Maxymox 2013 - photo on presentation page by Joanna Babicka