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- 047 - 'Elva' - cd - by Maxymox 2012 -

047 Gli svedesi 047 nascono embrionalmente e per pura casualità nel 2001 per iniziativa di un terzetto chip-music composto da Sebastian Rutgersson, Peter Engström e Niklas, in arte rispettivamente Soda,0 - Salkin,4 - Pricky,7. Il debutto si avverò con l'album "Wheel du fira hjul med mej?" dal quale furono estratti almeno tre brani di punta trasmessi con regolarità dall'importante radio show Syntax Error. Lo stile adottato all'epoca dalla band, specialmente nelle live-performances, era un essenziale spartito elettronico elaborato con synth e Game Boy; continuando a suonare dal vivo nel corso degli anni gli 047 siglarono finalmente un accordo discografico con la label scandinava Killing Music, giungendo quindi all'importante realizzazione su album intitolata "Robopop (Vi Tar Cdn Dit Vi Kommer)" licenziata nel 2006. In seguito all'uscita di Niklas dal progetto ed una lunga serie di concerti, i protagonisti si ridimensionarono nell'attuale line-up che cita i soli Sebastian e Peter completando l'ep del 2009 "General Error", il cui seguito è costituito da questo recente album "Elva", un dieci tracce quasi principalmente strumentale, caratterizzato da un sound system elettronico molto ritmato, saturo di acustiche da videogames, dal quale sono stati prescelti tre singles, interpretati da altrettanti guests, connaturati ad uno stile electropop decisamente euritmico, radiofonico e proponibile nei dancefloors alternativi. Apre il circolo dei titoli "Spekerod", introdotta inizialmente da caldi pads mescolati in seguito al solenne downtempo del programming es agli accordi malinconici dei synths, elementi che creano così un atmosferico connubio tra elettronica ed emozione. "Don't Stop" aziona invece scansioni ritmiche assai più dinamiche e scattanti, poponendo strutture tastieristiche simili a gioiosi voli di rondini nel terso cielo primaverile, mentre la successiva "Let You Go", primo singolo estrapolato dall'album, integra i vocals del songwriter svedese Tomas Halberstad, ospite in questo brano dall'incedere electropopper delizioso ed orecchiabile, ordinatamente dettato dalla drum-machine e dalle sonorità programmate la cui miscelazione origina acustiche attigue alla electro-dance 80's. Effetti di Game Boy, drumming veloce e sequencer, tutti impostati su parametri da allegra ballata minimal-technologica edificano "General Error", a cui fa seguito la bella voce della cantautrice pop Lisa Pedersen, la quale intona "Everything's Fine", brano scelto dagli 047 come secondo singolo, obbediente anch'esso ad uno spartito melodiosamente synthpop-dance oriented. "Trekker" esordisce con loops vocali ed il basamento percussivo mid-tempo attorniato dagli incalzanti sviluppi delle tastiere ed i brillanti intarsi di programming, così come l'evanescente coralità che preannuncia l'inizio di "Keep It To Yourself", terzo singolo, cede il posto all'eccellente supporto vocale affidato a Gustaf Spetz, musicista svedese di vocazione indie/pop/zouk e membro dell'alternative rock band scandinava Eskju Divine, il quale in questo specifico frangente fiancheggia un electropop da hit, pianificato con minuziosa cura dell'armonia ed irresistibilmente ballabile, la cui combinazione prevede percussività sintetica mid-tempo, brezze di synths ed un refrain catturante, il tutto in una traccia che si ditingue all'istante per passionalità elettronica e finezza estetica. "Pirogs Of The Caribbean" procede diffondendo secche battute di drum-programming attraverso una spensierata punteggiatura di Game Boy effects e melodiche elaborazioni elettroniche dai toni che scorrono con matematica disinvoltura sulle linee ritmiche. Un techno-pop giocosamente nipponico si ascolta in "Kanpai!", simpatico e vivace congegno simile alla soundtrack di un videogioco adattato a danze sbarazzine, in anticipo sul tratto finale dell'album, "Goodbye, But Why", ultimo episodio di pop strumentale sottoposto al movimento elettronico, a sua volta costruito con gagliarde sonorità di synths galvanizzate da una percussività alacre e da ipulsi minimal- sequenziati. Disco che rasenta il mainstream senza tuttavia cedergli integralmente, "Elva" comunica leggerezza ed una musicalità cristallina, facile da assimilare, con slanci elettronici free-form esaltati da un'ottima scelta dei tempi e delle melodie "easy". Inoltre, la presenza di tre singles accuratamente progettati incrementa notevolmente la preziosità dell'album, conferendo agli O47 non solo caratteristiche di bravi manipolatori dell'artificial-sound, ma anche di attenti osservatori delle più coinvolgenti tendenze da pista. Release che ogni electro-audiofilo incline alle soluzioni meno impegnative dovrà ascoltare almeno una volta ed auspicabilmente possedere nel suo folto archivio: synthetic pleasures without end!

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- 3 Cold Men - 'A Cold Decade' - cd - by Maxymox 2012 -

3coldmen Quella dei franco-brasiliani 3 Cold Men è una ricomparsa in grande stile, progettata dopo i quattro anni che separano il precedente album "Photogramm" da questa nuova release impreziosita da nomi e circostanze altisonanti. La line-up dell'electro-terzetto elenca inizialmente il nome di Alex Twin (keys), polivalente compositore e d.j. di tendenza indus / darkwave integrato anche nell'organico dei Wintry, progetto condiviso con la vocalist Anne Goldacker proveniente dagli Obscyre. Alex è presente inoltre nel disegno ethereal / electropop / ambient denominato Individual Industry nonchè nei Pecadores, act-project di natura industrial / dark-electro. Il secondo membro dei 3 Cold Men è Maurizio Bonito (progs), il quale con Alex costituisce i citati Individual Industry, mentre il terzo elemento, Franck Lopez (vox), è tra i fondatori della storica piattaforma francese Opéra Multi Steel, devota fin dal 1983 al suono minima-wave. Il repertorio discografico della band cita dapprima una lontana partecipazione con Cycloon alla compilation "Waterskills", edita nel 2004 per la label Sequenced Sonic Interferences, evento seguito nell'identico anno e per la medesima label dal primo album, il doppio "The Three Cold Men", debutto ufficiale che, nonostante qualche lieve imprecisione strumentale, suscitò all'epoca un decoroso livello di interesse per mezzo di catturanti tracce in stile electro-synthpop, quali l'omonima "The Three Cold Men", "Your Face", oppure la bellissima "Don't Pretend". Nel 2005 la band progettò per la label Lado Z il remixed-album, "Urban RMXS", integrante brani estratti dall'antecedente release e affidati alla rielaborazione di importanti artisti tra i quali spiccano People Theatre, Celluloide, Nouvelle Culture e Foretaste. Il full-lenght "Photogramm" del 2008, preceduto dal digital single "Piktogramm", fu licenziato dalla home brasiliana Wave Records e costituì l'ulteriore passo in direzione di un suono tecnologicamente più distinto, effetto percepibile soprattutto in attraenti capitoli come "My Greatest Greta" o "The Rain On Seattle", entrambi contenuti in una tracklist davvero intrigante nella quale splende inoltre l'ottimo remix di "Crossing Waters" rielaborato dagli XPQ-21. E' quindi il turno del recente "A Cold Decade", pubblicato in due versioni dalla nominata Wave Records: una regolare di dieci tracce ed una doppia limited edition con tredici remixes architettati da una serie di progetti tra i quali segnalo Mechanical Moth, People Theatre, Novastorm e Florence Foster Fan Club. In questa sede descriverò le caratteristiche sonore del formato "regular", incominciando ad evidenziarne il concept ispirato fin dall'artwork all'epoca del neo-diciannovesimo secolo , mentre dal punto di vista musicale "A Cold Decade" si offre come un album assai diverso dai predecessori: esso rinuncia quasi totalmente alle ex formule prevalentemente easy danzerecce, a vantaggio di sonorità introverse, ossessive ed in qualche misura impreziosite da una colta raffinatezza, dettaglio concretizzato da imprevedibili polifonie canore mescolate al minimalismo di programming e tastiere ricreanti ambientazioni post-John Foxx, esaltate ulteriormente dalla magistrale opera di mixaggio eseguita da Martin Bowes degli Attrition. I credits menzionano inoltre i nomi dei bassisti Franz Torres-Quevedo e Katrina K, quest'ultima impiegata anche in funzione di vocalist. L'album si avvia quindi con l'opener "I'm Afraid", un synthpop oscurato dalla bassa timbrica vocale di Franck svettante sugli irreali backing vocals e le diafane retrospettive di keys-programming, in anticipo sulle soluzioni elettroniche più velocizzate ed altrettanto alienanti che caratterizzano "L'Hallali", incentrata sulla spettrale coralità di Franck Lopez in combinazione a quella del supporter-vocalist L. Robin proveniente dagli Opéra Multi Steel, modulazioni che volteggiano attorno ad un arido nucleo electro-percussivo e pads rarefatti. "She, Butcher", visionario pop tecnologico, articola la propria struttura integrando le atone litanìe pronunciate da Franck ad uno scheletrico insieme di electro-drumming e venti tastieristici, mentre la successiva "Heavy Smile" predispone artifici percussivi mid-tempo ad un canto ipnoticamente etereo. "Le Vent D'Avril" è annunciata e proseguita da essenziali moduli di programming e keys in sintonia con quelli appartenenti allo stile retro-synth-wave di John Foxx, diretta fonte di ispirazione quì omaggiata dai 3 Cold Men attraverso una song dalle atmosfere celestiali, succedute dalla rigidezza melodica di "Effie, Lady, Berry!", traccia descritta da circolari sezioni di programming, synth e canto, periodicamente estesi verso un refrain classicheggiante. Vocalizzi dalla melodia sfuggente vengono lambiti dall'incantevole pacatezza tastieristica e dalle smagrite rotazioni del drum-programming: tutto ciò in "Shabbat Mater", oltrepassata in seguito dalle lineari traverse percussive di "The Four Horsemen", episodio simile ad una corsa nella notte, punteggiata dalle ritmiche partiture del basso in un rigoroso, affannato contesto di voce, sussurri e key. "Ennemis Sphériques" corrisponde ad una minimale electro-wave song in stile 80's dall'ingranaggio vocal-strumentale monocromatico e stratificato progressivamente su scale tonali sempre più elevate, fino al raggiungimento della traccia di chiusura, "J'ai Le Sentiment", percorsa dalla romantica rindondanza del canto di Franck diffusa tra eleganti toccate pianistiche, lisergici accordi di key, drumming meccanizzato e pulsanti linee di basso. L'impressione scaturita dopo l'ascolto di questo album è di un'opera dal suono compatto, severo e non convenzionale, incurante degli ordinari canoni ma più attento al recupero di una tecnologia sonica old school dal prospetto basilare, riprodotta con finezza estetica e ricercatezza, "A Cold Decade", pur essendo un album non facilmente interiorizzabile, convince per la sua grazia accostabile ad una nera poesia recitata da un menestrello visionario. Release avvincente, oppure, come direbbe Franck Lopez, "très intéressant".

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- Access To Arasaka – "Geosynchron" - cd - by Maxymox 2012 -

accesstoarasaka Another miracle from the label Chicagoan Tympanik Audio release of this album was created by American Rob Lioy, aka Access To Arasaka, operating in multiple sectors world class electronics / ambient / IDM / glitch / downtempo. The character now under consideration is rightly considered one of the best interpreters of that thin line between abstraction technology, elements condensed into a sophisticated blend of acoustic and tricks soundscapes that have taken on a first publication in 2007 by underground consist of sixteen digital tracks entitled "Metax" fired from the label Danish Illphabetik. The productivity of Rob lists at least eight ep's, all made in the form of mp3, but the emergence of the artist came in officially 2009 using the full-length "Oppidan" through which Access To Arasaka was built among the artists signed to the authoritative Tympanik Audio, brand still maintains its productions. The next bizarre and "Void ();" album of 2010, showed all the formidable ability to calculate sound inherent in the protagonist, anticipating this recent "Geosynchron" which reserves the right to cross new frontiers electronic universe. The sound consists of Access To Arasaka is amazingly deep gaseous and at the same moment, in perpetual balance between emotion and algebraic reasoning: it is a avant-garde style firmly anchored to the concept already belonging to the two previous ep's, "Aleph" and "Orbitus", both published in 2011 by more Tympanik Sound. Idealistic and dedicated to the conquest of the values ​​of justice, the album outside the bitterness resulted from innumerable difficulties in achieving this goal, providing a sound specifically engineered to enhance the desire for revenge. "Geosynchron" of thirteen episodes quesi totally instrumental of which the brief "Rhea" is the opening track from the solemn dark-ambient musicality that leads to the next "Ixion", atmospherically built through gaseous electronic interference and micro-dissection percussive wrapped extension of the pads. "Talitha" gravitates around sidereal expansions keyboard publications traversed by impulses from the minimal path unpredictable, the whole path of abysmal waves keys, and in succession by a dense network of IDM rhythm, while "Oberon" scans hundreds of microscopic fragments electro-percussive structuring an unstable percussiveness down-tempo / glitch soundscapes enveloped by expansions and distant reverberations. The majestic slowness "Naos" is comparable sink into the cobalt blue waters, within which echo magical suspension, split drumming and current keys. "Cursa" laps re-oriented by banks ambient keyboard-thickening dark background of strings and a dilated anticipanti the next sonic twist represented by "BS-2X", antisolar track, surrounded by inextricable IDM beats the speed variable between replicate torturously endless loops the key. Jamie Blacker, also a musician from orbit Tympanik and better known by its rhythmic design / industrial / noise referred to as ESA, lends his voice in the charming "Lysithea" quietly interrupted by e-metronomic beats, pads concentrically expanded and a shamanic chant slowly absorbed by the immensity of the sound. "Alcyone" is a brief efflorescence of technology, electronics / ambient / IDM poured into a rhythm song from wounds that run between smasmodicamente mists of keys, sounds pass by the entrance of "Kaguya", written instrumentally through a sophisticated calligraphic IDM / downtempo by the hypnotic power, whose foundations are based generally on the rise in gas pads interspersed by a minimal convulsive percussiveness. "Sao" snappy fractures transmits electro-rhythmic, moving up to record a diagram percussive alien on air emissions of the keyboard, while the following "Rana" channels in its structure a long period of micro-torsion-breaks percussive interludes and evocative sound astral. Complete track-list "Polaris," Monolith root dark-ambient / dark-electronics, a piece of forged through cuts in the narcotics keyboard timbre increasingly corrosive and darkly alonata by noises coming from electronic circuits being operational. Album qualitatively sublime, full of sound sophistication and infrastructure that flood the space around vetrizzandolo gradually. The rhythm-machine assumes the dominant driving force able to slice and chop the lethargy of the pads, animating them using spasmodic breakdowns and percussive fervor of micro-programming. Access To Arasaka fully attains the ambitious goal that "Geosynchron" was conceived, that seduce the listener through irretendolo intellectualism of a wonderfully complex and original music. The immensity was soon turned into sound.

 

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- Adrian H And The Wounds - "Dog Solitude" - cd - by Maxymox 2012 -

adrian Statunitense di Portland, il progetto Adrian H And The Wounds integra nel proprio stile le sconvolte rifrazioni gothic-dark-rock tipiche dei Bauhaus e le claustrofobiche alienazioni dei Joy Division, oltre a depressi e torbidi elementi soul-psichedelici alla Nick Cave e Tom Waits che la band distribuisce in grandi quantità nelle musiche, fino a renderle veri e propri inni dedicati alla solitudine, alla malinconia di notti insonni dominate da incubi etilici, agli amori dannati, infranti, oppure al disagio, descritto nelle sue espressioni più interiori e dolorose. Il modus operandi adottato dai protagonisti è un ibrido difficilmente catalogabile, un crepuscolare, abbattuto, tossico insieme di strumentazioni acustiche e di sintesi dal passo lento, dialoganti con la voce roca e glacialmente determinata di Adrian H (piano/Vox), al quale si aggiunge la line-up dei The Wounds, ovvero Broken Heart (drums), Shiggy (bass), Kelby Patterson (keys) e The Raptor (sax), con i contributi backing-vox di Darcy McMullen. La discografia dell'ensemble menziona questo seconda release "Dog Solitude" preceduta nel 2009 dal debut album edito per la Lest We Forget e recante l'omonimo nome "Adrian H And The Wounds". La distribuzione delle due opere è stata caratterizzata da un duplice canale che ha affidato alla Projekt Records il compito di diffonderle nel Nord America, mentre in Europa, in particolare per quest'ultimo full-lenght, la concessione è attualmente curata dall'ottima Danse Macabre, label sempre ricettiva verso tutto ciò che appare sonoricamente ed alternativamente oscuro. Dodici i titoli da esplorare, dei quali due bonus remixati, per un'emozionante concatenzazione di suoni altamente espressivi, spesso toccanti ma perennemente improntati su tonalità pervase di amarezza e nostalgia, il cui primo atto è offerto dal blues notturno "Memory", orchestrato da sofferte sezioni di batteria, struggenti toccate di pianoforte, un saxofono che disegna nella mente chiaroscuri traboccanti di spleen e, soprattutto dalla voce di Adrian H, carica di infinita demoralizzazione. In "That Hurts" scorrono parallelamente asettiche battute di drum-machine, rotazioni di basso ed un sound-complex tendente al minaccioso, accentuato dall'algida asprezza vocale del singer che ne increspa la superficie. Il sax, protagonista di "Hoist That Rag", serpeggia elegantemente nell'omonimo brano di Tom Waits estratto dall'album "Real Gone" risalente al 2004, ora riproposto in veste dark-blues jazzato, ascoltabile nella fumosa penombra di un semideserto locale in periferia, location ideale per questa sad-song composta inoltre da percussività rallentata, pianoforte, tastiera e, naturalmente, i cavernosi vocalizzi di Adrian H che premono ossessivi sulle atmosfere tinte di nero. "Dog Solitude" irrobustisce le acustiche prediligendo un elettrico modulo gothic-rock che dona il nome all'album, infettando le arie con fraseggi sibillini, ruggenti bass-lines, programming, guitars e ritmica basata su riff mid-tempo dalle cadenze asciutte e potenti. L'originaria spensieratezza che caratterizzava il classico brano "Chim Chim Cher-ee", scritto nel 1964 da Allan Sherman per la colonna sonora del film "Mary Poppins", subisce una destrutturazione nella personale cover della band, ovvero uno psycho-walzer che maschera una profonda malinconia oltre l'apparente leggerezza delle procedure, fruendo ora dell'aggiunta di saxofono, battute percussive in stile jazz ed infine della consueta ruvidezza vocale di Adrian H che segue il ritmo da marcetta tracciato in questa psicotica trasposizione. La successiva "Nasty", bellissima, dispone una base rockeggiante di batteria, key e pianoforte sulla quale si snoda un malevolo refrain di voce e chitarra elettrica, mentre "What She Wants" si distende pacata su micro-beats programmati e ricami pianistici, attendendo l'imminente sviluppo dettato da scie tastieristiche, dai sensuali backing-vocals di Darcy intrecciati a quelli inconfondibilmente arrochiti del protagonista, in un etereo amplesso sonoro intinto nell'ombra. "Bad Man" rilancia decadenti scenari da cabaret provinciale in uno psicodramma sonico che include ampollosi dettagli jazzati di sax, organo, pianoforte, key e batteria dal passo marziale, ripetitivo, il tutto levigato dalla voce raschiante, sibilata da Adrian H. Ancora più attraente, l'aura emanata dalla successiva "The Night My Mother Screamed" si amplia nella spazialità di una musica pianificata da drumming, piano, key, guitar e voce criptica riconducibili ad un rock-gothic avvelenato da spietati conflitti tra mente e spirito. Segue la psichedelica lentezza appartenente a "Border Patrol", reprise dell'omonima traccia incastonata nell'album "Private Hell" del 2004, forgiato dall'austriaco Bain Wolfkind, all'epoca interpretante il suo side-project di matrice indus/electro chiamato Novo Homo al quale Adrian H And The Wounds hanno dedicato questo tributo reinterpretato su base soffusamente elettronica, con riverberi effettati, cantilene pianistiche, saxofono accorato, echi ed i registri del vocalist sottoposti a cupi filtraggi. Ultimando l'ascolto del disco si giunge alle due menzionate bonus-tracks, la cui prima è rappresentata dal mix di "Straight Leg"", un ballabile e sanguigno electro-rock elaborato su programming, chitarra e batteria, arrangiati by Entium, ovvero il progetto parallelo di Geoff Tripoli, prolifico remixer e membro della band electro-idm-industrial denominata Monody. Ultima traccia, la nevrastenica "Cookies And Cocaine (Crackolate Chip Mix)" trasmette sincopatiche fratture drum and bass e breakbeats allucinati, disturbi in sottofondo e le ipnotiche replicazioni emesse da Darcy che cadenzano il tempo contemporaneamente ai pungenti dialoghi di Adrian H. Album impegnativo ma appagante. Disillusione, rimpianto, sentimento violato, i pensieri che scorronono dall'attimo in cui il sole tramonta fino al giungere, a seguito di interminabili ore, dell'alba, evento che sorprende l'insonne dallo sguardo meditabondo, sprofondato in una fissa vacuità. Quelle descritte solo alcune delle sensazioni estrapolabili in questa release tesa a tutti coloro i quali non ritrovano più sè stessi e che invocano un tramite, uno strumento capace di tradurre in musica la voce dell'isolamento che li divora, notte dopo notte: "Dog Solitude" giunge allo scopo e sarà per essi un compagno per la vita.

 

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- Agent Side Grinder - "Hardware" - cd - by Maxymox 2012-

agentsidegrinderjpg Analizzare il passato ed il presente di questa electro-ensemble svedese equivale passare in rassegna dal 2008 ad oggi l'ingente numero di stili intrapresi ed innestati tra loro dall'ingegno proveniente da questa formazione pentagonale i cui nomi e competenze sono: Kristoffer Grip (vox), Johan Lange (synths / drum-programming), Henrik Sunbring ((synths / drum-programming), Peter Fristedt, (sampler/ tape loops / modular suitcase / synths), Thobias Eidevald (bass). EBM, post-punk, minimalismo elettronico, electropop, sono i versanti lambiti dai protagonisti in un'ampia produttività discografica: la release autoprodotta e titolata anonimamente "Untitled" siglò nel 2008 il debutto licenziato dalla label olandese Enfant Terrible, seguito da "The Transatlantic Tape Project" del 2009, edito su cassetta per la label conterranea Hästen & Korset, album ultra-alchemico ricolmo di cerebrale psichedelìa Sixties, ambient e sperimentalismo old school di epoca 80's. Sempre per la Enfant Terrible e la Klangarkivet venne rilasciato nel medesimo anno "Irish Recording Tape", opera caratterizzata da soluzioni meno ostiche ed orientate verso soluzioni post-punk alla Joy Division, associate alla ferrea disciplina dell'industrial-sound. La tape-release, "Live In Switzerland" del 2011, proponeva a sua volta per la Klangarkivet sette tracce registrate presso Les Docks di Lausanne delle quali quattro appartenenti al duo americano Suicide di Alan Vega e Martin Rev. Il recente e terzo album "Hardware" ora recensito da Vox Empirea, è distribuito nuovamente dalla label scandinava Klangarkivet e si interpone tra il precedente titolo ed il minimal-synthpop tape "Live Targets", seguito dall'autoprodotto very limited edition "Two Nights With ASG" di natura wave-indus-rock ed inciso a Le Club di Parigi. Parallelamente, nel 2011, uscì per l'etichetta francese Manic Depression Records una doppia compilation, "Industrial Beauty", la quale radunava nei suoi due volumi il meglio della selezione registrata in studio dalla band, con l'aggiunta di materiale live ed inedito. Il sound ascoltato nelle otto tracce del full-lenght "Hardware" combina analogicamente il passo ritmico e gli accenti vocali dei Depeche Mode con la calcolata freddezza dei Kraftwerk, elementi uniti, in dosi minori, all'aspro rigore industrial-oriented appartenente agli Einsturzende Neubaten: questa inedita mixture è percepibile già nella prima traccia dell'album, "Look Within", entro cui un nervoso battito scandisce con regolarità meccanica l'ipnotismo emesso dal programming e dal canto staccato di Kristoffer. Ancor più alienante, "Sleeping Fury" scorre algidamente propagando inflessioni vocali post-depechemodiane e minimali armonie di synth su un robotico tracciato di drum-programming, mentre la successiva "Rip Me" propone sonorità electropop mid-tempo ammorbidite da una circolare scala di note sintetiche quale accompagnamento all'automaticità emessa dal vocalist. "Wolf Hour" introduce la partecipazione canora del guest Henric De La Cour, leader dei progetti svedesi in stile gothic-pop / rock-indie Yvonne e Strip Music, in una traccia dalle evidenti curvature elettronico-vocali di ispirazione 80's, riproposte in particolare nella lenta e fratturata cadenza ritmica di questo brano sottolineata da tocchi di basso, melodie di tastiere e voce sorprendentemente simili alle più catturanti formule degli early Depeche Mode. Si giunge quindi a "Mag 7", estesa su un monolitico drum-programming dall'effetto ipno-inducente cosparso di spaziali noises, esangui armonie di synth e la voce di Kristoffer che proferisce i testi con tono algidamente razionale. E' ora la volta di "Pyre", traccia che il secondo guest-project svedese chiamato SKRIET, incline ai generi psychedelic- rock / modern-electric blues, pianifica su atmosferiche forme dark-electro con manovre di drum-programming, basso e voce dall'incedere morbosamente rallentato, a tratti spettrale. La seguente "Bring It Back" ed il suo rigido schema industrial-electronics si ornano di percussioni live, chitarra e basso corrosivi ed una durezza vocale più marcata. Completa l'avvicendamento la kraftwerkiana "Stranger Stranger", brano davvero interessante risultato della fusione a freddo tra scarne replicazioni di bass-lines, percussività dinamicamente minimale e vocals che riallacciano contatti con l'electropop 80's. "Hardware" è la sublimazione della retroguardia elettronica adattata a moderni registri dalla configurazione essenziale, non di rado narcotica; gli Agent Side Grinder stilano quindi una track-list di importante levatura che rimarca ancora una volta la ricchezza di talenti di cui l'underground è colmo. Non esito a dichiarare che possedere questo disco sarà per il collezionista motivo di fierezza.

 

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- Alter Der Ruine - "Son Of A Bitch" - cd - by Maxymox 2012 -

alterderruine Da Tucson, Arizona, gli Alter Der Ruine declinano fin dal 2005 un formidabile paradigma scaturito dalla mescolanza tra power noise, industrial, hard-techno ed electro. Come spesso accade nelle ensemble più dinamiche, gli Alter Der Ruine hanno subìto alcuni assestamenti nel corso degli anni, attraverso l'ulteriore reclutamento e la successiva uscita di scena da parte di tre elementi, Stuart Slimp, Xian Austin e Robert Sidwell, vicende contrassegnate da un'intricata selva di riprogettazioni tattiche il cui distillato conferma attualmente tre soli protagonisti quali rappresentanti ufficiali della line-up: il mastermind Michael Jenney, Jacob Rouse e Michael Treveloni. L'archivio discografico rilasciato dal progetto nomina inizialmente "The Ruine Process", album autoprodotto nel 2006 in stile electro / rhythmic-noise, nella cui track-list appariva l'episodio "Betrayal" scritto e cantato dalla voce di Squalor proveniente dagli HexRx. Il 2007 fu a sua volta contraddistinto da tre importanti avvenimenti: il primo relativo alla firma con la Sistinas, label con sede a Los Angeles, specifica nell'area elettronica ed artifice del rilascio dell'ottimo album "State of Ruin", opera caratterizzata da una maggiore attenzione rivolta verso il suono industrial ed includente il remix dell'omonima "State Of Ruin", traccia grandiosamente rielaborata da Assemblage 23; il secondo evento fu la successiva uscita di "State of Ruin Limited Edition Remix", collezione di rebuild-tracks affidate a progetti tra i quali Haujobb, Noisuf-X, Caustic e One Level Down. Il terzo fatto risultò la contemporanea pubblicazione degli ep's "Something Old" e "Something New". Lo stile ora fortemente incentrato su tecnologie industrial-oriented fu progressivamente inserito nelle musiche dalla band in misura tale da ottenere una scritturazione presso la Crunch Pod, label californiana tradizionalmente dedita a produzioni harsh electronics la quale licenziò l'album "Giants From Far Away" del 2008, masterizzato da Jan Lehmkämper, alias X-Fusion, presso gli arizonan studios Black Sheeep Audio. Il repertorio degli Alter Der Ruine menziona inoltre una folta serie di apparizioni su compilations del calibro di "Songs in the Key of Death: A Deathkey Compilation", oppure di "This Is Why We Can't Have Nice Things", nonchè della celebre genealogia "Das Bunker", ma anche un cospicuo numero di remixes che la piattaforma ha elaborato per artisti quali The Gothsicles, C/A/T, Cervello Elettronico, Autoclav 1.1, Inure e Nachtmahr; inevitabile citare la propensione della band verso i side-projects, pulsione concretizzata dai tre membri in particolare attraverso il disegno synthpop Dust Is Noise e l'electro-clash act chiamato Attack Decay Release. Vox Empirea analizza in questa sede più recente album edito dalla band, "Son Of A Bitch", opera che più di ogni altra pianificata dagli Alter Der Ruine documenta la perfetta interazione tra electro ed industrial pur non rinunciando all'introduzione di acustiche sperimentali che, soprattutto nel comparto ritmico, mostrano spesso un'indole contorta e sincopata. Le dieci tracce assumono conntotati differenti in rapporto all'ispirazione suggerita al momento della loro creazione, con schemi sonori ballabili ed improntati prevelentemente su atmosfere tese, incattiviti da vocals gutturali oppure delineati da fredde emissioni di voce in modalità parlata in combinazione a psicotiche modulazioni e synthetic-noises. Corrisponde precisamente a questa descrizione il primo atto dell'album, "Who The Fuck Is This", introduzione basata dapprima su un estemporaneo monologo in bianco urtato da lì a breve dalla durezza percussiva del drum-sequencing e dalla voce cavernosa del singer. "Really?" predispone un iper-cinetico tappeto ritmico di carattere industrial sul quale germinano taglienti sovrapposizioni di programming, brusche interruzioni con velocissime riprese e loops, mentre la successiva "Boozetooth" predilige minor rigidezza diffondendo un flessuoso electro-drumming con bassi pieni ed armonie solcate da numero imprecisato di effects con brevi segmenti di voce dai toni asettici. "It Speaks" è un elecro-funk dalla percussività elastica, danzabile, ossatura che sorregge i calcolati tratteggi di programming ed il canto che il vocalist pronuncia mediante accenti ora contratti, ora fluidamente malinconici. "Lady Jamz [Part 1]" assume il ruolo di fugace interludio tra fraseggi, batteria slow-tempo, saxofono, dilatati flussi di synth e deformazioni vocali, il tutto quale anticipo per il relativo proseguo costituito dalla selvaggia "Lady Jamz [Part 2]", una traccia satura di energia industrial, travolgenti artifici elettronici e bpm's che sfiorano la velocità ipersonica. Il tortuoso apparato ritmico disegnato per "You Owe Me Blood" trova dapprima corrispondenze in un ibrido electro-jungle che in fase di sviluppo si trasforma in hard-industrial mediante secche e guizzanti scansioni percussive, fratture di sequencing, fulminei decolli, battute intrecciate, black-outs ed ancora più innanzi flagellanti drum-beats e schizzi di loops vocali. "Ghosts" dispone armonie scevre da intricatezza offrendo un vivace electropop relativamente melodico, edificato su ballabile drum-programming ed un canto risoluto, espresso con fermezza, dettagli anticipanti la successiva "The Bread Snake Of Lamb's Lion", capitolo che rilancia febbrili ritmiche industrial fittamente intersecate da interruzioni, riavvii mid-tempo, convulsioni electro-programmate ed estenuanti rincorse tra noises, loops e tribalità corale post-apocalittica. "Snake Oil", brano di coda, propone uno scattante electro-funk contaminato da influssi industrial, modulo costruito su vocals effettati ed una musicalità articolata da una singhiozzante concatenazione di programming ed acidità tastieristica. Album dalla forma sonica complessa, irreprensibilmente studiata per audizioni mature e non convenzionali. Il sodalizio tra l'irruenza dell'industrial e l'imprevedibilità delle formulazioni elettroniche ideate dal terzetto Jenney / Rouse / Tereveloni fanno di ""Son Of A Bitch" una release originale che interpreta musicalmente ed in modo assai realistico le nevrastenie dei nostri tempi attraverso la veemenza di un sound trasfigurato, sconvolto. La porta di accesso che conduce all'isterismo.

 

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- Artemius - "Short Winter" - ep - by Maxymox 2012 -

artemius Personaggio artisticamente schivo e saldamente legato a nostalgie 80's synthpop / electro-wave, Artemius rappresenta quella talentuosa frangia di protagonisti sotterranei che webzines come Vox Empirea amano presentare ai propri lettori. Localizzato geograficamente a Ferrara, il solo-project esterna pubblicamente solo una frammentaria biografia dalla quale si intuiscono i tratti peculiari della sua personalità concreta, onesta ed allo stesso tempo idealista, nonchè ampiamente recettiva verso la sfera emozionale. La combinazione di questi elementi ispira la creatività di Artemius il quale ne riversa la quintessenza in tracce strumentali composte prevalentemente attraverso l'interplay tra synth e programming, con esiti che, per quanto ancora circoscritti ad una sottodimensione autoprodotta, convincono per l'equilibrio che intercorre tra le reminiscenze elettroniche di un'epoca considerata indimenticabile e le crepuscolari sfumature wave sempre appartenenti alla medesima, gloriosa era. Descrissi queste particolarità in una mia recensione risalente al 2010 relativa al precedente dieci tracce "Old Clocks", release in possesso di estese virtualità da ottimizzare e convogliare in direzione di un atteso prodotto ufficiale degno del musicista. Dopo due anni ritroviamo nuovamente Artemius protagonista di tre nuovi episodi dalle caratteristiche pressochè speculari rispetto all'opera precedente, seppur con tangibili progressi nella scelta delle armonie, queste ultime edificate mediante largo utilizzo di tastiere e ritmiche programmate la cui miscelazione crea un sound elettronicamente terso ed anche, ma in minor misura, malinconico, ottenebrato da note più minacciose che rivelano quell'insopprimibile inclinazione al dark insita nell'animo dell'artista. "Slow Sunday" è il primo capitolo ascoltabile nella breve track-list, un brano assai atmosferico, dai connotati tipicamente electro-wave oriented disposti su una base percussiva mid-tempo ed aerei tocchi di keys. "Hungry" predispone invece un dinamico synthpop sequenziato da luccicanti impulsi di programming la cui modulare replicazione funge da ossatura per catturanti spazialità tastieristiche, mentre la conclusiva "In The Mirror" diffonde una circolarità di note alienanti, spettrali, generate dal synth e sorrette da livide scansioni di drum-machine, per una traccia catalogabile come una fosca combinazione tra dark-electro e darkwave minimale. Personalmente ritengo lo stile compositivo di Artemius ormai scorporato dalla fase "embrionale" e pronto per essere adattato ad un contesto più evouto, distanziato da quell'aura da opera incompiuta che circonda le musiche di questo autore. Ancora da definire, per quanto mi sia dato a conoscere, le sue reali e future intenzioni che auspico si spingano presto ben oltre sporadici exploit privi di concrete finalità. Ora che i crediti ricevuti da Artemius predispongono all'ottimismo, esorto l'artista a reclutare un vocalist che sappia donare fisicità alle strutture, potenziare la gamma dei suoni rendendoli acora più incisivi, ed infine di ottenere un provvidenziale, meritato contratto con una label. Volontà ed una buona dose di fortuna saranno gli elementi primari che condurranno finalmente questo valido pioniere verso ciò che da tempo aspettiamo.

 

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- Artesia - "Wanderings" - cd - by Maxymox 2012 -

Artesia Inoltrarsi nell'universo sonoro delle francesi Artesia equivale a sperimentare l'immersione tra una musicalità fiabesca composta da eteree forme liriche corrispondenti a loro volta ad un turbine di stili che sfiorano in egual misura la decadenza del gothic, la seraficità dell'heavenly-voxes, nonchè formulazioni neoclassiche di carattere oscuro e profondamente nostalgico. Tempi addietro recensii due album del progetto, rispettivamente "Chants d'Automne" risalente al 2007 ed il successivo "Llydaw" del 2009, percependo al loro interno una spiccata attitudine nel dare vita a sonorità evocative e coinvolgenti, straordinariamente ricche di melodia e raffinatezza, dono attraverso cui le due protagoniste Agathe M. (vox/synth) e Gaëlle D.(violin) - quest'ultima testè rientrata nella line-up dopo una temporanea sostituzione affidata a Coralie - hanno creato una preziosa mini-discografia che menziona inoltre il debut ufficiale del 2005 su full-lenght intitolato "Hilvern", creato con la partecipazione del guest Loïc C. alle percussioni e alla chitarra, personaggio presente anche nel precedente demo di cinque tracce "L’Aube Morne" del 2004 ora sold-out. Conclude la lista il primo ed embrionale demo di otto brani "L'Eveil De l’Âme" concepito nel 2003 dalla sola Agathe, realizzazione non distribuita all'epoca per un'imperfetta risoluzione audio. Il nuovo e quarto album delle Artesia oggi in esame è "Wanderings", rilasciato come i predecessori dall'ottima label Prikosnovénie e facente parte della collezione denominata "“Grimoire des Fées", quale proseguo del cammino artistico intrapreso dal duo alla scoperta di forme di suono ancor più atmosferiche e tecnicamente curate, rese ora tali dalla perizia esecutiva di Jean-Charles Wintrebert, membro alle sezioni drums/cello nella nota band goth-rock transalpina Demian Clav ed attualmente reclutato dalle Artesia nel presente album in veste di coordinatore delle orchestrazioni e del mixaggio, compito che il musicista tramuta in vere e proprie manovre contenenti immensa grazia e soavità. Il packaging dell'opera, elegantemente realizzato in versione digibook, preannuncia già visivamente l'entità dei contenuti, presentando al suo interno un booklet con testi ed immagini assai suggestivi che corrispondono adeguatamente in termini di intensità al suono che scaturisce dalle nove tracce ascoltate. "A L'Ombre Des Grandes Forêts" avvia la sequenza diffondendo femminee liturgie canore solennizzate nel finale da un corposo ingresso di tastiere da film epico, incontrando successivamente la celestiale ed omonima "Wanderings", adagiata sul dualismo corale delle vocalist in combinazione a malinconici rivoli di violino, caldi pads, pianoforte e lente frazioni di drumming. "Aerial" riflette la caducità delle foglie trasportate dal vento d'Autunno, esponendo nelle arie della song autentico struggimento pianistico accarezzato da meste emissioni di voce, synth e nobili accordi violinistici. I morbidi arpeggi che armonizzano "The Summit Of The Tree" abbracciano le dolcissime tonalità vocali di Agathe creando così un paradisiaco mélange di suoni flautati e bells che richiamano idealmente scenari ultraterreni, così come "Lying On The Grey Foam" eleva un commovente inno ulteriormente impreziosito da rallentate ma solenni percussioni ed enfatici ricami di violino. Il pentagramma da soundtrack relativo a "The Gaels" si adatterebbe perfettamente, esaltandolo, ad un contesto filmico che immortali panorami leggendari di antiche, sconfinate valli ammantate dalla nebbia e attraversate da eroici cavalieri, il tutto sviluppato in un surreale tema violinistico dai profondi battiti di tamburo. Note gravi di pianoforte, le quattro corde del violino archeggiato da Gaëlle che sprigionano accordi colmi di afflizione e la voce di Agathe che intona spleen canoro: questi sono gli elementi che compongono "In My Dreary Thoughts", brano che precedente la successiva "Quiet They Are Now", episodio emanante un'aura di sublime abbandono tra un rilassante climax di pianoforte, violino, bells e delicatezza corale. A "Tristesse" riconosco il merito di accorpare l'elisir dell'intero "Wanderings", contraddistinguendone la propensione alla nostalgia così velatamente oscura, la sottile foggia neoclassica ed il garbo canoro, dettagli condensati in lacrimose procedure di synth, violino, pianoforte e vocals gothicheggianti, quale epilogo di un album che celebra sonorità principesche ed illusorie mediante componimenti simili a fiabe senza tempo. La voce dell'alseide Agathe irretisce con la sua estrema compostezza e sensualità, descrivendo iconografie mistiche e raccontando di imperiture saghe, incantesimi e creature silvane, contesti che si muovono appropriatamente in succinte ma impeccabili architetture sinfoniche, sicuro approdo per anime visionarie. Ancora gloria e onore alle Artesia, le nostre signore dispensatrici di meraviglie.

 

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- Autoclav 1.1 - "Embark On Departure" - cd - by Maxymox 2012-

autoclav L'eccezionale perizia nel manovrare elegantemente il suono tecnologico unita ad un'inesauribile genialità creativa ed un hair-look inedito, sono gli elementi che contraddistinguono l'identità artistica del britannico Tony Young, esponente di spicco nella scena electronics / IDM recentemente intervistato da Vox Empirea. Il lettore interessato alla biografia relativa al solo-project Autoclav 1.1 potrà quindi collegarsi all'apposita sezione per trarre da essa notizie ed altre curiosità che completeranno esaurientemente il profilo di questo importante musicista operativo nel settore dal 2004. Ciò che rende speciale le sue creazioni è il saper liquefare separatamente classicismo, frammenti industrial e preziose finezze di Intelligent Dance Music, ricomponendoli in un'unica, suggestiva orchestrazione computerizzata che relaziona simultaneamente con la sfera emozionale e la cerebralità, fondamenti riversati dall'artista in brani prevalentemente strumentali, con l'occasionale partecipazione in vari albums dei guest-vocalists: It-Clings, Rachel Haywire (Experiment Haywire), Emilie Verbieze (Riotmilloo), Martin Bowes (Attrition), Kate Turgoose e Claus Larsen (Leæther Strip). Notevoli nel corso degli anni anche i contributi esterni accorpati a Tony sia nella fase di edificazione delle singole tracce, sia nell'affidamento dei remixes che chiudono tre dei suoi migliori full-lenghts; per quanto concerne le varie studio- collaborations, di natura sia elettronica che acustica, si segnalano all'interno delle pubblicazioni i credits di Gareth Bawden, Pneumatic Detach, DJ Squeakypete, Jamie Blacker (ESA), Dave Pybus, Lorenzo Macinanti (PRXS), Andy Davids (Xotox), Don Hill (Millipede), Mike Morton (Displacer) e Jacob Rouse. La ragguardevole serie di remixes correlati negli albums notificano invece le firme di Keef Baker, Displacer, ESA, Scrap.edx, Epidemia, Triax, Pneumatic Detach, Slacknote, Iszoloscope, Eva/3, Noise/Girl, Unter Null, Stendeck e Detritus. Le iniziali performances discografiche di Tony furono concepite nel 2005 mediante l'ep "No Protocol" edito dalla label Diskus Fonografika Mexicana, a cui fece immediato seguito "Indelible", anch'esso in versione ep e licenziato dalla californiana Nein Records, due esperimenti che all'epoca disegnarono un sound-system collocabile in una dimensione plurima di ambient / electronics / IDM e rock particolarmente oscura e surreale che mutò in differenti forme nel primo ed effettivo album, "You Are My All And More", pubblicato dalla statunitense Crunch Pod e contrassegnato prevalentemente da malinconiche armonie di synth inserite tra dinamismo post-industrial, glitch e suoni incorporei che esaltavano il concept dell'opera dedicato alla sofferenza che dominava in quei giorni l'animo di Tony. L'introspezione è il componente fondamentale anche del successivo "Visitor Attractions", album del 2006 affidato alla medesima label con lo scopo di rappresentare in chiave sonica la negatività dell'indole umana, ritratta attraverso complesse strutture rhythmic-IDM intersecate da evanescenze elettroniche e sottolineature di pads colmi di atmosfera. La raccolta di remixes "Broken Beats For Broken Hearts", distribuita nel 2008 dalla Hive Records, offriva quattordici tracce rielaborate da emeriti nomi quali C-Drone-Defect, Cervello Elettronico, Iszoloscope, DJ Hidden, Wast3, Lith, Slacknote, Mothboy, Keef Baker, ESA, Eva/3, Alter Der Ruine e Oil 10, concedendo nel medesimo tempo la pubblicazione di "Love No Longer Lives Here", release che siglò il primo accordo tra Autoclav 1.1. e la celebre etichetta di Chicago Tympanik Audio, sondando idealmente lo spirito dell'uomo rilevandone tenebrosi aspetti ma anche auspicabili scorci di luce, vibrazioni che l'artista concretizzò attraverso un'elettronica colta e, in confronto alle precedenti creazioni, più evoluta, resa ulteriormente corroborante da sezioni di pianoforte e chitarra. La configurazione sonora di "Where Once Were Exit Wounds", album rilasciato nel 2009 sempre dalla Tympanik Audio, proponeva un registro multi-articolato con inestricabili rotazioni di e-drumming, potenti contrasti di synths ed una solennità armonica originata dall'esigenza di comunicare attraverso essa tutta l'intensità dei sentimenti più laceranti, letteralmente trasportati nel grafico di una musicalità elettronica pulsante. "All Standing Room In The Goodnight Saloon" del 2010 recuperava nuovamente la tecnologia dark-oriented del passato trasfusa in undici tracce melodicamente avvincenti, dalla percussività rigorosamente convulsa, intercalata da guizzi di chitarra e finissimi ricami di pianoforte. E' quindi la volta del recente ""Embark On Departure" datato 2012, album che Vox Empirea segnala per l'elevata qualità dei suoi contenuti escogitati mediante il compatto spartito IDM / industrial / electronics che ora analizzerò nel dettaglio in ognuna delle dodici tracce presenti nella lista. La sinergia tra Autoclav 1.1, Jacob Rouse (Alter Der Ruine / Dust Is Noise) alle sezioni pianistiche e Michael Morton (Displacer) alle macchine, genera l'opening track "Lights Out", un'elaborazione mid-tempo satura di eleganza e coinvolgimento, grazie alle sue atmosferiche procedure di synth e piano collegate ad ipnotiche linee percussive. Si giunge quindi alla successiva "This Could Be You", brano inciso da un meccanico e danzabile impianto electro-ritmico che scansiona il tempo circondandosi di lunghi pads e punteggiature sequenziate, mentre la consecutiva "Nine" rallenta le bpm dilatando il suono attraverso una catturante spazialità di tastiera e pianoforte. "Recent Conversation" congegna una turbinosa, celere percussività industrial / IDM parallelamente agli estesi accordi del synth, elementi che magnificano questa traccia che considero tra le migliori in assoluto dell'intero repertorio by Autoclav 1.1. Avanguardisticamente romantica, "Tick.Tock" propaga delicatezza pianistica, i rarefatti sussurri della vocalist Kate Turgoose e le brillanti scale del synth che si inseguono vicendevolmente correndo con millimetrica precisione tra gli ingranaggi del drum-programming, concedendo successivamente il passo all'aggressività industrial-electro mid-tempo di "Scars", traccia che si fregia della voce distorta di Claus Larsen, alias Leæther Strip, il quale artiglia il suono sfregiandolo e combinando il livore dei suoi toni non solo alla potente elettricità della chitarra, ma anche ad uno scintillante abbellimento di pianoforte e loops. I femminei vocalizzi udibili nell'introduzione di "Inhale/Exhale" si caricano di misticismo stemperandosi in seguito tra l'asciutta linearità del rhythm-sequencing che cadenza il nostalgico andirivieni degli ornamenti pianistici. E' la volta di "No Running Away From This", traccia a basso regime percussivo, così seducentemente elaborata dal languore dei synth- patterns, del pianoforte e del drumming che nella seconda metà del brano rallenta ulteriormente in velocità, distorcendo le battute e concludendo in un fascinoso interplay tra pianoforte e percussività elettronica, la medesima che articola freddamente "Foolishly Sentimental", indirizzandola verso traiettorie electro-industrial varcate da pads e garbati tocchi di piano. "Three Hours" propone un diagramma ritmico mid-tempo altisonante e mutevole, con scambi di riff a sostegno degli avvincenti accordi di tastiera e dell'immancabile pianoforte. Straordinariamente bella, "Today Is The Day" offre all'ascolto una lussureggiante sonata pianistica inframmezzata da tracciati di e-drumming pressanti e danzabili, il tutto spazzato dalle colonne d'aria tastieristica che rafforzano le melodie della song. L'ultimo capitolo dell'album è "Stop The Clock", traccia segmentata elettronicamente da beats rock-minded su cui volteggiano estese partizioni di synth e piano, a compimento di questo full-lenght che affascina con la medesima grazia di un bassorilievo sommerso. Tony Young si riconferma un grande artista, influendo ancora una volta in modo significativo nella più progredita tra le diramazioni della musica elettronica: "Embark On Departure" è ossigeno e Autoclav 1.1 il respiro.

"C"

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- Channel East - "Window To Earth" - cd - by Maxymox 2012 -

channeleast La collaborazione tra le etichette germaniche Codeline Records ed Echozone origina il più recente album dei Channel East, duo tedesco costituito da Toni H. T. (vox / synth / arrangements / guitar / visual concept) e David H. (synth / progs / recording). Il progetto, operante dal 2005 nell'ambito electropop, segnò il proprio cammino discografico con un primo singolo datato 2008, "Who You Are", ben gradito dalle critiche e destinato rapidamente ad un inatteso sold out, giungendo quindi tra il 2009 ed il 2010 al debutto ufficiale su album mediante "Between Humans", release nella cui edificazione collaborò la vocalist Kathrin Knöfel. Il citato esordio dei Channel East fu all'epoca mio oggetto di recensione che conclusi favorevolmente segnalando tuttavia qualche dubbio al suo interno, specie nei riguardi della predisposizione canora del vocalist, ancora incerta e non debitamente affermata, pecca attualmente risolta attraverso un tangibile perfezionamento della stessa ed un'esposizione risultante oggi più incisiva che un tempo. Le musiche create dalla piattaforma in questione presentano tutte le attuali caratteristiche del pop elettronico, con intelligenti moduli incorporanti vivacità ritmica, fughe di synth con formule vocali intonate e recanti nelle loro evoluzioni una gradevole freschezza, componenti che saggiamente assemblati generano questo secondo full-lenght intitolato "Window To Earth" includente nella sua track-list undici episodi più tre remixes curati da eccellenze quali Frozen Plasma, Re:\Legion ed Assemblage 23. La limpidezza di “Success” inaugura l’enumerazione dei brani offrendo all’ascolto uno scattante electropop dalle sonorità che agganciano al primo ascolto, mediante un canto luminoso annesso alla freschezza di altrettanti comparti di synth e programming. “Suffering To Me” è una traccia disponibile anche in veste Maxi-single con le altisonanti partecipazioni in sede di remixers dei Syrian, Ultima Beep e l’inedito tocco di Todd Durrant, boss della celebre synthpop label statunitense A Different Drum: in questa album-version la song in questione diffonde aggraziate melodie elettroniche con vocals sempre impegnati ad evidenziarela parte estetica della forma canora, concedendo all’accompagnamento strumentale di architettare pads leggiadri e dinamismo percussivo. E’ il turno di “Thank You”, brano di netta estrazione synthpop costruito su avvenenti tonalità di tastiera e voce anticipanti l’ingresso della successiva “Queen Aplomb”, traccia in cui si avvertono chiaramente gli influssi post-Erasure che colorano lo spartito con accordi vivacissimi, e-drumming pulsante, vocals melodiosi e ballabilità assicurata. Un motivetto radiofonico cosparso di interferenze introduce la successiva “Way Of Life”, episodio tra i più significativi dell’intero album per intensità e sapienti dosaggi di sonorità futurepop, rese accattivanti da un lineare battito di percussività sequenziata su un caldo abbraccio di key e vocals colmi di passione. I noti !Distain collaborano attivamente alla stesura di “Window” che si propone imbevuta delle classiche formulazioni elettroniche del progetto con il quale i Channel East condividono la label, ovvero celestiali pads, delicatezza vocale e percussività in questa specifica occasione tramutata ad un impercettibile diagramma. Le atmosfere si rallegrano nuovamente sotto il benefico influsso di “Still You”, obbediente anch’essa ai più radiosi dettami electropop che qui trovano espressione mediante asciutte sezioni di drum-programming, riverberi vocali e leggere toccate di synth, così come “Tears Are Crying Enough” aumentando le bpm energizza una traccia perfettamente inquadrabile in un contesto synthpop di epoca 90’s in stile Wave In Head, Faith Assembly o Rename. “Take Off To Skyline” è un interludio strumentale basato essenzialmente sulla spazialità dei pattern tastieristici circondati da microflussi elettronici e stacchi di drumming, mentre la susseguente “Send You An Angel” predilige modulazioni arrangiate per catturare l’udito senza compromessi, soprattutto nel refrain e nei voli di sintetizzatore che assai difficilmente potranno essere evitati da chi sia predisposto alle carezzevoli melodie del pop elettronico. “Discoboy” permea le proprie musiche di composto dinamismo applicato alla tecnologia sonica adatta alle piste, elementi trainati da un palpitante motore electro-ritmico, vocals animosi e raggianti scale di tastiera, precedendo nella lista il primo dei tre bonus remixes di due tracce appartenenti al precedente album “Between Humans”: la prima è affidata all’indiscussa arte dei Frozen Plasma i quali rielaborano in chiave clubmix la celeberrima “Document 9”, con la promessa di riempire i dancefloor per l’estrema accuratezza con la quale Felix Marc e Vasi Vallis hanno pianificato sia le tessiture vocali che il battente grafico percussivo. Più fredda e robotica la scelta introduttiva del duo Martin Cremers / Oliver Schmitz, meglio conosciuti come Re:\Legion, autori della trasformazione in edizione trancemix di “Who You Are”, avvolta da effervescenti intersezioni tastieristiche con canto e percussività che invitano alla danza tecnologica. L’ultima traccia è costituita dalla seconda riprogettazione di “Document 9”, questa volta assegnata alla fantasia di Tom Shear il quale, nel pluridecorato ruolo di Assemblage 23, proietta in orbita questo remix distribuendo al suo interno uno sferzante meccanismo di programming quale propellente, unito ad un suggestivo manto di voce e key. Convincente rentrée dei Channel East, artefici di un album dalla solidità inattaccabile manifestata attraverso una più evoluta progettazione dei suoni e del canto. Tranne poche eccezioni, il decorso della track-list offre un’elevata quantità di frangenti idonei per sperimentare l’ immediatezza insita da sempre nell’electropop, disciplina della quale i due protagonisti si rivelano moderni emuli. Gioiscano i cultori del suono sintetico!

 

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- Combat Voice - "The Last Flow" - cd - by Maxymox 2012 -

combatvoice Richard G. (Keys - composition - music) e Bernard F. (vox - lyrics - videos) sono i due interpreti del progetto belga Combat Voice, epigono della frangia EBM più conservatrice nella quale dal 2010 ha saputo integrare molteplici elementi estrapolati dai generi cold EBM, dark-electro, industrial e gothic. Biograficamente sussistono interessanti particolari riguardanti i due protagonisti: Richard G. ha esordito nel 1991 attraverso un disegno radicamente EBM chiamato Combat Noise, precursore dei successivi Semplicity, progetto nato nel 1993 in collaborazione con Miguel B. ed orientato verso sperimentazione dell'Electronic Body Music unita alla techno. Richard G. è inoltre menzionato come remixer per importanti bands quali i Void Kampf. Bernard F. è a sua volta noto per la militanza in qualità di vocalist nei Mono Electronic Density, progetto indus / EBM / electro / condiviso con l'ex membro degli Aworkx, R-Mod-654, nonchè per avere dato vita tra gli 80's ed i 90's al manifesto EBM denominato Fuze Box Machine, ed infine per aver preso parte, sempre nei 90's, al programma Mann. Il presente "The Last Flow", debut-album degli attuali Combat Voice licenziato dalla Digital Density Records, riassume sostanzialmente in un unico formulario la moltitudine di discipline interpretate nel tempo dai due musicisti racchiuse in una sequenza di dieci songs tecnologicamente ipnotiche, caratterizzate in prevalenza da classici schemi electro-EBM sottoposti ad un parziale trattamento di modernizzazione. Non latitano inoltre episodi in cui i freddi comparti di elettronica minimale vengono addizionati ad oscure orchestrazioni di synth e voce: è il caso dell'omonima opening-track, "The Last Flow". Il robotico programming in modalità mid-tempo scansiona freddamente le ritmiche di"The Devil Way", brano in cui i vocals di Bernard F. delineano un canto dalle modulazioni ossessive, mentre la consecutiva "Illusion" propaga algidi circoli di EBM-sound inaspriti dalla rochezza canora del singer e frazionati dal timbro metallico del programming. "Hell To Hell" raffigura un convincente esempio di EBM accorpata a strutture dark-electro, sonorità erette su ripetitivi circuiti di drum-programming tracciati attorno all'essenzialità della tastiera e del succinto frasario del singer, questo diffuso mediante opache emissioni di voce attorniata da echi e melevoli sussurri. La successiva "A Night Walk", anch'essa incentrata su electro-acustiche permeate di oscuro mistero, vengono orchestrate attraverso liquefazioni di programming ed un canto scarno, irrigidito dalla fermezza vocale di Bernard F proferita parallelamente ad arcani flussi di synth. Raffiche glaciali di vento elettronico annunciano ora "Body Generation", una militaresca EBM-track da ballare con energia grazie alla spinta di un tracciato percussivo assolutamente lineare segnato da bassi impulsi, un motore ritmico che traina vocals scanditi con rabbia ed incitanti alla techno-tanz. Ancora protagonista indiscussa, l'inflessibile quanto scheletrica geometria del programming seziona "Broken Arrow", traccia di provenienza obscure-electro / EBM magnificata dall'empietà che traspare da vocalizzi echeggiati, elementi anteposti alla successiva "The Combat Voice", ritmata per mezzo di veloci battute dal timbro metallico a sostegno di un canto assolutamente atono, gutturalmente caustico, aggiunto ad algide sezioni di drum-sequencing. "SK Two One" propaga urla tormentate e la risolutezza vocale di Bernard F, componenti che ornano sinistramente questa dark-EBM song dalla battente percussività mid-tempo e dall' aspetto fiero, precedente la conclusiva "The End Of The Human Race", una buia traccia generata dalla combinazione tra electro e minimal-industrial entro cui si articolano come in un lento, robotico organismo, meccanici frazionamenti di programming e voce la cui fusione proietta nella mente il probabile contesto fonetico udibile nella futura Apocalisse post-nucleare. Nonostante il recente declino dell'EBM, i Combat Voice di "The Last Flow" hanno saputo addizionare a questo genere soluzioni elettroniche d'assalto ed una diffusa oscurità che ne adombra le atmosfere. La severa disciplina che caratterizza questo specifico ibrido tecnologico non concede particolari spazialità melodiche a vantaggio di un sound ordinato, propulso con fermezza e rigoroso dinamismo. Nella track-list sono contenuti brani di irreprensibile valore, alcuni dei quali potenziali e ballabili club-hits indirizzate ai seguaci di un archetipo sonoro di tendenza rilanciato con entusiasmo da questo trascinante power-duo. Proud to be a fighter, proud to be electro.

 

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- Consenso - 'Un Disco Onesto' - cd - by Maxymox 2012 -

consenso Effettivamente lo è. Un "disco onesto", per l'appunto. Dall'ascolto integrale relativo il nuovo prodotto formulata dai lombardi Consenso, scaturisce la netta sensazione di un cliché compositivo squisitamente pop-elettronico, con modulazioni e contenuti genuini, talvolta ironici o passionali, ma tutti assai distanti da lustrate strategie o cervellotici artifici. Questa, in sintesi, è l'impronta adottata intenzionalmente dal duo Christian Ryder (music - lyrics - vox - electronics) e Daniele Murgia (music - lyrics - vox). Christian è inoltre noto con l'electro-project denominato TourdeForce, piattaforma in progressiva ascesa e oggetto di mie positive valutazioni rivolte in passato soprattutto ad un'innegabile e concreta validità tecnica, nonchè alla vibrante energia sprigionata dalle sue armonie. La combinazione artistica tra i due citati musicisti ha originato sette anni addietro un primo, estemporaneo disegno chiamato [NV], attraverso il quale entrambi i compositori hanno potuto testare preventivamente le proprie affinità rinviando tuttavia solo ad oggi la realizzazione ufficiale di un vero e proprio disco avvenuta per mezzo di questo debut-album licenziato dalla sinergia tra le etichette My Owl Music e Breakdown Records, un full-lenght pianificato con semplicità ma integrante strutture electropopper davvero catturanti e ricolme di freschezza. Come dichiaratamente espresso dai Consenso, nel concetto della release predomina l'aspetto emozionale piuttosto che le sofisticate patinature da laboratorio, dettagli che, unitamente a deliberate imperfezioni vocali e testi candidi, disinvolti, cantati sia in italiano che in un inglese "scolaresco", compongono i quindici episodi di una track-list sfoggiante inizialmente "La Struttura", opener visionabile sul web anche sottoforma di video, con la scintillante elettricità chitarristica propagata da Christian combinata ad un vivace rettilineo di programming, synth ed i vocals di Daniele, amabilmente essenziali, emessi con estemporaneità e riportanti testi dai contenuti avanguardistici. Le innegabili influenze electro-pop-wave insite nelle melodie di "Glamour" dipingono la song con innocenza e colori tersi, affidando le esecuzioni alla scattante drum-machine, alla tastiera, ad armoniche scie di guitar ed ai vocalizzi in lingua inglese del singer il quale proferisce intenzionalmente le strofe con accenti marcatamente italianizzati. "Sono Un Romantico", cantata da Christian, somma l'elementarità di liriche dedicate ad un'irrealizzabile infatuazione a sentimentali moduli synth-pop traboccanti di sonorità cristalline, mentre la successiva "I Videogiochi" riflette veloci, irresistibili policromie electro-pop-futuristiche sostenute dai robusti strascichi della guitar di Christian e, soprattutto nel tratto finale, da incantevoli tessiture di synth che inebriano l'udito per l'inclinazione fortemente italo-waveggiante in stile Garbo. E' il turno di "Fermare Il Tempo", vocalizzata da Christian seguendo linee compositive che vagheggiano, benchè indirettanente, tra le intuizioni e l'intricatezza elettronico-avanguardistica dell'ultimo periodo di Lucio Battisti. Proclami dai veritieri contenuti di denuncia sociale vengono diffusi dalla voce di Daniele in "Cospirazione?", appoggiata interamente su un caldo manto tastieristico in parallelo ad un electro-drumming ben scandito, dettagli questi aggiunti agli sporadici riff della chitarra, medesimo strumento che in "Rinato" arpeggia le proprie note ad opera del guest Marco Massini, in duetto con Christian tra le appassionate polifonie vocali esposte dal duo con estrema naturalezza. Il ritmo viene ora dettato dalle matematiche battute di "Angela Dice" a cui si intrecciano parole quotidiane e pensieri rivolti alle ipocrisie, il tutto musicato da tocchi pianistici, programming e tastiera anticipanti i testi cantati, intenzionalmente, senza particolare accuratezza dal duetto Cristian/Daniele nell'omonima "Musica Onesta", una regolare synth-pop song in modalità mid-tempo che introduce inoltre gli additional vocals di Lisa P. Duse. Una delicata sfumatura di romanticismo elettronico si ode nella susseguente "City Of The Future", le cui trame distendono i tenui vocals di Christian che aleggiano tra ricami di synth e le procedure di chitarra nuovamente suonata da Marco Massini, moduli innestati a leggeri beats programmati e, in conclusione, alla coralità diffusa da Lisa. "Una Vita Senza Notizie" racchiude un intrinseco significato rivolto contro l'eccessiva enfasi che attornia l'informazione giornalistica, oggi più legata al sensazionalismo che ad un imparziale dovere di cronaca, concetti espressi su una musicalità pop leggera e disimpegnata che anticipa la rivisitazione modernizzata di "Les Marionettes", un classico inciso nel 1965 dello chansonnier francese Christophe, brano che in questa reprise assume il titolo di "I Pupazzetti", episodio vocalizzato appassionatamente da Christian il quale scioglie liriche timide ed edulcorate da adolescente innamorato in un contesto soft-synth-pop alonato di rosa nel quale si distingue un bellissimo drappeggio tastieristico in stile neoclassico. Gli ultimi tre capitoli del lavoro introducono il remake in chiave 90's di "Musica Onesta" che in questa occasione si permea di arrangiamenti più elaborati e di un'aura dance oriented che i Consenso offrono quale tributo agli anni più rappresentativi della loro crescita artistica, così come "Cospirazione? (He-Giorgio)" rilancia meravigliosamente la traccia in una dimensione post-moroderiana, ornandola degnamente con le modulari rotazioni di sequencing, i robotici filtraggi vocali e le dinamiche sonorità disco che hanno caratterizzato negli anni 70's l'inconfondibile estro creativo del compositore-totem, produttore e sound-engineer italiano. Un ultimo atto di naturalezza e simpatica autoironia si assapora nel back-stage dell'opera in "Un Disco Onesto...", clip che riassume in pochi istanti i lapsus, le gags canore e le conseguenti burle vissute durante le fasi di registrazione in studio. Release particolare, a doppia lettura: una entro cui convergono forme di canto marcatamente spontanee, supportate dalle allegorie dei testi che, oltre un iniziale parvenza semplicistica, rispecchiano la particolare sensibilità dei Consenso verso gli eventi che caratterizzano l'ordinarietà della vita di ogni giorno. Il secondo aspetto che completa positivamente "Un Disco Onesto" è l'aver saputo integrare tali elementi ad un'apprezzabile vena elettronica easy-listening edificata con virtuose rievocazioni synth-pop 80's/90's dalle carezzevoli nuances. Ignoro le effettive aspettative deposte dai due interpreti nei riguardi di questo loro prodotto, ma posso prevedere, con una congrua misura di realismo, che la release in questione subirà interamente l'iter a cui è sottoposto ogni disco che si dichiari "onesto", ovvero un cammino lento e tortuoso nei meandri di una scena globale più incline alla sofisticatezza che alla schietta probità di chi compone per amor di musica, senza necessariamente prefissarsi traguardi ambiziosi. Percepirete nella track-list qualcosa di diverso dalle iniziali ed effimere impressioni solamente dopo un secondo, attento ascolto, non cedendo ad una vaga sensazione di superficialità che potrebbe offuscare quella che invece corrisponde all'autentica essenza del disco. Calcolata astuzia o sorprendente temerarietà? Qualsiasi sia stata l'intenzione che ha animato i Consenso, essa va oltre il concetto di onestà. Lo definirei coraggio.

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-DarkDriveClinic - "Noise In My Head" - cd - by Maxymox 2012 -

darkdriveclinic Per descrivere la grandezza di un mito necessitano toni reverenziali adatti alla circostanza e termini che ne rappresentino pienamente l'elevatezza. Parlare di John Fryer in queste pagine è per me motivo di orgoglio ed insieme un'occasione per menzionare le sue epiche imprese in qualità di produttore, ingegnere del suono e musicista sotterraneo. Per chi ancora non conoscesse l'interprete principale del progetto DarkDriveClinic è assolutamente d'obbligo una sua biografia ragionata atta a delinearne il profilo: innumerevoli sono ormai le scintillanti realtà che hanno beneficiato dell'azione tecnica e produttiva del britannico John Fryer, il cui tocco, incominciando dal 1980 fino ad oggi, ha letteralmente miracolato artisti divenuti in seguito leggenda, tra i quali cito Fad Gadget, gli stessi Depeche Mode, gran parte dell'impareggiabile retroguardia 4AD nelle figure dei Clan Of Xymox, Cocteau Twins, The Wolfang Press, Modern English, M/A/R/R/S, Xmal Deutschland, His Name Is Alive e la super-ensemble dei This Mortal Coil con il suo alter ego The Hope Blister. Il raggio operativo del protagonista ha contribuito notevolmente all'emersione e l'affermazione di altri fenomeni del tessuto underground quali Breathless, Play Dead, Bruce Gilbert, Dome, Minimal Compact, He Said, Wire, Nine Inch Nails, Fields of the Nephilim, Sex Gang Children e molti altri ancora. Alla nobile regia pianificata da John Fryer si devono inoltre i successi di albums più in auge come il celebre "Speak & Spell" dei menzionati Depeche Mode, unitamente a "Upstairs at Eric's" degli Yazoo, "Should the World Fail to Fall Apart" di Peter Murphy e "Raindancing" di Alison Moyet. E' tuttavia doveroso rievocare il nome dell'antico epicentro da cui si è propagato il moto artistico di John, localizzato negli storici Blackwing Studios di Londra, nelle cui sale di registrazione sono transitati importanti nomi della scena new wave / dark britannica, prodotti o mixati dal genio di Fryer, esperienze che lo hanno condotto successivamente al cospetto di labels di massimo rilievo quali Mute, Rough Trade e Beggars Banquet. Questo è, in estrema sintesi, il tragitto percorso della pietra angolare dei recenti DarkDriveClinic, nati per iniziativa di John Fryer e Rebecca Coseboom, vocalist d'eccellenza proveniente dalle bands dream-pop Stripmall Architecture e Halou. Il progetto, come intuibile, è semplicemente imponente: i credits elencano infatti un significativo numero di guest musicians ai quali è affidata l'orchestrazione delle strutture, ovvero i chitarristi Tom Berger, Carl Hendrick e Drew Maxwell, quest'ultimo anche bassista, i cellisti Andy Nice ed Erica "Unwoman" Mulkey. Una presenza d'eccezione è quella relativa a Kevin Harkin, batterista dei leggendari Bauhaus, il quale riappare in qualità di solo-trombettista in uno dei brani più spettacolari dell'album. Oltre ai nomi sopraindicati i DarkDriveClinic sono devoti infine ad una compagine di artisti "secondari" i quali hanno preso parte al disco cooperando in varie misure alla sua edificazione: ecco quindi l'alternative-rocker texano Jonathan H Lacey, Jamie Crossley, il floridian live-performer di stile rock-gothic-blues Timothy Scott McConnell, la vocalist folk-pop inglese Mel Garside, Julia Beyer dei Chandeen, le artiste norvegesi Anja Garbarek e Margaret Berger di tendenza electronic-pop, Matthias Sayer, la vocalist Giuliana Ronchi e Anneli Drecker dei norvegesi Bel Canto. "Noise In My Head" è un album d'esordio molto importante, curato in ogni sua minima angolazione. Il sound corrisponde ad un perverso ibrido tra industrial-noise-rock e dark-electro entro cui si alternano la limpidezza vocale di Rebecca Coseboom, affiancata da quieti tracciati elettronici, e laceranti, improvvise tempeste di guitar-noise che violentano le liriche attraverso impuri stacchi e riff al limite della distorsione. Particolare di grande rilievo è la timbrica appartenente alla voce di Rebecca, così morbida e sensuale, capace di ammalianti rievocazioni tonali in stile post-This Mortal Coil / The Hope Blister, ed allo stesso tempo di ossessive cantilene che si immergono nell'oscurità di un industrial-rock sporco, patologico. Il primo dei tredici atti è il segmento introduttico "Crawl", un gassoso flusso di key dipinto con il colore del buio, seguito da "The Offering", traccia che introduce il canto echeggiato della singer su base ritmica downtempo, in attesa del deflagrante sviluppo di electric guitar e bass guitar elaborato da Tom Berger con Drew Drew Maxwell. La cupezza delle acustiche sintetiche pianificate da John Fryer vengono contaminate da robotiche scansioni di drum-machine e caustici getti chitarristici, unitamente a saturazioni di basso e freddi aliti di tastiera, al di sopra del quali volteggia la voce da sirena pronunciata da Rebecca: tutto ciò in "Mercury Head". Protagonista indiscussa della successiva "Litmus Heart" è sempre la vocalist, dispensatrice di provocanti tonalità inondate da infuocati torrenti di guitar che nel refrain tramutano i voluttuosi accenti in un corrotto filtraggio di liriche urlate con sgomento. In "Find the Flaw" si odono le malinconiche note del cello suonato da Andy Nice introducenti il canto flessuoso di Rebecca, ritmato dai leggeri battiti del drum-programming e subissato da lì a breve dall'elettrica eruzione di corde provocata dal duo Tom Berger / Drew Maxwell, mentre la magnificente statura di "Love’s Lost Cross" deve la propria gloria al soave canto dream-pop oriented della vocalist sincronizzato al drumming mid-tempo, al focoso supporto delle chitarre ed all'assolo emesso dalla tromba di Kevin Haskins. Le umbratili elaborazioni tastieristiche e di sequencing gestite da John Fryer ammantano ora la sofficità vocale della singer in "Breathe Shallow", traccia scorticata da potenti ondate di guitar, basso e drumming industrial-rock che ne flagellano la struttura, così come il tagliente filamento della chitarra di Carl Hendtrick avvia le ritmiche più velocizzate di "Still Contagious" concatenate ad una percussività sincopata quale basamento per le roboanti pulsazioni del basso arpeggiato da Tom Berger ed il canto di Rebecca, questa volta più nevrotico, per una techno-rock song dalle note colme di tensione e sonorità altamente lesive. Battute downtempo e la voce di Rebecca amoreggiano con una nostalgica e notturna musicalità creata da riverberi chitarristici e dai soporiferi key-pads di John Fryer, formulazioni antecedenti alla contorta fiammata electro-noise che suddivide la song innalzando l'irta muraglia chitarristica di Tom Berger. "Bite My Tongue" predilige a sua volta un approccio più melodico di curvatura dream-pop, tessendo cristalline assonanze elettroniche, voce, key e rosee fioriture chitarristiche, anticipanti la maestosa "Silhouettes", episodio industrial-rock di gelida bellezza, raffigurato anche nel relativo video le cui inquietanti immagini enfatizzano con precisione l'equilibrio che intercorre tra le lascive intonazioni di Rebecca, l'atona electro-percussività e gli abrasivi stacchi generati dalla chitarra di Tom Berger. "Don’t Give Up On Me" predispone dapprima glaciali sezioni di batteria meccanizzata e solennità tastieristica in appoggio a vocals dalle soffici inflessioni trafitti da chitarra e basso. I suoni inerenti l'ultimo brano della track-list, l'omonima "Noise In My Head", si erigono su una rallentata base ritmica che funge da propulsione alle keys di John Fryer ed alla voce di Rebecca, le cui fatali evoluzioni canore fluttuano come la flora in un fondale marino prima di essere sconvolte da una furiosa ventata di guitar e disturbi elettronici. Il progetto DarkDriveClinic si spinge oltre l'eccezionale, offrendo un nero scrigno contenente morbose devianze, psicosi e qualcosa di molto simile alla disperazione, particolari espressi attraverso una voce da sogno e musicalità allucinata. Il suono ascoltato è una sequenza senza fine di carnalità e tensione, di incubo e delirio, di grazia e dannazione. Nomino con tutta la mia certezza l'album "Noise In My Head" quale uno tra i più autorevoli documenti che l'industrial-rock abbia mai generato.

 

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- Darkmen - "Living On Borrowed Time" - cd - by Maxymox 2012 -

darkmen Il contagio electro-EBM proveniente da archetipi in stile DAF, Pouppée Fabrikk, Nitzer EBB, Front 242 e A Split Second, si è propagato efficacemente nella genetica del duo belga Darkmen, i cui rappresentanti sono Franky Deblomme (vox / lyrics / music) e Thomas Vrambout (synths / artwork). Austera vitalità, compattezza strumentale ed un inflessibile disegno vocale sono i principali componenti delle modulazioni by Darkmen, fedeli prosecutori si un sottogenere che, nonostante la continua evoluzione della scena elettronica, da anni si oppone gagliardamente e controtendenza alla velocità con la quale si avvicendano i music- trends, perdurando con inossidabile caparbietà, progredendo sotterraneamente e conservando le radici morfologiche appartenenti all'epocale suono Neue Deutsche Welle. La resa discografica dei Darkmen generò nel 2006 il cinque tracce self-published "Kampfbereit" e nel 2007 un album anch'esso autoprodotto dal titolo circostanziato, "Electronic Body Music", in cui svettava l'ottimo remake del brano "Take It Back" rielaborato dai conterranei Ionic Vision, entrambi titolari della Machineries Of Joy, label specializzata nel settore EBM old school, attraverso la quale nel 2009 venne rilasciata ufficialmente la prima pubblicazione, l'ep "Guilty", un otto tracce ornato dai preziosi contributi derivanti da Orange Sector, dagli stessi Ionic Vision, AD:Key e A.D.A.C. 8286. Seguì nel medesimo anno l'album correlativo, "Guilty By Association" succeduto nel 2010 dal vinile 7" limited edition "Exhibition Series: Bronze" realizzato in combinazione con gli Ionic Vision. Propulsi dal motto "Violence is what we need, hate is what we breed", i Darkmen sono recentemente trasmigrati dalla precedente etichetta al celeberrimo brand italiano EK Product, affidando ad esso il nuovo album in formato digipak "Living On Borrowed Time" contenente sedici episodi dalla musicalità elettronicamente astiosa, tagliente ed eccezionalmente ballabile in ogni club a tema, merito anche della brillante qualità audio riversata in tutti i singoli passaggi di questa nuova release. La strumentale "Stahlwerk 1" introduce alla tracklist oscurando con i gravi toni dei synths e rumoreggi industrial una breve scala di programming, concedendo quindi l'ingresso a "Legs Like Gold", brano di palese tendenza EBM, contraddistinta dalla ferrea disciplina vocale di Franky sezionata da veloci comparti electro-ritmici. Leggermente più rallentata, "Scheissmusik" diffonde le perentorie modulazioni del singer ulteriormente dinamizzate da scattanti rotazioni di drum-programming che esortano a sincronizzati movimenti del corpo, mentre la seguente "Liar!" propone l'accorpamento tra formulazioni electro-industrial e la prorompenza dell'EBM più spossante, attraverso il moto super-accelerato della percussività sintetica, sequencing ed inflessibilità vocale. Il suono monodimensionale e totalmente privo di compromessi dei Darkmen si manifesta anche in "Run And Hide", esaltando nei suoi moduli il persistente dominio di un'elettronica d'azione, dalla percussività meccanicamente ossessiva ed attorniata dalla marzialità vocale di Francky. Le aggressive replicazioni di drum-programming relative a "We Are Hard" non concedono tregua alla frenesia di un ballo in modalità high-speed intimato dagli accenti militareschi del vocalist, così come la seguente "A.C.A.B." propaga le onde d'urto e le nevrastenìe di un'EBM cruda, intagliata a freddo dai toni rabbiosi di Francky che sfidano in velocità l'affilatezza delle percussioni. Non da meno, "No Pain, No Shame" evolve prepotentemente mediante energiche spinte ritmico- vocali la cui sinergia origina un sound elettronico asciutto e di atteggiamento battagliero, in anticipo sulla traccia successiva, "I Feel It In Me", orientata verso ballabili soluzioni EBM-electropop dalle atmosfere tese, spietate, dettagli sottolineati in particolare dai toni malevoli percepibili nella voce di Francky. "Open Your Eyes" non si discosta in misura sensibile dalla traccia precedente offrendo un pneumatico insieme di pop sintetico addizionato all' intransigenza dell'EBM old-school, aprendo in seguito a "Bitch!", costruita mediante un essenziale grafico electro-percussivo dalla velocità variabile con rapide liquefazioni di programming che nel loro moto circolare inglobano tutta la letale tossicità riversata dai vocals. La seconda angolazione dell'album prevede due rielaborazioni di "Legs Like Gold" e tre relative a "We Are Hard", trasformate da contributi esterni in autentici congegni clubby-oriented, primo tra i quali la rivisitazione di "Legs Like Gold" elaborata dai K-Bereit, alias Dominique Lallement e Frédéric Sebastien, provenienti a loro volta dai progetti francesi di ordine electro / EBM / industrial Kriegbereit e Cobalt 60, interpreti di questo remix d'assalto integrabile negli electro dj-set più agguerriti. Il power-duo tedesco dei NordarR, operativo nell'area EBM, destruttura "We Are Hard" aggiungendo al suo assetto ritmiche un più flessuose e sequencing intersecato da acidi filtraggi vocali. Si procede quindi con il successivo remix di "Legs Like Gold" affidato ai Grandchaos, progetto belga electro / EBM costituito dal front-man Tcheleskov Ivanovitch e Olivier T. recentemente scritturati dalla medesima EK Productions, nonchè autori dell'album "Rumours Of My Life": la loro riformulazione della traccia presenta connotati fortemente indirizzati ai dancefloors, addizionando alla speditezza delle originarie bpm una più ampia spazialità elettronica con arrangiamenti ed artifici progettati appositamente per estenuanti balli collettivi. L'individual-platform francese Mechaload, circoscritta al ruolo di remixer nel panorama electro / industrial, riprocessa lo schema di una rinnovata "We Are Hard", ora avvolta da suggestivi inserti di tastiera il cui sviluppo conduce al suo veemente insieme di drum-programming e voce imperiosa. Mr. Dupont, pseudonimo oltre il quale si cela il protagonista EBM / techno / experimental tedesco Christoph Lemke, gravitante attorno alla label Electric Tremor Dessau, ricompone strepitosamente la nuova livrea di "We Are Hard" snellendone la forma attraverso un pulsante diagramma electro-percussivo, loops, e catturanti alchimie da pista, concludendo con essa l'elenco delle tracce ascoltate in questa valida release che non mancherà di garantire rinnovata energia al grande popolo EBM. Che lo ascoltiate semplicemente, oppure lo balliate, "Living On Borrowed Time" rappresenterà per voi un'esperienza sfibrante da vivere fino all'ultimo secondo.

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- Endanger - "Die Show Muss Weitergehen" - mcd - by Maxymox 2012 -

endanger I tedeschi Rouven Walterowicz (vox / composition ) e Marc Pollmann (arrangements / progs ) sono i titolari del progetto pop elettronico Endanger, un fulgido esempio di longevità ed apprezzabile senso nella progettazione del suono tecnologico. Il duo, attivo dal 1998, è sempre stato in grado di esercitare un elegante fascino attraverso vocals dalla pronuncia solida, con ritmi ed armonie sintetiche corrispondenti alle più attuali tendenze: il primo loro test discografico risale al 1999 con "Motion", album entro cui gli Endanger introdussero tutta la loro iniziale carica synthpop tipicamente europea con effetti benevoli sia su fronte della stampa specializzata, sia su quello del pubblico, quest'ultimo notoriamnte sempre più selettivo e meno parziale di molti opinion makers. Nel 2002 fu la volta dell'evoluto e straordinario "Eternalizer", full-lenght suggestivo fin dall'artwork raffigurante la nera silhouette di un telescopio stagliata in un tramonto aranciato, opera seguita l'anno successivo da "Motion:Reloaded", destrutturazione e rifacimento della prima release pubblicata e realizzazione che introdusse gli Endanger nel campo gravitazionale della label Infacted. Alla citata e celebre music-home si accredita inoltre il rilascio del bellissimo album "Addicted To The Masses" del 2004 seguito della seconda raccolta di remakes avvenuta nel 2005 con "Eternalizer v2" nonchè di "Revolt", album rilasciato nel 2008. Il ritorno dell'electro-duo avviene attraverso questo mcd datato 2011 recante il titolo "Die Show Muss Weitergehen", mini release preannunciante le sonorità che con ogni probabilità saranno incluse nel prossimo album; il singolo ascoltato possiede sostanzialmente tutti i connotati identificativi dell'Endanger's style, elementi reinterpretati nella tracklist da uno stuolo di creativi remixers, le cui formulazioni rappresentano ben quattro delle sette tracce disponibili, compresa una delle due versioni del brano "Dawn Again". Apre il disco la combinazione originale della song, ""Die Show Muss Weitergehen", episodio su base mid-tempo concepito mediante il tradizionale schema deutsch-electropop che i protagonisti attivano impostando nette scansioni di drum-programming, vocals baritonali ed atmosferiche partiture di synth. Il passaggio successivo ricalibra il minutaggio e la forma della traccia, dilatandone la struttura fino al raggiungimento di caratteristiche "extended version" adattate per il mixaggio. La catturante "Dawn Again" calcola il tempo tracciando precise battute di drum-machine, leggermente più accelerate rispetto la traccia precedente, rafforzando poi il supporto ritmico mediante intermittenti bass-lines ed un melodico sodalizio tra il canto di Stefanie Spranger, vocalist appartenente al progetto parallelo degli Endanger denominato Alphaluna, e la magia degli accordi tastieristici, strutture identicamente trasferite nel remix successivo e rielaborate dal citato disegno Alphaluna in veste clubby attraverso ballabili spinte electro-percussive, arrangiamenti e soluzioni high energy che risulteranno assai gradite ai d.j. La piattaforma electro / gothic / industrial tedesca degli Eurocide ricostruisce interamente "Die Show Muss Weitergehen" permeandola ora di una irresistibile danzabilità generata da pneumatici e-beats e sonorità indirizzate ai dancefloors, mentre la seguente versione della traccia è rielaborata dai sempre ottimi Massiv In Mensch i quali ne inacidiscono le armonie attraverso elettricità chitarristica ed una flagellante rotazione di batteria. Il brano di chiusura è nuovamente un remix di "Die Show Muss Weitergehen", in questo frangente progettato dal duo estone D. Darling e Viktoria Seimar, alias Suicidal Romance, artefici di questa reinterpretazione in chiave electro-dance del teorema base, dotata di fluidità e presa immediata sull'udito. Pur non rappresentando un'inedita variante destinata a stravolgere la storia dell'electropop, gli Endanger riescono ancora una volta a distinguersi proponendo uno stile che fa della freschezza, dell'eleganza e della subitaneità i propri punti di forza, escogitando sempre nuove tattiche confacenti ad un pubblico desideroso di contatto con una musicalità elettronica che sappia far muovere il corpo e che riesca a far ricordare nel tempo i suoi refrain. Nello specifico caso di ""Die Show Muss Weitergehen" ritengo la missione perfettamente riuscita.

 

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- Esoteric Sob - "Abnormal Psychology" - cd - by Maxymox 2012 -

esotericsob Recensendo per la mia seconda volta una release creata dal greco John Trifonopoulos, avverto nuovamente l'esatta sensazione di essere stato toccato da una musica ad alto grado atmosferico, esito dell'assiduo impegno dedicato dal protagonista alla ricerca di suggestive modulazioni electronics / ambient / glitch / IDM. Artisticamente attivo dal 2008, John ha partecipato con l'amico Leontardy ai Piece of Evidence, disegno tecnologico-sperimentale orbitante attorno alla 33 Recordings, label con base ad Atene specializzata nei generi electro, ambient, idm, trip hop, dubstep, drum'n'basss e breakcore. Nonostante l'essenziale strumentazione impiegata, John riesce sempre ad articolare una gamma di acustiche rivolte alla sollecitazione dell'apparato emozionale, area dalla quale affiora un'infinita sequenza di suoni caleidoscopici, idonei per ascolti nei quali gli elementi fondamentali siano la distensione e l'individuale, assoluta capacità di estraniarsi dal mondo concreto per viaggiare con la mente verso l'infinità cosmica. A questo scopo Esoteric Sob sviluppò la sua prima realizzazione nel 2009 con il digital-ep licenziato dalla citata 33 Recordings "Eternal Melancholy", entro cui risiedevano sette fascinose interpretazioni in stile breakbeat / downtempo / ambient, seguite dal successivo "Egomania" del 2010, ep all'epoca oggetto di una mia analisi recensiva dall'esito più che soddisfacente attraverso la quale deponevo le speranze in un eventuale full-lenght che ne possedesse le identiche ed ancor più affascinanti caratteristiche. I miei auspici sono stati ora ampiamente esauditi mediante questo "Abnormal Psychology", debut-album dalle sonorità coinvolgenti, assorte, dieci episodi accomunati da elegantissime procedure elettroniche e strutture che una volta diffuse dall'impianto stereo circondano l'ascoltatore con grazia tastieristica unita a micro-trafitture percussive: l'omonima traccia "Abnormal Psychology" riflette idealmente questa descrizione impostando i suoi pads su note arcane punteggiate da un fitto reticolo di ritmiche aghiformi, mentre la successiva "Hypocrisy" propaga magici accordi di key ed effects, il tutto attraversato da un'intangibile segmento electro-percussivo. Le acustiche introduttive di "Little Moments" evocano con realismo poetici scenari marittimi, iconografie sviluppate dal nostalgico flusso della tastiera parallelamente all'inestricabilità del drumming IDM / downtempo. "People Without Face" amplia l'incanto diffondendo inizialmente una vaporizzazione tastieristica dai toni incantati alla quale si aggiungono gradualmente melodiche sezioni di key e piano intersecate dalle algebriche micrografie della rhythm-machine. Lionel Raymaekers, alias Amorph, musicista belga di vocazione IDM / electronics, affianca ora Esoteric Sob nella progettazione di "Life", inclinata anch'essa verso malinconiche assonanze ritmate dall'intermittenza del calcolo percussivo. "Strange Portrait" è una celestiale sonata di piano e key adatta come sottofondo per esaltare musicalmente il senso del neo-romanticismo, così come la successiva "Changes" rimarca gli identici concetti della song appena ascoltata, riformulandone i lunghi pads dalle intonazioni sentimentali inseriti tra un'effervescente segmentazione ritmica. Il musicista avanguardistico, scrittore e produttore californiano Jeremiah Menez, impersona il suo solo-project Root Elements attraverso il quale remixa i teoremi appartenenti a "Road To Happiness", opening-track del precedente ep "Egomania", quì magistralmente ri-arrangiata mediante una serie di finezze ed astuzie da laboratorio sonoro di ultima generazione che trasformano l'episodio nel sogno di un androide regolato da asciutte scansioni downtempo. Mihalis A, in arte MikTek, compositore greco stilisticamente orientato verso soluzioni IDM / ambient, propone il secondo remix, quello che sottopone "People Without Face" ad una profonda rielaborazione di synth e drumming che ne rinnova l'aspetto. La singer americana Karra Russel, aka Cellar Door, offre infine la sua straordinaria arte canora abbellendo ulteriormente le elegiache atmosfere di "Little Moments", traccia che in questa reprise-version si tramuta in una languida, malinconica estensione di voce, key e ritmica micronizzata, a conclusione di una release che accresce notevolmente la credibilità di Esoteric Sob, abile trasformatore della cerebralità del suono elettronico in vivido e pulsante sentimento. "Abnormal Psychology" è inciso con mani e anima traboccanti di luce, oltre ad una pregevole meticolosità tecnica, elementi che costituiscono l'essenza di un artista e di un album che Vox Empirea segnala tra i più lodevoli del nuovo emisfero IDM / electronics. Anche voi troverete "Abnormal Psychology" contemplativo, sensibile e, a suo modo, unico.

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- F.ormal L.ogic D.ecay - "CelebrAction" - cd box - by Maxymox 2012-

formallogicdecay Asettico sperimentalismo collegato all'attitudine di donare vitalità all'elemento "suono" rappresentano le principali caratteristiche che animano lo spirito compostivo dell'avanguardistico musicista toscano Luigi Maria Mennella, conosciuto ed apprezzato per la poliedricità che l'ha reso inoltre interprete dei side -projects Furvus, questo operativo nello stile denominato Pagan Soundtracks, ed En Velours Noir, orbitante attorno ad un antesignano genere che lo stesso autore descrive con l'appellativo di Spleen Musick. Maggiori cenni biografici appartenenti al protagonista sono disponibili nella recensione di "Apocalypnosis + samplers" pubblicata nelle pagine di Vox Empirea nel 2011, mentre la presente analisi focalizzerà l'attenzione unicamente sulla mega-compilation intitolata "CelebrAction", quarantasei brani licenziati dalla label Selenophonia e scaturiti da ventuno anni dedicati essenzialmente all'alchimia sonica, frammenti di storia ora raccolti in un prestigioso box limitato a sole ottanta copie numerate a mano e contenenti nello specifico: due CD, un mcd 3", un poster, un portachiavi, due pins 1", un segnalibro, due "santini", due ministampe e quattro schede d'archivio. L'artista, doverosamente, tiene a specificare la precisa natura dell'opera la quale non costituisce affatto un "best of" ma bensì una commemorazione dedicata alla lunga attività di "musicista dell'empirico", particolare testimomiato dall'essenza stessa della release costituita sostanzialmente da estrapolazioni multistilistiche tratte da logori nastri, rarità, tributi e tracce parzialmente completate. Notevole anche il simbolismo percepibile nell'artwork del cofanetto, dettaglio evidenziato frontalmente dal coloratissimo "Eclipse Of The Sun", dipinto realizzato nel 1926 dal pittore tedesco George Grosz, e nel retro da un'espressiva foto in bianco e nero intitolata "Professor of the Moscow Conservatory Ilchenko played the violin for the Russian troops stationed on the southern front", immagine scattata nel 1942 dal fotografo russo Anatoly Garanin. Ci si addentra nei meandri del primo disco, costituito da quindici songs, inizialmente attraverso gli opachi sedimenti del motivetto "That's Amore", vecchio hit del 1952 di Harry Warren ora elaborato quale segmento introduttivo per "Silent Love", Apocalyptic-track eretta sulle oscure malinconie canore di Luigi attorniate da rarefatte foschie elettroniche, oltre ad un distante tambureggiare a sostegno di filamenti d'organo ed un ancor più interiore arpeggio chitarristico. "Musique Pour Un Manege (Merry-Go-Round audio loop)" è una breve quanto spensierata melodia di synth dalla percussività leggerissima, mentre l'inquietante "Halloween" destruttura e ricompone il classico tema horror di John Carpenter introducendolo dapprima in un torbido contesto jazzato, ed in seguito in un diverso paradigma scandito controtempo dalla drum-machine intersecata da loops vocali e stranianti flussi di tastiera. "Untitled Soundtrack <1> For Sci-Fi / Detective Movie" è un oscuro episodio di musicalità filmica basato su freddi battiti di drum-programming ed un gassoso background elettronico, sonorità che terminano foscamente con la tromba intonante "Il Silenzio". L'ottima "Lullaby For Morgan" assume le sembianze di una pièce dai toni notturni e cullati da una rilassante dolcezza pianistica, elementi totalmente opposti all'irascibilità vocale diffusa a tratti in "Am I To Understand That What", ambient-song caratterizzata da uno psicotico gergo pronunciato in un'ignota forma dialettale interposto a bui soundscapes. L'estemporaneità di "Machimprovisation" sfoggia pianamente la finezza compositiva che Luigi riversa anche in questa traccia minimalmente indus-jazzy, anteposta alla successiva "Untitled Soundtrack <2> For German 35's Police Movie", vivace colonna sonora di synth e programming concepita dal musicista per essere adattata alla sceneggiatura di un ipotetico movie work ispirato alle lascive perversioni della Geheime Staatspolizei degli anni '30. Una rapida virata sul fronte commercial-spot si rileva in "Gilda", deliziosa traccia loopata da frammenti vocali mescolati a curvature soul, jazzy ed electro, oltrepassate dalla seguente "Koji Tano Tribute", glaciale e tempestosa liturgia power-electronics che omaggia l'omonimo musicista avanguardistico scomparso nel 2005 e conosciuto anche attraverso i suoi noise-acts Magmax / MSBR. "Untitled Soundtrack <3> For A Stupid Gothic Movie" propone a sua volta il concetto sonoro perfettamente integrabile ad un immaginario horror-film con l'impiego di atmosferiche scie tastieristiche, lugubri campane e thrilling-noises regolati da drumming mid-tempo, mentre la follia di "Woodworms" sevizia il suono proiettando acustiche micronizzate, completamente atone, private di ogni possibile armonia: estrema sperimentazione ed elettronica manicomiale risultano essere gli unici componenti di questa traccia assolutamente inverosimile. Le thrilling-movie atmospheres e le relative musiche costituiscono per il nostro interprete un richiamo quasi inevitabile, inclinazione dimostrata anche in questo minaccioso ossequio a Claudio Simonetti intitolato appositamente "Simonetti Tribute", in cui il progetto F.ormal L.ogic D.ecay ne emula il modus operandi tramite ombrose sinfonie d'organo, bass-lines ed interludi che evocano la cinematografia da brivido italiana 70's - 80's. Di natura contrapposta, l'encomio dedicato all'ancora misteriosa fine di Luigi Tenco espone inizialmente uno stralcio della sua 1966 hit song "Un Giorno Dopo L'altro" cantata dalla voce originale del cantante ed unita nel ritaglio finale all'impalpabilità del suono dark-ambient, compreso uno sparo che concede ampio spazio all'immaginazione: tutto ciò in "Goodbye Luigi". Il secondo volume del boxset "CelebrAction", ulteriormente suddiviso in quattro atti, espone ventisette passaggi estratti dai primi sampler del progetto, aperti inizialmente da "Wearing Out Till Oblivion", concepita attraverso un brumoso crescendo di electronic-sounds e battiti minimali tracciati sulla combinazione tastiera-carillon, elementi anticipanti un successivo sviluppo di programming e key in stile Jean-Michel Jarre. "Verso L'Equilibrio" diffonde un evenescente minimalismo dalla configurazione apocalittica mediante grevi toccate di key-piano e vocals filtrati, concedendo l'ingresso della seconda enunciazione del CD che Luigi declama nei sette brevi capitoli di "Fragments From A Recycled Empternity": il primo, "Part 1", coniuga la cupezza dell'obscure-indus-ambient ad echi di musicalità jazzy, così come "Part 2" cauterizza il suono mediante un'eruzione di acustiche distorte, acidificate da una fitta pioggia di electronic-noises e voce remota. "Part 3" recupera nuovamente la tenebrosità del dark-ambient più denso e sotterraneo, mediante un rombo nelle cui crescenti spire echeggiano sinistri ululati. "Part 4" prosegue in un certo qualmodo i medesimi ed oscuri tracciati dark-ambient ascoltati nel precedente esperimento, in aggiunta a pungenti noises ed incorporei riverberi jazz-minded, mentre le echeggiate diffusioni propagate da "Part 5" si amalgamano all'ossessiva circolarità di intereferenze spaziali, fraseggi loopati e rumori elettronici di ignota provenienza. "Part 6" è semplicemente una linea di obscure-sounds e gassosità acustica i quali, raggiungendo "Part 7" ed i suoi manicomiali artifici di voce, approdano al perfetto epilogo di questo atto. La successiva elaborazione composta di otto tracce è intitolata "Devocalizzi", ovvero un'insolito diagramma di modulazioni fonetiche "in bianco" tratte dalle primordiali registrazioni di F.ormal L.ogic D.ecay, emissioni dai conntotati prevalentemente analitici e scevri di qualsiasi melodia: "Variazioni Modulari Vocali" è un'estenzione di voce dalle tonalità variabili, mentre "Aperture Gutturali" trasfigura la stessa in un suono strozzato e cavernoso. "Flautismo Vocale" delinea acutissime frequenze, così come "Ondulazioni Labiali" propaga l'acquosità sonora del soffio a bocca serrata sul pelo di una superficie liquida. "Sequenza Modulare Vocale" è a sua volta un'espirazione monocorde prolungata fino al limite della resistenza, mentre "Palatiale - Chiusura Gutturale" articola una bassa, soffocata vibrazione di corde vocali. Si giunge quindi a "1' 00" Ohm", allungamento di suono senza inflessioni intermedie, concludendo con "Acufeni Diplofonici Aperiodici", un'opaca e sibilante trasmissione di acustiche radio. L'apertura del capitolo "inFORMAL" introduce nove tracce sia digitali che analogiche prodotte attraverso le più disparate sorgenti sonore indicate a fianco ai titoli: ed ecco quindi l'essenziale pulsazione di "Alea 1: C64 - Commodore 64" seguita dalle intermittenti scosse prodotte da "Electromanipulation - 220V AC" e le scattanti, minimali procedure di "Useless 1 - Various Synths". " Alea 2: Paranoia - CRT Tube Signals" diffonde alte frequenze tastieristiche, mentre nient'altro che un prolungato silenzio simboleggia "Almost Nothing - Field Effect Transistor". L'impazzita rielaborazione della classica suoneria telefonica caratterizza "Tele-Fono - Telephone ring", in anticipo sul secondo tema di "Useless 2 - Various Synths" e la sua esangue armonia artificiale, identicamente ad "Alea 3: Childish", suonata da lievi quanto acute toccate di synth-sound. "Gas Modulations" è la fuoriuscita di un getto sonico fosco ed al medesimo tempo stridente che concede l'ingresso alla bellissima "Bloomy Girls", soundtrack di un video realizzato dal musicista-filmmaker giapponese Takagi Masakatsu, lunga suite che ingloba in un unico modulo electro-sinfonico di programming, piano e synths le peculiarità soniche tipiche delle tre differenti identità impersonate da Luigi Maria Mennella, ovvero il neoclassicismo gotico di En Velours Noir, l'ambient-neofolk di Furvus e, naturalmente l'essenziale ricerca acustica esposta da F.ormal Lo.ogic D.ecay. Completa il box-set un mini CD in versione 3" denominato "Macht Geht Vor Recht", includente quattro rare tracce contrassegnate con il prefisso "Trk", sopravvissute provvidenzialmente ad un incendio, in seguito recuperate ed introdotte in questo minuscolo formato. Si tratta di un esperimento indipendente, caratterizzato da un atteggiamento "soldatesco" della materia noise: ne rappresenta la dimostrazione l'impolverata arietta risalente all'epoca conflittuale, stemperata tra la spaziale densità elettronica di "Trk I". Le scansioni calcolate da "Trk II" traggono energia da una rotazione di industrial-sounds tagliente, letale, seguita dalle pneumatiche electro-raffiche appartenenti a "Trk III", deflagranti da lì a breve in un caustico avvicendamento di rumore tecnologicamente guerresco e spietato. Le artefatte melodie dosate in "Trk Iv" rivestono la struttura della traccia infettandola mediante un corrosivo plasma hard-insustrial-noise e fraseggi militareschi. F.ormal L.ogic D.ecay corrisponde all'esplorazione acustica, un razionale, poliedrico e tecnologico sistema di sperimentazione che da oltre due decenni concede all'ascoltatore alternativo la possibilità di interagire direttamente con oceaniche quantità di modulazioni eviscerate, dissezionate ed infine ricomposte in stili multiformi dal genio creativo che alimenta questo incredibile musicista. "CelebrAction", megabox così radicalmente avanguardistico, incorpora tutto l'occorrente per intraprendere un prolungato excursus spinto fino nucleo stesso dell'elemento suono: indipendentemente se già cultori del protagonista dell'opera o meno, e se vi ritenete adeguati all'assimilazione di contenuti estremi, affrettatevi alla ricerca di questa pubblicazione che nomino degna di essere integrata nella più prestigiosa oligarchia experimental-underground italiana di questo ventennio.

 

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- FluiD 'Envisioning Abstraction _ The Duality Of FluiD' - cd - by Maxymox 2012 -

fluid La polivalenza appartenente al musicista iper-tecnologico di Chicago chiamato Christophe Gilmore, alias FluiD, apre varchi di assoluto rilievo in questo suo debutto ufficiale che tocca un ampio spettro di generi sonori quali industrial, metal, dubstep, noisecore, forme alternative di trip/hip-hop e sperimentalismo dark. L'artista incominciò il suo percorso come tastierista-bassista per bands quali Impulse, Immaciulate Corrosion, D.O.D. Wardrobe Cathedral e Drug Of Choice, accrescendo in seguito le proprie credenziali e presenziando sia alla programmazione elettronica che alla sezione synth del noto progetto californiano indus/goth/rock denominato Die My Darling, attivandosi parallelamente con le sue attività di sound designer ed agitatore culturale. Il protagonista concretizzò inoltre nel corso degli anni realizzazioni discografiche individuali e collettive in versione album ed EP, tra i quali si distingue per merito "Warhol Machine'12" del 2000, un congegno sonico colmo di influenze industrial/acid-house/rap. I richiami identificabili globalmente nel metodo compositivo di FluiD si rifanno alle intuizioni avanguardistiche di Aphex Twin e alle atmosferiche dilatazioni di Brian Eno, incorporando nel contempo le formule elettroniche degli Autechre, Coil, Massive Attack, Dalek, Techno Animal ed infine, ma in misura inferiore, le metallurgiche strategie degli Scorn. "Envisioning Abstraction: The Duality Of FluiD" è un disco multiforme che tuttavia conserva una centralità orientata verso traiettorie prettamente electro-dubstep-trip-hop, rallentando le procedure con ritmiche downtempo ed inacidendone le arie mediante oscuramenti tastieristici. La prima delle dieci tracce incluse nel full-lenght è "DH-1", affidata ad un'ipnotico apparato percussivo e ondate di suono elettronicamente sporco, abrasivo, lisergico: non mancano inoltre elementi psychedelici, come nella successiva "AIC", in cui un drumming flemmatico e distorto assesta i battiti tra giri di basso e la cupezza emanata dall'organo, elettrici riff di chitarra, manomissioni sintetiche e pungenti trasmissioni di noise. Il musicista Ned Jackson di stile experimental-hip-hop proveniente dalla Virginia, meglio noto come Black Saturn, contribuisce alla stesura di "Iron Communique", un altrettanto torbido miscuglio tra trip-hop, dubstep, sonorità alienate e vaghi riferimenti metal, questi ultimi intensificati dall'incessante ruggito chitarristico in sottofondo che sommerge uno pseudo-rap dai toni spenti. "Dread Futures" rilassa le atmosfere conducendo l'ascolto verso un catartico blend di natura ambient-dub eseguito da lenti impulsi ritmici, echi di pianoforte ed evanescenze tastieristiche, mentre "Refuge" fluttua spettralmente tra essenziali ectoplasmi noise, un synth che propaga una minacciosa quanto scarna orchestrazione ed effetti spaziali. Si giunge ora alla flessuosa electro-percussività di "Distrupting The Ghost", traccia che coniuga le gelide scansioni del programming ad un vaporoso melange di tastiera ed un canto arabeggiante, fino all'ingresso della successiva "The Absent Present" che recupera la torbida sinuosità trip-hop delle precedenti sorelle, integrando ad essa dissonanze elettroniche, affilati sibili, getti di interferenze industrial, minuzie tecnologiche e repentini loops vocali. "Sublimination" manifesta a sua volta cerebrali rarefazioni sintetiche con un visionario insieme di suoni astratti, marcati dal torpore della drum-machine e del basso, nella stessa misura con cui "Froz n II" proietta glaciali rifrazioni dark-ambient animate artificialmente da un emaciato sostegno di riverberi chitarristici che nello sviluppo acquistano corpulenza tramutandosi in elettriche abrasioni rimate da cadenze downtempo. "Parallel States" arpeggia corde campionate di sitar facendole gradualmente assorbire da un etereo dubstep che incorpora uno scratch echeggiato, foschie di tastiera, drumming singhiozzante e nebulizzazioni di noises, a completamento di una track-list paragonabile al progressivo innalzasi di una tossica bruma sul suolo lunare. Musica che, come suggerisce lo stesso FluiD, si adatta perfettamente a situazioni ed ambienti a tema come moderne pinacoteche, mostre d'arte avanguardistica e clubs alternativi, facendo di "Envisioning Abstraction: The Duality Of FluiD" e della sua complessa ed articolata struttura, una sorta di restyling del tradizionale concetto dub, formulando attorno ad esso un ingegnoso databank di suoni psicolettici e di non facile decrittazione che relazioneranno virtualmente con l'ascoltatore ideale, ovvero colui il quale possiede la capacità di valicare la convenzionalità sperimentando nuovi, avveniristici microcosmi da trip oppiaceo. Con questo disco oltrepasserete con sorprendente facilità il sottile confine tra il tangibile e l'incorporeo.

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- Gargamella - 'Teta Velata' - cd - by Maxymox 2012-

gargamella Tempo fa, quando recensii il mini CD "Xacaras", mi congedai da esso precisando nelle battute finali del servizio la mia approvazione riguardo il lavoro appena ascoltato, oltre ad un prudente entusiasmo espresso in attesa di un successivo "evento" su album che, introdotto dall'ottimo exploit iniziale, avrebbe potuto raggiungere alti livelli di appagamento sonoro. Prima di analizzare la presente e nuova produzione, ritengo fondamentale un cenno biografico sui fiorentini Gargamella, progetto neofolk/medieval sperimentale fondato nel 1996 ad opera del duo Lapo Marliani (acoustic guitar - vox - piano - harmonium - kazoo - keys - accordion) e Nicola Savelli (acoustic and steel percussions - keys - theremin - glockenspiel - harmonium - noize), il cui stile è rivestito di melodie europee appartenenti all'età medievale, celebrante i fasti e le atmosfere dell'epoca con formulazioni acustiche eleganti ed allo stesso modo capaci di trasformare l'attuale in remoto, arricchendo la musica di incantesimi etnico-arcaici ed annullando la percezione relativa ad ogni possibile concetto temporale. "Teta Velata", licenziato come il precedente titolo dalla micro-label toscana UTU Conspiracy, è un coacervo sapientemente elaborato sfoggiante modulazioni folker originate da astrazioni del tutto alternative ai consueti percorsi, suoni distinti da solenne enfasi ed una spiccata accuratezza nell'esposizione che rende le dodici tracce del full-lenght concretamente piacevoli da vivere. Ogni singolo episodio del disco riflette un carattere e una personalità propria, differenziata, tale da far apparire la track-list una sorta di itinerario che trasporta l'auditore a ritroso, conducendolo presso antiche contrade ispaniche oppure al cospetto di nobili corti francesi, trasportando la fantasia sulle ali di creazioni soniche ora leggiadramente campestri, ora screziate di sfumature neoclassiche, oppure incupite da basse scale di accordi che descrivono un pentagramma ipnotico e decadente. Alla realizzazione dell'album ha inoltre collaborato un cospicuo numero di guests destinati in particolare alle sezioni vocali, la cui sinergia eleva considerevolmente il valore insito nell'opera; la sequenza dei brani si attiva per mezzo di "Pater", traccia enunciante barocche liturgie pianistiche in combinazione finale con ecclesiatici apporti di organo, per proseguire con la citata "Xacaras", una ballade spagnoleggiante del XVI secolo flautata da Alessandro Bosco e sorretta dalla voce di Lapo, nel cui sviluppo si ode l'harmonium suonato, secondo le note segnalate nel digipak, da un non meglio definito "fantasma". Evocazioni di folk medievale si odono in "Danza Rossa", moderna evoluzione della cantata teatrale in ventiquattro atti "Carmina Burana" del XII secolo, da cui è tratto questo episodio ora suonato mediante ritmati arpeggi di chitarra acustica ed un incalzante sfondo percussivo dalle cadenze tribali, il tutto armonizzato sulla splendida voce di Francesca Messina. Il corpo corale costituito da Umberto Foddis, Niccolò Gallio, Candida Nieri e Joanna Pucci intona rarefatte vocalizzazioni nell'omonima "Teta Velata", strutturata prevalentemente da un'aulica orchestrazione pianistica e punteggiature percussive, attendendo l'entrata della breve "Mater" dalla quale si diffondono soavi le delicatezze chitarristiche in stile folk-neoclassico. Più innanzi è protagonista "Leu Chansoneta", meravigliosa ricostruzione della stessa romantica medieval-song risalente al XII secolo creata dal poeta provenzale Guiraut de Bornelh, quì interpretata da una suggestiva interazione tra corde, ritmica tambureggiante, tocchi di tastiera e le calde liriche poferite dalla vocalist Candida Nieri. Un celestiale scampanellìo mescolato a spagnolesche accordature di chitarra costituiscono gli elementi portanti della successiva "Sybil", caratterizzata in fase finale da una spasmodica, veloce rincorsa tra i suddetti strumenti, anticipando la psichedelica mestizia propagata dalle note iniziali dell'harmonium in "The Remin Essence", cantata con basse ed apocalittiche tonalità emesse dal "fantasma", strofe perturbate da sinistri cumuli di noise-effects, diradati infine da un elegante spartito pianistico. "Whisky" orienta il proprio assetto verso inclinazioni da folker-ballade, musicata con allegri soffi di accordion, chitarra e percussioni, mentre la seguente "Novum Gaudium" predispone il soave fischiettìo di Niccolò Gallio su pizzichi chitarristici dagli accenti medievaleggianti, percossi da attenuati battiti ed un canto elevato al cielo. "Tubalcain" rientra in un sottogenere folk-sperimentale dalle procedure torbide e drammatiche, conformate da modulari circoli di chitarra, sotterranee emissioni di key, cristallini rintocchi di bells ed effetti elettronici, così come la conclusiva e rattristata "King Of Nowhere" effonde vera poesia affidandola alle arie folk-medievali composte da pianoforte, harmonium, tamburo ed i vocals di Alessio Colosi: la traccia si discerne per l'estesissima interpausa in completo silenzio che separa il filamento appena descritto da un'inattesa ripresa finale, musicata con vivaci percussioni, chitarra e coralità ethnic-folk. Album che non tradisce affatto le originarie aspettative scaturite dal preludio, oltre il quale si dirama una musicalità tendente alla ricercatezza ed alla mescolanza di policromie con ibridi sonori fortemente radicati nel passato. L'ascolto del disco risulta particolarmente gradevole grazie alla saggia e razionale orchestrazione prodotta degli strumenti concatenati in una perfetta successione di abbellimenti, staccati e registri canori sempre colmi di poeticità e richiami ancestrali. "Teta Velata", dunque, si colloca con merito tra le più interessanti e recenti alternative-folk releases, soddisfacendo appieno tutte le esigenze rivolte alla musica che appassiona, che muove l'alito vitale. Un minuscolo capolavoro dal notevole charme: cederete incondizionatamente al suo potere attrattivo.

 

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- Gedankenrasen - 'Innere Apokalypse' - cd - by Maxymox 2012 -

gedankenrasen Un lustro. Tanto è l'arco temporale impiegato dal tedesco Gedankenrasen per completare il circolo di questo suo primo, sensazionale album, "Innere Apokalypse", vario sotto il profilo del sound ed assai interessante in ogni sua ulteriore forma. Il genere di appartenenza dell'artista è una ritmata mescolanza di dark-industrial/gothic/electro/wave intersecata da melodiche orchestrazioni di tastiera e samples, elementi che accomunati, rendono le quattordici tracce del full-lenght davvero godibili e costruite con ammirevole metodica. La label Körperschall Records, affiancata alla Echozone, licenziano quindi questo autorevole esempio di elettronica multiforme, esibita in un campionario di episodi uno differente dall'altro, allo scopo di mostrare all'ascoltatore l'ampio raggio d'azione che delimita le costruzioni soniche di Gedankenrasen e nel contempo proporre una tracklist sempre innovativa, sostanzialmente priva di ripetizioni. Le liriche udibili nell'album si presentano in prevalenza cantate in lingua germanica e accentate da un percettibile senso del drammatico che esalta pensieri rivolti ad aspettative, sentimento, decadenza, angoscia, il tutto inglobato in un catturante vortice di tecnologia sonica indicata sia alle piste sia in egual misura ad ascolti individuali, purchè vissuti con totale coinvolgimento. L'indagine del disco si avvia con l'atmosferica scala di piano che introduce "Zukunft Wird Vergangenheit", traccia energicamente indus-EBM, propulsa da un pneumatico vigore percussivo e spronata da vocals incalzanti. "Ihr Habt" pennella le sue fasi iniziali con un tocco di classicismo marziale, per poi sfoggiare un temperamento canoro ruvido e malevolo introdotto in strutture di natura dark-indus-electro caratterizzate da fosche ritmiche mid-tempo e acide partiture di synth; a tutto ciò seguono i sibillini filtraggi vocali che adombrano "Jedes Wort Ist Eine Lüge", song prodotta da Jörg Menningmann e percorsa da filamenti obscure-electropop, con morbide sezioni di drum-machine scandite parallelamente alle punteggiature di pianoforte, per un insieme che evoca thrilling e situazioni da film noir. Molto suggestive, le replicazioni dei progs appartenenti a "Ist Das Alles" sequenziano il tempo innanalzando nebule ritmico-tastieristiche dalla sicura presa che rendono questa traccia quasi totalmente strumentale un infallibile hit da pista che farà ballare schiere di technofili. Più innanzi si odono le fascinose evoluzioni di "What Would I Tell You" entro la quale si distingue un pregevole incastro di synthpop, elettronica d'avanguardia e vocals dalla timbrica aperta da intonazioni ben definite, contrariamente alla successiva "Ich Will Brennen" che recupera invece sezioni di canto più innaturali, incattivite, in perfetta armonia con il nervoso background di programming e organo che conferiscono al suono un qualchè di sinistro. L'imponente e pulsante muraglia percussiva che costituisce l'ossatura di "Zündung Und Feuer (Schicksals Kuss)" ipnotizza e nel contempo obbliga ad uno sfrenato ballo technologico, facendo seguire i malinconici volteggi pianistici di "Interludium" miscelati alla struggevolezza della key tonalizzata a sua volta su note violinistiche, per un capitolo architettato con distinto senso estetico e sottolineante l'eccellente verve neo-classica insita nel talentuoso protagonista. Lo scenario si modifica nuovamente concedendo ora l'ingresso alle torbide sonorità di "Zerfall", traccia dal design ritmico essenziale, attorniato da un pentagramma di synth e programming colmo di elegante mistero. Dissonanze elettroniche dall'incedere lento, implacabile, veleniferi apporti di voce e psicotropici impulsi di sequencer adornano le geometrie appartenenti alla saturnina "Angst" alla quale segue la scattante percussività di "Du Willst Es Doch Auch", traccia dalla chiara matrice industrial intervallata da attimi traboccanti di pura passione sinfonico-tastieristica che riallacciano presto i contatti con l'asciutto meccanismo ritmico incitato da perentori proclami vocali. " Einfach Immer Weiter Gehen (Album Version)" sviluppa un danzabile modulo electro-indus in cui il programming codifica le precise battute sulle quali Gedankenrasen distribuisce testi proferiti con glaciale ordine, così come la successiva "I Wait For You" propaga altrettanti sferzanti beats per minute di provenienza techno-trance che instaureranno un feeling immediato con il d.j. avanguardistico. Climax danzereccio anche per il tratto finale dell'album, la bellissima " I Failed Again (Album Version)", un ennesimo, ottimo esempio di elettronica clubby dominata da un lineare e veloce tracciato di programming sopra il quale si sviluppano arcate di synth e vocals che esortano le gambe al movimento e l'encefalo all'estasi. Release che uniformizza la tecnologia al phatos orchestrale: l'alternanza di armonie relativamente leggere e sostenibili ad altre più perfidamente sinuose incentrate in particolare nei vocals, originano modulazioni riflettenti i vari stadi compositivi vissuti dall'interprete durante il corso di un quinquennio dedicato interamente al perfezionamento di una tack-list intrigante, differenziata e longeva. Per quanto concerne la mia personale opinione, l'artista ha raggiunto tutti gli obiettivi prefissati con matematica lucidità, impadronendosi delle astuzie atte a forgiare un'opera di sicuro effetto ed integralmente priva di ovvietà. Gedankenrasen è un genio e "Innere Apokalypse" un gran disco.

 

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Gioventù Suicida Studentesca "Musiche Per Un Popolo All'Ultimo Grido" cd by Maxymox

gioventusuicidastudentesca Suddiviso tra due contrapposte discipline stilistiche, il milanese Emanuele Ratti (synth / samples / vocals) dimostra di possedere una visione lucidamente spietata della realtà e nel contempo un'indole visionaria, caratteristiche manifestate con grande efficacia dall'artista nelle costruzioni sonore connaturate al presente disegno death-industrial-noise Gioventù Suicida Studentesca ed attraverso il suo dark-ambient project denominato Aethere, piattaforma a cui si attribuisce un'interessante quanto breve discografia che diparte da un album su CDr limited edition concepito nel 2006, "Il Giardino Epicureo", licenziato dalla label Prodistri e succeduto dal secondo full-lenght "The Long Dark Tea - Time Of The Soul" del 2007, edito dall'etichetta polacca War Office Propaganda. Gioventù Suicida Studentesca esterna a sua volta la parte più spietata del musicista, un prolungamento in forma sonora di ciò che i sensi appartenenti ad Emanuele percepiscono, elaborano ed archiviano quotidianamente nella suo encefalo. La violenza del death-noise si accorpa ad irriverenti flash estrapolati da episodi di cronaca, in un freddo quanto tempestoso vortice di emissioni elettroniche, stralci televisivi, loops, vocii ed acustiche industrial, elementi che accomunati costituiscono la vera sostanza delle musiche di questo sette tracce composto tra il 2009 ed il 2010. Degno di segnalazione è il precedente album dall'ironico titolo "Lovely Happy Italy", licenziato nel 2008 dalla label giapponese Deserted Factory Records, specializzata nell'ambito death / black / doom / gothic / darkwave / noise / experimental / industrial. Una seconda, interessante pubblicazione, è costituita da un nastro sotterraneo rilasciato dal brand italiano Scorze Records, "Stay Depressed Kill Yourself", condiviso nel 2011 con i Dyskinesia, a cui Gioventù Suicida Studentesca contribuiva inserendo una delle due sole tracce presenti nella track-list, ovvero "Sgarbi Electronics Mafia", episodio presente in versione remixata anche in quest'ultima release limitata a sole cinquecento copie e licenziata nuovamente dalla Deserted Factory Records, "Musiche Per Un Popolo All'Ultimo Grido", ora in esame su Vox Empirea. "Oeus", opening track, appronta un'ampia gamma di radiazioni industrial-noise dalla potenza inaudita, la cui solennità è evidenziata dal periodico innalzamento di pads in collisione con la possente tempestosità sgorgante dagli equipaggiamenti, unitamente agli ilari vocal-loops di A. Tuzzolino ed agli estemporanei, irriverenti scambi di battute del dialogo finale. Il remix di "Sgarbi Electronic Mafia" espone il tagliente frasario televisivo tipico del personaggio inserito in un violentissimo contesto elettronico di pulsazioni e spazialità death-industrial dalle curvature apocalittico-tribali, rielaborate dal progetto breakcore / industrial / noise italiano Sandblasting, impersonato da Luca Torasso ed orbitante nel circuito Rustblade. Le frasi pronunciate da Marco Marfè di X-Factor fungono da interpunzione nell'ossessiva "Violentemente Marco", traccia infettata da imponenti scrosci di tecnologia sonica dall' incedere rallentato e gelidamente inorganico. Le sferoidali cadenze di "Amaro Vecchia Brianza" reintroducono osceni scampoli di umorismo naïf, estrapolati da una conversazione tra amici con principale interprete A. Tuzzolino, inseriti in un torbido scenario di tastiera e risonanze algidamente industrial. Un'altra trasfigurazione del concetto gossip si ode in "Corona Contro Tutti", episodio che stempera citazioni tv pronunciate da Fabrizio Corona in un allucinato schema elettronico radio-contaminato, elementi anteposti alla seguente "All My Stupid Friends", traccia che espone un terrificante insieme di sonorità death- industrial down-tempo mediante un testo urlato, militarmente scandito in una minacciosa coltre di effetti, echi ultraterreni e vaporizzazioni aliene. L'artificialità della voce appartenente a Piergiorgio Welby, uomo-simbolo, personaggio di spicco nel settore politico, giornalistico ed artistico, infermo da anni e scomparso dopo una significativa, personale lotta contro l'accanimento terapeutico, aleggiano spettralmente attorno alle robotike emissioni mininal-electronic-industrial noises di "Welby Mon Amour", a conclusione di questo album dalla musicalità corrotta, annientata. Atmosfere da estinzione planetaria intermiscelate ad una selezione di voci originali appartenenti a personaggi mediatici, con frasi dal significato simbolico, spesso emblematico, introdotte nella smisurata abissalità del suono hard-industrial, rappresentano i punti salienti dello stile di Gioventù Suicida Studentesca, portavoce di questo lacerante psicodramma consigliato a chi abbia già sperimentato nella propria mente gli effetti della devastazione sonora causata da uragani elettronici. Si apprende dalle note biografiche di rito, che Emanuele sta attualmente perfezionando un esperimento intitolato "Fastidio" con il progetto industrial-power-noise torinese Cain Arbour, disegno intrapreso parallelamente ad un altro, quello avviato con Nicola Daino, nel side-project che i protagonisti denominano estensivamente Nina Blanca Human Resources Division, una misteriosa creatura dalla fisionomia death-industrial e digital hardcore. Al fine di comprendere e condividere la personale visione della società secondo Gioventù Suicida Studentesca, segnalo con ensusiasmo questo "Musiche Per Un Popolo All'Ultimo Grido", un impietoso spaccato di attualità massmediatica e drammaticità tecnologica. Delirante riflesso dei tempi.

 

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-"[Greenosophy] Collected by Mizoo" - cd - by Maxymox 2012 -

green Vox Empirea seleziona per i suoi lettori solo il meglio del panorama musicale indipendente: reputo quindi imprescindibile segnalare questa elegante e recente compilation edita per la Ultimae Records, confezionata con l'abituale accuratezza sia sonora che estetica che da sempre contraddistingue la label francese. Questa articolata proposta in digipak-release è stata concepita dal d.j. elvetico Cyril Meserez, meglio conosciuto nei circuiti fin dal 1992 con lo pseudonimo Mizoo, il quale ha vagliato undici progetti tratti dalla scena ambient, IDM, electronics, downtempo, psy-trance globale, includendo nella raccolta le loro performances più rappresentative. La regia tecnica è diretta ancora una volta in sede di audio-matering dall'ottimo tocco di Vincent Villuis, artisticamente noto come AES Dana, fautore di importanti materializzazioni sonore del concetto elettronico ed immancabile autore dell'artwork il quale destina a piccoli capolavori di grafica tutti i prodotti della Ultimae Records. Nella compilation sono percepibili atmosfere sintetiche e dilatazioni tastieristiche dalle lente forme ambient-surreali, come quelle che compongono il primo brano dell'opera intitolato per l'appunto "Initial", formulato dalla sinergia tra il progetto svizzero Mnnsk con lo stesso Mizoo e vocalizzato rarefattamente da Ana Göldin, atto seguito dalle spaziali procedure elettroniche elaborate dallo spagnolo Rildrim nella sua "Tear-blind Eyes", brano corrispondente ad un trip oltre la dimensione planetaria. Lo statunitense Martin Stääf, in arte Liquid Stranger, propone "Minimum", una traccia in stile dubstep impreziosita da aereiformi e rilassanti strategie tecnologiche simili al gocciolare di materia aliena mescolate a pads onirici, la medesima acquosità udibile anche tra le gassose sequenze di "Emerge" edificata dalla musicista ellenica Marilena Samantoura nel suo disegno Sesen, autrice di questo ipnotizzante episodio sospeso tra dream-ambient ed electronics. Idilliache acustiche di provenienza psychill-downtempo compongono "Idea Spiral" nell'edizione live presentata dal francese Alexandre Scheffer, in arte Cell, all' Ozora Festival del 2011, ed eretta mediante cosmici flussi di tastiera ritmati da una rallentata drum-machine. Seguono le pacate ed iniziali punteggiature elettroniche di "Nubian Sandstone", traccia pensata e composta dallo svizzero Salvador Felix Leu interpretante il suo progetto Ajja, esposta attraverso un vaporoso insieme di accordi siderali, micropulsazioni, drumming flessuoso ed arrangiamenti psychedelici, elementi succeduti dalle dinamiche strategie incluse in "Subzero" del solo-project inglese Tripswitch, alias Nick Brennan, artista conosciuto anche attraverso la sua seconda identità chiamata Codemonkey, autore ora di questo passaggio integrante combinazini dub, trance, ambient ed electronics. I lettori di Vox Empirea conoscono perfettamente lo svedese Magnus Birgersson e la sua asettica creatura Solar Fields mediante la quale questo avanguardistico musicista dona vita ad una ballabile ed affascinante traccia di natura electro-ambient intitolata "Cobalt 2.0", intelaiata ad un pulsante meccanismo ritmico parallelamente a flou-pads che si librano nell'aria disegnando evanescenti traiettorie. Da alcuni anni la Grecia si è rivelata patria di talentuosi interpreti del suono avveniristico: in questa specifica occasione i riflettori si accendono sull'eclettico Mihalis A, aka Dimitrios Sakkas e meglio noto come MikTek, d.j. ed autore nel 2011 di una valida realizzazione autoprodotta denominata "Ambient Network" nonchè ora protagonista di questo brano distensivo, colmo di rasserenanti artifici deep-electronics-downtempo recanti il titolo di "Flying Dots". Proveniente dall'Inghilterra, James Murray è fin'ora confinato al ruolo di partecipante a compilations: attendendo una sua realizzazione su album egli offre con questa "Folding Pattern" un esempio della sua mirabile perizia electronics-ambient, strutturando una diafana composizione che trae forma da una sorta di veloce ticchettio quale base percussiva ammantata da nebbiose scie tastieristiche. L' one-man project del maltese Mario Sammut è definito Cygna, artefice di una variante neoclassica del paradigma ambient impiegante allo scopo sonorità acustiche di violino, cori angelici ed arpeggi di corde, elementi proiettati in un'ottica elettronica così nostalgicamente visionaria: il tutto percepibile nella conclusiva "Broken Dream Of A Little Snail". Platea d'ascolto limitata ai soli ed autentici estimatori della ricercatezza sonica, per una raccolta contrassegnata da tracce entro le quali dominano vicendevolmente cerebralità ed emozione. Conferisco alla label Ultimae Records il rinnovato merito di aver contribuito ad aggiungere ulteriore valore musicale ai nostri giorni anche attraverso questa particolare selezione che lascerà dietro di sè la gratitudine dei cultori per essersi originata. Sperimentatela e fatene una delle vostre colonne sonore per tutti i giorni a venire.

 

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- Guilt Trip - "Feed The Fire" - cd - by Maxymox 2012-

guilttrip E' di basilare importanza sottolineare che gli svedesi Guilt Trip rifiutano apertamente ogni tentativo di catalogazione in un preciso ambito stilistico; tuttavia, infrangendo questo dogma, collocherei la loro musica in un evidente contesto EBM / industrial ispirato prevalentemente ai modelli elettronici old school dei Front Line Assembly, con indiretti riferimenti alla durezza rock-elettronica degli Skinny Puppy e Nine Inch Nails. La band con sede a Stoccolma è formata in primis da M.Nilsson (vox & lyrics / songwriting) e K.Lindberg (keys / noises /songwriting), con i crediti esterni di J. Bergman (guitar), E. Lindberg (additional vox) e K. Johnsson (bassline), reduci di una prima ed ora estinta piattaforma industrial denominata Chirurgie Esthétique operativa nei 90's. Dal 2000 ad oggi, la band ha escogitato progressivamente un ancor più aggressivo e letale assetto industrial-oriented finalizzato all'eviscerazione e l'annientamento in chiave sonora delle ipocrisie che caratterizzano gli aspetti politico-sociali dei notri tempi, mediante testi e sonorità che posseggono come denominatori il profondo disprezzo verso le convenzioni di ogni genere e verso le false ideologie, rivestendo nella quotidianità il ruolo di attivi protagonisti, non di passivi sudditi del sistema. Il curriculum dei Guilt Trip elenca inizialmente due album-releases in versione digitale, "Reborn" del 2000 e "Stigmartyr", mini album dell'anno successivo, entrambi editi per la By Revolting Art Productions. La medesima label licenziò nel 2009 il primo full-lenght ufficiale, "Branded", a seguito del quale il progetto fu reclutato dall'eccellente brand svedese Complete Control Productions completando recentemente per essa il presente digipack-album "Feed The Fire", anteposto alla relativa raccolta di remixes limited edition "Feed The Fire Bonus Disc", nella cui tracklist appaiono le grandiose rielaborazioni di: Fredrik Arsaeus Nauckhoff (Registry), Kristian Pettersson (Mindpop / Scene Of Ritual / Shape Shifter / Ticket To Wonderland), Sören Jensen (Howler / Interact / Awful Death / Serpentum), Fredrik Djurfeldt (Severe Illusion / Instans / Knös / Vanvård), Fredrik Larsson (Death Destruction / HammerFall), Johan Fridh, Jakub Avenarius (CqB), Magnus Nilsson (MaNi / Popundret), Karl Lindberg (X!LE) e Jocke Skog (Clawfinger). Da segnalare inoltre, sempre per la Complete Control Productions, l'uscita del digital-single "Inanimate, brano complementare e precedente l'album "Feed The Fire", estratto dalla stessa tracklist ma trasformato in una versione del tutto differente rispetto quella originale in aggiunta all'inedito b-side "Oppression". La musica appartenente ai Guilt Trip non contempla particolari aperture nel registro melodico ma unicamente claustrofobiche rotazioni di voce dai toni duri, sprezzanti, provocatori, con drum-programming meccanico e chitarra elettrica, modulazioni presenti istantaneamente nel primo dei dodici brani inclusi nell'album, "Headplate", un mid-tempo energizzato da secche pulsazioni electro-ritmiche e vocals resi abrasivi dal livore dei testi. L'impronta dei Front Line Assembly marchia a fuoco praticamente ogni sequenza del disco, dettaglio che in "Breathe" viene risaltato nettamente attraverso la spigolosa forma EBM del suo drumming elettronico, nonchè dalle malevole inflessioni vocali di M.Nilsson scalfite dai riff chitarristici attivati da J.Bergman. "Inanimate", rilassante congegno electro, allinea al suo rallentato ciclo percussivo all'algida eleganza del synth e ad un canto esangue, poco più che un sussurro, così come la successiva "Eternal Return" ricalca la medesima velocità ritmica della precedente creando bpm elettronicamente ossessive che trascinano l'ascoltatore in una gelida dimensione sonora composta da filtraggi vocali, loops ed aeree folate tastieristiche. Lo schema percussivo di "Unite" accelera fino a concatenare nervosi stacchi EBM-oriented tratteggiati dal sequencing parallelamente alla dilatata spettralità emessa dal canto di M.Nilsson, formule anticipanti la ballabile "Once A Week Twice A Day", traccia torturata dalla serpeggiante affilatezza vocale che il singer distribuisce tra artifici elettronici, key ed ondate di asciutta percussività sintetica. Il gene recante il carattere EBM / industrial è fortemente radicato nel DNA dei uilt Trip, e ciò risulta percepibile anche nella successiva "Reset", infettata dalla perfidia canora di M.Nilsson che corrode minuto dopo minuto gli scattanti basamenti ritmico-programmati, mentre l'episodio seguente, "Life Spit Love", espande armonie antisolari mediante scie di vocals e la robotica freddezza electro -industrial dettata dal grafico percussivo. "Fragments" elabora asciutte replicazioni EBM mid-tempo affiancando ad esse un canto dalle tonalità acuminate, micro-segmenti di programming e rarefazioni tastieristiche, generando così un danzabile, spietato teorema tecnologico, identicamente alla successiva "Crack Up", caratterizzata dall'imperioso moto electro / EBM trasmesso dal suo impianto ritmico assaltato da turbolenze vocali, gassosi getti di key e lamine chitarristiche. E' la volta di "Braptism", progettata su alienanti correnti dark-electro / EBM in cui si avvicendano cosmici pads disciplinati dal regolare pulsare della drum-machine e vocals che alternano la loro consueta, roca determinazione tonale ad estese emissioni da androide. Scariche di iper- energia elettronica si sperimentano nelle trame della conclusiva "The Bright Side Of Lies", pervasa da robuste bpm dance-oriented formulate per sostenere il contrattacco vocale di M.Nilsson il quale converte il refrain in un autentico proclama a cui fare eco. Dotato di risolutezza nelle proprie sonorità e di una bruciante carica anti-sistema nel concept, "Feed The Fire" dimostra virtù che saranno apprezzate soprattutto dagli estimatori dell' EBM / industrial di provenienza nordamericana, attratti non solo dalle proprietà di questo specifico genere ma anche dal messaggio di disobbedienza universale proclamato con forza dai Guilt Trip. Sono legittimato a credere che il radicale cambiamento del mondo avverrà attraverso questo suono.

* H *

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-HNN - 'Pièce Radiophonique' - lp - by Maxymox 2012 -

hnn Per scelta, Vox Empirea webzine si occupa prettamente di recensire i prodotti discografici contenuti nel formato sonoro ad essa più ideale, ovvero il compact-disc. L'eccezione che conferma la regola proviene da un artista che, per suo altrettanto legittimo arbitrio e come molti altri musicisti, incide le proprie creazioni su vinile; dopo una lunga riflessione ed un ascolto attento dell'lp in questione, ho infine deciso che il francese HNN meri concretamente di essere valutato e segnalato nelle mie pagine. Hsilgne Nekorb Ni, questo è il nome per esteso appartenente al compositore, rientra stilisticamente nell'area synthpop/wave, debuttando con questo eccellente otto tracce limitato a sole cinquecento copie, "Pièce Radiophonique", licenziato dalla label transalpina La Forme Lente. E' una release che accoglie nel proprio epicentro viraggi di natura ambient/indus e sedimenti electro-minimalisti, differenziandosi dai tipici moduli esposti durante il percorso artistico di Hsilgne, rappresentato principalmente dal suo progetto individuale chiamato Gregg Anthe con il quale egli ha realizzato dal 1997 al 2011 quattro albums di genere rock-wave/ goth/ modern classical nelle line-up delle celebri bands In Broken English e Morthem Vlade Art. HNN è quindi uno pseudonimo parallelo, attraverso cui il protagonista esplora con passione svariati emisferi elettronici rivelando idee estremamente chiare in materia tecnologica e mostrando una particolare cura rivolta agli aspetti melodici delle strutture che appaiono scevre di ogni appesantimento o eccesso, lasciando come figura primaria nient'altro che l'automazione sonora che fa del disco un prodotto snello, fruibile e positivo sotto ogni suo minimo tecnicismo. L'ascolto dell'opera riserva inoltre le liriche curate da Emmanuelle Desmonts-Roudgé e quindi la prima, squisita sorpresa, "Life X-Press", un armonico trait-d'union che collega il versante synthpop depechemodiano a quello new wave stile Cure, generando una song ben ritmata con interpreti uno scattante programming, il synth, arpeggi chitarristici old-school ed un affascinante canto dal refrain irresistibile. "Renouveau Ordinaire" è un electro- downtempo-theme interamente strumentale dagli accordi atmosferici e sequenziati che lasciano trasparire una velata coralità femminile, mentre la successiva "Mono" espone dettami minimal-electropop derivanti dall'entroterra 80's, prodotti attraverso le essenziali codifiche del programming in combinazione con leggere toccate di synth ed un accompagnamento vocale in modalità retrò. In seguito si giunge alla sperimentazione obscure-ambient diffusa da "Propagande", traccia dalle cromature tastieristiche gelide e suggestive, con pads foschi, estesi, trafitti da secche intereferenze elettroniche, fino al raggiungimento della successiva "Iris", edificata mediante rigorosi e gocciolanti sostegni mid-tempo di programming, catturanti evoluzioni di tastiera, vocii fanciulleschi in sottofonfo ed i vocals di HNN che riflettono un mood introverso, inappagato. "Exhibition", anch'essa strumentale, prolunga il piacere dell'ascolto attingendo ispirazione dalle retrospettive elettronico-analogiche di synth e sequencing risalenti ad epoche gloriose, concedendo l'ingresso alla strepitosa musicalità post-Kraftwerk emessa da "A Step Outside", electro-track dall'incedere robotico generato da matematiche scansioni di drum-machine quale base atta a supportare cosmici flussi di tastiera ed una forma di canto impeccabile, che si fa ricordare per intensità e melodia, il tutto in un capitolo che personalmente ritengo il migliore dell'intera release nonchè tra i più rappresentativi da me ascoltati fin'oggi. La chiusura dell'opera avviene attraverso l'omonima "Pièce Radiophonique", un'inattesa e struggente piece completamente pianistica che lascia intravedere spiragli neoclassici, romantici e decadenti in una track-list costruita essenzialmente da tecnologiche artefazioni del suono. Otto brani onesti, ispirati, scolpiti con pregevole finezza per altrettanti irrinunciabili momenti da trascorrere immersi in prospettive sintetiche di assoluta eccellenza. Il lavoro esaminato offre una resa complessiva appagante, oltre i consueti standard, reggendo senza difficoltà i paragoni con i più accreditati rappresentanti del genere elettronico, siano essi remoti o attuali. Se siete autentici epigoni del pop elettronico, quello che convince al primo ascolto, attivatevi al più presto alla ricerca di "Pièce Radiophonique": possedere questo disco è motivo di orgoglio.

* K *

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- Karma In Auge - 'Memorie Disperse' - ep - by Maxymox 2012 -

karmainauge Attendendo l'ascolto dell'auspicata realizzazione su album relativa al terzetto tarantino dei Karma In Auge, Vox Empirea esorta i lettori a visualizzare la pagina "interviste", ambito ove è contenuta un'interessante conversazione in cui la band ha esposto i propri connotati biografici e molto altro riguardo l'attività artistica che dal 2006 li rende interpreti di uno stile che personalmente definirei "sadly rock-wave". Il presente ep "Memorie Disperse" costituisce il primo test attraverso cui Salvatore Piccione (vox/guitar), Giovanni D'Elia (bass) e Mimmo Frioli (drum/synth) hanno espresso liberamente le ispirazioni che animano il loro repertorio, proponendo questo sei tracce edificato nel 2010 e contenente sonorità cosparse di frammenti che rimandano globalmente alla poetica tenebrosità dei Joy Division amalgamata al vigore post-punker dei Killing Joke, elementi disciolti a loro volta in un contesto lirico fortemente sorretto da decadenti prose che non celano il retrogusto amaro del disagio, della solitudine e della stessa disperazione. La release esordisce inizialmente con le veloci battute percussive che definiscono la robusta fisionomia di "Visione", song edificata mediante focosi pentagrammi di chitarra elettrica, simmetriche pulsazioni di basso ed i vocals di Salvatore che troneggiano decantando strofe riflettenti lancinanti drammi interiori. La successiva "Spleen" antepone al canto un sound teso di corde, ritmica rock-minded e testi dolorosamente depressi, mentre più innanzi "Borderline" inscena un nevrastenico modulo rock-waver con drumming ulteriormente velocizzato, infrangendosi contro taglienti barricate chitarristiche, le rotazioni di basso e le opacizzazioni vocali di Salvatore. "Anime Perse" si consacra ai rigidi dettami indie-rock/post-punk, diffondendo atmosfere psicotiche arroventate da magma chitarristico, così come "Illusioni Di Una Musa" protende verso formulazioni più malinconiche, pronunciando sonorità in modalità post-rock/wave nel cui ciclo si intrecciano nerbolute percussioni, punteggiture di basso, la poesia emotional-noir declamata da Salvatore ed i solidi accordi della chitarra, il tutto avvolto da calde sezioni tastieristiche. L'omonima "Memorie Disperse" conclude l'opera proiettando su un'adombrata superficie dark-rock-wave delineata da basso, guitar e batteria, parole meditabonde recitate con accoramento e disillusione, affidando all'intensità del loro stesso significato la funzione di raggiungere l'anima. Band meritevole di interesse nonchè fulgida promessa del suono alternativo nazionale. Nessuna virtuosa pretenziosità, nessun forzato desiderio di stupire: nei Karma In Auge risiede lo stile compositivo sobrio ma pronunciatamente vitale che ha concretizzato questo ep, preludio di un probabile full-lenght ufficiale invocato da un numero crescente di estimatori. Per quanto concerne il mio giudizio, rapportando la giovane età del progetto ai risultati sonici scaturiti da "Memorie Disperse", non potrei esprimermi in termini più elogiativi.

 

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- Known Rebel - "Hollow" - cd - by Maxymox 2012 -

knownrebel Il duo ibicenco dei Know Rebel, produttivo fin dal 2009 nei plurimi settori IDM, Ambient, Downtempo, Electronica, Experimental e Dubstep, concretizza il proprio obiettivo affidando alle impeccabili credenziali della label di Chicago Tympanik Audio il compito di promuovere questo eccellente "Hollow". Germán Escandell e Jaime Irles, questi i nomi dei due titolari del progetto, concepirono l'album in esame nel 2010 assegnandone inizialmente la prima versione digitale alla net-label di Seattle denominata Embermusic, iniziativa che riscosse sufficienti crediti tali da convincere la citata Tympanik Audio ad occuparsi della relativa ristampa destinata agli estimatori della pienezza del suono in formato CD. La biografia artistica della piattaforma menziona solo poche note tra le quali spicca l'innata tendenza alla sperimentazione di acustiche artificiali estese anche in ulteriori generi quali ambient, glitch e breaks, indice di versatilità e di costante impegno alla ricerca del "suono ideale", sforzo che ha condotto i due protagonisti alla stesura di questo full-lenght contenente sette brani in trasposizione album e sei remixes rielaborati dai magnificenti guests Jaime Irles, Mothboy, Roel Funcken, Lucidstatic, 2methylBulbe1ol ed Access To Arasaka. Le strutture musicali prodotte dai Known Rebel sono inquadrabili in un contesto estremamente atmosferico, quasi notturno, sempre strumentale ed orientato verso avanzate manovre di tecnologia acustica esprimenti finezza, intelligenza ed una solida conoscenza dei teoremi più avanguardistici, elementi avvertibili da subito nella prima delle tracce in lista, "Anonymous”, pianificata su criteri IDM composti da leggere toccate di synth, drumming intricato e multidimensionali effetti di voci loopate. Segue la raffinatezza delle alchimie elettroniche di “Neigh”, brano sfoggiante un pentagramma di suoni indirizzati all’ascolto distensivo, resi tali dal lento scandire della drum-machine a sostegno di incantevoli evoluzioni tastieristiche dagli accenti malinconici. Molto atmosferica, l’introduzione relativa a “Mechanical Sunset” preannuncia una capillare fioritura di pianoforte appena accarezzato, pulsazioni di sequencing, ritmica downtempo progettata con rigore estetico e fascinose correnti di key-sound, a completamento di un capitolo davvero molto interessante scritto e realizzato da Andrey Gusev. Flessuose artefazioni della nozione sonora si odono ora in “Herz Aeon”, brano che seduce attraverso le sua visionaria quiete estesa da pads evanescenti, e-drumming meccanizzato, gassose interferenze e campionamenti vocali, in anticipo sulla condensa tastieristica che introduce “Gathering Of The Argonauts” nella quale si articolano micronizzazioni elettroniche, nostalgici rintocchi di keys e percussività sezionata. “Science” è rivestita interamente da schemi IDM architettati su taglienti frazionamenti percussivi, loops vocali ed un caldo manto di ampliamenti tastieristici. “Smart” crea invece diafane prospettive impiegando rarefazioni di programming, piano e letargici suoni di sintesi, mentre il primo dei remixes in nota relativo a “Helium-3” destruttura il brano riformulandolo secondo i principi del musicista Jaime Irles, il quale pianifica allo scopo serene orchestrazioni tastieristiche intersecate da precisi stacchi downtempo. L’eclettico Simon John Smerdon ingegna la rielaborazione in chiave electro-jazz di “Herz Aeon”, traccia che qui assume le fisionomie più breakkate e scattanti, precedenti il successivo ingresso del remix di “Smart” qui ricostruito da Roel Funcken, musicista noto nel panorama IDM con lo pseudonimo di Mr. Grid, il quale riallestisce la traccia base mediante un lisergico campionario di suoni avanguardistici e riprocessati. Dalle gelide lande dell’Alaska, James Church, aka Lucidstatic, riscrive lo schema di “Gathering Of The Argonauts” qui rivisitata in modalità breakbeat attraverso un drumming elettronicamente distorto, sonorità disturbate ed una trasognante nebula di pads. Il solo-project francese denominato 2methylbulbe1ol trasforma a sua volta “Heluim-3” remixandola in un nervoso congegno industrial-dubstep che costituisce uno dei migliori eventi dell’album, mentre il celeberrimo newyorkese Rob Lioy, con il quale i Known Rebel condividono la label mediante il suo disegno Access To Arasaka, riediziona “Herz Aeon” sottoponendola ad una snodata trasmissione di fratture IDM-glitch inondate da pads aeriformi che ornano la traccia rendendola semplicemente meravigliosa. Promettente debutto per questi due newcomers in possesso di gran classe ed in grado di escogitare la spettacolare interfaccia che in “Hollow” riversa tutta la sua notevole carica emozionale. Il tratto distintivo del progetto non è quindi esclusivamente legato alla costruzione delle più avveniristiche strategie del concetto elettronico, ma bensì al saper combinare con equilibrio la freddezza delle macchine all’impulso sentimentale degli umani, elementi opposti che in questa release si accorpano armoniosamente. Queste congiunzioni offrono all’ascoltatore a tema un album appassionante che denota tutta la perizia compositiva dei Known Rebel sviluppata progressivamente attimo dopo attimo all’interno di tracce appartenenti ad uno stile musicale tra i più colti. Un'altra stella risplende ora con onore nel firmamento della Tympanik Audio. E’ vostra.

* L *

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- Logic & Olivia - "Playground Of The Past" - cd - by Maxymox 2012-

logica Vox Empirea ha selezionato per i fans dei generi electropop / synthpop questo splendido album concepito dalla formazione triangolare tedesca Logic & Olivia. La line-up è composta da René Anke (vox / production), con Matthias Trompelt (synths / piano) e Tino Weigel (guitar), i quali, alla costante ricerca di un orientamento stilistico ben definito, trovarono la prima, perfetta intesa musicale nel 1999, sperimentando attraverso il progetto chiamato Darkcore moduli di pop sintetico ed alternative rock con i quali portarono discograficamente a compimento ben sei realizzazioni autoprodotte. Nel corso degli anni, nonostante il soddisfacente riscontro del pubblico in termini di apprezzamento, nacque nei tre l'esigenza di una radicale e moderna virata di stile che fosse più aderente alle nuove tendenze, intenzione che gradualmente si concrettizzò nell'attuale schema sonoro applicato a questo interessante debut album, scrigno di armonie intelligenti, visionarie, dettate da formule elettroniche traboccanti di garbo e sentimento. Una simile produzione non poteva che recare la firma della Danse Macabre, label assai fertile ed oculata nella scelta dei propri artisti estrapolati dal settore musicale underground, ed ora artefice della diffusione di questo "Playground Of The Past", album di imprint neo-romantico che per i rinnovati Logic & Olivia simboleggia il consapevole adeguemento al presente, ma anche un atemporale contatto con le sonorità elaborate dalla band in ere trascorse, particolari risaltati dal massiccio impiego del synth, da un background chitarristico tuttavia meno spasmodico che un tempo, e dalle strategie dance-minded percepibili in molti dei dieci episodi racchiusi nel full-lenght, tutti degni di essere considerati con il massimo rispetto e valore. La voce di René, molto simile per impostazione a quella di Stefan Leukert, singer dei conterranei Decades, si distingue per eleganza e profondità tonale, caratteristiche ben percepibili nel brano iniziale scritto da Janine Anke, "Don't Forget", un romantic synthpop dalle ballabili cadenze electro-ritmiche avvolte da raffinatezza e dalla nostalgia pronunciata dal pianoforte di Matthias. Ancor più intensa, la malinconia si appropria anche del brano successivo, "July", rendendo struggente la sua impronta electropop alla Pet Shop Boys mediante un canto appassionato, toccanti note pianistiche, drum-sequencing, l'elettrica compostezza della chitarra e l'emozionale nebula di accordi emessa dal synth. "Beautiful World" rinuncia, anche se solo parzialmente, alle nostalgie, offrendosi come un pop tecnologico dal sollecito drum-programming che regge l'intenso schema della voce, la chitarra e gli artifici elettronici d'accompagnamento, fino al raggiungimento della traccia che titola l'album, "Playground Of The Past", un inno alla mestizia recuperante atmosferiche formulazioni di voce, synth e piano attraversate interamente da lenti tracciati percussivi. Dotata di rilevante carattere e statura, "Lovetrain" risveglia i sensi per mezzo del suo formidabile interplay tra ballabilità e melodia romantica, concetti espressi dalla voce di René perfettamente allineata al pulsante rigore del drum-programming ed alla fumosa coltre elevata dai key-sounds. La suggestiva introduzione pianistica di "The Darkest Night" anticipa la successiva entrée pronunciata dal vocalist in un'orchestrazione fortemente emozionale di synth, pianoforte e violino campionato, acustiche sostenute da una percussività sequenziata mid-tempo, integrata a questo distillato di sonorità electro-malinconiche in grado di ammaliare istantaneamente. "Silvertimes" espande un canto dagli accenti signorili, passionali, ammantati dal razionale complemento del programming e dalla vellutata raffinatezza del synth, per una traccia che considero semplicemente meravigliosa, entro cui predomina in termini assoluti l'intensità melodica. L'inclinazione dei Logic & Olivia, rivolta particolarmente al risalto delle emozioni, si manifesta in termini assoluti nella toccante "Was It All", sad-song cullata dalla mestizia effusa dai vocals di René sommersi da un melodramma di tastiera e pianoforte, il tutto antecedentemente a "Nur Ein Wort", un synthpop mid-tempo composto e vergato dalla creatività di Janine Anke e basato essenzialmente su affascinanti ripartizioni di canto sostenute da electro -percussioni, scie di chitarra e tutta la grazia emanata dai ricami pianistici trasformati in pura magia da Matthias. Si approda infine a "Call My Name", brano che rappresenta il giusto compromesso tra moderna tecnologia pop, estetica sonora e romanticismo, peculiarità contenute nel lineare passo della drum- machine, nell'elettricità delle corde arpeggiate da Tino e nelle emissioni del synth, strumento che glorifica la fase finale della traccia combinandosi ad un filamento di sequencing ed alla chitarra, innalzando con essa una sinfonia elettronica di grande effetto. "Playground Of The Past" è una release consistente sotto ogni suo aspetto. Musiche, voce, arrangiamenti ed atmosfere concorrono alla costruzione di un synthpop di specie evoluta che i Logic & Olivia hanno saputo comunicare con infallibile eloquenza. L'aura malinconicamente dolce nella voce di René funge da punto cardinale verso cui vengono convogliate le melodie, concedendo alla vostra acuta sensibilità il miracolo di interiorizzarne la bellezza. Questa è musica per moderni sognatori.

* M *

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- Machine Made Pleasure - 'Reform' - cd - by Maxymox 2012 -

machine Chiamiamola coincidenza. Recentemente mi interrogavo sulla sorte degli statunitensi Barry Hammers (music/arranging) e Randy Fox (vox/lyrics), in arte Machine Made Pleasure, dei quali non avevo notizie dal loro secondo full-lenght pubblicato nel 2008, "Ends With E", i cui pregevoli contenuti erano stati oggetto di una mia lontana recensione. Sia il menzionato titolo, sia l'esordio del 2005 "Spirit Within", furono realizzazioni autoprodotte, entrambe recanti un più che decoroso synthpop dai bei tratti melodici e dalla silhouette armoniosa, comprese le due differenti versioni Extended-Mix / No Escape Mix di "In A Dark World", incluse rispettivamente nelle compilations "Electropop 3" e "Modern Synthpop Vol. 2". Ed ecco materializzato come per incanto "Reform", release licenziata dalla Section 44, label con base in Colorado, per mezzo della quale i Machine Made Pleasure siglano ufficialmente il loro ritorno con questo terzo esempio di tecnologia musicale contemporanea basata sostanzialmente su flessuosi interplay tra synths, programming e morbidi intarsi di voce, formulario espresso in quattordici brani alimentati da un'accesa esaltazione di stili ispirati ad electro-cult bands dalle quali i due protagonisti dimostrano di avere appreso le principali linee guida. I tre anni di silenzio hanno contribuito all'accrescimento tecnico ed esperenziale del progetto, il quale, come il titolo stesso dell'album suggerisce, desidera proporre all'ascolto una nuova, prestigiosa e più perfezionata caratura, ambizione affidata ad un registro compositivo saturo di brillanti accordi ed un'ottima pulizia sonora, dettaglio quest'ultimo concretizzato soprattutto per mano del co-produttore Marco Delmar, celebre musicista e producer/engineer, il quale ha elaborato la stesura del disco presso i Recording Arts Studios di Fairfax. Ritmo electropopper, sequencing e canto ben intonato caratterizzano l'opener "Sacrifice", che in seguito concede il passo alla più rallentata "Dreaming Is Dark", anch'essa emanante leggiadre combinazioni vocali disposte su una coltre di pads aeriformi e levigati artifici di programming. "Poison" rinnova le electro-dinamiche connaturate ai Machine Made Pleasure, ovvero terse e ballabili scansioni di drumming, rapide toccate di synth, voce leggermente echeggiata ed un secondo apparato tastieristico quale accordatura. C'è spazio anche per poesie cullate da musicalità artificiale: è il caso di "Falling", appassionata emotional-synthpop song, cantata da Randy con tonalità aperte, melodiche, che si adagiano delicatamente sulla lentezza percussiva e sulle brezze della key. Nettissimi, i richiami sonici in stile De/Vision appartenenti a "Single Moment" prolungano l'estatica prosa dedicata al sentimentalismo, mediante vocals malinconici ed un quieto background di tasti e drum-programming, acustiche superate cronologicamente dalla successiva e deliziosa "Love Affair", traccia edificata seguendo dettami compositivi ispirati ai Colony 5 più enfatici, con avvenenti sovrapposizioni di key, mid-tempo percussivo e voicing riverberato. "War My Skin" rimarca la propria devozione al melodic-synthpop d'autore, tratteggiando il brano con allusioni canore depechemodiane ed espedienti elettronici ben cadenzati dal sequencer, fino a raggiungere "Open Wide World", un ennesimo modello di pop tecnologico mid-tempo accentato di Apoptygma Berzerk e De/Vision. Giunge quindi "If I Can Find The Peace", suggestivamente pianificata su gagliardi e meccanici electro-drum beats che regolano un moto percussivo assai danzabile intersecato dalle forme vocali splendidamente esposte da Randy tra una nube di key-sounds, mentre la successiva "Touch My Life" descrive un preciso grafico ritmico quale piattaforma d'appoggio per un canto baritonale e microscopiche costellazioni di synth. La velocità si riduce nuovamente, concedendo l'ingresso a "I Will Not Bleed", episodio che ancora omaggia le congetture vocali dei De/Vision, sia nei filtraggi tonali, sia nel refrain, in accostamento ad uno spartito tastieristico-percussivo sempre obbediente al portamento sfoggiato dal duo tedesco Thomas Adam e Steffen Keth. Ritmica slanciata, melodie di sintesi e canto luminoso anche in "You're My Mirror", il cui remix è disponibile sul sito della band esclusivamente in formato downloading, una traccia che ingloba i tratti distintivi del Machine Made Pleasure's sound, concentrandone l'essenza synth-popper in ballabili pulsazioni di programming associate a vocals riverberati, così come la seguente "I Saw The Light" diffonde una morbida coesione tra scie tastieristiche, i toni lontanamente nostalgici del vocalist ed un agile passo ritmico. "Live Life, Lie" chiude l'ordine della track-list proponendo un solido pop elettronico che, come in tutti i brani precedenti, dispone soluzioni assimilabili ma non ovvie, con sobrietà canora elegantemente presentata su un vellutato manto di programming dall'incedere aggraziato e cristallini rivoli di synth. Album considerevole che ripropone il duetto americano impegnato in un percepibile miglioramento della propria scrittura, trasferendo in essa gli standard del loro originario stile oggi attualizzato da suoni più nitidi ed attraenti. Il synthpop d'oltreoceano in una delle sue configurazioni migliori.

 

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- Minusheart - 'The Big Idea' - cd - by Maxymox 2012 -

minusheart Tredici presenze su CD compilations, sette distinti contributi in raccolte su DVD, un debut album del 2009, "Disease", bene accolto dagli opinion makers, una seconda release limited edition, "Healed (Limited Remix Album)", diffusa nel 2010 dal connubio tra le etichette Echozone/Intergroove e completa di remakes d'assato, un singolo, "Drawback" pubblicato nel 2011 quale anticipo di questo secondo full-lenght "The Big Idea" edito nel medesimo anno, costituiscono la rassegna discografica dei tedeschi Minusheart, band connaturata stilisticamente ad una fusione tra le robuste frange industrial statunitensi e classiche formule EBM, wave ed electro-funk di marchio europeo. Ne risulta un corroborante insieme di tecnologia sonica creata appositamente per effondere movimento attraverso ritmiche incalzanti, chitarre, programming, voci e synths, progettati per essere vissuti dall'ascoltatore fino all'ultimo beat. Artefice di tali metodiche è la line-up costituita nel 2007 dal front man Diver (vox/synths/arrangements) e Benden, quest'ultimo uscito dall'organico nel Febbraio del 2011, in combinazione con Vary (guitars/synths/arrangements), Wildhoney (drums) e Upstream (keys), disposizione che ha siglato fin dalle sue origini, ad eccezione della citata raccolta di remixes, il duplice accordo con le label Echozone e Sony Music, scelta assolutamente oculata in termini di prestigio, supporto e distribuzione, i cui effetti ricadono positivamente anche su questo brillante album che mi accingo a recensire. Degna di nota è inoltre la preziosa ed iniziale collaborazione avvenuta nella stesura del disco di esordio "Disease" tramite nomi di grande risonanza quali Monolith, Myk Jung, leader dei The Fair Sex, e Accessory, credenziali assai influenti e strategiche ai fini dell'introduzione della band nella popolosa scena electro. "The Big Idea" si avvale dell'incisività di dodici brani dal prorompente imprint electro-danzabile in una track-list che rivela quasi esclusivamente episodi di punta, caratteristica che conferisce all'album una forte personalità soprattutto per le soluzioni di programming e della voce dagli accenti vagamente distaccati e aristocratici, dettagli che si intersecano solcando dinamici tracciati esortanti alla body-dance. "Inglorious Bang", traccia iniziale, fraziona il tempo mediante un sostenuto e-drumming a cui si accorpano le fitte tessiture del sequencing ed i beffardi vocals proferiti da Diver alternati ad un ruvido background di chitarre programmate. Il menzionato single "Drawback" riappare in tutta la sua forma offrendo circa quattro minuti di alta tecnologia dark-electro, con la voce del singer che sillaba freddamente il testo riflettendolo su un drammatico insieme di keys, pulsante percussività di sintesi e tocchi pianistici, mentre la successiva "Break Out" conferma la sua trasversalità d'acciaio attraverso un drumming convulso e vocals infervorati dalla nervosità chitarristica. "Book Of Love" aggiunge ulteriori dosi di vigore ritmico al regolare flusso di programming e chitarra sequenziata, creando ora atmosfere colme di armonia noir che ammanta il canto inflessibile di Diver e la soave coralità della guest Laura Dee, protagonista anche della sezione backing-vox inerente a "Peak Of Pleasure", traccia dalle gagliarde cadenze percussive a sostegno di un incisivo quanto ballabile congegno electro-industrial in cui ancora predomina l'impietosa inflessione vocale, il pneumatico pulsare della macchina ritmica ed il misurato comparto tastieristico. E' il turno della glaciale cavalcata "Lost One Minute", lesa da dolorose rasoiate di chitarra e da un rigoroso ordine ritmico, perturbati da un canto industrial-oriented. Ancor più cruenta, "Don't Call It Love" espone la personale e cinica interpretazione dei Minusheart riguardo il proprio concetto di "sentimento", torturando esso mediante abrasioni chitarristiche e liriche avvelenate, il tutto regolato da battiti artificiali, ora attenuati, ora divorati da rosse fiammate percussive, attendendo l'ingresso della seguente e più elaborata "Electric Heartbeat", song ultra-remixabile e perfetto ordigno riempipista, costruita con incitanti vocalizzi, ronzante background chitarristico e ciclo ritmico-programmato di assoluta ballabilità. I prossimi tre episodi, a mio parere, rappresentano concretamente per valore e gradevolezza i punti cardine dell'album: "Morphine Waltz" è un'ipnotica fluttuazione di drum-machine con microsezioni di chitarra elettrica calcolate dal programming ed un refrain di grande effetto elevato da Diver e Laura Dee, mentre la successiva "Ride On Your Colours" velocizza il passo offrendosi su veementi intervalli di voce, batteria e chitarra, seguiti da una lineare e tersa musicalità elettronica orchestrata da un elegante e danzabile filamento di programming, tastiera e vocals decisamente più melodici. "Solitaire", terza delle mie "prescelte", codifica tracciati da dance-hall futuristica sospinti dalla flessuosa energia insita nel suo nucleo electro-percussivo su vocals resi malevoli da caustiche tonalità, effects, chitarra e synth. Il lento incedere industrial-rock di " I Don't Think That The Sun Goes Down" conclude la track-list, fustigando con implacabili scudisciate percussive le atmosferiche e malinconiche brezze di key/piano, le taglienti sezioni chitarristiche e l'ossessivo mantra esteso da Diver. "The Big Idea" è un album che richiama a sè i fondamenti su cui si basano i criteri del disco indovinato: musicalità elettronica schietta, diretta, priva di eccessive sofisticazioni, in combinazione a risolute modulazioni vocali, aggressivi dinamismi industrial ed ampia spazialità per possibili remixes. L'imperativo, quindi, è evidente: play it loud!

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- Noise Trade Company - 'Post Post Post' - cd - by Maxymox 2012 -

noise Limbo, Saint Luka, Metaform, Kinetix: sono le più note identità attraverso le quali si è manifestato e si manifesta tutt'oggi lo spirito compositivo del noto musicista toscano Gianluca Becuzzi, underground leader nelle scene elettronico-avanguardistiche collegate in origine a soluzioni wave, ed in seguito all'harsh-industrial-punk, al power-noise nonchè, più generalmente, alla sperimentazione del concetto sonico artificiale interpretato in una moltitudine di ambiti, compreso questo specifico progetto giunto ora alla sua terza release su album: Noise Trade Company, probabilmente la creatura più aggressiva generata da questo talentuoso pioniere del suono. Tempo addietro ebbi l'opportunità di ascoltare e recensire il provocatorio "Just Consumers" edito nel 2010, un full-lenght pregno di disincantato, gelido realismo e riferitore di un concetto musicale tecnologicamente avanzato, per quanto essenziali fossero le sue procedure. Ancor prima, il debut "Crash Test One" del 2008, anno di fondazione della piattaforma, proponeva invece linee strategiche di orientamento electro-noise-punk-waver, con impliciti riferimenti ad icone quali Cabaret Voltaire e Sonic Youth, inizio di un tragitto creativo nel quale il protagonista si avvaleva della compartecipazione vocale di Chiara Migliorini, sostituita nel secondo album dalla altrettanto valida Elena De Angeli, elemento reperibile ancora oggi nella line-up assieme ad altri due illustri nomi da sempre attivi nell'organico ai quali sono affidate le laceranti sezioni chitarristiche: Fabio Orsi (treated guitar) e Paolo Cillerai (electric guitar). Il nuovo digipak-album "Post Post Post", licenziato dalla label partenopea EK Product in combinazione con la texana Sigsaly Transmissions, riassume in quattordici tracce il tipico brand elettronico dei Noise Trade Company, disponendo in apertura "Unspeakable Zero" preannunciata da un acuminato prolungamento di noise e loops, nel cui sviluppo prende forma un ossuto basamento di programming vocalizzato freddamente da Gianluca e tempestato da violente distorsioni chitarristiche. Ritmiche asciutte, nevrotiche, minimali: questo è il classico schema electro-percussivo che fin dalle origini caratterizza le battute per minuto della band, modulo proposto anche nella successiva "Democratic Make Up", elettrizzata da un'impura ed abrasiva siderurgia chitarristica che scortica i vocals da spot radiofonico replicati da Elena. "Total Slavery" espone nel suo breve minutaggio tutta la crudezza del post-punk tecnologico più radicale, esposto mediante incendiari strascichi di guitars che cauterizzano le rapide sequenze ritmiche soverchiate dai perentori proclami della vocalist, concedendo successivamente l'avanzata di "Saturday Night Dementia", un'esangue electropunk-wave che rimanda in larga parte alle prime glorie dei Kirlian Camera, ovvero foreground vocale fitrato, gelidamente scandito e riflesso con identiche strofe dai backing-vox, in uno speculare gioco di liriche attraversato da drumming inflessibile, rumori torbidi ed incessanti sintetismi. E' la volta di "What's Your Size?", remake dell'omonimo brano concepito dai DNA, band No-wave di culto eclissatasi nel 1982 con membri principali Arto Lindsay, Robin Crutchfield e Ikue Mori: la relativa reprise edificata dai Noise Trade Company dispone un drumming inaridito, meccanico, preposto a sillabare il tempo ad un caustico flusso di chitarre, programming e vocals alienanti, dettagli in anticipo sulla seguente schizofrenia electro-punker che vivacizza patologicamente "Compulsive Shopping Disorder" e le sue taglienti accelerazioni percussivo-chitarristiche mescolate a sedimenti vocali. Le micropulsazioni di accompagnamento estese nella ritmica relativa a "Life Is Toxic" registrano le identiche cadenze ascoltate in "Enola Gay" degli OMD, quì irrobustite da un'ipnotica drum-machine di sostegno attorno alla quale gravitano laviche emissioni di chitarra e le automazioni liriche scandite da Elena, ripetute roboticamente da Gianluca. Si ode ora "Love For Joke" rincorrere a perdifiato i dinamici minimal-beats, gli acidi accordi del synth e le destrutturazioni chitarristiche in sottofondo, particolari oltrepassati dalla frenesia punkeggiante di "These Catatohic Youth", selvaggia e travolgente nella sua rapidità sequenziata, trafitta da aguzzi riff di guitars ed elaborazioni vocali. Un altro inno electro-punker dall'irrefrenabile incedere è offerto da "Play For The Enemy", segmentata da improvvise e ripetute fratture che sezionano chirurgicamente l'ondata di guitar-sound, il synth e le nevrasteniche citazioni di Elena, mentre "I'm Allergic to Idiots" rilancia magnificamente fredde modulazioni minimal-wave dagli accenti dogmatici, con asprigne propagazioni tastieristiche, testi scanditi dalla vocalist con disciplina su drumming tambureggiante. "Conformity Kills" propende anch'essa per formulazioni elettroniche sovrastate da elettriche irruenze di chitarra, innestate a loro volta in ciclici pentagrammi canori rigorosamente cadenzati, quasi marziali. Gli ultimi due brani della track-list presentano dapprima le stizzose intonazioni vocali di Gianluca ed Elena in "Money As Religion", dominate da trapananti intonazioni chitarristiche e batteria lesta, disseccata, per finire con la cupezza noise-industrial di "20 Persuasion JFG", moderno rifacimento di una song dei Throbbing Gristle edita nel 1979, ora avvolta da rivoli di rumore tecnologico, atmosfere ossessive, una drum-machine gelidamente piatta e la tonalità vocale di Gianluca che sussurra un testo atrofico, totalmente privo di luce. Album che pone in evidenza lo spirito anticonvenzionale che anima la creatività del progetto nell'intento di offrire uno stile musicale incompromissibile, a tratti spietato, rivolto contro le innumerevoli storture che ammorbano l'odierno tessuto sociale. Album adatto a chi cerca un sound graffiante, un continuo stato di tensione chitarristica, in aggiunta ad essenzialità vocale sprigionante meri significati anticonsumistici e procedimenti elettronici allucinati. Ebbene: i Noise Trade Company sono tutto questo.

 

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- No More - "Sisyphus" - cd - by Maxymox 2012 -

nomore Ad un solo passo dalla leggenda vera e propria, la band tedesca dei No More nacque durante l'apice del movimento post-punk/wave, tra il 1979 ed il 1980, con l'originario schieramento capeggiato dal front-man Andy Schwarz: (vox - guitar) in aggiunta alla fedele Tina Sanudakura (keys), a Christian Darc (drums- vox) e Thomas Welz (bass, vox). La prima release creata fu un ep edito nel 1980 in versione 7" composto di sole quattro tracce ed intitolato "Too Late". Tra il 1981 ed il 1983 Thomas abbandonò il progetto il quale intraprese un nuovo percorso stilistico conservando le medesime formulazioni post-punker degli esordi ma con l'aggiunta di innovativi criteri elettronici, combinazioni che generarono all'epoca un sound-system psicoticamente ossessivo e strutturato su scarne litanie unite a minimalismo percussivo-tastieristico. Fu su queste basi che i tre reduci composero nel 1981 l'hit single riempipista "Suicide Commando", ancor oggi strategicamente proposto con successo da molti d.j iper-alternativi, traccia che spinse i No More ben oltre l'orbita dell'anonimato posizionandoli tra i più interessanti fenomeni underground di quel periodo; seguì quindi il mini lp "A Rose Is A Rose" contenente la nota "Hypnotized", oggi rivisitata e reintrodotta anche nel nuovo album. Nell'ultimo tratto del 1983 alla line-up si aggiunse estemporaneamente la bassista Yvonne Pfeifer la quale lasciò la band l'anno successivo, concedendo il reclutamento di Thorsten Hartung, integrato nell'organico sempre alle bass-lines. Il 12" mini-lp "Laughter In The Wings", incentrato su moderni e sperimentali schemi new wave / minimal / synth-pop, riscosse un ottimo riscontro, ma fu solo nel 1985, dopo la pubblicazione del fortunato 12" "Do You Dream Of Angels In This Big City?", che i No More suggellarono utili collaborazioni in qualità di live-supporters con vari progetti come The Sisters Of Mercy e X-Mal Deutschland, giungendo nel 1986 al 12" "Different Longings" e soprattutto al primo album, "Hysteria", pubblicato nel 1987 dalla label tedesca Roof Records. La traumatica uscita di Andy e Tina siglò una lunga cristallizzazione del progetto No More che rinacque per loro esclusiva volontà nel 2006 presentando i due membri in qualità di unici protagonisti del disegno con le rispettive funzioni: Andy > vox/ guitar / bass / electronics e Tina > keys / electronics / treatments. La rentrée del duo, anticipata nel corso degli anni da una micro-costellazione di compilations, cover e reprises, come quella degli Echopark, e dal 7" "Sunday Mitternacht" del 2010, si concrettizzò ufficialmente attraverso il rilancio del loro miglior archivio integrato nel doppio album di remixes "Remake / Remodel", licenziato nel 2006 dalla Roof Records e che ebbi il piacere di recensire. Quest'opera fu quindi succeduta nel 2010 dall'eccellente e crepuscolare "Midnight People & Lo-Life Stars", album magistralmente architettato dai rinnovati No More mediante tattiche dai connotati minimal-sound, prediligendo tuttavia sofisticate calligrafie elettroniche di ultima generazione interposte alle consuete, oscure malinconie no-wave e post- punker, miscelazioni elaborate da Tina mediante sezioni di tastiera e moduli emessi dal più primitivo marchingegno elettronico esistente, il theremin. Oltre alla citata strumentazione, a Tina sono affidati i comparti ritmici e di programming, questi ultimi gestiti contemporaneamente anche da Andy al quale inoltre si accreditano le partizioni di voce, basso, percussioni e chitarra. La track-list di "Sisyphus" ha inizio con l'ombrosità espressa da "All Is Well – Senza Macchia", traccia che diffonde liriche morbose, alcune delle quali pronunciate da Andy in lingua italiana, circondate da ritmiche sezioni di chitarra, synth, progs e gassosi effetti elettronici. Più snella e veloce, "The Beautiful Life Of The Wasted Youth" propone invece un post-punk-rock dai toni amari, sgorganti da vigorose rullate di batteria, sibili tastieristici e da un roccioso accompagnamento chitarristico. La tecnologica briosità di "This Was ‘Die Modernistische Welt’" decora brillantemente questa vitale synthpop song dalla foggia avveniristica composta da programming, synths e voce, mentre la successiva "Sisyphus", traccia che dona il nome all'album, assesta le sue formulazioni dapprima in un'introduzione dai colori psichedelici, in seguito attraverso pulite sezioni di drumming, a sostegno di canto e di costruzioni tastieristiche in assetto pienamente waver. "Take Me To Yours" espone un neurotico schema sonoro che trova nella tripla appartenenza darkwave-electro-rock la sua specifica genealogia, con i vocals e gli arpeggi di Andy, quieti ed evocativi, che si fondono armoniosamente ad un sinistro background di key. Riverberi, elettronica affamata di oscurità , voce echeggiata proveniente dal sottosuolo ed un sound-complex tetro e minimale compongono "Gravity Existence", brano che anticipa la rilassante musicalità di "La Defense" e le sue procedure sintetiche regolate dal torpido scorrere della drum-machine, key ed aggraziati tocchi di chitarra. Di nuovo il programming, ora irrequieto, scarno e veloce, tratteggia la silhouette di "123456789", una traccia dalle atmosfere obscure-electropop anticipanti "The Grey", sad-ballade ricolma di malinconia, afflizione e tenebra, suonata utilizzando esclusivamente micrometrici flussi di synth, tenui rindondanze chitarristiche ed i vocals di Andy le cui intonazioni predispongono un canto saturo di lividità e tristezza. Il ritmo sale energicamente nella successiva "Hypnotized", remake del celeberrimo brano incluso nella track-list di "A Rose Is A Rose", ora ri-progettata su dinamiche basi electro-rock/post-punker edificate da sferzate percussive, tensione canora ed un minuscolo firmamento elettronico, così come la successiva "Leaving Berlin" offre all'ascolto l'eleganza di un synthpop avanguardistico disposto su leggere micropulsazioni di programming a velocità mid-tempo circondate da incantevoli accordi di synth e la vocalità di Andy che si adagia con morbidezza sul basamento strumentale. E' la volta di "Les Giraffes Sur Mer", meditabonda quanto dolce, eretta su una carezzevole e romantica sonicità di chitarra, voce e tastiera; l'attenzione converge ora sulla bellissima trasposizione by No More di uno tra i più imponenti classici della storia musicale, "Heroes" di David Bowie, brano di chiusura, in questa versione curvata in direzione di un pop elettronico dalle accelerate e smagrite bpm che in fase di sviluppo si irrobustiscono battendo il tempo al testo cantato da Andy, il cui voicing propaga le tonalità che hanno reso immortale la song quì ulteriormente arricchita da scintillanti arrangiamenti di chitarra e synth. Altisonante ritorno per una delle band più attese dell'anno, artefice di una release dai contenuti che risveglieranno sicuramente l'entusiasmo dei loro fans tramite un'equilibrata miscelazione tra moderne concezioni suono artificiale e la rievocazione di stagioni che mai conosceranno il tramonto. "Sisyphus" donerà autentico piacere d'ascolto, oltre alla consapevolezza di possedere un album di valore che si rivaluterà nel tempo. Ancora lunga vita ai No More!

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- Orchis - "A Thousand Winters" - cd - by Maxymox 2012-

orchis Quello attraversato degli inglesi Orchis è uno sconfinato oceano dark-psychedelic-Neofolker caratterizzato da allegorie e concepts dedicati ai più profondi interrogativi dimoranti nel genere umano, come il sopravvivere dell'anima dopo la dissoluzione fisica, il misterioso simbolismo proveniente dai culti pagani, ma anche una visione storicamente critica riguardo l'ascesa della religione cristiana durante il corso dei secoli. La line-up del progetto si compone di tre elementi, Tracy Dawn Jeffery, Amanda Prouten ed il poliedrico Alan John Trench, musicista attivo in un congruo numero di side-projects come la sua identità parallela chiamata Cunnan, questa di orientamento psychedelic-Neofolk, oppure attraverso la piattaforma solistica indie-rock denominata Call Doctor Bunny, ed ancora nei S.Q.E. di J. Greco, arcano esperimento di natura dark-Neoclassical-minimal-harsh, nonchè nel disegno puramente Neofolk Twelve Thousand Days intrapreso con Martyn Bates, leggendario membro degli Eyeless In Gaza e Creature Box. Discograficamente, le produzioni degli Orchis elencano il debut-album del 1994 "The Dancing Sun", masterizzato dal guru Denis Blackham e licenziato dalle labels Cryptanthus e World Serpent, realizzazione considerable più come un'antologia di materiale concepito negli anni precedenti. Segue il presente "A Thousand Winters", full-lenght che considero l'evento più rappresentativo della loro attuale carriera, pubblicazione originariamente rilasciata nel 1997 dal rinnovato accorpamento tra le citate Cryptanthus e World Serpent, succeduta nel 1999 da "Mandragora", album edito dalla celeberrima label Trinity e maggiormente curvato verso sonorità definibili come Modern-classical sperimentali. Notificabile anche "Trait", compilation distribuita nel 2001 dalle etichette industrial-Neofolk russe Brudenia e Cryptanthus, quest'ultima responsabile di "Phoenix Trees", raccolta edita nel 2011. La copia di "A Thousand Winters" giunta alla redazione di Vox Empirea proviene dalla label russa Infinite Fog Productions, qualificata nei generi dark-Folk / Neoclassic / Neofolk / ambient, la quale marchia con orgoglio il retro del six-6 pannel digipak riproponendo la gloriosa track-list di dodici episodi che ha reso così significativa la presenza degli Orchis nella scena contemporanea dedicata al loro genere. Il climax percepito all'interno dell'opera è un atmosferico contesto in cui si intrecciano tranquille sonorità Neofolk, tipiche del repertorio Orchis, intercalate a rivisitazioni di classiche opere risalenti al Medioevo inglese, soluzioni costruite prevalentemente mediante l'impiego di strumentazioni acustiche e canti simili a liturgie, con le citazioni di Dr. Gary Sawers, Dr. Andrea Sawers e del poeta-scrittore britannico Walter De La Mare. La poetica quanto breve lettura di "The Horseman" introduce l'ascoltatore nei corridoi dell'album attraverso questa traccia declamata con voce remota dalla recitatrice, in anticipo sulla successiva "Blood Of Bone", moderno arrangiamento della rituale "The Witches Rune", una song dalle melodie flautate e dalle psichedeliche evanescenze folk-downtempo architettate per mezzo di chitarra e del canto di Amanda che diffonde riverberi da sirena. La medesima impostazione vocale adorna anche "Blackwaterside", traccia potenzialmente adatta al ruolo di soundtrack per film epici, grazie alla magia canora in stile ethnic-music propagata dalle liriche in combinazione ad un lento vortice di keys, trasposizioni di archi ed l'imponente infrangersi delle onde sulla scogliera. E' la volta di "The Hare / Jennet", song eterea di fiati, circolari arpeggi di chitarra e vocals quasi sussurrati, le cui parole risultano essere una ricercata variazione del rituale Wicca dedicato all'Anno Bardico concepita dal novellista drammaturgo inglese Simon Raven. Le stranianti e vagamente disarmoniche intonazioni pronunciate da Amanda in "Gallows Man" si adattano alla morbidezza chitarristica che circonda la traccia con minimalismo folker, appena oscurato da grevi accordi ed un fischiare obliquo. "Arcadia" offre anch'essa una sobria musicalità di flauto medievaleggiante, impercettibili battute ritmiche, chitarra, ed un'ossessiva forma di canto tessuta dalla vocalist, raggiungendo quindi la successiva lettura di "The Horn" e, più innanzi, le solenni costruzioni dark-psychedlic-folk relative a "He Walks In Winter", traccia ricolma di fascino, incorporante profonde, estese evoluzioni di archi e chitarre, accennate note di piano, percussioni mid-tempo e, soprattutto, la malinconica coralità di Amanda capace di materializzare antiche celebrazioni pagane. L'adattamento in chiave dark-folk della composizione medievale inglese "Trotto" si ascolta ora in "Magæra", una vivace e corposa ballata di fiati, tamburi, echi e vocalizzi che sembrano attraversare il tempo per riportarci in epoche remote tra coorti di cavaleri e dame, dettagli antecendenti a "Winter", un femmineo cantico di sola voce e chitarra pizzicata, la cui unione genera le infinite malinconie senza tempo della stagione fredda. L'origine della seguente "Risen" è quella di un antico poema medievale inglese a cui gli Orchis donano nuova vita rinnovandone radicalmente le movenze, dapprima attraverso la soavità canora di Amanda accompagnata da leggeri arpeggi di chitarra e dal lento drumming, e nella seconda parte della song da una dimensione irrealmente oscura di tastiera rielaborata e tamburo echeggiato. Psichedelìa sperimentale, ombre crepuscolari e l'impalpabilità dei suoni fanno della conclusiva "From The Iron Wood" un brano downtempo che accorpa la struggevolezza del violino riverberato, flussi d'organo e le elegiache intonazioni della voce di Amanda, paragonabili per natura a quelle udibili nei cori estemporanei innalzati durante la funzione celebrata in una piccola chiesa solitaria, acustiche ricolme di stranianti dissonanze ed un indescrivibile senso di nostalgia. Album dal nucleo surreale: le sue liriche, sempre cantate con emozione, svolgono nella track-list gran parte dei processi sonori interpretando pienamente la sacralità del concept ed evocando i paesaggi ancestrali dell'Europa medievale. Il supporto strumentale, retto da un pentagramma sobrio ma efficiente, delinea orchestrazioni riconducibili ad un Neofolk perennemente umbratile e talvolta allucinato, con punte che si stemperano in una forma quasi tribale di misticismo. Una volta entrati completamente nello spirito di "A Thousand Winters" proverete nei confronti di esso una sorta di divinazione.

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- Peter Bjärgö - "The Architecture Of Melancholy" - cd - by Maxymox 2012 -

peterbjargo Dissezionare scientificamente un'emozione complessa ed articolata come la malinconia, riconfigurandone l'essenza sottoforma di suono e non rinunciando a nulla in termini di intensità, è un'impresa che necessita una mente creativa, acuta, in grado di isolare perfettamente da questo sentimento i dettagli più significativi . L'eclettico one-man project svedese Peter Bjärgö possiede questa straordinaria capacità. Conosciuto soprattutto per la sua ventennale militanza nell'organico della conterranea band medieval/ambient degli Arcana e per la sua identità parallela denominata Sophia, quest'ultima attiva nell'area industrial / dark-ambient / experimental, a Peter si riconoscono estemporanee partecipazioni nelle line-up di death metal bands quali Crypt Of Kerberos e Tyrant, nonchè nell'effimero disegno modern-classical / neofolker denominato Victoria, interpretato da Peter in combinazione con Tomas Pettersson, meglio noto come Ordo Rosarius Equilibrio. Questa serie di esperienze progettate nel corso degli anni hanno condotto il protagonista ad una valutazione definitiva riguardo i propri orientamenti stilistici posizionati attualmente nei generi downtempo / ambient / ethnic / ethereal. L'attività solistica di Peter Bjärgö si concretizzò inizialmente nel 2005 con l'album "Out Of The Darkling Light, Into The Bright Shadow", realizzato in collaborazione con il musicista ambient-industrial svedse Gustaf Hildebrand, operativo anch' egli nello spazio di competenza Cold Meat Industry con l'appellativo Lithivm. L'album ufficiale di esordio "A Wave Of Bitterness" uscì solo nel 2009, licenziato dal brand tedesco Kalinkaland Records e succeduto da questo secondo, recente full-lenght "The Architecture Of Melancholy", affidato alla pregevole label canadese Cyclic Law la quale si assume il compito di diffonderne le settecento copie limited edition in formato digipak, composte da otto pannelli dall'artwork coerentemente in sintonia con il concept dell'opera. Le sette elegantissime suites incluse nella tracklist propagano nel cosmo un sound-system dal carattere profondamente sensibile e riferitore di una forte verve comunicativa che trova nella sfera emozionale la propria ragione d'essere. Le celestiali ed introverse allegorie affrescate da Peter all'interno delle sue musiche innalzano meravigliosamente l'immensità ed il livello atmosferico dell'album, grazie soprattutto all'ampiezza e l'intensità dei suoni creati ed al particolare significato che l'autore assegna singolarmente ad ogni episodio, come nell'omonima "The Architecture Of Melancholy", traccia dall'incedere lento, solenne, magnificato dalla statuaria bellezza dei pads tastieristici, dal funereo rintocco della campana, morbidi arpeggi di corde e dalle sepolcrali scie delineate nella voce di Peter alternata alla serafica coralità appartenente a Ida Bengtsson, guest vocalist proveniente dagli Arcana. "Bitteresque" si rivela un brano dalla musicalità letargica, quasi vetrizzata in emisferi ambient che inducono nell' ascoltatore un inesprimibile senso di pace, schema esaltato dalla remota impostazione vocale di Peter il quale recita il testo con pacata afflizione tra pizzichi di plettro e sospensioni di key. "The Hidden Compass" trasmette a sua volta uno stato d'animo mesto e decadente, basando la propria espressività su note echeggiate di chitarra, riverberate estensioni vocali colme di struggevolezza e su estatici accordi di tastiera, per una traccia che ricorda incredibilmente l'evanescenza dello stile espresso dai Soul Whirling Somewhere più visionari. Dagli orizzonti ethnic-ambient di "Apathy" si dirama sinuosamente un'arabeggiante percussività downtempo ornata da suggestive carezze chitarristiche, bassi toni di voce e vaporosi accordi di key, mentre la meditabonda dolcezza emanata dalla successiva "A Wheel Of Thoughts" fluisce placidamente in una laguna di sogni, le cui acque sono i dilatati tocchi di chitarra e l'impalpabilità tastieristica. Per qualche indefinibile ragione, il nostalgico romanticismo sgorgante dalle melodie di pianoforte in "The Death Of Our Sun" rimanda indirettamente a quello ascoltato nell'antico repertorio dei Death In June, elemento quì miscelato a tranquillità percussiva, delicate efflorescenze chitarristiche, ombrose modulazioni di key e, soprattutto, alla voce di Peter che sprofonda con estatica lentezza verso fondali ambient. L'atto di chiusura è "Sleep Dep.Loop1", una piece dalle calme e rattristate modulazioni tastieristiche in stile ethereal-ambient capaci di irretire i sensi attraverso l'estrema grazia con la quale si librano nell'aria. Nello spirito di Peter Bjärgö affiora una contagiosa emotività che l'artista riversa pienamente in ""The Architecture Of Melancholy", trasformandone l'audizione in un prolungato attimo da trascorrere in completa solitudine, lasciando che sia solo la sua musica a parlarvi ampliando all'infinito i confini del tempo. Questo non è un album: è un frammento di universo.

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- Principe Valiente - "Principe Valiente" - cd - by Maxymox 2012-

principevaliente Principe Valiente è il nome di questa valida formazione svedese di Stoccolma autrice di un plurimo genere dark-pop / Post punk / Shoegaze. Tre i componenti della line-up: Fernando Honorato (vox - electric bass - keys & piano), Alexander Chlot (guitars) e Joakim Janthe (drums); si aggiungono temporaneamente all'ensemble i guest-drummers Jacob Malmström e Jon Axelsson. La sinergia intrapresa dal 2005 tra i membri ufficiali concrettizzò nel 2007 un ep dal titolo omonimo contenente quattro episodi che ricevettero graditi feedbacks sia da parte del pubblico che dai radio D.J.'s europei e di oltreoceano; il suono della band è inquadrabile in un eterogeneo modulo che integra l'oscurità dei Sisters Of Mercy, il wave-rock dagli Interpol e minuscole rifrazioni di glam-rock in stile Suede che sfumano nell'allucinato vigore dell'after-punk, con particolare devozione alle contemplative melodie tipiche del fenomeno del shoegaze di tarda epoca 80's. L'album analizzato in questa sede da Vox Empirea costituisce di fatto l'importante debutto che i Principe Valiente proiettano in orbita presentandosi come un progetto alternativo, intraprendente ed in grado di creare atmosfere che catturano l'ascolto mediante la tensione elettrica propagata dagli strumenti unitamente allo straniante phatos dei vocals intonati da Fernando. La release, licenziata parallelamente dalla tedesca Afmusic e dalla svedese Parismusic, si apre con la malinconica quanto nobile orchestrazione di piano, key e batteria rullante finale di "Intro" che, attraveso il suo minimale splendore, concede l'ingresso a "Before You Knew Me", esplosiva nel suo tratto iniziale mediante la deflagrazione del drumming e delle chitarre shoegaze- oriented che proseguono su questo versante sorreggendo le psichedeliche intonazioni vocali, la ruvidezza del basso e le scie disegnate dalla tastiera. "One More Time" predispone robusti comparti di guitars, batteria e disperazione canora, originando attraverso essi una traccia addirittura inclinata verso il goth-rock romantico, mentre la successiva "In My Arms" procede in direzione di un perfetto equilibrio tra i malumori del post-punk, la new wave ed il rock misto al shoegaze, in un atto incredibilmente ricolmo di passionalità vocale trasportata dai veloci interplay di batteria combinata ai brillanti arpeggi del connubio bass-guitar. La nervosa ritmica scandita dal drummer funge da intelaiatura al canto riverberato di Fernando ed alle irrequiete rotazioni di corde nell'obscure-rock / post-punk intitolata "New Life", traccia seguita dal depresso interludio di sola chitarra "Solitary Man". Un'aerea sinfonia di accordi tastieristici preannuncia l'oscurità di "Stay", traccia caratterizzata da decadenti soluzioni vocali che si fondono alle sconvolte teorie chitarristiche dei primi Cure, collegata infine alla granitica risolutezza del basso e del drumming, concetti anteposti cronologicamente alla bellissima "Afraid", innervata da focose battute percussive e tormentate evoluzioni di canto rese ancora più drammatiche da uno sbarramento di chitarra e basso in assetto post-punker, medesimo schema su cui è edificata anche la successiva "150 Years" che aggiunge alla sua fisionomia vocale un accento di romanticismo avvilito. E' la volta di "The Night", anch'essa sospinta dai ferrei attriti tra chitarra elettrica e batteria regolati dal sordo pulsare della bass-line, risonanze che assumomo inusuali connotati gothic / post-punk grazie all'ausilio dei vocals pronunciati con sfiorita passione da Fernando. Le splendide elaborazioni di key e programming organizzate dal guest Jon Axelsson nella meravigliosa traccia di chiusura "Dance Like There's No Tomorrow", appoggiano lo splendore del canto nostalgicamente espressivo diffuso dal vocalist in questo componimento slow-sad-pop / post-punk, scevro da percussività e che definirei a mio giudizio con l'appellativo "epocale". Il primo approccio con questo disco costituirà per l'ascoltatore un evento già di per sè appagante, sensazione destinata ad accrescere a dismisura durante le audizioni successive, fino a sfociare in un trionfo di venerazione e grande rispetto per il capolavoro che questo album rappresenta. I contenuti dell'album dimostrano il livello straordinariamente elevato raggiunto dalla band oltre ad una ammirevole acutezza nel saper rivisitare i classici dettami post-punk, condensandoli in uno stile personale ricolmo di melodia ed intensità. I Principe Valiente, già operativi nella realizzazione del prossimo full-lenght previsto nel 2013, si distinguono nettamente per originalità, lasciando un ricordo indimenticabile nella memoria ed il desiderio di riascoltare questa release innumerevoli volte. Un'opera superba, principesca, da cui non vi separerete mai.

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- Sandor Gavin - 'Resonance' + 'The Rush' ep - cd - by Maxymox 2012 -

sandorgavin Dal curriculum relativo al newyorkese Sandor Gavin emerge la spiccata versatilità stilistica del musicista rivolta dapprima verso declivi new waver, interpretati nella sua entrata in scena dal 1990 al 2002 come tastierista e vocalist nei The Syntax Of Devotion, band con la quale pubblicò almeno due LP's contenenti brani di ragguardevole entità. Il percorso artistico di Sandor Gavin ebbe seguito nel 2003 abbandonando le pose wave-orinted per congiungersi attraverso il progetto di Detroit chiamato Electrophile al genere industrial/synthpop proponendo l'ep "Digital Emotion" succeduto dall' LP "Fluid" con i quali raggiunse un buon livello di popolarità tra il pubblico dei dancefloors alternativi. Nel 2005 il protagonista ed il drummer degli Electrophile si accorparono per fondare la piattaforma Fascination Incorporated cambiando totalmente direzione musicale orientandola verso soluzioni definite dallo stesso Sandor "più organiche", non riuscendo tuttavia a garantire longevità al progetto dal quale si scisse in tempi recenti per seguire la via solistica. La nuova livrea dell'autore si permea di reminescenze synthpop tipicamente americane aggreagate a ballabili concezioni clubby-minded, proponendo una breve discografia comprendente il debut album del 2010 "Partial To Blue" caratterizzato da tracce a bassa velocità alternate ad altre dalla ritmica più energizzata ed adatta alle piste, seguito dai presenti "Resonance", full-lenght del 2011 e l'ep "The Rush", quest'ultimo garante di ciò che si ascolterà nell'imminente uscita del 2012 "Fiction Theory". La prima delle due proposte da esaminare è appunto l'album "Resonance", prodotto che apporta il marchio della Skip Stop Records, label con sede a Brooklyn specializzata nella gamma dei suoni elettronici e di inclinazione rock, un lavoro che offre undici episodi squisitamente adatti ad ascolti leggeri che necessitino di soavità canora ed armonie elettroniche terse, passionali. Il primo atto dell'opera è l'omonima "Resonance", una perfetta synthpop song edificata da ordinate linee di programming, tastiera ed il timbro vocale di Sandor poco più che sussurrato. Calibrata su un più rallentato regime percussivo, "Kiss Me" è una traccia corrispondente ad un pop elettronico ricolmo di melodie zuccherine, mentre la successiva "Ecstasy" propone vigorose spinte electro-ritmiche mescolate a soluzioni sia canore che strumentali intaccate da reminescenze dance 80's. In "Persistence" si distinguono snelle ed armoniose formule synthpop che traggono indirettamente ispirazione dai Cosmicity, così come "Sun Spots" offre soluzioni elettroniche più vivide che combinandosi originano una traccia che delizierà gli ascolti inclini ad uno stile techno-pop ballabile e particolarmente ricco di melodia. "True" diffonde note colme di garbo e sensibilità in stile Pet Shop Boys, elementi affidati a vocals nostalgici adagiati su leggiadre toccate di synth dai toni pianistici e coralità artificiale. Il recupero dei canoni dancing è garantito dalla seguente "Heaven", brano che sostiene profondi respiri di tastiera introdotti in un velocizzato comparto di programming e voce serafica, succeduto dallo scattante drumming concepito per "Footsteps", traccia iniettata di composta passionalità vocale e dettagli club-dance. "Today" rende omaggio all'electropop erigendo un suggestivo congegno dai vocals educatissimi ma nel contempo trascinati dal celere turbine della drum-machine avvolta dagli aliti del synth. Le atmosfere melodiche, ritmiche e canore tipicamente connaturate al duo Tennant / Lowe si evidenziano nuovamente appropriandosi di "Reminiscence", seguita dalla song di coda rappresentata da "Now And Forever", slanciata e molto ballabile nella sua scintillante foggia synthpop delineata da meccaniche sezioni di drum-programming e da pennellate di synth su liriche esposte con garbatezza. I contenuti ascoltati nell’ep The Rush” riflettono sommariamente quelli presenti nella precedente realizzazione e, benchè concepiti con gli intenti appositamente danzerecci degli extended play, dovrebbero rappresentare le caratteristiche principali del newcomer album “Fiction Theory” previsto per l’anno corrente; “Feel The Rush”, traccia d’apertura, espone melodiche soluzioni synthpop di carattere easy-listening adattate per le piste, così come “Blind Faith” propende verso un equilibrato compromesso tra diagrammi pop-tecnologici e regolari schemi dance. “Love Junkie” riflette ancora tangibili affinità con le romantiche formule vocal-strumentali dei Pet Shop Boys più ballabili, mentre l’accelerazione ritmica di “Let The Radio Play (FM Mix)” invoglia al movimento sviluppando semplici ma icastiche armonie techno-pop ingentilite da un canto lucente e da sequenze tastieristiche molto clubby. Le costruzioni musicali dell’interprete non riscriveranno certamente la storia del pop sintetico ma riusciranno a farsi amare per semplicità, disimpegno e quel tocco di educata verve che le rende assimilabili a 360°. Se il vostri gusti musicali trovano diretta sintonia con quanto qui descritto, siete invitati ad instaurare una connessione diretta ed imperitura con l’azzurro mondo di Sandor Gavin.

 

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- Schattenspiel - 'Lichtgestalten' - cd - by Maxymox 2012 -

schattenspiel Formazione tedesca originata nel 2008 per volontà di Sven Phalanx e The White Rabbit, duo conosciuto al secolo con l'epiteto Phalanx feat. The White Rabbit nonchè autore di releases unicamente digitali; Schattenspiel è invece il progetto al quale si attribuiscono gli albums "Follow The White Rabbit" debut del 2009, lo split "La Couronne De Glace" in collaborazione con Barbarossa Umtrunk edito nel 2010, ed il penultimo "Schattenkrieger" del medesimo anno. L'ensemble è stata caratterizzata nel tempo dall'ingresso e la fuoriuscita di un cospicuo numero di artisti, ognuno dei quali responsabile in varie misure del definitivo assetto stilistico della piattaforma valutabile oggi come un bilanciato compromesso tra neoclassicismo, neofolk, military-pop e ambient. La line-up attualmente menziona il citato Sven Phalanx (music/backvox), Shaita (vox), Christian Salva (music), Seetha (vox) e Iris Traumann (music), dalla cui alleanza scaturisce questo nuovo album, "Lichtgestalten", limitato a 500 + 50 boxes e licenziato dalla label specializzata Dead Master's Beat. La track-list dell'opera enumera quattordici brani, dei quali cinque realizzati in cooperazione con artisti esterni, per una concatenazione sonora traboccante di malinconica dolcezza ma anche di severo fascino marziale, oppure di trasognante irrealtà, soprattutto nei separati episodi in cui le due vocalist si alternano al canto. A riprova di ciò, l'ascoltatore sperimenterà quanto affermato già nelle cullanti note dell'opener, "Der Flug des Schmetterlings", una lenta ballata neoclassica di key, piano, arpeggi di corde e drum-machine a minimo regime, il tutto ammorbidito ancor più dalla sensuale coralità di Seetha. Questa celestiale visione si ottenebra successivamente, oscurata dalle dense nubi sospinte da "Thirst", traccia che trova pieno riscontro nel dark-ambient e nei marmorei elementi martial espressi dal soldatesco tambureggiare e dalle distaccate liriche pronunciate freddamente da Shaita. Il musicista industrial californiano denominato Rex The Ninth condivide con i protagonisti l'umbratile "Totenwache (Over Concrete)", un ambient-noir costituito da un unico, prolungato pad, nella cui ininterrotta percorrenza si animano rarefazioni violinistiche e la cupezza di un drumming proveniente dal sottosuolo, in anticipo sulle notturne nostalgie di pianoforte e tastiera diffuse dalla struggente "Eschatological Scenario", ovvero una piece essenziale ricolma di neoclassicismo e romantica decadenza. La splendida voce di Shaita accarezza ora malinconicamente le rallentate trame di "Echo", nelle cui atmosferiche procedure sono distinguibili i sussurri ed i backing-vocals di Sven Phalanx che aleggiano al di sopra del soffice manto di violino, key e di un'ipnotica sezione percussiva. "Morgendämmerung" si presenta sottoforma di un incessante ed opprimente filamento elettronico privo di toni quale base per i successivi, possenti intarsi di key, intervallati da cupi riverberi di tamburo, in una traccia molto simile per impronta ai torbidi esperimenti ultra-dark dei This Mortal Coil di "Filigree & Shadow". Non distante dai suddetti moduli compositivi di tale, indimenticabile progetto, anche la susseguente "Falling Down 2010" eleva il canto visionario di Seetha perfettamente integrato alle scarne toccate di piano ed ai marziali, epici sviluppi di key-string regolati da puliti stacchi percussivi. Ancor più austera, la strumentale "Many Are Called, Few Are Choosen" si riallinea impeccabilmente ai più rigorosi dettami martial, glorificandosi attraverso un cupo tambureggiamento velato da pinnacoli tastieristici e sporadici ricami di pianoforte, fino al raggiungimento della traccia seguente, "Shadows", che pare sprofondare con rallentata serenità in acque blu indaco, sotto le quali si ode il richiamo da sirena pronunciato da Shaita che echeggia tra opacizzazioni ritmiche ed una musicalità dilatata, fluttuante, sospesa. Il secondo guest coinvolto nella track-list è il compositore francese Barbarossa Umtrunk, gravitante attorno all'orbita SkullLine/Ufa Muzak e dedito ad uno stile plurimo di riferimento ambient/classical/industrial, con il quale la band condivide l'eterea e favolosa "Sun & Steel", traccia che incorpora paradisiache costruzioni di key e violino in combinazione con marzialità ritmica, coralità ossessiva, loops vocali in germanico atteggiamento da battaglia ed altri intonanti canti fanciulleschi. La voce di Shaita vagheggia nuovamente con astratta leggiadrìa vaporizzandosi oltre un sound aeriforme di key, metronomici fragori di drum-programming e dissonanze sintetiche, disegnando nel buio evanescenti figure psichedeliche. L'artista brasiliano Arvovar affianca gli Schattenspiel nel successivo evento, "Zerstörung", un perturbato dark-ambient tendente all'obscure-neoclassical, composto da ombre tastieristiche, tuoni e sporadici bisbigli, mentre il quarto ospite, l'argentino Igniis, contribuisce con il suo sostegno vocale all'edificazione della bellissima "Mi Nombre Es La Muerte", traccia arpeggiata melodicamente dalla chitarra su vocals suggestivi in lingua ispanica unitamente a perussività elettronica, cavallereschi intrecci di key e bells. La solennità neoclassica propagata da "Falling Down", realizzata introducendo il musicista spagnolo Hermann Kopp, dialoga con acustiche dall'incedere eroico ed allo stesso tempo sprigionanti una profonda malinconia, tutto ciò grazie ad un suono intensamente atmosferico di violino riverberato, maestose scale di key e rallentate scansioni di tamburo militaresco, moduli in linea con le inclinazioni in stile soundtrack tipiche del compositore. La magnificenza delle arie e la strordinaria ricchezza degli scenari proposti nell'album invitano l'ascoltatore a seguire con totale partecipazione l'evolversi di "Lichtgestalten", release sensibile ed interiore, dotata inoltre di temperamento fiero e disciplinato: il ciclo vitale di questo full-lenght non temerà il fattore tempo, poichè ad ogni ascolto si rinnoverà il bruciante desiderio di replicare l'esperienza concedendo a sè stessi un lungo minutaggio avvolti da emissioni di canto dalla levità fiabesca e musicalità curata sia sotto l'aspetto evocativo delle liriche quanto in quello prettamente strumentale che a sua volta sfoggia un corpo estetico di rilevante classe. L'incisiva oscurità combinata a formulazioni trionfali fa degli Schattenspiel una band di confine tra il dark-style e l'ethereal, tra l'ambient più radicale e l'inflessibilità del martial, combinazioni dosate con sapienza ed in questo caso decisamente vincenti. Fate vostro questo album, sarete ripagati mille e più volte dal suo splendore.

 

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- Screen Vinyl Image - "Strange Behavior"- cd - by Maxymox 2012 -

screen Dal 2007, anno di inizio carriera del progetto, la musica creata da Kim e Jake Reid risulta essere un allucinogeno punto di unione tra suoni di natura sintetica ed una fosca nebula composta da intuizioni shoegaze-oriented, epocali recuperi di wave oscura, acidità rock-punker, detriti gothicheggianti ed apocalittiche evocazioni da fantasy-thriller movie futuristico. Americani della Virginia, i due interpreti del progetto Screen Vinyl Image completano ufficialmente questo secondo album, "Strange Behavior", pubblicato dalla label Custom Made Music a seguito delle precedenti releases "Interceptors", debutto licenziato nel 2009 e succeduto un anno più tardi dalla compilation "Remixes" edita in tiratura limitata. Non latita inoltre una discreta serie di singles ed ep's disponibili in vari formati, cominciando dal più attempato "Chaser" del 2007 e continuando con l'ep "The Midnight Sun" proposto nel 2007, il 12"/CD-r "Ceremony" dell'anno successivo, l'extended play "Ice Station" inciso su nastro nel 2010, il sette pollici "Tomorrow Is Too Far / I Am God" forgiato in collaborazione con il pioniere elettronico Ruud Lekx, aka Rude 66, nel trascorso 2011, ed infine il 7" titolato "Siberian Eclipse" risalente al medesimo anno dell'album che mi accingo ad esplorare. Un melodico darkwave-sound inasprito da tese linee chitarristiche erige "We Don't Belong", traccia d'apertura che offre il suggestivo canto del vocalist attraversato da key-pads ed un veloce tracciato di drum-programming, lo stesso che a tre quarti del minutaggio sfocia in una prorompente eruzione sonora unendosi all'elettricità delle corde, generando così una spettrale vampata di rumore distorto ritmato dall'ossessivo tambureggiare. Nella successiva "Revival" si distingue l'abrasiva azione dell'impianto chitarristico, il drumming artificiale che scandisce precise ed energiche battute ed un canto colmo di tenebrosa mestizia: tutto ciò in questo episodio che definirei stilisticamente il crocevia ideale tra punk, gothic ed electro. Si continua con le malinconie vocali espresse nella meravigliosa "Stay Asleep", brano di astrazione darkwave in cui primeggiano serrati dialoghi tra il drumming e le due separate forme chitarristiche: una carezzevole associata al canto, mentre la successiva iniettata di graffiante energia culminante infine in lente dissonanze electro-punker dai toni siderurgici e alienati. Le turbolenze soniche vissute fin'ora concedono una breve tregua attraverso la meditabonda beltà di "My Confession", sad song arpeggiata morbidamente dalla chitarra acustica in combinazione a lunghi e profondi accordi tastieristici, minimo regime percussivo e vocals che richiamano la più dolorosa afflizione, il tutto in anticipo sulle altrettanto catturanti atmosfere post-punk/wave diffuse da "Station 4", traccia costruita su asciutte e dinamiche sezioni di batteria programmata, chitarre sempre in doppio assetto, uno di supporto melodico e l'altro colmo di enfasi elettrica, in associazione a formule di tastiera in stile Joy Division ed un canto perennemente abbattuto. Alla lunga introduzione di programming e synth in "Rx" si avvicendano la vibrante tensione delle chitarre e le razionali scansioni di e-drums, elementi che fungono da supporto alle cavernose vocalizzazioni del singer, mentre la successiva "New Visions" ricelebra armoniose liturgie electro-waver/shoegaze attraverso la spazialità ed i riverberi di un canto ben intonato e tormentose estensioni di guitar-sound distribuite su ritmo elettronico mid-tempo. Il circolare modulo del sequencer rotea attorno al passo spedito delle percussioni sintetiche, delle seducenti tastiere e del fascino d'acciaio delle chitarre, strumenti delineanti la fisionomia dell'ultimo brano presente nella track-list, "Night Trip", un ibrido che abbraccia nostalgie electrodark, lo straniamento della new wave e le stizzose nevrastenie del post-punk. Progetto appartenente a quell'ampia schiera di artisti sotterranei che pongono le webzines come Vox Empirea nel dovere di segnalarne l'esistenza, suscitando la curiosità nel lettore predisposto al genere descritto e finalizzando la recensione all'eventuale ascolto di un suono visionario che potrebbe perfino stupire. Gli Screen Vinyl Image si collocano quindi con ogni merito all'interno della citata dimensione, componendo questo album di grande interesse che accoglie in sè la dannazione interiore e l'amaro retrogusto del veleno, concetti ampiamente espressi in "Strange Behavior", disco riservato all'invisibile e contemporanea generazione di eroi maledetti.

 

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- Sell System - "Our L.A.N.D" - cd - by Maxymox 2012 -

sellsystem I torinesi Sell System si distinguono attualmente nelle scene profilandosi tra le più valide ed argute risposte italiane ad una prerogativa synthpop di norma tramandata da generazioni di epigoni tedeschi e, più generalmente, nord-europei. La formazione composta da D@X (groove / synth), Symon ((lyrics / synth / second vox) e Rikux (vox / arrangment / synth / piano), si genera nel 2007 favorita da una totale sintonia creativa che la line-up orienta immediatamente su versanti pop elettronici di provenienza 80's, innervandone le strutture con equilibrate dosi di wave fino al concepimento del primo passo intitolato “Egocentrity”. Nel 2009 la band realizzò il primo atto effettivo della loro discografia, l'ottimo "Red Room", album edito per la Breakdown Records che rivelava una spiccata predilezione rivolta verso sonorità tecnologiche assai catturanti e vivaci, affidando a brani del calibro di "Silence Of The Double Faces" l'ambizioso compito di ammaliare l'udito attraverso danzabilissime basi percussive, voce ben improntata, armoniosi circoli di synth e refrain polarizzante. La successiva partecipazione dei Sell System in qualità di supporters a nomi di grande rilievo quali Levihurst, Babylonia e Covenant ha incrementato ulteriormente sia la competenza tecnica dei membri, sia l'espansione dell'inventiva, concedendo al progetto la facoltà di realizzare quest'ultimo full-lenght autoprodotto "Our L.A.N.D.". Il disco si articola in dieci tracce erette su solide piattaforme ritmico-tastieristiche in aggiunta a sezioni vocali ben delineate, dettagli che emergono inizialmente dall'opener "Tender Sunrise", agilmente percossa da rapidi e-beats che supportano essenziali ricami elettronici, un avvolgente manto di synth e la voce di Rikux che intona accenti dalle nette influenze wave-minded. "Cold Like A Robot", non da meno, eleva un atmosferico canto raggiunto da ballabili linee di programming ed accattivanti punteggiature tastieristiche, mentre la seguente "Balance Scream" propende in direzione di sintetismi più atmosferici ed essenziali, edificando così un brano dall'alto contenuto emozionale sottolineato da brevi intarsi di pianoforte, synth e vocals malinconici, elementi appoggiati su un asciutto selciato di e-drumming. "Next To You" è il primo singolo estratto dall'album e come tale presenta tutte le caratteristiche di una synthpop-track di punta, in questo frangente accentuate da meccanici grooves mid-tempo, aerei accordi tastieristici, luccicanti rivoli di programming e vocalizzi ben scanditi, fino al raggiungimento di "Nervous System", incentrata prevalentemente su formulazioni dance-oriented che ricordano indirettamente alcune strategie care ai De/Vision meno recenti, attraverso melodiche replicazioni vocali, meccaniche pulsazioni e flessuosi apporti di synth. E’ il momento di “Evolution Life”, song che recupera liriche e soluzioni esposte in modalità nostalgica con la lenta andatura della drum-machine ed il languore del synth, così come la successiva “Moment Of Joy” offre pura intensità electro-wave retroguardistica proponendo un melodioso dialogo tra voce, pianoforte, tastiera e gagliardi cicli di ritmica programmata. Giunge ora “L.A.N.D.”, episodio strumentale tracciato da una minimale percussività elettronica ed enfatizzato mediante pads ad alto contenuto atmosferico, attendendo il successivo ingresso di “Oblivion”, brano che propende verso un concetto più ombroso del paradigma synthpopper diffondendo vocals alonati di severità parallelamente ad uno schema ritmico-tastieristico post-Depeche Mode e suggestivi rintocchi di carillon. Molto seducente, “Strange Musique” riassume nel suo minutaggio il metodo compositivo della band, ovvero una radiosa mescolanza di rifrazioni in assetto waver propulse da un pulito, ballabile rettilineo di programming e voce uniti a sobri abbellimenti pianistici e di synth. Ispirati e particolarmente attenti alla forma delle loro diagrammi sonici, i Sell System di “Our L.A.N.D.” riescono a penetrare il buio entrando nel ristretto cono di luce che irradia i progetti più talentuosi, presentando uno stile elettronico sobrio ma funzionale, completamente estraneo da sterili vanità ed eccessivi ammiccamenti commerciali. La mia opinione in sede finale è di fiducia nella capacità del progetto di evolvere ulteriormente la propria arte compositiva nonché di esaltare maggiormente la forte personalità ed il valore che già li contraddistingue, fino a renderli un vero ed inconfondibile brand da imprimere sulle future creazioni. Non è fuori luogo né eufemistico definirli una promessa mantenuta.

 

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- Solar Fields - '[Until We Meet The Sky]' - cd - by Maxymox 2012 -

solarfields Ciò che più si percepisce ascoltando le composizioni dello svedese Magnus Birgersson, aka Solar Fields, è senz'altro una sensazione di celestiale incorporeità, di rilassante grazia armonica, prerogativa avvertibile anche nel recente e decimo album "[Until We Meet The Sky]", licenziato anch'esso dalla grandiosa label francese Ultimae Records, la quale ha presieduto con la sua proverbiale cura dell'artwork e della pulizia acustica, all'intera discografia dell'artista fin dal 2001, anno della pubblicazione del debut "Reflective Frequencies". L'asse stilistico di Solar Fields ruota nuovamente attorno ad un immateriale electronic/ambient/downtempo/idm prettamente strumentale e trapunto di affervescenti micro-frequenze, estetiche sonore ultra-moderne, effetti vinile in sottofondo ed alchimie tastieristiche d'atmosfera composte a loro volta da lunghi pads attorniati da sound-effects e sottili vaporizzazioni elettroniche, masterizzate mirabilmente dal protagonista con la collaborazione di Vincent Villuis, titolare dell'etichetta e noto anche attraverso i suoi progetti Aes Dana e Asura. Dodici brani che Magnus definisce "fasi", collegati l'uno con l'altro senza interpause, compongono la track-list del lavoro che assegna a "From The Next End" il ruolo di opener, episodio emanante aeree propagazioni di electro-karma ed ipnotici circoli di laptop, contemporaneamente ad un ipoacustico battito di drum-programming. "Broken Radio Echo" diffonde leggiadre rarefazioni di pianoforte trasportate da una lentissima corrente tastieristica, mentre la successiva "Singing Machine" amplia il concetto di distensione improntando gli algoritmi delle programmazioni verso tonalità celestiali e riverberate, con accordi impalpabili solcati da fatue evanescenze ritmiche. C'è un qualchè di incantato nelle melodie appartenenti alla suggestiva "After Midnight, They Speak", traccia satura di rifrazioni sonore, echeggiamenti, fruscìi vinilistici e scarne note di piano che ricreano immagini notturne, seguita dalla successiva "When The Worlds Collide" e le sue effervescenze percussive idm-downtempo ornate da morbide cascate di liquefazione tastieristico-elettronica. Attimi di puro rapimento sonico si vivono ascoltando la spazialità propagata da "Dialogue With A River", brano che induce la psiche allo stato meditativo tramite un rilassante background di acqua che scorre, loops robotici, lente scansioni di programming e fluorescenze sintetiche. "Forgotten", anch'essa attraversata interamente da frizzanti corpuscoli, delinea un sound rasserenante di tastiera e spiralizzazioni elettroniche, mentre la più dinamica e bellissima "Night Traffic City" articola eleganti toccate di synth accerchiate, nella fase di sviluppo, da una calda folata di pads ed una ritmica crescente dagli effetti ipnotici. "Sombrero" cadenza meravigliosamente il proprio ingresso mediante aggraziate sezioni pianistiche abbandonate ad un letargico flusso di tastiera e, più innanzi, ad un regolare impulso percussivo su diradate polifonie tecnologiche, autentiche incarnazioni dei sogni. Il suono cristallizzato di "Last Step In Vacuum" si allunga trasformando il proprio minutaggio in angelica beatitudine, orientando la gamma dei suoni verso tonalità gassificate ed estese, fiancheggiate da calmi battiti ritmici. L'altisonanza dell'omonima "Until We Meet The Sky" incanta diffondendo un ampio e grandioso modulo percussivo-tastieristico che dona corpo idm-shoegaze ad una traccia da segnalare per intensa solennità, seguita dalla conclusiva "Epilogue", dapprima contrassegnata da una statica e placida distesa sonica che nel finale si eleva in un lussureggiante apogeo di accordi per poi adagiarsi nuovamente nelle iniziali e seducenti dissolvenze. Stile compositivo che catalogherei come filmico, nonchè estrinsecazione della notevole sensibilità di Magnus per tutto ciò che si definisce "visionario", destinando questo album all'auditore modernamente romantico, utopista, il cui animo si predispone ad accogliere l'intangibilità di melodie e dissonanze più immaginarie che reali. La release è un ennesimo, importante vanto per l'artista stesso e per l'etichetta di supporto Ultimae Records, i quali celebrano con "[Until We Meet The Sky]" il trionfo di una forma elettronica astratta, sofisticata, indirizzata esclusivamente all'esaltazione della ricercatezza tecnica e dell'emozione. Con Solar Fields sfiorerete il cielo cavalcando nuvole argentee, con la leggerezza del vento.

 

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- Spacebuoy - "Fashionista" ep - cd - by Maxymox 2012-

spacebuoy Internamente all'area musicale elettronica più in vista, come del resto accade in altri innumerevoli generi, esiste da sempre una dimensione sommersa, pulsante, generalmente sorvolata dalla maggior parte dai canali informativi ma satura di validi fenomeni perfettamente in grado di competere con i nomi più altisonanti per talento, creatività e, soprattutto, risultati, contando esclusivamente sulle proprie risorse. Il duo inglese Spacebuoy provemiente dallo Staffordshire corrisponde letteralmente a questa premessa offrendosi, a ragione, come un progetto divergente dai consueti moduli di pop artificiale che l'underground-scene di base propone ormai da tempo. La line-up è composta da H. Moth alla voce supportato dall'ottimo tastierista Jez, alias J. Allan-Smith, sodalizio da cui si diffonde un sound elettronicamente melodico, catturante e ballabile. Vocals diretti e ben intonati si uniformano con naturalezza alle strutture tastieristiche ed al dinamico grafico di programming in stile Erasure-oriented, sonorità racchiuse in questo prezioso autoprodotto in formato ep intitolato "Fashionista", debutto di otto tracce a cui gli Spacebuoy affidano il compito di messaggero allo scopo di raggiungere, e molto probabilmente interessare, un pubblico sempre più esigente ed assuefatto. La song di partenza è "The Fear", un mid-tempo che sfoggia immediatamente la splendida verve synthpop di cui i due protagonisti sono possessori, elemento confermato dall'alta qualità delle formulazioni adottate sia sul fronte vocale, espressivo e ben armonizzato, sia sul piano strumentale, ambito in cui il synth manovrato da Jez abbellisce le atmosfere attraverso melodie assolutamente orecchiabili. L'omonima "Fashionista" è uno sfolgorante pop tecnologico carico di ritmo ed accordi immediatamente assimilabili, il tutto guidato dalle distinte intonazioni di H. Moth. Ecco quindi "Sonic Boom", un electropop ben progettato da brillanti striature tastieristiche, lineare drum-programming ed un canto intensamente armonico che cede il passo alla seguente "I Dont Know What To Do", traccia valicata da una dinamica electro-danzabilità up-tempo e vocals che dilagano aperti fino al conseguimento di un refrain d'effetto. Le lineari scansioni ritmiche di "Velveteen" si accorpano ai suggestivi intarsi del synth ed alla voce di H. Moth rivestita di accenti aristocratici, per un brano di pregio ancor più elevato. "Desire & Vision" prosegue all'insegna del pop sintetico ipnotizzando l'udito mediante le regolari pulsazioni del sequencing, il synth ed un canto ben impostato, modulazioni riconducibili ad un'ipotetica fusione tra Erasure, Human League e John Foxx, mentre la successiva, bellissima "Venom" conquista senza indugio per mezzo dell'incalzante, gagliardo drumming programmato che esorta al ballo, unitamente alla sua foggia elettronica così densa di fascino ed i vocals che penetrano nella memoria fissandovisi per ore: questa traccia da sola, ascoltata ad alto volume, varrebbe l'intero disco. In "Oblivion", brano di chiusura, si delineano infine nostalgie post-Pet Shop Boys, assai percepibili nell'esposizione del canto e nella simultaneità melodica ordita dal synth. Segnalo quindi con grande senso di ammirazione l'ep "Fashionista" a quella falange del popolo electro dotata di gusto e capacità di apprezzare prodotti come quello descritto e generato dalla platform Spacebuoy, meritevole di varcare il prima possibile quel limite posto ad essi dall'autoproduzione per approdare finalmente ad una label che sappia trarre il massimo profitto dalla loro potenziale, valida creatività. Garantisce Vox Empirea.

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- The Arch - 'Engine In Void' - cd - by Maxymox 2012 -

the arch Nella folta line-up dei belgi The Arch, promossi dalla radiosa label Echozone, si identificano Ivan DC (guitars/electronics), M. Pierre (guitars/electronics), CUVG (vox/electronics), Jerr Goss (bass/electronics), Ian Lambert (Keys/electronics) e JDSuB ( producer/mixing/additional electronics), ai quali si aggiungono Chiffon's Tale (voxes), Brecht Adriaenssens (additional drums), Veerle Vanhoeck (vox) ed infine Bram Van Looveren (additional guitar); l'ensemble dal 1986 ricalca un plurimo stile che include al suo interno componenti fondamentalmente elettronici contaminati da atmosferiche reminescenze wave e after-punk. Le realizzazioni compiute da questa longeva band nominano molte apperances su compilations ed una discreta serie di produzioni ufficiali, concepite inizialmente su basi cupe ed alienanti che dipartono dal vinile 12" intitolato "As Quiet As" edito nel 1986 per la Anything But Records, etichetta alla quale i The Arch affidarono nel 1988 l''LP "A Strange Point Of You". L'anno successivo fu la volta del 12" maxi-single "Stay Lay" su Antler-Subway, label che supportò anche i successivi lavori: il full-lenght del 1990 "The Messier Album", il singolo di tre tracce "The Only Thing" rilasciato nel 1991 e il 12" denominato "Ribdancer". A questi titoli il progetto fece inoltre seguire nel 1995 l'ottimo album "Seconds And Centuries" licenziato dalla celebre Discordia e "Sofa" edito nel 1997 per la Nova Tekk, brand che curò l'uscita dell'estesa doppia compilation del 1998, "Sex". Trascorsero dieci anni prima che i The Arch si riproponessero con il singolo autoprodotto "I Can't Live In A Livingroom" del 2008, un three-tracks in cui Peter Slabbynck presente nelle bands dei Boy Wonders, The Brilliant Drumheads, The De Lama's e Red Zebra, vocalizzò l'omonimo brano. Completano quadro discografico la digital-compilation "The Arch Of Noise" dell'anno 2009 e quest'ultima opera su album, "Engine A Void", che rilancia la piattaforma in una dimensione sonora più attuale e tecnicamente perfezionata, con dodici nuove tracce permeate di tecnologia, vocals suggestivi ed orchestrazioni alternativamente tese o caratterizzate da un'ipnotica morbidezza. E' proprio quest'ultimo lo schema su cui si regge il tema d'ingresso, "Individuals", scandita dalla robotica lentezza del programmig, avvolta da pads lisergici rafforzati da un dialogo multiplo tra tastiere e chitarra e cantata mediante timbrica profonda e lievemente riverberata. "Donor" avvia invece un modulo electro-ritmico più nervoso, aggiungendo alla batteria artificiale vocals wave-oriented, elettriche sezioni di chitarra ed intarsi programmati, così come la seguente "Seminary" diffonde un sound elegante, impostato su energiche battute percussive in combinazone a vocals amaramete distaccati e tripudi chiarristici. "Skinny Meadows" raccoglie tutto il mio consenso reinterpretando in chiave odierna stereotipi wave del tardo periodo 80's, recuperandone le forme attraverso un pulsante flusso di programming e drums ai quali si affiancano la voce ben impostata del singer su piene configurazoni di keys e chitarre. Decisamente più orientata verso soluzioni post-punk, "Kafkaia" pone in rilievo le graffianti linee delle guitars mescolate alle secche procedure del sequencing, elementi supportati da un canto dagli accenti freddi e rochi. A metà percorso tra l'electropop e l'industrial-punk, "Barbouze", scitta da Chiffon's Tale, effonde scalfitture chitarristiche in perenne duello con il solido perno vocale la tramatura electro-percussiva mid-tempo, in anticipo sulla successiva "Only She", meccanicamente regolata da asciutti drum-beats è costruito un impianto elettronico vagamente depechemodiano, denso di carezzevoli locuzioni vocali, riff di chitarra e serici artifici di keys. "Waterfall" esprime appieno la verve electro-post-punk-waver insita nel patrimonio genetico della band, mediante un ossuto segmento di programming attorno al quale si snodano risolute intonazioni vocali ed un'acida pioggia di guitars. Assai catturante, "Let It Beat Us", le cui liriche sono state vergate dalla sinergia The Atch / Marleen Gordts, è un autoritario rock-pop elettronico creato con smilze cadenze di batteria sintetica e strutture vocal-strumentali accostabili ai Mesh, particolari che si avvicendano alla bellissima "Miss Take", anch'essa regolata da un mezzo tempo programmato elettronicamente dal quale si dirama un canto gravato da nevrastenie waveggianti. Il remake di "My Suitor", microscopico oggetto di culto sonoro originariamente composto nel 1983 da due membri del progetto Bernthøle, ovvero Drita Kotaji e Simon Rigot, delinea la propria anatomia su glaciali percosri di programming e un femmineo e provocante canto intervallato dalle distorsioni chitarristiche che nel refrain si fondono ai testi del vocalist esposti in modalità ruvida, dolorosa. A Veerle Vanhoeck sono affidate le liriche dell'ultimo brano della track-list, "In Silence", un electropop sotterraneo basato su atmosferici accordi di key e voce sostenuti da uno smagrito apparato percussivo a basso regime ed armoniosi contrappunti corali accompagnati dall'asprezza degli additional guitar genarati da Bram Van Looveren. Quello dei The Arch è uno stile elettronico distante da soluzioni intuibili, essendo esso orientato prevelentemente su melodie sfuggenti e formulazioni dalla musicalità tortuosa che tuttavia conservano un planning rigoroso ed asettico. La band, consapevole del proprio grado di preparazione e della pluridecennale esperienza maturata sulle scene alternative, si muove agevolmente tra complesse orditure e melodie impenetrabili, realizzando un album che susciterà interesse bilaterale sia presso la retroguardia affezionata alle sonorità 80's wave, che alla new generation di estimatori del concetto post-punk. Considerata l'ampiezza cronologica che separa l'ultima opera pubblicata dal progetto da questo nuovo "Engine In Void", è ragionevole presupporre l'uscita di un prossimo lavoro in tempistiche altrettanto estese: l'ascoltatore coinvolto avrà quindi tutte le opportunità per vivere fino in fondo questo full-lenght e scoprire molto altro riguardo la discografia dei The Arch, un disegno inossidabile che sa come plasmarsi alle nuove tendenze non rinunciando alla propria integrità. Great!

 

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- The Beauty Of Gemina - "Iscariot Blues" - cd - by Maxymox 2012 -

thebeauty C'è sempre qualcosa di fatale, elegante e seducente nella musica degli elvetici The Beauty Of Gemina, terzetto con base a Zurigo capitanato dal front-man Michael Sele (vox / music / lyrics / progs / guitars / keys) e completato dal drummer Mac Vinzens ed il bassista David Vetsch. L'impronta rock-gothic è impressa fortemente in ogni ideazione della band, la quale aggiunge alle medesime anche ulteriori elementi squisitamente new wave, dark ed elettronici che conferiscono al suono un particolare tocco di regale e malinconica signorilità, caratteristica percepibile fin dal loro primo album del 2006 "Diary Of A Lost" edito per la Monkey Music. Spetterà al successivo full-lenght "A Stranger To Tears" del 2008 licenziato dalla TBoG Music il compito di consolidare definitivamente uno stile che moltiplicava rapidamente i consensi tra il pubblico e degli opinion makers, soprattutto per merito di indovinati capolavori quali "This Time", fino al giungere del meraviglioso album "At The End Of The Sea" del 2010, pubblicato dalla stessa TBoG Music, recensito più che positivamente anche dalla mia penna e scrigno di preziose gemme, tra le quali spiccava per irresistibile fascino "Counting Tears". Dopo due anni di attesa, ecco dunque l'apogeo artistico dei The Beauty Of Gemina, "Iscariot Blues" distribuito parallelamente dalle etichette Universal Music Switzerland GmbH e Danse Macabre, un album recante il cliché rock-decadente tipico del progetto arricchito con ulteriori dosi di melodia nostalgicamente oscura, celebrata in particolare dagli importanti vocals di Michael sempre ricolmi di tonalità sentimentali, meditabonde e visionarie. “Voices Of Winter”, stupenda premessa di ciò di cui l’album è ricolmo, avvia la sequenza della track-list mediante un passionale amplesso tra le battute percussive rock-oriented ed un tenace bouquet chitarristico dagli accordi romantici con protagonista indiscussa la voce di Michael, mentre “Haddon Hall” propone la medesima energia dark-rocker più velocizzata e decorata con screziature gothicheggianti. Una moderna ballata rock-western è “Badlands”, ritmata inizialmente da un essenziale filamento di voce, programming e chitarra acustica ai quali si aggiungono in seguito un più corpulento drumming ed elettriche innervazioni di guitar. “Golden Age” predispone a sua volta un altrettanto dinamico spartito dalle tinte gothic che vibra percosso da una sostenuta batteria su vocals tenebrosi, raggiungendo la successiva “Stairs”, brano colmo di struggevolezza vocale lambita da morbidi arpeggi di chitarra, key e programming a basso regime. Il rumore incessante trascinato della chitarra elettrica increspa la nera superficie di “Prophecy”, traccia estremamente interessante che rivela le attitudini della band nel saper ricreare strumentalmente atmosfere drammatiche, in questa occasione organizzate attraverso stacchi percussivi, sequencing e synth, il tutto affidato alla voce baritonale di Michael. Di assoluto rilievo è “Dark Revolution”, episodio rock-swing rievocante molte delle epiche formulazioni care ai Fields of The Nephilim attraverso l’oscura forma vocale del singer e i solidi ornamenti di chitarra sia elettrica che acustica, quest’ultima incaricata di abbellire sporadicamente le arie tessendo arpeggi che rimandano alla mente un assolato ed arido paesaggio texano. Il recupero della rhythm-machine e di accompagnamenti elettronici dona corpo alla seguente “June 2nd”, traccia rivestita di nobiltà, esposta mediante acidule toccate di synth che accerchiano la voce e le dilatazioni chitarristiche. La magnificenza propagata dalla successiva "Seven-Day Wonder" costituisce di per sè la diretta testimonianza del livello superiore raggiunto dalla band in questo album: catturante profondità vocale, tessiture electro-rock, ritmo e melodia di specie evoluta in un brano potenzialmente da hit. La conclusione della track-list avviene tramite l'ennesima dimostrazione di perizia tecnica e maestrìa, componenti che introdotti in "Last Night Home", creano una via intermedia tra le romantiche ed intense armonie vocali care a Paul Buchanan, singer degli indimenticabili The Blue Nile, e le strutture gothic-rock dei Mission più recenti. Chi da tempo segue il decorso artistico del progetto noterà nei The Beauty Of Gemina di "Iscariot Blues" un più maturato avanzamento nell'anatomia delle musiche, particolare che colma di grandiosità questa realizzazione dall'appeal inevitabile. Il sound, sempre curato fino al minimo dettaglio, è intriso di efficaci calligrafie canore che donano ai contenuti un forte potere attrattivo i quali, unitamente ad un'impeccabile padronanza nell'architettura dei suoni, garantiscono piacere d'ascolto ed autentico coinvolgimento. Tra le migliori proposte di questo primo segmento dell'anno: da possedere in termini assoluti.

 

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- The Eternal Fall - "MM - MMXII" - cd - by Maxymox 2012 -

theeternalfall Progetto spagnolo di Alicante esecutivo dal 2000 nell'ambito darkwave, formato originariamente dalla sinergia tra il front-man Sol (Vox / guitars / keys / drums / progs) e David Tenza (bass). Da segnalare inoltre l'importante contributo in sede live dei chitarristi Manuel Mas e De-ath; poco dopo le prime pubblicazioni David uscì dalla line-up riducendo quindi l'organico ad un unico componente, Sol, attuale rappresentante del disegno The Eternal Fall, ancora oggi fiancheggiato nei concerti dai due citati guitar-supporters. Le realizzazioni discografiche pubblicate dalla band nominano inizialmente due albums autoprodotti: il debut del 2002 dal titolo omonimo, "The Eternal Fall" e "The Sadness" edito nel 2004. Il primo approccio con la label AF Music avvenne nel 2005 attraverso l'album "The Path" con un successivo ritorno all'autogestione rilasciando in una precisa sequenza temporale i full-lenghts "To Darkness" del 2006, "The Ninth Sphere" licenziato l'anno successivo, "A part dies" del 2008 e "Alone" edito nel 2009. Chiudono l'elenco le antologie "Emptiness Vol.1" ed "Emptiness Vol.2", rispettivamente del 2010 e del 2011, con il presente "best of" intitolato "MM - MMXII" rilasciato dalla AF Music / Danse Macabre e contenente molte tra le migliori tracce incise dalla piattaforma, un collage ragionato che ripercorre interamente la strada intrapresa da Sol & ensemble dai primordi della loro lunga carriera ad oggi. Il dark-sound creato dai The Eternal Fall è specularmente ispirato ai Cure più tenebrosi e malinconici, con una particolare focalizzazione rivolta al canto che con i suoi toni disperati si aggiunge a decadenti orchestrazioni gothic-rock: ne scaturiscono modulazioni in grado di esprimere in tutta la loro pienezza l'immenso struggimento che alimenta da sempre lo spirito della band. L'emozione è rivissuta nuovamente nelle tracce di questa interessante compilation da collezionare ed ascoltare con devozione, costituendo essa uno scrigno racchiudente quindici minuscole perle sonore, ognuna delle quali emanante un'aura romanticamente afflitta che ogni integerrimo darkofilo apprezzerà senza riserve. Le atmosfere e gli accenti canori di "Dead Dream", opening-act, omaggiano un Robert Smith d'annata ed i suoi Cure, soprattutto attraverso vocals accentati con le medesime inflessioni appartenenti allo storico singer, liriche colme di nostalgia affidate ad abbattute brezze chitarristiche in perfetto stile darkwave. "Always Its The Same" è un brano che incorpora le più efficaci strategie acustiche finalizzate all'esaltazione dell'anima rattristata, ovvero un canto melodicamente depresso e leggermente echeggiato che si inserisce alla perfezione tra la mestizia evocata dagli accordi di chitarra, le punteggiature di basso ed il drumming mid-tempo. Il vigore gothic-rock espresso da "Dead Man Alive" prende corpo erigendosi su una vibrante tensione chitarristica scandita da veloci battute percussive, pulsanti bass-lines e gli angosciati vocalizzi di Sol che si alternano ad altri di origine elettronicamente filtrata. "The Scar", a mio giudizio, rappresenta senza dubbio l'episodio di punta dell' intera raccolta: tutto è allestito impiegando i migliori pentagrammi darkwave-minded che spaziano da vocals incredibilmente catturanti ed intonatissimi ad un accompagnamento di chitarre, basso e prog-drumming, il cui dialogo riversa sulle musiche oceani di inconsolabile disperazione. Si prosegue con le sanguigne curvature rock-gothicheggianti di "Death Affair", traccia Mission-oriented dalla quale si eleva un canto accorato che si snoda tra le potenti sezioni della batteria e l'intensità elettrica delle chitarre, elementi cronologicamente anteposti alla successiva "Salvation", anch'essa obbediente alla romantica decadenza del gothic style espressa ora sottoforma di suono coriaceo, percosso dalle rapide battute del drum-programming, fiammanti riff chitarristici e vocals sempre in atteggiamento passionale, ora circondati da una femminea, angelica coralità. "The Pain" riserva a sua volta formule gothic-rock caratterizzate da un maggiore infervoramento del canto di Sol, con discese tonali e rapidi innalzamenti incastonati in un robusto insieme di key, basso e drumming flagellante, così come la seguente "Just With You" replica sostanzialmente le medesime strutture delle precedenti, assestandosi in un compatto gothic-theme dalle atmosfere canore bardate di mestizia. "Broken Dreams" è una traccia dai tangibili requisiti darkwave, specialmente nell'esposizione dei vocals, accorpati all'energia del rock, identicamente alla successiva "My Fate", poema gothic-oriented tratteggiato da veloci arpeggi di chitarra ed una corposa batteria a sostegno delle affascinanti strofe pronunciate da Sol. "Frustration" propaga funeree combinazioni di drum-machine, keys, chitarre riverberate e filtraggi vocali in una traccia splendidamente devota alle più buie liturgie darkwave celebrate dai Cure, mentre "Into A Dream" rispecchia un'indiretta, probabile ammirazione dei The Eternal Fall rivolta allo stile dark-gothic dei più recenti Clan Of Xymox, dettaglio percepibile nella sepolcrale impostazione della voce di Sol, molto attigua alle inflessioni di Ronny Moorings, e nei tratti peculiari delle musiche, costruite mediante lente, stranianti scie di chitarra percosse da glaciali procedure elaborate dalla drum-machine. Ben ritmata e molto clubby, "Just A Secret" espone la risolutezza vocale di Sol in un gagliardo contesto gothic-rock / darkwave di key e rotazioni di bass-guitars da ballare con dinamismo. "The Sounds Of The Night", come titolo suggerisce, emula musicalmente l'ombra proiettandone la forma e la sostanza in una traccia dalle sonorità contratte, perennemente dominate dalle formulazioni di basso-chitarra e batteria in modalità obcure-rock, mentre la conclusiva "I Fed Up" arricchisce l'insieme introducendo misurati dosaggi di elettronica che, pur non sovvertendo la durezza del suono e lo sconforto diffuso dai vocals, rende la traccia perfettamente adatta ai dancefloors. Antologia che possiede il dono di saper interpretare l'amarezza, il dolore, la solitudine e l'irrefrenabile desiderio di comunicare questi sentimenti all'ascoltatore predisposto, con il quale condividere eterne notti senza luna in cui gli unici suoni udibili saranno il proprio respiro e le note diffuse dalla track-list di "MM - MMII". Dopo tanta oscurità ed abbattimento probabilmente non guarderete più l'alba e le sue creature con gli stessi occhi.

 

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- The Exsys - 'Against The Mainstream' - by Maxymox 2012 -

exsys Capita sovente che il profondo livore insito in molti artisti underground nei confronti della musica commerciale si spinga oltre le semplici dichiarazioni assumendo tangibile fisicità nelle loro releases: è il caso di questa ardita solo-man-platform fondata nel 2010 dal tedesco Exsys, fautore di un'autoproduzione dai bordi taglienti e dal titolo più che persuasivo, "Against The Mainstream". Precise citazioni biografiche riguardanti il progetto dark-electro/indus/EBM in questione sembano pressochè inesistenti, costituendo esclusivmente Exsys uno strumento contrapposto per vocazione al suono convenzionale e finalizzato all'estirpazione di tutto ciò che l'ascoltatore "accontentabile", succube dell'enormità di prodotti musicali "usa e getta" diffusi dai principali circuiti mediatici, interiorizza passivamente, continuando a sostenere un mercato più interessato alla forma che alla sostanza di ciò che pubblica. Un album risoluto, incattivito, corrosivo, con testi pronunciati in modalità classicamente harsh tra impetuose scariche di elettronica d'assalto ed impura oscurità rhythm 'n' noise; nel brano di apertura "Dark Dance Project", primo dei dodici episodi, si testano direttamente le caratteristiche peculiari dell'opera, ovvero un pulsante e danzabile assetto di programming, synth e vocals che incidono sulla corteccia del suono parole ed acustiche velenifere. La successiva "CAD (Computer Aided Destruction)" innesca ulteriori cariche di techno-noise attraverso un veloce battito di sequencing circonfuso da pungenti innesti tastieristico-vocali, mentre la gloriosa "Welcome To Wonderland" si dispone come un'estenuante cavalcata dark-electro strutturata su un'ipnotica ciclicità percussiva con primo piano su synth e programming, entrambi torturati da liriche glacialmente affilate. Le meccaniche procedure mid-tempo di "Der Tod" regolano l'interplay tra il tenebroso flusso di elettronica EBM/indus ed i testi della song sempre alitati con estrema spietatezza, mentre la seguente "The Darkness" intercala secche cadenze dancehall ad un turbinìo di acidità tasteristica fodendo perfettamente l'insieme alle astiose emissioni vocali del protagonista. "Industrial Revolution" propende per acuminati intrecci di synth e veloci, potenti scansioni di programming e voce, anteponendosi alla soldatesca vocalizazione che trascina "Sperrfeuer", traccia dal perentorio dinamismo techno-industrial e potenziale riempipista. Altrettanto ballabile, la strumentale "Tanzmaschinen" propaga un travolgente sound irradiato da scariche di iper-energia elettronica pervasa di tensione e rigore industrial, conducendo l'ascoltatore alla successiva "Psycho Industries", ritmata da una lineare spinta programmata che tratteggia con forza le strutture di synth ed i sibillini filtraggi proferiti di Exsys. A tanta fredda irruenza segue sorpendentemente un estemporaneo tema denso di toccante passionalità, "Melancholic Symphony (Dead Amour)", suonato esclusivamente da struggenti toccate di piano e strings tastieristici, il tutto affidato ad un sotterraneo e rallentato indus-drumming. I truci fraseggi emessi in "Keinzeit" infrangono ben presto il sogno, riconducendo nuovamente il listener in un universo di suoni elettronici torbidi, animati da percussività rapida e tuonante, la medesima che regge l'omonimo finale, "Against The Mainstream" che, al pari dei precedenti episodi, infetta le musiche attraverso una virulenta aggressività vocale, tormentando con essa l'ossessiva circolarità dei progs e le acuminate rifrazioni di tastiera. Convincente nerbo creativo, ardimento ed un irrefrenabile, viscerale odio rivolto alla convenzionalità, presiedono alla logica di "Against The Mainstream", galleria di tracce inquiete, tossiche e prive di compromessi. Le acustiche udibili nell'album riferiscono principalmente di rabbia, facendo germinare su una pavimentazione strumentale in acciaio, letali efflorescenze di voce che dimostrano di aver tratto ottimo insegnamento dalla tipica scuola indus-harsh. Pur non rappresentando un capitolo innovativo nel genere di appartenenza, il modulo proposto a questo promettente solo-project offre al pubblico l'ennesimo richiamo dell'elettronica più battagliera indirizzata, senza la minima esitazione, al contrattacco e all'annientamento formale della musica di estrazione più semplicistica. Gli strali di Exsys la colpiranno senza tregua e in profondità, fino a ridurla ad un miasmatico cumulo di cenere sonora.

 

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- The Nothing Machine - 'NMTRv1' - cd - by Maxymox 2012 -

thenothing La volontà alchemica degli scozzesi The Psychogeographical Commission, duo dark-folk/city-ambient già trattato nei mesi scorsi da Vox Empirea, segue per predisposizione itinerari sonori ultra-avanguardistici, raggiungendo sempre nuovi ed ancor più sofisticati traguardi. La creatività del leader S. ha recentemente architettato il side-project chiamato The Nothing Machine, nome riferito anche nella realtà ad un misterioso congegno costruito segretamente in Inghilterra, la "Z + Machine", destinato a sviluppare un ambizioso progetto sulla fusione nucleare chiamato "British Z+ Pinch Inertial Fusion Energy program". Il titolo "NMTRv1" quì ascoltato significa per esteso "Nothing Machine Therapy Recording Volume 1" e funge scientificamente tramite il suo suono da afficace antidoto in grado di ridurre o neutralizzare gli importanti effetti collaterali psicofisici subiti dai tecnici del laboratorio durante il periodo di sperimentazione trascorso accanto all'apparecchiatura. Danni neuro-sensoriali, percettivi, organici, stati di alterazione ottica, vegetativa, della termoregolazione; una sola traccia lunga poco meno di un'ora espone sia la fase prettamente medicamentale di questo sound-system, sia l'essenza dei sintomi descritti, esprimendoli attraverso diffusioni obscure-ambient dalle prcedure cariche di asetticità ed estrema freddezza. Sonorità aliene provenienti da ignote apparecchiature, pads opachi, sommersi, che raggelano l'udito, multispazialità elettronica, echi remoti: questo è il suggestivo campionario udibile nella release nuovamente promossa dalla Acrobiotic Records. L'impianto propagato da "NMTRv1" espande in un buio corridoio glaciali folate di materia radiocontaminata, onde che ricreano dettagliatamente l'impressione di vivere l'esperimento in prima persona, lasciando che sia il suono stesso a raffigurare attimo dopo attimo le visioni distorte e la sintomatologia fisica provocata dalla Z + Machine, in un insieme di rumore minimale, voci indistinte, dissonanze artificiali, cavernosi riverberi e vaporizzazioni tastieristiche. Lo scopo del disco è quello di evidenziare concretamente le significative potenzialità di quell'eccezionale programma nucleare oggi in stand-by, rimarcando inoltre la ferma volontà dei tecnici stessi coinvolti di completare l'originario programma sperimentale. Opera molto interessante, dal concept quantomai attuale e controverso. Al fine di comprenderne meglio il significato, esorto i lettori a collegarsi alla web-page ufficiale dei The Nothing Machine, ove reperiranno tutte le minuziose descrizioni riguardanti il trascorso test nucleare e la relativa cronostoria che ha reso necessaria l'edificazione di questa atipica "audio-cura". Musica per irriducibili estimatori dell'astrazione ambient più draconiana, della sua sistematica manipolazione finalizzata all'analisi degli effetti sulla nuda fisicità del corpo umano, escludendo aprioristicamente ogni coinvolgimento spirituale. Interagire con "NMTRv1" ad alto volume ed in penombra è un'esperienza sconvolgente, traumatica.

 

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- Therradaemon - "Den Mørke Munnens Språk" - cd - by Maxymox 2012 -

therradaemon Quando si discorre della label montrealese Cyclic Law si sottointende una fucina musicale underground di razza superiore, un brand che dal 2002 è impresso su ottime produzioni di matrice industrial, neoclassical, folk-soundscapes e, soprattutto, dark-ambient-drone, stile contemplato dal norvegese Hærleif Langås, scritturato dalla menzionata etichetta e noto con il suo appellativo più famoso, Northaunt, ma anche con i successivi side-projects: The Human Voice, Non Ethos ed infine il presente Therradaemon. L'album ""Den Mørke Munnens Språk" è il primo atto realizzato dal protagonista sotto questa specifica identità, una prodotto subissato da atmosfere dilatate e limacciosi travisamenti del concetto vocale che si propagano attraverso eterni, profondi ampliamenti di tone-clusters, fuligginose espansioni sonore ed uno spettrale minimalismo elettronico. Gli episodi ascoltabili in questa opera si presentano sottoforma di quattro obscure-suites dal lungo minutaggio e strutturate mediante lentissime evaporazioni di suono glaciale, incorporeo, assolutamente raggelante. Il titolo di ogni traccia è anticipato dal prefisso "Daemon", così da rimarcare l'aura sinistramente inquietante che avviluppa ogni momento del percorso sonoro; il primo passo della track-list è "Daemon I- Levnede Sort", una fosca propagazione di laptop dalle tonalità mute e vaporose, simili all'innalzarsi di plumbee nebbie da un suolo extraterrestre al di sopra del quale ondeggiano con ipnotica lentezza misteriose evanescenze senza tempo nè nome. Un suono sepolcrale, corrotto ulteriormente da abissali sub-modulazioni, rarefatte diffusioni di rumori elettronici ed echi lontani di voci ultraterrene che si stemperano affondando in una spirale buia e gassosa: tutto ciò in "Daemon II - Ildspor". Come il profondo respiro emanato da una creatura di altri mondi, il sound appartenente all'omonima "Daemon III - Den Mørke Munnens Språk" scansiona con letargiche procedure, freddi aliti di laptop, lugubri rintocchi ed oppressive, filiformi esalazioni provenienti dal sottosuolo, mentre la conclusiva "Daemon IV - Et Arr Av Lys" dischiude i cancelli del Tempo facendo precipitare l'ascoltatore in un baratro antigravitazionale attorniato da riverberi cosmici, sussurri inanimati e allungamenti/contrazioni del concetto sonoro, trasformando infine quest'ultimo in un oblìo virtuale che assorbe voracemente ogni frequenza luminosa disseminando oltre sè nient'altro che un'indescrivibile sensazione di angoscia. Hærleif, con la sua plutonica creazione Therradaemon, edifica un'allucinazione neurosonica in grado di ossidare istantaneamente ogni forma di vita, trascinandola in una vorticosa sottodimensione priva della più tenue luminosità. Gli ossessivi accerchiamenti di dark-ambient prodotti dalle apparecchiature si integrano perfettamente ad un contesto d'ascolto notturno, oppure adatto a circostanze in cui gli elementi chiave da porre in risalto siano l'arcano e l'insondabile. Ogni forma melodica è estinta, così come qualsiasi emozione: in "Den Mørke Munnens Språk" sopravvivono unicamente le più cupe fantasie insite nel nostro immaginario che proprio quì trovano perenne dimora. Le tenebre si avvicinano lente ma implacabili, trasportate dalla cupezza di questo suono: fuggire al loro dominio sarà impossibile.

 

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- The Saint Paul - 'Rewind The Time' ep - cd - by Maxymox 2012 -

thesaintpaul Marc Schleser (keys / backing vox) con Paul Kuhs (vox / lyrics / keys), stilisticamente devoti alla gamma dei suoni electro-futurepop, costituiscono dal 2010 il power-duo tedesco dei The Saint Paul. L'elemento che distingue maggiormente questo progetto è il funzionale ed equilibrato interplay condiviso tra i due artisti i quali, nonostante la loro provenienza da opposte discipline elettroniche, dimostrano di saper coniugare perfettamente melodie catturanti alla propulsione delle macchine generatrici di suono tecnologico: ne risultano grandiose simmetrie progettate per soddisfare il personale bisogno di energia sintetica, e allo stesso modo rivolte ai dancefloors più intraprendenti. Infatti, come biografia dichiara, la tendenza creativa di Paul risulta orientata verso formule vocali old-school dall'effetto immediato, pianificate al solo scopo di incunearsi nella memoria dell'ascoltatore, mentre l'inclinazione relativa a Marc si assesta in direzione dell'elettronica più impervia e deformata che distingue il genere industrial. La sapiente combinazione tra i due ordini sonori ha dato vita a questo debut-ep consegnato alle cure della sempre più incisiva Danse Macabre, label germanica da sempre in possesso di una mirabile perspicacia nella scelta dei propri reclutati, la quale propone questo sette tracce dal suggestivo titolo, "Rewind The Time", opera emanante un'aura colma di autorevolezza, preparazione tecnica e buon gusto armonico. L'opening song reca l'omonimo nome di "Rewind the Time", episodio entro cui collimano perfettamente audiences mid-tempo di estrazione electro e futurepop, attivate mediante una pulsante base di drum-programming quale sostegno per il canto soave di Paul circondato da accordi tastieristici. Si prosegue con "City Of Glass", piccola meraviglia sonora inquadrabile in un moderno contesto romantic-obscure-synthpop dalle strutture assolutamente ballabili, elaborate attraverso gli slanci del drumming combinato a barocche svilolinate di natura artificiale e vocals che intonano un canto introspettivo, malinconico, unito ad un caldo supporto di tastiera. La vocazione di Marc, innatamente rivolta verso soluzioni electro-industrial, si manifesta nella grintosa "Unempathic", traccia che diffonde un un martellante ed ipercinetico tracciato percussivo su cui è eretto l'impianto tastieristico e vocale, quest'ultimo, in questo frangente, impostato da Paul su emissioni molto più determinate ed incisive. "Damned to Fail" recupera atmosfere dark-electro propagandole in un brano austero, tormentato da battenti ripartizioni percussive tra matematiche sequenze di programming, gelo tastieristico ed un canto intonato dal cui nucleo si sprigionano rabbiose virate che ne irrigidiscono la forma. "Drowning" è una traccia di inestimabile valore in stile De/Vision, un elettronico omaggio alla disperazione esternato attraverso i vocals di Paul trasformati nel refrain nel lancinante urlo di colui che sprofonda in un tenebroso abisso di echi, torbidi flussi di ritmica decelerata ed impurità tastieristica, mentre il successivo remake di "Rewind the Time" è sottoposto alle rielaborazioni effettuate da DJ Ash, alias Heimataerde, il quale fregia l'originario brano con arrangiamenti clubby oriented. Nel finale, ecco la ristrutturazione in formula Hardfloor di "City Of Glass", ora energizzata da risoluti accordi di sintetizzatore e compatte bpm che conferiscono maggiore ballabilità al pezzo, già apprezzabile per le sue fascinose sezioni di violino. Trovo che il duo sia in possesso di una grande chance, quella che potrebbe annoverarli come una delle migliori electro-band emergenti del 2012, circostanza testimoniata dall'ep "Rewind The Time", caratterizzato da strategie tecnologiche di grande effetto che fanno sperare in un futuro full-lenght concepito con gli identici criteri. Se così sarà, i The Saint Paul materializzeranno i desideri dell'electro-cultore prossimo venturo. Ad un solo millimetro dal trionfo!

 

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- The Search - "Staying Alive In A Country Industrialized" - cd - by Maxymox 2012 -

thesearch Ancora una proposta di notevole caratura licenziata dalla straordinaria combinazione tra le labels Afmusic e Danse Macabre. Riconducibile ad un melodico insieme tra indie pop-rock e new wave, lo stile degli svedesi The Search si regge su funamboliche curvature vocali tra Aztec Camera e Morrisey e, in misura decisamente minore, strutture musicali estrapolate dai Joy Division. A seguito di radicali e mirati reclutamenti nell'organico, la band riemerge con il nuovo lavoro ad un solo anno di distanza dal precedente album "The Search For Connection Contact And Community"; ufficialmente attivi dal 2000, i The Search dispongono oggi Razmig Tekeyan, mastermind della formazione (vox / guitar), con Sebastian Sehr (guitar), Karl Larsson (bass) e Per Tholander (drums). Il debutto avvenne nel 2003 con l'album autoprodotto "The Search", distribuito dalla Red Sun Records, in cui l'ensemble sommava con maestrìa reminescenze pop / post-punk dell'era 80's a romantiche formulazioni di cello e violino: l'esito di tali sonorità proiettò la release alla prima postazione nella classifica della label. A seguito di una fortunata serie di concerti europei, i The Search mutarono il loro sound attraverso gli psichedelici ed oscuri registri dell'ep-compilation "Bloodbathe & Bazaar Of Lush Loose Limbs", edito nel 2005 per la Soundlevel, per giungere due anni più tardi al terzo album, "Deranged Minds Unite", diffuso dalla Lonaly Records e caratterizzato da formule qualitativamente ed intenzionalmente meno sofisticate rispetto i canonici studio recordings. Nel 2008 il progetto firmò il primo contratto con la Afmusic pubblicando il full-lenght "Saturnine Songs" distribuito parallelamente dalla Danse Macabre, per approdare nel 2011 al citato "The Search For Connection Contact And Community", diffuso come il resto della discografia dalla medesima Afmusic, come quindi l'apprezzata raccolta "The Silverslut 2000 - 2002". Lo schema composto attualmente dai The Search prevede vocals aperti e passionali, focalizzati prevelentemente sulla limpidezza melodica senza tralasciare nelle strofe un piacevole retrogusto malinconico, elementi che interagiscono alla perfezione con un efficiente contesto strumentale generante trame mai eccessivamente elaborate e capaci di fissarsi nella memoria avvantaggiandosi dell'immediatezza degli accordi. Altro importante dettaglio che l'ascoltatore sicuramente percepirà è quell'aura wave-minded retrò, colta e ricercata che circonda l'intera stesura dell'album, masterizzato dal compositore finlandese Magnus Lindberg, prodotto dal musicista-ingegnere del suono di Uppsala Kristofer Jönson e progettato con l'intento di dare continuità a ciò che il concept della trascorsa release "The Search" eveva all'epoca anticipato, ovvero una meditata ricerca sonora finalizzata all'esaltazione di quell'aspetto della vita puramente sentimentale che riesce a salvarsi dalla moderna concezione dell'esistenza nonostante le assurde frenesie ed il materialismo che regolano la nostra dimensione industrializzata, ambito a cui le emozioni, per prodigio divino o più semplicemente umano, sopravvivono quotidianamente. Menzionabili anche i femminei backing vocals appartenenti a Tina Bergström, il cui nome appare, con quello di Razmig Tekeyan, tra i primi fondatori della sperimentale band indie-pop-rock varata nel 1999, The Silverslut, considerata, a ragione, i precursore degli attuali The Search. "Staring Into A Screen" è il primo dei dieci brani che compongono la tracklist, un pop-rock vagamente waveggiante con drumming sostenuto, luccicanti accordi di chitarre e melodie vocali decisamente inclinate su moderne forme di romanticismo. Si prosegue con "Amanda, What Have You Done?", song dal cui canto si diffondono nostalgici accenti alla Roddy Frame ed accompagnamenti strumentali assai simili a quelli dei suoi migliori Aztec Camera early-80's, acustiche confermate tali dalla flessuosità indie-pop decorata mediante l'ondeggiamento delle chitarre ed il passo ritmico mid-tempo. L'inclinazione sognatrice dell'album si avverte soprattutto in episodi come la presente "Looking For The Flesh And The Blood", un rock-wave pacatamente adagiato sulla dolcezza profusa dagli arpeggi chitarristici sui quali aleggiano mesti i vocals di Razmig, gli stessi che nella successiva "Diving Into Another Person" si plasmano armoniosamente con la velocità delle percussioni ed il doppio assetto delle chitarre, scintillanti nel tratto di ingresso ed elettricamente risolute nel refrain. La sentimentale scala di note espressa in "Losing Touch" emana freschezza ed insieme un messaggio diretto alle anime affrante, sensazioni ben percepibili soprattutto nella passionalità del canto di questa tranquilla emotional-song dissimile dall'impulso wave-rock che anima la successiva "Let´s Make Babies", traccia abbellita da intarsi di armonica contemporaneamente a vocals intonatissimi, catturanti e dalla timbrica solida, unitamente a bass-lines e chitarre che viaggiano in parallelo alla ballabile robustezza del drumming. "The Knower" è un orecchiabile pop-rock dalla emozionale forma canora che rimanda, anche se lontanamente, a Morrisey d egli Smiths, mentre la seguente e meravigliosa "I Could Never Get Close To You" rilancia la celere percussività, i vocals fascinosi di Razmig ed i ricami di bass-guitars collocabili in un elegante quadro romantic-wave-rock oriented. "We Fell Asleep In Each Other´s Arms And Never Woke Up Again" è una traccia realizzata con i fondamentali contributi dei guests Thomas Svahn al basso ed i chitarristi Joakim Jacobsson / Johan Zeitler, quest'ultimo noto come musicista operativo nell'area post-rock, reclutato con Tina Bergström anche alle sezioni synths: la song è un'equilibrata, ritmata miscela tra l'80's dance-wave, frammenti di oscurità in stile Joy Division ed elementi indie-rock, le cui interazioni formulano inizialmente un sound leggero che nelle fasi successive si tramuta in una cupa esplosione di tastiere, percussioni e super-forze chitarristiche. Il segmento finale di un album dedicato alle emozioni non poteva che assumere l'afflitta fisionomia di "This Bird Doesn´t Sing Anymore", sad-song predisposta su accordi di pianoforte combinati ai soavi backing vocals di Tina Bergström, distanti carezze di chitarra e vocals che Razmig rende struggenti quanto le lacrime versate in un pomeriggio autunnale. Opera musicalmente disimpegnata, leggera ma non sottoposta a standard commerciali: la scultorea bellezza di "Staying Alive In A Country Industrialized" è il risultato della congiunzione tra sonorità schiette, assolutamente atmosferiche ed assimilabili, intrecciate ad una nuova rilettura dei classici paradigmi pop-waver e quel "non so che" irresistibilmente armonico, tipico delle le musiche proposte dagli attuali artisti scandinavi. Tutto ciò distingue l'identità artistica dei rinnovati The Search, valida band degna della migliore considerazione ed artefice di un album che sopravviverà per sempre. Anche alla sofisticata indifferenza della società industrializzata.

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- Waiting For Words - "Follow The Signs" - cd - by Maxymox 2012 -

waitingforwords Dopo una serie di radicali cambiamenti di line-up avvenuti fin dalla loro fondazione risalente ai primi 90's ad oggi, i francesi Waiting For Words si assestano dopo un ventennio nell'attuale organico elencante l'inossidabile vocalist ZeN unito a Melanoboy, Electrocaine, Soe V, El Lute e Mycrotonik. Operativo inizialmente mediante formule synthpop-rock divenute in seguito new wave, il progetto sperimentò nel tempo una molteplicità di interpretazioni del verbo elettronico illuminando la propria carriera con significativi riconoscimenti tra i quali spiccano per importanza le nominations conferite loro nel 2004 dalla French Alternative Music Awards e dalla French Rock Webradio Rock One per la realizzazione del miglior "indie album" dell'anno, onorificenza seguita da due singoli posizionati nelle prime posizioni della French Alternative Chart e dell'Indies Top Sellers di Virginmega. Il curriculum discografico dell'ensemble esordì nel 1993 con "Tranquillity", un buon debut-album che incassò sufficienti credenziali per rendere attuabile pianificazione della successiva release "Another Quiet Night" edita nel 1997 e seguita due anni più tardi dall'album "Falling On The 9th Moon", la cui track-list menziona tre rebuilding in chiave sintetica di brani appartenenti ai Duran Duran di "The Chauffeur" ed ai R.E.M. di "Drive", scelta ampliata con un obbligato tributo ai Depeche Mode magnificati attraverso la rivisitazione di "Useless". La scelta dei Waiting For Words di proporre la loro musica in formato digitale si concretizzò nel 2004 con il full- lenght "A Walk Through The Night" e la successiva mix-version ripresa in edizione CD dalla Mosaic Music. Nel 2008 la piattaforma licenziò una website free compilation nel cui indice di diciannove tracce risaltava l'edit in veste 7" di "Burning Steel" creata nel 1992. Dal 2010 l'appoggio della label inglese Foundry Records, creata da Tony Wilson, manager e titolare della leggendaria Factory Records, significò per la band un'era di fortunate produzioni diffuse parallelamente sia in versione downloading che su CD, tutto ciò mediante gli ep's "The Curve", segnalato come hit per quattro settimane dalla celebre etichetta A Different Drum nella sua Top 20, ed il seguente "Miles Away", entrambi radunati nel 2011 nella compilation "Just A Trip" succeduta nel medesimo anno dall'extended play "Follow My Voice", precursore dell'odierno album "Follow The Signs" ora in esame su Vox Empirea. L'opera in questione cataloga tredici brani registrati tra il 2008 ed il 2011, tutti radicalmente inclini in proporzioni variabili a principi obscure-electro e composti da armonie distanti da soluzioni eccessivamente easy, in molti frangenti riverberate di reminescenze waver. "Follow My Voice" è la traccia che introduce all'album mediante la voce di ZeN echeggiata all' interno di un velocizzato e pulsante circolo di programming e synth elaborati da Melanoboy, predisposizione replicata anche nella successiva "Please", un pop elettronico old school ben ritmato da secche battute, cantato suggestivamente da ZeN con ornamenti di key vagamente orientaleggianti. La voce angelica sussurrata da Soe V accompagna quella più risoluta di ZeN al quale sono inoltre affidate le sezioni RX7 drum & noise nell'esposizione di "Pain", brano da cui emergono accenti post-wave meglio definiti dai affilati riff di chitarra elettrica mescolati al ballabile drum-programming in modalità mid-tempo; "Miles Away", poggiata su melodiose orchestrazioni synthpop, offre nuovamente le sinergie canore tra ZeN e Soe V nonchè quelle di sostegno tastieristico che intercorrono tra Electrocaine e Mycrotonik, quest'ultimo reclutato come key-player anche nella seguente e più lenta "Out Of Control", dark-electro song dai toni amaramente nostalgici. L'effetto "clicks" da vecchio vinile, il meccanismo di uno strano orologio e la brevità delle sinfonie da gramofono introducono "New Town", un electropop solo apparentemente giocoso, totalmente strumentale, che in realtà cela un'indole malinconica edificata dai dialoghi tastieristico-programmati tessuti da ZeN e Mycrotonik. La successiva "Message" è un ipnotico congegno electro oscurato dal canto di ZeN che dilaga tra le regolari scansioni mid-tempo e l'austerità del synth manovrato da Melanoboy. Guest d'eccezione, il produttore, musicista e remixer francese Peter Rainman, alias People Theatre, contribuisce alla stesura della versione 2011 di "The Curve", traccia che in questa occasione viene rivisitata attraverso un'ottica danzabile, con il dinamico tracciato di programming e key gestiti da Peter in sincronia con la vivacità della drum-machine impostata da El Lute. "By Your Side", in edizione 2011, è un synthpop compiuto su una disciplinata base ritmico-sequenziata di bass/drum progs rifinita dal duo Electrocaine e Melanoboy, in anticipo sulla personalizzata illustrazione di "Mad World", una mitica song dei Tears For Fears risalente al 1983 la cui ricostruzione sui fondamenti dei Waiting For Words trasforma le originarie strutture in un moderno dispositivo electro-rock cantato mediante la bivocalità di ZeN e Soe V in aggiunta a duri contrappunti chitarristici, drumming elettronico e flussi di key. La finezza delle liriche in lingua francese abbellisce le sobrie e soffuse architetture electropop di "Mon Ami", precedenti la conclusione del disco attuata con le lente replicazioni electro-percussive di "Signs", brano a metà percorso tra il narcotismo del trip hop ed i riflessi elettronici post-depechemodiani espressi nel canto meditabondo di Zen, nell'etereo refrain di Soe V e nelle musiche predisposte da Melanoboy. "Follow The Signs" è un album apprezzabile, non audace ma sicuramente costruito con buoni principi tecnici. Risulterà certamente appetibile al listener la cui richiesta sappia varcare il limite di un facile approccio sonoro, a vantaggio di una più che dignitosa performance da scoprire ed assaporare gradualmente nel corso del tempo, senza impazienza. Waiting For Words: corpo elettronico proiettato nel futuro ed anima pop-wave trattenuta dalle penombre del passato.

 

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- We Came From Waters - "Unfamous Quotes" - cd - from Maxymox 2012 -

wecame I feedbacks ottenuti nel 2011 dai greci We Came From Waters con il demo ep di sei tracce autoprodotte "Famous Quotes", il cui "Intro" recava il marchio del conterraneo alchimista dark-ambient [distopia], innescarono l'incoraggiamento ed i presupposti necessari per lo sviluppo del realtivo sequel che Vox Empirea analizzerà in questa specifica sede, il full-lenght "Unfamous Quotes". Localizzato a Florina, il progetto verte stilisticamente su una personale interpretazione delle tematiche indie post-punk / new wave, ambito entro cui i quattro musicisti Alex (vox), Fotis (guitars), Thander (bass) e Self Mutilator (electronics), si muovono con apprezzabile metodo. L'eccezionale azione simultanea delle due labels tedesche Afmusic e Danse Macabre provvede alla diffusione di questa attuale release che rilancia sostanzialmente la track-list contenuta nel precedente lavoro, ad eccezione del citato "Intro", con l'aggiunta di tre nuovi brani a completamento di un arsenale colmo di strumentalità post-Cure, rifrazioni canore alla Ian Curtis, elementi concatenati tra loro in otto tracce a vantaggio di un energico, danzabile registro after-punker. Importante rilievo viene dato dai We Came From Waters all'energia chitarristica che funge da continua perturbazione elettrica ai vocals pronunciati da Alex con cupezza e delirante lucidità, nonchè al drumming elettronico spesso in fase dance-oriented, caratteristica immediatamente riscontrabile nella traccia di apertura, "Android", episodio che per energia e presa meriterebbe di essere rielaborata da mani esperte in versione remix: ritmo incalzante, strascichi di elettricità chitarristica, pulsanti bass-lines e voce alienata costituiscono gli elementi trainanti della song. "Yellow Position" scortica letteralmente il suono mediante spietate abrasioni di corde post-punk, in combinazione alla potenza congiunta delle battute percussive, del basso granitico e di un canto che tramuta le liriche in un tormentato dramma. E' la volta di "A Silence Like Poetry", traccia caratterizzata da incessanti rullate elettroniche quale ossatura ritmica sulla quale si accavallano selvaggiamente lancinanti evoluzioni chitarristiche, effects, rotazioni di basso e vocals traboccanti di cupa frustrazione. Non latitano attimi di disperata malinconia testimoniati da capitoli come "PermiTion / AdmiTion", in cui l'allucinata mestizia del canto di Alex oscilla tra il lento ma coriaceo arpeggiare di chitarra e basso, fino al raggiungimento dell'autocelebrativa "We Came From Waters", song trasportata da un flusso uniforme di elettricità chitarristica che ammanta interamente con forza l'artificialità delle percussioni mid-tempo e la spenta armonia dei vocals. "The Maze" richiama a sè tutti gli elementi indispensabili all'edificazione di un torbido sound post-punk, attraverso torrenziali, acidi riff di chitarra, parallelamente ad ossessive trafitture di basso, electro-drumming tambureggiante e sconvolgimento canoro, il tutto in una traccia in grado di evocare e far danzare gli incubi più abissali. Il rigoroso drum-programming appartenente a "Childs Play" processa veloci beats sui quali si allineano perfettamente le toccate del basso e gli acuminati avanzamenti della chitarra di Fotis che aggrediscono la soffocata tonalità dei vocals. Il percorso finale dell'album è celebrato da "Crash", traccia da cui sgorgano simultaneamente elegiaci accordi di canto disposti sulla solenne asprezza del comparto chitarristico scandito lentamente dall'interplay tra basso e drum-machine. Musica quella dei We Came From Waters che interiorizza molte delle peculiarità appartenenti alla prima ondata post-punk; l'insopprimibile depressione del canto ed il perpetuo stato di inquietudine presente nelle strutture accrescono progressivamente il tenebroso senso di sconforto di cui "Unfamous Quotes" è foriero. Questo interessante progetto greco dimostra la misura con quei la cultura post-punk abbia recuperato terreno sconfinando in terre fino ad epoche recenti estranee al fenomeno: i We Came From Waters possiedono le conoscenze e la strategia per affinare ulteriormente la loro arte, facendo auspicare in un prossimo ed ancor più sconvolto prosieguo. Ora che avete compreso pienamente l'essenza di questo album, assegnate ad esso un posto di riguardo nel vostro archivio.