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- 047 - 'Elva' - cd - by Maxymox 2012 -

047 Gli svedesi 047 nascono embrionalmente e per pura casualità nel 2001 per iniziativa di un terzetto chip-music composto da Sebastian Rutgersson, Peter Engström e Niklas, in arte rispettivamente Soda,0 - Salkin,4 - Pricky,7. Il debutto si avverò con l'album "Wheel du fira hjul med mej?" dal quale furono estratti almeno tre brani di punta trasmessi con regolarità dall'importante radio show Syntax Error. Lo stile adottato all'epoca dalla band, specialmente nelle live-performances, era un essenziale spartito elettronico elaborato con synth e Game Boy; continuando a suonare dal vivo nel corso degli anni gli 047 siglarono finalmente un accordo discografico con la label scandinava Killing Music, giungendo quindi all'importante realizzazione su album intitolata "Robopop (Vi Tar Cdn Dit Vi Kommer)" licenziata nel 2006. In seguito all'uscita di Niklas dal progetto ed una lunga serie di concerti, i protagonisti si ridimensionarono nell'attuale line-up che cita i soli Sebastian e Peter completando l'ep del 2009 "General Error", il cui seguito è costituito da questo recente album "Elva", un dieci tracce quasi principalmente strumentale, caratterizzato da un sound system elettronico molto ritmato, saturo di acustiche da videogames, dal quale sono stati prescelti tre singles, interpretati da altrettanti guests, connaturati ad uno stile electropop decisamente euritmico, radiofonico e proponibile nei dancefloors alternativi. Apre il circolo dei titoli "Spekerod", introdotta inizialmente da caldi pads mescolati in seguito al solenne downtempo del programming es agli accordi malinconici dei synths, elementi che creano così un atmosferico connubio tra elettronica ed emozione. "Don't Stop" aziona invece scansioni ritmiche assai più dinamiche e scattanti, poponendo strutture tastieristiche simili a gioiosi voli di rondini nel terso cielo primaverile, mentre la successiva "Let You Go", primo singolo estrapolato dall'album, integra i vocals del songwriter svedese Tomas Halberstad, ospite in questo brano dall'incedere electropopper delizioso ed orecchiabile, ordinatamente dettato dalla drum-machine e dalle sonorità programmate la cui miscelazione origina acustiche attigue alla electro-dance 80's. Effetti di Game Boy, drumming veloce e sequencer, tutti impostati su parametri da allegra ballata minimal-technologica edificano "General Error", a cui fa seguito la bella voce della cantautrice pop Lisa Pedersen, la quale intona "Everything's Fine", brano scelto dagli 047 come secondo singolo, obbediente anch'esso ad uno spartito melodiosamente synthpop-dance oriented. "Trekker" esordisce con loops vocali ed il basamento percussivo mid-tempo attorniato dagli incalzanti sviluppi delle tastiere ed i brillanti intarsi di programming, così come l'evanescente coralità che preannuncia l'inizio di "Keep It To Yourself", terzo singolo, cede il posto all'eccellente supporto vocale affidato a Gustaf Spetz, musicista svedese di vocazione indie/pop/zouk e membro dell'alternative rock band scandinava Eskju Divine, il quale in questo specifico frangente fiancheggia un electropop da hit, pianificato con minuziosa cura dell'armonia ed irresistibilmente ballabile, la cui combinazione prevede percussività sintetica mid-tempo, brezze di synths ed un refrain catturante, il tutto in una traccia che si ditingue all'istante per passionalità elettronica e finezza estetica. "Pirogs Of The Caribbean" procede diffondendo secche battute di drum-programming attraverso una spensierata punteggiatura di Game Boy effects e melodiche elaborazioni elettroniche dai toni che scorrono con matematica disinvoltura sulle linee ritmiche. Un techno-pop giocosamente nipponico si ascolta in "Kanpai!", simpatico e vivace congegno simile alla soundtrack di un videogioco adattato a danze sbarazzine, in anticipo sul tratto finale dell'album, "Goodbye, But Why", ultimo episodio di pop strumentale sottoposto al movimento elettronico, a sua volta costruito con gagliarde sonorità di synths galvanizzate da una percussività alacre e da ipulsi minimal- sequenziati. Disco che rasenta il mainstream senza tuttavia cedergli integralmente, "Elva" comunica leggerezza ed una musicalità cristallina, facile da assimilare, con slanci elettronici free-form esaltati da un'ottima scelta dei tempi e delle melodie "easy". Inoltre, la presenza di tre singles accuratamente progettati incrementa notevolmente la preziosità dell'album, conferendo agli O47 non solo caratteristiche di bravi manipolatori dell'artificial-sound, ma anche di attenti osservatori delle più coinvolgenti tendenze da pista. Release che ogni electro-audiofilo incline alle soluzioni meno impegnative dovrà ascoltare almeno una volta ed auspicabilmente possedere nel suo folto archivio: synthetic pleasures without end!

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- 3 Cold Men - 'A Cold Decade' - cd - by Maxymox 2012 -

3coldmen Quella dei franco-brasiliani 3 Cold Men è una ricomparsa in grande stile, progettata dopo i quattro anni che separano il precedente album "Photogramm" da questa nuova release impreziosita da nomi e circostanze altisonanti. La line-up dell'electro-terzetto elenca inizialmente il nome di Alex Twin (keys), polivalente compositore e d.j. di tendenza indus / darkwave integrato anche nell'organico dei Wintry, progetto condiviso con la vocalist Anne Goldacker proveniente dagli Obscyre. Alex è presente inoltre nel disegno ethereal / electropop / ambient denominato Individual Industry nonchè nei Pecadores, act-project di natura industrial / dark-electro. Il secondo membro dei 3 Cold Men è Maurizio Bonito (progs), il quale con Alex costituisce i citati Individual Industry, mentre il terzo elemento, Franck Lopez (vox), è tra i fondatori della storica piattaforma francese Opéra Multi Steel, devota fin dal 1983 al suono minima-wave. Il repertorio discografico della band cita dapprima una lontana partecipazione con Cycloon alla compilation "Waterskills", edita nel 2004 per la label Sequenced Sonic Interferences, evento seguito nell'identico anno e per la medesima label dal primo album, il doppio "The Three Cold Men", debutto ufficiale che, nonostante qualche lieve imprecisione strumentale, suscitò all'epoca un decoroso livello di interesse per mezzo di catturanti tracce in stile electro-synthpop, quali l'omonima "The Three Cold Men", "Your Face", oppure la bellissima "Don't Pretend". Nel 2005 la band progettò per la label Lado Z il remixed-album, "Urban RMXS", integrante brani estratti dall'antecedente release e affidati alla rielaborazione di importanti artisti tra i quali spiccano People Theatre, Celluloide, Nouvelle Culture e Foretaste. Il full-lenght "Photogramm" del 2008, preceduto dal digital single "Piktogramm", fu licenziato dalla home brasiliana Wave Records e costituì l'ulteriore passo in direzione di un suono tecnologicamente più distinto, effetto percepibile soprattutto in attraenti capitoli come "My Greatest Greta" o "The Rain On Seattle", entrambi contenuti in una tracklist davvero intrigante nella quale splende inoltre l'ottimo remix di "Crossing Waters" rielaborato dagli XPQ-21. E' quindi il turno del recente "A Cold Decade", pubblicato in due versioni dalla nominata Wave Records: una regolare di dieci tracce ed una doppia limited edition con tredici remixes architettati da una serie di progetti tra i quali segnalo Mechanical Moth, People Theatre, Novastorm e Florence Foster Fan Club. In questa sede descriverò le caratteristiche sonore del formato "regular", incominciando ad evidenziarne il concept ispirato fin dall'artwork all'epoca del neo-diciannovesimo secolo , mentre dal punto di vista musicale "A Cold Decade" si offre come un album assai diverso dai predecessori: esso rinuncia quasi totalmente alle ex formule prevalentemente easy danzerecce, a vantaggio di sonorità introverse, ossessive ed in qualche misura impreziosite da una colta raffinatezza, dettaglio concretizzato da imprevedibili polifonie canore mescolate al minimalismo di programming e tastiere ricreanti ambientazioni post-John Foxx, esaltate ulteriormente dalla magistrale opera di mixaggio eseguita da Martin Bowes degli Attrition. I credits menzionano inoltre i nomi dei bassisti Franz Torres-Quevedo e Katrina K, quest'ultima impiegata anche in funzione di vocalist. L'album si avvia quindi con l'opener "I'm Afraid", un synthpop oscurato dalla bassa timbrica vocale di Franck svettante sugli irreali backing vocals e le diafane retrospettive di keys-programming, in anticipo sulle soluzioni elettroniche più velocizzate ed altrettanto alienanti che caratterizzano "L'Hallali", incentrata sulla spettrale coralità di Franck Lopez in combinazione a quella del supporter-vocalist L. Robin proveniente dagli Opéra Multi Steel, modulazioni che volteggiano attorno ad un arido nucleo electro-percussivo e pads rarefatti. "She, Butcher", visionario pop tecnologico, articola la propria struttura integrando le atone litanìe pronunciate da Franck ad uno scheletrico insieme di electro-drumming e venti tastieristici, mentre la successiva "Heavy Smile" predispone artifici percussivi mid-tempo ad un canto ipnoticamente etereo. "Le Vent D'Avril" è annunciata e proseguita da essenziali moduli di programming e keys in sintonia con quelli appartenenti allo stile retro-synth-wave di John Foxx, diretta fonte di ispirazione quì omaggiata dai 3 Cold Men attraverso una song dalle atmosfere celestiali, succedute dalla rigidezza melodica di "Effie, Lady, Berry!", traccia descritta da circolari sezioni di programming, synth e canto, periodicamente estesi verso un refrain classicheggiante. Vocalizzi dalla melodia sfuggente vengono lambiti dall'incantevole pacatezza tastieristica e dalle smagrite rotazioni del drum-programming: tutto ciò in "Shabbat Mater", oltrepassata in seguito dalle lineari traverse percussive di "The Four Horsemen", episodio simile ad una corsa nella notte, punteggiata dalle ritmiche partiture del basso in un rigoroso, affannato contesto di voce, sussurri e key. "Ennemis Sphériques" corrisponde ad una minimale electro-wave song in stile 80's dall'ingranaggio vocal-strumentale monocromatico e stratificato progressivamente su scale tonali sempre più elevate, fino al raggiungimento della traccia di chiusura, "J'ai Le Sentiment", percorsa dalla romantica rindondanza del canto di Franck diffusa tra eleganti toccate pianistiche, lisergici accordi di key, drumming meccanizzato e pulsanti linee di basso. L'impressione scaturita dopo l'ascolto di questo album è di un'opera dal suono compatto, severo e non convenzionale, incurante degli ordinari canoni ma più attento al recupero di una tecnologia sonica old school dal prospetto basilare, riprodotta con finezza estetica e ricercatezza, "A Cold Decade", pur essendo un album non facilmente interiorizzabile, convince per la sua grazia accostabile ad una nera poesia recitata da un menestrello visionario. Release avvincente, oppure, come direbbe Franck Lopez, "très intéressant".

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- Access To Arasaka – "Geosynchron" - cd - by Maxymox 2012 -

accesstoarasaka Un altro miracolo proveniente dalla label chicagoan Tympanik Audio è questa release su album creata dallo statunitense Rob Lioy, alias Access To Arasaka, fuoriclasse operativo nei plurimi settori electronics / ambient / IDM / glitch / downtempo. Il personaggio ora in esame è considerato, a ragione, uno dei migliori interpreti di quella sottile linea che collega la tecnologia all'astrazione, elementi condensati in un sofisticato mélange di artifici sonori e soundscapes che hanno preso via nel 2007 da una prima pubblicazione sotterranea composta da sedici tracce digitali intitolata "Metax" licenziata dall'etichetta danese Illphabetik. La produttività di Rob elenca almeno otto ep's, tutti realizzati sottoforma di mp3, ma l'affioramento dell'artista avvenne ufficialmente nel 2009 mediante il full-lenght "Oppidan" grazie al quale Access To Arasaka fu integrato tra gli artisti scritturati dell'autorevole Tympanik Audio, marchio che ancora oggi sostiene le sue produzioni. Il successivo e cervellotico "Void();", album del 2010, manifestò tutta la formidabile attitudine al calcolo sonoro insita nel protagonista, anticipando questo recente "Geosynchron" che si riserva di valicare nuovi confini dell'universo elettronico. Il sound composto da Access To Arasaka è stupefacentemente aeriforme ed al medesimo istante profondo, in perenne equilibrio tra emozione ed algebrica razionalità: ne risulta uno stile avanguardistico saldamente ancorato al concept già appartenente ai due precedenti ep's, "Aleph" e "Orbitus", entrambi editi nel 2011 sempre dalla Tympanik Audio. Idealistico e dedicato alla conquista dei valori di giustizia, l'album esterna anche l'amarezza scaturita dalle innumerevoli difficoltà nel raggiungimento di questo obiettivo, predisponendo un sound appositamente architettato per esaltare il desiderio di rivalsa. "Geosynchron" conta tredici episodi quesi totalmente strumentali dei quali la breve "Rhea" costituisce l'apertura, una traccia dalla solenne musicalità dark-ambient che conduce alla successiva "Ixion", atmosfericamente edificata attraverso gassose interferenze elettroniche e micro-dissezioni percussive avvolte dall'estensione dei pads. "Talitha" gravita attorno a siderali espansioni tastieristiche attraversate da minimali impulsi dal tracciato imprevedibile, il tutto percorso da abissali ondate di keys, ed in successione da un fitto reticolato di ritmica IDM, mentre "Oberon" scansiona centinaia di microscopici frammenti electro-percussivi strutturando un'instabile percussività down-tempo / glitch avviluppata da espansioni di soundscapes e distanti riverberi. La maestosa lentezza di "Naos" è paragonabile allo sprofondare in acque blu cobalto, all'interno delle quali echeggiano magiche sospensioni, drumming frazionato e correnti di keys. "Cursa" lambisce nuovamente sponde ambient-oriented mediante cupi addensamenti tastieristici ed un dilatato background di corde anticipanti la successiva contorsione sonica raffigurata da "BS-2X", traccia antisolare, circondata da inestricabili battute IDM dalla velocità variabile che si replicano tortuosamente tra infiniti anelli di key. Jamie Blacker, musicista proveniente anch'egli dall'orbita Tympanik e meglio noto con il suo progetto rhythmic / industrial / noise denominato ESA, presta la propria voce nella suggestiva "Lysithea", pacatamente intervallata da metronomici e-beats, pads concentricamente espansi ed un canto sciamanico lentamente assorbito dall'immensità del suono. "Alcyone" è una sintetica efflorescenza di tecnologia electronics / ambient / IDM effusa in una song ritmata da trafitture che si rincorrono smasmodicamente tra le nebulizzazioni delle keys, sonorità oltrepassate dall'ingresso di "Kaguya", vergata strumentalmente attraverso un sofisticato calligrafismo IDM / downtempo dal potere ipnotico, i cui fondamenti si basano universalmente su l'innalzamento di pads gassosi intercalati da una percussività convulsa e minimale. "Sao" trasmette scattanti fratturazioni electro-ritmiche, procedendo fino ad incidere un diagramma percussivo alieno sulle aeree emissioni di tastiera, mentre la seguente "Rana" canalizza nella sua struttura un lungo periodo di micro-torsioni-interruzioni percussive e suggestivi interludi di suono astrale. Completa la track-list "Polaris", monolite di radice dark-ambient / dark-electronics, un brano forgiato mediante narcotici stacchi di tastiera dalla timbrica sempre più corrosiva e tetramente alonata dai noises provenienti da circuiti elettronici in fase operativa. Album qualitativamente eccelso, saturo di raffinatezze sonore ed infrastrutture che inondano lo spazio circostante vetrizzandolo progressivamente. La rhythm-machine assume il preponderante ruolo di forza motrice in grado di fendere e sminuzzare la letargìa dei pads, animandoli utilizzando spasmodiche ripartizioni percussive e micro-effervescenze di programming. Access To Arasaka raggiunge pienamente l'ambizioso obiettivo per il quale "Geosynchron" è stato concepito, ovvero sedurre l'ascoltatore irretendolo attraverso l'intellettualismo di una musica meravigliosamente complessa ed originale. L'immensità si è appena tramutata in suono.

 

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- Adrian H And The Wounds - "Dog Solitude" - cd - by Maxymox 2012 -

adrian Statunitense di Portland, il progetto Adrian H And The Wounds integra nel proprio stile le sconvolte rifrazioni gothic-dark-rock tipiche dei Bauhaus e le claustrofobiche alienazioni dei Joy Division, oltre a depressi e torbidi elementi soul-psichedelici alla Nick Cave e Tom Waits che la band distribuisce in grandi quantità nelle musiche, fino a renderle veri e propri inni dedicati alla solitudine, alla malinconia di notti insonni dominate da incubi etilici, agli amori dannati, infranti, oppure al disagio, descritto nelle sue espressioni più interiori e dolorose. Il modus operandi adottato dai protagonisti è un ibrido difficilmente catalogabile, un crepuscolare, abbattuto, tossico insieme di strumentazioni acustiche e di sintesi dal passo lento, dialoganti con la voce roca e glacialmente determinata di Adrian H (piano/Vox), al quale si aggiunge la line-up dei The Wounds, ovvero Broken Heart (drums), Shiggy (bass), Kelby Patterson (keys) e The Raptor (sax), con i contributi backing-vox di Darcy McMullen. La discografia dell'ensemble menziona questo seconda release "Dog Solitude" preceduta nel 2009 dal debut album edito per la Lest We Forget e recante l'omonimo nome "Adrian H And The Wounds". La distribuzione delle due opere è stata caratterizzata da un duplice canale che ha affidato alla Projekt Records il compito di diffonderle nel Nord America, mentre in Europa, in particolare per quest'ultimo full-lenght, la concessione è attualmente curata dall'ottima Danse Macabre, label sempre ricettiva verso tutto ciò che appare sonoricamente ed alternativamente oscuro. Dodici i titoli da esplorare, dei quali due bonus remixati, per un'emozionante concatenzazione di suoni altamente espressivi, spesso toccanti ma perennemente improntati su tonalità pervase di amarezza e nostalgia, il cui primo atto è offerto dal blues notturno "Memory", orchestrato da sofferte sezioni di batteria, struggenti toccate di pianoforte, un saxofono che disegna nella mente chiaroscuri traboccanti di spleen e, soprattutto dalla voce di Adrian H, carica di infinita demoralizzazione. In "That Hurts" scorrono parallelamente asettiche battute di drum-machine, rotazioni di basso ed un sound-complex tendente al minaccioso, accentuato dall'algida asprezza vocale del singer che ne increspa la superficie. Il sax, protagonista di "Hoist That Rag", serpeggia elegantemente nell'omonimo brano di Tom Waits estratto dall'album "Real Gone" risalente al 2004, ora riproposto in veste dark-blues jazzato, ascoltabile nella fumosa penombra di un semideserto locale in periferia, location ideale per questa sad-song composta inoltre da percussività rallentata, pianoforte, tastiera e, naturalmente, i cavernosi vocalizzi di Adrian H che premono ossessivi sulle atmosfere tinte di nero. "Dog Solitude" irrobustisce le acustiche prediligendo un elettrico modulo gothic-rock che dona il nome all'album, infettando le arie con fraseggi sibillini, ruggenti bass-lines, programming, guitars e ritmica basata su riff mid-tempo dalle cadenze asciutte e potenti. L'originaria spensieratezza che caratterizzava il classico brano "Chim Chim Cher-ee", scritto nel 1964 da Allan Sherman per la colonna sonora del film "Mary Poppins", subisce una destrutturazione nella personale cover della band, ovvero uno psycho-walzer che maschera una profonda malinconia oltre l'apparente leggerezza delle procedure, fruendo ora dell'aggiunta di saxofono, battute percussive in stile jazz ed infine della consueta ruvidezza vocale di Adrian H che segue il ritmo da marcetta tracciato in questa psicotica trasposizione. La successiva "Nasty", bellissima, dispone una base rockeggiante di batteria, key e pianoforte sulla quale si snoda un malevolo refrain di voce e chitarra elettrica, mentre "What She Wants" si distende pacata su micro-beats programmati e ricami pianistici, attendendo l'imminente sviluppo dettato da scie tastieristiche, dai sensuali backing-vocals di Darcy intrecciati a quelli inconfondibilmente arrochiti del protagonista, in un etereo amplesso sonoro intinto nell'ombra. "Bad Man" rilancia decadenti scenari da cabaret provinciale in uno psicodramma sonico che include ampollosi dettagli jazzati di sax, organo, pianoforte, key e batteria dal passo marziale, ripetitivo, il tutto levigato dalla voce raschiante, sibilata da Adrian H. Ancora più attraente, l'aura emanata dalla successiva "The Night My Mother Screamed" si amplia nella spazialità di una musica pianificata da drumming, piano, key, guitar e voce criptica riconducibili ad un rock-gothic avvelenato da spietati conflitti tra mente e spirito. Segue la psichedelica lentezza appartenente a "Border Patrol", reprise dell'omonima traccia incastonata nell'album "Private Hell" del 2004, forgiato dall'austriaco Bain Wolfkind, all'epoca interpretante il suo side-project di matrice indus/electro chiamato Novo Homo al quale Adrian H And The Wounds hanno dedicato questo tributo reinterpretato su base soffusamente elettronica, con riverberi effettati, cantilene pianistiche, saxofono accorato, echi ed i registri del vocalist sottoposti a cupi filtraggi. Ultimando l'ascolto del disco si giunge alle due menzionate bonus-tracks, la cui prima è rappresentata dal mix di "Straight Leg"", un ballabile e sanguigno electro-rock elaborato su programming, chitarra e batteria, arrangiati by Entium, ovvero il progetto parallelo di Geoff Tripoli, prolifico remixer e membro della band electro-idm-industrial denominata Monody. Ultima traccia, la nevrastenica "Cookies And Cocaine (Crackolate Chip Mix)" trasmette sincopatiche fratture drum and bass e breakbeats allucinati, disturbi in sottofondo e le ipnotiche replicazioni emesse da Darcy che cadenzano il tempo contemporaneamente ai pungenti dialoghi di Adrian H. Album impegnativo ma appagante. Disillusione, rimpianto, sentimento violato, i pensieri che scorronono dall'attimo in cui il sole tramonta fino al giungere, a seguito di interminabili ore, dell'alba, evento che sorprende l'insonne dallo sguardo meditabondo, sprofondato in una fissa vacuità. Quelle descritte solo alcune delle sensazioni estrapolabili in questa release tesa a tutti coloro i quali non ritrovano più sè stessi e che invocano un tramite, uno strumento capace di tradurre in musica la voce dell'isolamento che li divora, notte dopo notte: "Dog Solitude" giunge allo scopo e sarà per essi un compagno per la vita.

 

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- Agent Side Grinder - "Hardware" - cd - by Maxymox 2012-

agentsidegrinderjpg Analizzare il passato ed il presente di questa electro-ensemble svedese equivale passare in rassegna dal 2008 ad oggi l'ingente numero di stili intrapresi ed innestati tra loro dall'ingegno proveniente da questa formazione pentagonale i cui nomi e competenze sono: Kristoffer Grip (vox), Johan Lange (synths / drum-programming), Henrik Sunbring ((synths / drum-programming), Peter Fristedt, (sampler/ tape loops / modular suitcase / synths), Thobias Eidevald (bass). EBM, post-punk, minimalismo elettronico, electropop, sono i versanti lambiti dai protagonisti in un'ampia produttività discografica: la release autoprodotta e titolata anonimamente "Untitled" siglò nel 2008 il debutto licenziato dalla label olandese Enfant Terrible, seguito da "The Transatlantic Tape Project" del 2009, edito su cassetta per la label conterranea Hästen & Korset, album ultra-alchemico ricolmo di cerebrale psichedelìa Sixties, ambient e sperimentalismo old school di epoca 80's. Sempre per la Enfant Terrible e la Klangarkivet venne rilasciato nel medesimo anno "Irish Recording Tape", opera caratterizzata da soluzioni meno ostiche ed orientate verso soluzioni post-punk alla Joy Division, associate alla ferrea disciplina dell'industrial-sound. La tape-release, "Live In Switzerland" del 2011, proponeva a sua volta per la Klangarkivet sette tracce registrate presso Les Docks di Lausanne delle quali quattro appartenenti al duo americano Suicide di Alan Vega e Martin Rev. Il recente e terzo album "Hardware" ora recensito da Vox Empirea, è distribuito nuovamente dalla label scandinava Klangarkivet e si interpone tra il precedente titolo ed il minimal-synthpop tape "Live Targets", seguito dall'autoprodotto very limited edition "Two Nights With ASG" di natura wave-indus-rock ed inciso a Le Club di Parigi. Parallelamente, nel 2011, uscì per l'etichetta francese Manic Depression Records una doppia compilation, "Industrial Beauty", la quale radunava nei suoi due volumi il meglio della selezione registrata in studio dalla band, con l'aggiunta di materiale live ed inedito. Il sound ascoltato nelle otto tracce del full-lenght "Hardware" combina analogicamente il passo ritmico e gli accenti vocali dei Depeche Mode con la calcolata freddezza dei Kraftwerk, elementi uniti, in dosi minori, all'aspro rigore industrial-oriented appartenente agli Einsturzende Neubaten: questa inedita mixture è percepibile già nella prima traccia dell'album, "Look Within", entro cui un nervoso battito scandisce con regolarità meccanica l'ipnotismo emesso dal programming e dal canto staccato di Kristoffer. Ancor più alienante, "Sleeping Fury" scorre algidamente propagando inflessioni vocali post-depechemodiane e minimali armonie di synth su un robotico tracciato di drum-programming, mentre la successiva "Rip Me" propone sonorità electropop mid-tempo ammorbidite da una circolare scala di note sintetiche quale accompagnamento all'automaticità emessa dal vocalist. "Wolf Hour" introduce la partecipazione canora del guest Henric De La Cour, leader dei progetti svedesi in stile gothic-pop / rock-indie Yvonne e Strip Music, in una traccia dalle evidenti curvature elettronico-vocali di ispirazione 80's, riproposte in particolare nella lenta e fratturata cadenza ritmica di questo brano sottolineata da tocchi di basso, melodie di tastiere e voce sorprendentemente simili alle più catturanti formule degli early Depeche Mode. Si giunge quindi a "Mag 7", estesa su un monolitico drum-programming dall'effetto ipno-inducente cosparso di spaziali noises, esangui armonie di synth e la voce di Kristoffer che proferisce i testi con tono algidamente razionale. E' ora la volta di "Pyre", traccia che il secondo guest-project svedese chiamato SKRIET, incline ai generi psychedelic- rock / modern-electric blues, pianifica su atmosferiche forme dark-electro con manovre di drum-programming, basso e voce dall'incedere morbosamente rallentato, a tratti spettrale. La seguente "Bring It Back" ed il suo rigido schema industrial-electronics si ornano di percussioni live, chitarra e basso corrosivi ed una durezza vocale più marcata. Completa l'avvicendamento la kraftwerkiana "Stranger Stranger", brano davvero interessante risultato della fusione a freddo tra scarne replicazioni di bass-lines, percussività dinamicamente minimale e vocals che riallacciano contatti con l'electropop 80's. "Hardware" è la sublimazione della retroguardia elettronica adattata a moderni registri dalla configurazione essenziale, non di rado narcotica; gli Agent Side Grinder stilano quindi una track-list di importante levatura che rimarca ancora una volta la ricchezza di talenti di cui l'underground è colmo. Non esito a dichiarare che possedere questo disco sarà per il collezionista motivo di fierezza.

 

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- Alter Der Ruine - "Son Of A Bitch" - cd - by Maxymox 2012 -

alterderruine Da Tucson, Arizona, gli Alter Der Ruine declinano fin dal 2005 un formidabile paradigma scaturito dalla mescolanza tra power noise, industrial, hard-techno ed electro. Come spesso accade nelle ensemble più dinamiche, gli Alter Der Ruine hanno subìto alcuni assestamenti nel corso degli anni, attraverso l'ulteriore reclutamento e la successiva uscita di scena da parte di tre elementi, Stuart Slimp, Xian Austin e Robert Sidwell, vicende contrassegnate da un'intricata selva di riprogettazioni tattiche il cui distillato conferma attualmente tre soli protagonisti quali rappresentanti ufficiali della line-up: il mastermind Michael Jenney, Jacob Rouse e Michael Treveloni. L'archivio discografico rilasciato dal progetto nomina inizialmente "The Ruine Process", album autoprodotto nel 2006 in stile electro / rhythmic-noise, nella cui track-list appariva l'episodio "Betrayal" scritto e cantato dalla voce di Squalor proveniente dagli HexRx. Il 2007 fu a sua volta contraddistinto da tre importanti avvenimenti: il primo relativo alla firma con la Sistinas, label con sede a Los Angeles, specifica nell'area elettronica ed artifice del rilascio dell'ottimo album "State of Ruin", opera caratterizzata da una maggiore attenzione rivolta verso il suono industrial ed includente il remix dell'omonima "State Of Ruin", traccia grandiosamente rielaborata da Assemblage 23; il secondo evento fu la successiva uscita di "State of Ruin Limited Edition Remix", collezione di rebuild-tracks affidate a progetti tra i quali Haujobb, Noisuf-X, Caustic e One Level Down. Il terzo fatto risultò la contemporanea pubblicazione degli ep's "Something Old" e "Something New". Lo stile ora fortemente incentrato su tecnologie industrial-oriented fu progressivamente inserito nelle musiche dalla band in misura tale da ottenere una scritturazione presso la Crunch Pod, label californiana tradizionalmente dedita a produzioni harsh electronics la quale licenziò l'album "Giants From Far Away" del 2008, masterizzato da Jan Lehmkämper, alias X-Fusion, presso gli arizonan studios Black Sheeep Audio. Il repertorio degli Alter Der Ruine menziona inoltre una folta serie di apparizioni su compilations del calibro di "Songs in the Key of Death: A Deathkey Compilation", oppure di "This Is Why We Can't Have Nice Things", nonchè della celebre genealogia "Das Bunker", ma anche un cospicuo numero di remixes che la piattaforma ha elaborato per artisti quali The Gothsicles, C/A/T, Cervello Elettronico, Autoclav 1.1, Inure e Nachtmahr; inevitabile citare la propensione della band verso i side-projects, pulsione concretizzata dai tre membri in particolare attraverso il disegno synthpop Dust Is Noise e l'electro-clash act chiamato Attack Decay Release. Vox Empirea analizza in questa sede più recente album edito dalla band, "Son Of A Bitch", opera che più di ogni altra pianificata dagli Alter Der Ruine documenta la perfetta interazione tra electro ed industrial pur non rinunciando all'introduzione di acustiche sperimentali che, soprattutto nel comparto ritmico, mostrano spesso un'indole contorta e sincopata. Le dieci tracce assumono conntotati differenti in rapporto all'ispirazione suggerita al momento della loro creazione, con schemi sonori ballabili ed improntati prevelentemente su atmosfere tese, incattiviti da vocals gutturali oppure delineati da fredde emissioni di voce in modalità parlata in combinazione a psicotiche modulazioni e synthetic-noises. Corrisponde precisamente a questa descrizione il primo atto dell'album, "Who The Fuck Is This", introduzione basata dapprima su un estemporaneo monologo in bianco urtato da lì a breve dalla durezza percussiva del drum-sequencing e dalla voce cavernosa del singer. "Really?" predispone un iper-cinetico tappeto ritmico di carattere industrial sul quale germinano taglienti sovrapposizioni di programming, brusche interruzioni con velocissime riprese e loops, mentre la successiva "Boozetooth" predilige minor rigidezza diffondendo un flessuoso electro-drumming con bassi pieni ed armonie solcate da numero imprecisato di effects con brevi segmenti di voce dai toni asettici. "It Speaks" è un elecro-funk dalla percussività elastica, danzabile, ossatura che sorregge i calcolati tratteggi di programming ed il canto che il vocalist pronuncia mediante accenti ora contratti, ora fluidamente malinconici. "Lady Jamz [Part 1]" assume il ruolo di fugace interludio tra fraseggi, batteria slow-tempo, saxofono, dilatati flussi di synth e deformazioni vocali, il tutto quale anticipo per il relativo proseguo costituito dalla selvaggia "Lady Jamz [Part 2]", una traccia satura di energia industrial, travolgenti artifici elettronici e bpm's che sfiorano la velocità ipersonica. Il tortuoso apparato ritmico disegnato per "You Owe Me Blood" trova dapprima corrispondenze in un ibrido electro-jungle che in fase di sviluppo si trasforma in hard-industrial mediante secche e guizzanti scansioni percussive, fratture di sequencing, fulminei decolli, battute intrecciate, black-outs ed ancora più innanzi flagellanti drum-beats e schizzi di loops vocali. "Ghosts" dispone armonie scevre da intricatezza offrendo un vivace electropop relativamente melodico, edificato su ballabile drum-programming ed un canto risoluto, espresso con fermezza, dettagli anticipanti la successiva "The Bread Snake Of Lamb's Lion", capitolo che rilancia febbrili ritmiche industrial fittamente intersecate da interruzioni, riavvii mid-tempo, convulsioni electro-programmate ed estenuanti rincorse tra noises, loops e tribalità corale post-apocalittica. "Snake Oil", brano di coda, propone uno scattante electro-funk contaminato da influssi industrial, modulo costruito su vocals effettati ed una musicalità articolata da una singhiozzante concatenazione di programming ed acidità tastieristica. Album dalla forma sonica complessa, irreprensibilmente studiata per audizioni mature e non convenzionali. Il sodalizio tra l'irruenza dell'industrial e l'imprevedibilità delle formulazioni elettroniche ideate dal terzetto Jenney / Rouse / Tereveloni fanno di ""Son Of A Bitch" una release originale che interpreta musicalmente ed in modo assai realistico le nevrastenie dei nostri tempi attraverso la veemenza di un sound trasfigurato, sconvolto. La porta di accesso che conduce all'isterismo.

 

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- Arcana - "As Bright As A Thousand Suns" - cd - by Maxymox 2012 -

arcana Band carismatica, di grande valore artistico e fortemente rappresentativa nella scena modern-classical/medieval/ambient, quella degli svedesi Arcana tocca il traguardo della settima album-release affidandone la distribuzione all'ottima label canadese Cyclic Law. Capitanata dal tenebroso Peter Pettersson, aka Peter Bjärgö (vox-melodies-lyrics-choir-instruments-recordings-mixing), musicista recentemente trattato da Vox Empirea con il suo album solistico ""The Architecture Of Melancholy" oltre che ideatore del side-project martial-industrial denominato Sophia, la band degli Arcana è attiva dal 1996 costituendo una sorta di esperimento in continuo progresso, dettaglio confermato durante il suo percorso evolutivo dall'entrata e dalla fuoriuscita di vari musicisti come il tastierista Stefan Eriksson, ognuno dei quali ha contribuito nel tempo all'edificazione dello stile inconfondibile che caratterizza ancora oggi questo disegno. Una visione poeticamente oscura e malinconica dell'Era medievale, parallela stilisticamente a quella interpretata da maestranze come Dead Can Dance, Black Tape For A Blue Girl, ed in qualche misura anche Cocteau Twins, permea attualmente la scrittura compositiva del collettivo, nella stessa misura con cui essa stessa distinse in passato le prime tre creazioni degli early-Arcana, nelle cui songs aleggiava l'incantevole voce di Ida Bengtsson, soppiantata nel 2001 da Ann-Mari Thim, singer e songwriter perpetuamente attiva nell'organico la quale, unitamente a Cecilia Bjärgö (vox-choir-lyrics) subentrata nel 2003, Mattias Borgh (percussion-choir) introdotto nel 2006, con i live performers Núria Luis (violin) e Sergio Gamez Martinez (additional intruments), artista quest'ultimo proveniente dalle esperienze maturate presso i Narsilion, Der Blaue Reiter ed Endless Asylum, forma l'odierna disposizione della line-up. Riconosciuta universalmente come una delle migliori piattaforme gravitanti nel genere, gli Arcana evidenziano discograficamente l'album di esordio "Dark Age Of Reason", edito nel 1996 per la celeberrima Cold Meat Industry, label scandinava industrial-ambient responsabile anche delle successive pubblicazioni a tema: l'album "Cantar De Procella" ed il maxi-single "Lizabeth" del 1997, quest'ultimo stampato in edizione limitata, nonchè di "...The Last Embrace" e del raro "Isabel", entrambi rilasciati nel 2000, ed infine di "Inner Pale Sun" con "Body Of Sin", rispettivamente album e mini-single del 2002. La fondazione da parte di Peter Bjärgö della sua personale label Erebus Odora, specifica nei settori industrial-noise/dark-ambient/neofolk, generò nel 2004 l'album "Le Serpent Rouge", opera contrassegnata da un significativo potenziamento delle strumentazioni acustiche, seguito quattro anni più tardi dal full-lenght "Raspail" pubblicato in Europa dalla label tedesca Kalinkaland Records ed oltreoceano dalla statunitense Projekt, lavoro che posizionò nuovamente la musica degli Arcana verso visionarie formule medieval-oriented. La seconda produzione del brand Erebus Odora si concrettizzò nel 2011 con l'album limited-edition "Un Passage Silencieux", definito "sister-release" in quanto esso riproponeva in cinque atti elettronici le nuove versioni della tracklist inclusa nel precedente "Le Serpent Rouge". L'ep "Emerald" del 2012, anch'esso disponibile in tiratura limitata, preannuncia il presente album "As Bright As A Thousand Suns", affascinante creatura il cui suono ingloba una moltitudine di fluttuazioni stilistiche ed un'impronta differente rispetto gli episodi trascorsi, particolari espressi dal contemporaneo appoggio dell'hurdy gurdy, archi, percussioni assortite, pianoforte, e da una più diffusa sezione vocale assegnata a Cecilia Bjärgö ed al soprano Ann-Mari Thim. Il nuovo album, pubblicato in duemila esemplari, si offre in una veste digipack di sei pannelli nei quali sono impresse fosche ma evocative immagini scattate da Cecilia; i contenuti della tracklist incominciano dall'onirica introduzione tastieristico-pianistica disposta da "Somnolence", traccia breve quanto atmosferica, seguita dalle fascinose textures neoclassical-medieval innalzate da "As The End Draws Near", episodio la cui solennità espressa dalle sezioni tastieristiche e di corde si unifica ai bassi toni vocali di Peter ed al femmineo background corale sostenuto da Ann-Mari. Una suggestiva scala chitarristica accompagnata da ipnotiche percussioni levantine sono i sostegni sui quali si erge "Inceptus", brano strumentale impreziosito da partizioni vocali maschili e femminili, suoni anticipanti la successiva "Medea", una rattristata celebrazione gothic-neoclassical costruita con rara bravura mediante gli ammalianti vocalizzi da soprano di Ann-Mari che illuminano di immenso gli intarsi di plettro e le nobili scie tracciate della tastiera. Il lento tambureggiare battuto da Mattias Borgh incontra ora la malinconia diffusa dal violino di Núria Luis, combinazione affiancata da lunghi accordi tastieristici, dissonanze, ed i fraseggi mormorati dalla vocalist sopra i quali volteggiano meste emissioni corali: tutto ciò in "Leave Me Be". Soluzioni medieval-sciamaniche in stile Dead Can Dance si odono nelle oscure ripartizioni di "Infinity", tra le cui prospettive serpeggiano le rarefazioni vocali di Peter, mentre i delicati arpeggi che orlano la successiva "In Memoriam" esaltano l'infinita nostalgia pronunciata dalle vocalist, entrambe impegnate a rievocare atmosfere medievaleggianti combinate al passo lento del drumming ed all'austero manto disegnato dalla tastiera. La voce di Peter viaggia simmetricamente al basamento tastieristico-percussivo edificato per "The Fading Shadow", traccia densa di mistero e richiami epocali, cavallereschi, posti in anticipo sull'omonima "As Bright As A Thousand Suns", un brano la cui magnificente struttura è pari al titolo ad essa affidato, una composizione di marmorea bellezza incisa dalle armonie pronunciate imperiosamente da Peter sormontanti il rullante basamento percussivo elaborato da Mattias, i pizzichi del dulcimer e tutto lo splendore irradiato dalla tastiera. "Vinter" conclude la sequenza dei brani esponendo un tema pianistico dagli accenti grevi, decadenti, con note staccate e traboccanti di abbattimento. Stato d'arte ai massimi livelli, armonie simili a poesie sfiorite, passionalmente espresse: "As Bright As A Thousand Suns" ostenta magnificenza ed ispirazione affermandosi come un album le cui modulazioni rendono i sogni vividi come la realtà. Surrealismo neoclassico, echi romanticamente medievali, prosa oscura congiuntamente all'incanto delle liriche e delle voci, creano un'opera di eccezionale grazia, un oggetto sonoro che saprà come fare breccia nella la moltitudine di appassionati conquistando tra essi una posizione di assoluto rilievo. Mille soli per mille anni possano risplendere ora e sempre sugli Arcana.

 

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Argheid - "Gottloses Unterfangen" - cd - by Maxymox 2012 -

argheid  Un'ennesima meraviglia di algida beltà neoclassical/martial/industrial/bombast rilasciata dalla prodiga label SkullLine è questo ""Gottloses Unterfangen", album di esordio del one-man project tedesco Argheid impersonato dal 2008 Mathias Suska, protagonista del precedente disegno martial/industrial chiamato Bunkertor 1 sotto il cui nome egli pubblicò nel medesimo anno la demo-release autoprodotta dal titolo "Der Letzte Tropfen Blut" e, sempre nella stessa epoca, otto tracce digitali incorporate nell'opera "Todeskampf". Le notizie biografiche riguardanti l'artista sono frammentarie e non consentono particolari approfondimenti, tuttavia esse nella loro sinteticità esaltano l'aspetto militarmente orchestrale insito nelle sue musiche le quali, concettualmente, trattano le più introspettive domande e considerazioni che l'uomo pone alla propria effimera esistenza, riguardanti esse il significato della vita stessa e l'insoluto mistero della Morte. Queste importanti argomentazioni e la loro fascinosa accezione impongono musicalmente uno stile di riferimento adatto ad ospitarle ed in grado di enfatizzarne il simbolismo. Argheid, attraverso l'inflessibilità di sinfonie marziali, riesce ad esprimere e trasmettere assieme il senso della forza, della grandiosità e del rigore soldatesco, elementi convogliati in questo album stampato nel 2011 in tre versioni, tutte in tiratura molto limitata: il formato "regular", quello analizzato oggi da Vox Empirea, conta quattrocento esemplari, mentre il doppio CD-set contenente il secondo disco "Argheid Remixed" di otto tracce numera settanta copie, ed il terzo, pubblicato in veste "woodden box" trenta. La tracklist inclusa nel formato ufficiale di "Gottloses Unterfangen" contiene undici brani creati da Argheid tra il 2009 ed il 2011, tutti estremamente curati nella loro foggia così fieramente orchestrale e traboccante di phatos, sonorità che evidenziano il ruolo capitale di tastiere enfatiche e schemi percussivi da marcia solenne, elementi che dilagano in una musicalità epica, vibrante di potenza e gloria sinfonica in un imponente tripudio di note perennemente sorrette dal marziale battito del tamburo. Tutta la grandiosità appena descritta si sperimenta in fase d'apertura attraverso l'omonima "Gottloses Unterfangen", traccia dal breve minutaggio e composta da rigide toccate di key, attendendo con disciplinato fervore l'evoluzione che avverrà successivamente attraverso un magnificente insieme di pads, rullate dall'incedere soldatesco e meditabondi vocal loops. Ancor più accesa, la costruzione sinfonica di "Bataillon" si erge con testa e sguardo dominati dall'orgoglio su formulazioni di keys, tambureggianti basi percussive e freddi proclami militari, il tutto evocante con realismo infiniti viali di marmo bianco sui quali batte con disciplinata sincronia il passo di squadroni in alta uniforme. Il rigore si mescola alla malinconia originando "Hexenbrand", brano ideato dal genio di Argheid facendo aderire un mesto neoclassicismo creato dal pianoforte alla marzialità espressa dalle rullate ed alle altere orchestrazioni tastieristiche, il tutto segmentato da un canto la cui inflessibilità ben si adatta allo sfarzo diffuso dalle atmosfere. E' la volta di "Spear Of Destiny", loopata da vocalizzi cinematografici in combinazione ai preziosismi innalzati dalle keys, i cui serrati dialoghi corali si intrecciano a feree percussioni da opera drammatica, soluzioni oltrepassate da "Momento Mori" e dal suo trionfale corredo di tamburi e sinfonie tastieristiche, una creazione entro cui infuriano venti di guerra modellati armonicamente dall'algida bellezza del concetto neoclassic. Le citazioni elucubrate dal filosofo e scrittore germanico novecentesco Friedrich Hielscher vengono ora pronunciate minacciosamente da Argheid in "Wir Rufen Deine Wölfe", episodio nel cui schema si replicano militarmente secche procedure ritmiche ed una regale cupezza esplicata nelle intonazioni delle keys. L'album version di "Innocent Eyes" prosegue la tracklist stemperando il senso di tensione a vantaggio di un pentagramma neoclassical più romantico ma sempre sormontato dai richiami marziali innestati nella percussività e nelle signorili partiture tastieristiche, un poema questo che Argheid dedica a sua sorella Leni. "Wie Das Leben Spielt" si presenta come un ennesimo gioiello di arte sonico-militare innalzante opalescenti eufonie di keys dagli accenti pervasi alternativamente di nostalgia ed indomita risolutezza, trasmissioni ritmate dal profondo vibrare delle membrane percussive in un brano caratterizzato da una straordinaria intensità. Le inflessioni strumentali di fiati appartenenti alla successiva "Feuerreigen" rivelano un'ascendenza neo-folkish saldamente unita ad un tambureggiare guerresco ed ai suggestivi intarsi elaborati dalle tastiere, il tutto concentrato in una martial-song giunta all'apice della bellezza. "Ritus", buia ed inquietante sinfonia di percussioni battagliere e grevi trame di keys, colma lo spazio con drammatiche risonanze alle quali si accosta idealmente l'incantato, convulso momento precedente il conflitto lungamente atteso dai due eserciti antagonisti, una sorta di inno di preparazione alla guerra, brano antecedente la conclusiva "Abschied", morbidamente trasportata da armonie celestiali di tastiera, le medesime che si ampliano fino a descrivere luminescenti archi sotto i quali tuoneggiano le basse modulazioni del tamburo. Magnificando l'effige della SkullLine, Argheid interpreta acusticamente e con surrealismo le proprie visioni marziali esternando l'intenzione di condividerle con l'ascoltatore sensibile intervenendo esattamente laddove egli detiene la capacità di immaginare sè stesso attraversare i fantasiosi scenari evocati dalla fonte sonora, ambientazioni che l'album "Gottloses Unterfangen" orienta verso liturgie sinfonico-militaresche, disciogliendone l'essenza all'interno di un diagramma compositivo impeccabile. Frazionamenti percussivi segnano tracciati che infondono il senso dell'ordine, la maestosità propagata dalle tastiere affresca con algida grazia una pavimentazione orchestrale di grande effetto: questa è un'opera eccelsa, imperdibile, da possedere.

 

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- Artemius - "Short Winter" - ep - by Maxymox 2012 -

artemius Personaggio artisticamente schivo e saldamente legato a nostalgie 80's synthpop / electro-wave, Artemius rappresenta quella talentuosa frangia di protagonisti sotterranei che webzines come Vox Empirea amano presentare ai propri lettori. Localizzato geograficamente a Ferrara, il solo-project esterna pubblicamente solo una frammentaria biografia dalla quale si intuiscono i tratti peculiari della sua personalità concreta, onesta ed allo stesso tempo idealista, nonchè ampiamente recettiva verso la sfera emozionale. La combinazione di questi elementi ispira la creatività di Artemius il quale ne riversa la quintessenza in tracce strumentali composte prevalentemente attraverso l'interplay tra synth e programming, con esiti che, per quanto ancora circoscritti ad una sottodimensione autoprodotta, convincono per l'equilibrio che intercorre tra le reminiscenze elettroniche di un'epoca considerata indimenticabile e le crepuscolari sfumature wave sempre appartenenti alla medesima, gloriosa era. Descrissi queste particolarità in una mia recensione risalente al 2010 relativa al precedente dieci tracce "Old Clocks", release in possesso di estese virtualità da ottimizzare e convogliare in direzione di un atteso prodotto ufficiale degno del musicista. Dopo due anni ritroviamo nuovamente Artemius protagonista di tre nuovi episodi dalle caratteristiche pressochè speculari rispetto all'opera precedente, seppur con tangibili progressi nella scelta delle armonie, queste ultime edificate mediante largo utilizzo di tastiere e ritmiche programmate la cui miscelazione crea un sound elettronicamente terso ed anche, ma in minor misura, malinconico, ottenebrato da note più minacciose che rivelano quell'insopprimibile inclinazione al dark insita nell'animo dell'artista. "Slow Sunday" è il primo capitolo ascoltabile nella breve track-list, un brano assai atmosferico, dai connotati tipicamente electro-wave oriented disposti su una base percussiva mid-tempo ed aerei tocchi di keys. "Hungry" predispone invece un dinamico synthpop sequenziato da luccicanti impulsi di programming la cui modulare replicazione funge da ossatura per catturanti spazialità tastieristiche, mentre la conclusiva "In The Mirror" diffonde una circolarità di note alienanti, spettrali, generate dal synth e sorrette da livide scansioni di drum-machine, per una traccia catalogabile come una fosca combinazione tra dark-electro e darkwave minimale. Personalmente ritengo lo stile compositivo di Artemius ormai scorporato dalla fase "embrionale" e pronto per essere adattato ad un contesto più evouto, distanziato da quell'aura da opera incompiuta che circonda le musiche di questo autore. Ancora da definire, per quanto mi sia dato a conoscere, le sue reali e future intenzioni che auspico si spingano presto ben oltre sporadici exploit privi di concrete finalità. Ora che i crediti ricevuti da Artemius predispongono all'ottimismo, esorto l'artista a reclutare un vocalist che sappia donare fisicità alle strutture, potenziare la gamma dei suoni rendendoli acora più incisivi, ed infine di ottenere un provvidenziale, meritato contratto con una label. Volontà ed una buona dose di fortuna saranno gli elementi primari che condurranno finalmente questo valido pioniere verso ciò che da tempo aspettiamo.

 

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- Artesia - "Wanderings" - cd - by Maxymox 2012 -

Artesia Inoltrarsi nell'universo sonoro delle francesi Artesia equivale a sperimentare l'immersione tra una musicalità fiabesca composta da eteree forme liriche corrispondenti a loro volta ad un turbine di stili che sfiorano in egual misura la decadenza del gothic, la seraficità dell'heavenly-voxes, nonchè formulazioni neoclassiche di carattere oscuro e profondamente nostalgico. Tempi addietro recensii due album del progetto, rispettivamente "Chants d'Automne" risalente al 2007 ed il successivo "Llydaw" del 2009, percependo al loro interno una spiccata attitudine nel dare vita a sonorità evocative e coinvolgenti, straordinariamente ricche di melodia e raffinatezza, dono attraverso cui le due protagoniste Agathe M. (vox/synth) e Gaëlle D.(violin) - quest'ultima testè rientrata nella line-up dopo una temporanea sostituzione affidata a Coralie - hanno creato una preziosa mini-discografia che menziona inoltre il debut ufficiale del 2005 su full-lenght intitolato "Hilvern", creato con la partecipazione del guest Loïc C. alle percussioni e alla chitarra, personaggio presente anche nel precedente demo di cinque tracce "L’Aube Morne" del 2004 ora sold-out. Conclude la lista il primo ed embrionale demo di otto brani "L'Eveil De l’Âme" concepito nel 2003 dalla sola Agathe, realizzazione non distribuita all'epoca per un'imperfetta risoluzione audio. Il nuovo e quarto album delle Artesia oggi in esame è "Wanderings", rilasciato come i predecessori dall'ottima label Prikosnovénie e facente parte della collezione denominata "“Grimoire des Fées", quale proseguo del cammino artistico intrapreso dal duo alla scoperta di forme di suono ancor più atmosferiche e tecnicamente curate, rese ora tali dalla perizia esecutiva di Jean-Charles Wintrebert, membro alle sezioni drums/cello nella nota band goth-rock transalpina Demian Clav ed attualmente reclutato dalle Artesia nel presente album in veste di coordinatore delle orchestrazioni e del mixaggio, compito che il musicista tramuta in vere e proprie manovre contenenti immensa grazia e soavità. Il packaging dell'opera, elegantemente realizzato in versione digibook, preannuncia già visivamente l'entità dei contenuti, presentando al suo interno un booklet con testi ed immagini assai suggestivi che corrispondono adeguatamente in termini di intensità al suono che scaturisce dalle nove tracce ascoltate. "A L'Ombre Des Grandes Forêts" avvia la sequenza diffondendo femminee liturgie canore solennizzate nel finale da un corposo ingresso di tastiere da film epico, incontrando successivamente la celestiale ed omonima "Wanderings", adagiata sul dualismo corale delle vocalist in combinazione a malinconici rivoli di violino, caldi pads, pianoforte e lente frazioni di drumming. "Aerial" riflette la caducità delle foglie trasportate dal vento d'Autunno, esponendo nelle arie della song autentico struggimento pianistico accarezzato da meste emissioni di voce, synth e nobili accordi violinistici. I morbidi arpeggi che armonizzano "The Summit Of The Tree" abbracciano le dolcissime tonalità vocali di Agathe creando così un paradisiaco mélange di suoni flautati e bells che richiamano idealmente scenari ultraterreni, così come "Lying On The Grey Foam" eleva un commovente inno ulteriormente impreziosito da rallentate ma solenni percussioni ed enfatici ricami di violino. Il pentagramma da soundtrack relativo a "The Gaels" si adatterebbe perfettamente, esaltandolo, ad un contesto filmico che immortali panorami leggendari di antiche, sconfinate valli ammantate dalla nebbia e attraversate da eroici cavalieri, il tutto sviluppato in un surreale tema violinistico dai profondi battiti di tamburo. Note gravi di pianoforte, le quattro corde del violino archeggiato da Gaëlle che sprigionano accordi colmi di afflizione e la voce di Agathe che intona spleen canoro: questi sono gli elementi che compongono "In My Dreary Thoughts", brano che precedente la successiva "Quiet They Are Now", episodio emanante un'aura di sublime abbandono tra un rilassante climax di pianoforte, violino, bells e delicatezza corale. A "Tristesse" riconosco il merito di accorpare l'elisir dell'intero "Wanderings", contraddistinguendone la propensione alla nostalgia così velatamente oscura, la sottile foggia neoclassica ed il garbo canoro, dettagli condensati in lacrimose procedure di synth, violino, pianoforte e vocals gothicheggianti, quale epilogo di un album che celebra sonorità principesche ed illusorie mediante componimenti simili a fiabe senza tempo. La voce dell'alseide Agathe irretisce con la sua estrema compostezza e sensualità, descrivendo iconografie mistiche e raccontando di imperiture saghe, incantesimi e creature silvane, contesti che si muovono appropriatamente in succinte ma impeccabili architetture sinfoniche, sicuro approdo per anime visionarie. Ancora gloria e onore alle Artesia, le nostre signore dispensatrici di meraviglie.

 

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- Autoclav 1.1 - "Embark On Departure" - cd - by Maxymox 2012-

autoclav L'eccezionale perizia nel manovrare elegantemente il suono tecnologico unita ad un'inesauribile genialità creativa ed un hair-look inedito, sono gli elementi che contraddistinguono l'identità artistica del britannico Tony Young, esponente di spicco nella scena electronics / IDM recentemente intervistato da Vox Empirea. Il lettore interessato alla biografia relativa al solo-project Autoclav 1.1 potrà quindi collegarsi all'apposita sezione per trarre da essa notizie ed altre curiosità che completeranno esaurientemente il profilo di questo importante musicista operativo nel settore dal 2004. Ciò che rende speciale le sue creazioni è il saper liquefare separatamente classicismo, frammenti industrial e preziose finezze di Intelligent Dance Music, ricomponendoli in un'unica, suggestiva orchestrazione computerizzata che relaziona simultaneamente con la sfera emozionale e la cerebralità, fondamenti riversati dall'artista in brani prevalentemente strumentali, con l'occasionale partecipazione in vari albums dei guest-vocalists: It-Clings, Rachel Haywire (Experiment Haywire), Emilie Verbieze (Riotmilloo), Martin Bowes (Attrition), Kate Turgoose e Claus Larsen (Leæther Strip). Notevoli nel corso degli anni anche i contributi esterni accorpati a Tony sia nella fase di edificazione delle singole tracce, sia nell'affidamento dei remixes che chiudono tre dei suoi migliori full-lenghts; per quanto concerne le varie studio- collaborations, di natura sia elettronica che acustica, si segnalano all'interno delle pubblicazioni i credits di Gareth Bawden, Pneumatic Detach, DJ Squeakypete, Jamie Blacker (ESA), Dave Pybus, Lorenzo Macinanti (PRXS), Andy Davids (Xotox), Don Hill (Millipede), Mike Morton (Displacer) e Jacob Rouse. La ragguardevole serie di remixes correlati negli albums notificano invece le firme di Keef Baker, Displacer, ESA, Scrap.edx, Epidemia, Triax, Pneumatic Detach, Slacknote, Iszoloscope, Eva/3, Noise/Girl, Unter Null, Stendeck e Detritus. Le iniziali performances discografiche di Tony furono concepite nel 2005 mediante l'ep "No Protocol" edito dalla label Diskus Fonografika Mexicana, a cui fece immediato seguito "Indelible", anch'esso in versione ep e licenziato dalla californiana Nein Records, due esperimenti che all'epoca disegnarono un sound-system collocabile in una dimensione plurima di ambient / electronics / IDM e rock particolarmente oscura e surreale che mutò in differenti forme nel primo ed effettivo album, "You Are My All And More", pubblicato dalla statunitense Crunch Pod e contrassegnato prevalentemente da malinconiche armonie di synth inserite tra dinamismo post-industrial, glitch e suoni incorporei che esaltavano il concept dell'opera dedicato alla sofferenza che dominava in quei giorni l'animo di Tony. L'introspezione è il componente fondamentale anche del successivo "Visitor Attractions", album del 2006 affidato alla medesima label con lo scopo di rappresentare in chiave sonica la negatività dell'indole umana, ritratta attraverso complesse strutture rhythmic-IDM intersecate da evanescenze elettroniche e sottolineature di pads colmi di atmosfera. La raccolta di remixes "Broken Beats For Broken Hearts", distribuita nel 2008 dalla Hive Records, offriva quattordici tracce rielaborate da emeriti nomi quali C-Drone-Defect, Cervello Elettronico, Iszoloscope, DJ Hidden, Wast3, Lith, Slacknote, Mothboy, Keef Baker, ESA, Eva/3, Alter Der Ruine e Oil 10, concedendo nel medesimo tempo la pubblicazione di "Love No Longer Lives Here", release che siglò il primo accordo tra Autoclav 1.1. e la celebre etichetta di Chicago Tympanik Audio, sondando idealmente lo spirito dell'uomo rilevandone tenebrosi aspetti ma anche auspicabili scorci di luce, vibrazioni che l'artista concretizzò attraverso un'elettronica colta e, in confronto alle precedenti creazioni, più evoluta, resa ulteriormente corroborante da sezioni di pianoforte e chitarra. La configurazione sonora di "Where Once Were Exit Wounds", album rilasciato nel 2009 sempre dalla Tympanik Audio, proponeva un registro multi-articolato con inestricabili rotazioni di e-drumming, potenti contrasti di synths ed una solennità armonica originata dall'esigenza di comunicare attraverso essa tutta l'intensità dei sentimenti più laceranti, letteralmente trasportati nel grafico di una musicalità elettronica pulsante. "All Standing Room In The Goodnight Saloon" del 2010 recuperava nuovamente la tecnologia dark-oriented del passato trasfusa in undici tracce melodicamente avvincenti, dalla percussività rigorosamente convulsa, intercalata da guizzi di chitarra e finissimi ricami di pianoforte. E' quindi la volta del recente ""Embark On Departure" datato 2012, album che Vox Empirea segnala per l'elevata qualità dei suoi contenuti escogitati mediante il compatto spartito IDM / industrial / electronics che ora analizzerò nel dettaglio in ognuna delle dodici tracce presenti nella lista. La sinergia tra Autoclav 1.1, Jacob Rouse (Alter Der Ruine / Dust Is Noise) alle sezioni pianistiche e Michael Morton (Displacer) alle macchine, genera l'opening track "Lights Out", un'elaborazione mid-tempo satura di eleganza e coinvolgimento, grazie alle sue atmosferiche procedure di synth e piano collegate ad ipnotiche linee percussive. Si giunge quindi alla successiva "This Could Be You", brano inciso da un meccanico e danzabile impianto electro-ritmico che scansiona il tempo circondandosi di lunghi pads e punteggiature sequenziate, mentre la consecutiva "Nine" rallenta le bpm dilatando il suono attraverso una catturante spazialità di tastiera e pianoforte. "Recent Conversation" congegna una turbinosa, celere percussività industrial / IDM parallelamente agli estesi accordi del synth, elementi che magnificano questa traccia che considero tra le migliori in assoluto dell'intero repertorio by Autoclav 1.1. Avanguardisticamente romantica, "Tick.Tock" propaga delicatezza pianistica, i rarefatti sussurri della vocalist Kate Turgoose e le brillanti scale del synth che si inseguono vicendevolmente correndo con millimetrica precisione tra gli ingranaggi del drum-programming, concedendo successivamente il passo all'aggressività industrial-electro mid-tempo di "Scars", traccia che si fregia della voce distorta di Claus Larsen, alias Leæther Strip, il quale artiglia il suono sfregiandolo e combinando il livore dei suoi toni non solo alla potente elettricità della chitarra, ma anche ad uno scintillante abbellimento di pianoforte e loops. I femminei vocalizzi udibili nell'introduzione di "Inhale/Exhale" si caricano di misticismo stemperandosi in seguito tra l'asciutta linearità del rhythm-sequencing che cadenza il nostalgico andirivieni degli ornamenti pianistici. E' la volta di "No Running Away From This", traccia a basso regime percussivo, così seducentemente elaborata dal languore dei synth- patterns, del pianoforte e del drumming che nella seconda metà del brano rallenta ulteriormente in velocità, distorcendo le battute e concludendo in un fascinoso interplay tra pianoforte e percussività elettronica, la medesima che articola freddamente "Foolishly Sentimental", indirizzandola verso traiettorie electro-industrial varcate da pads e garbati tocchi di piano. "Three Hours" propone un diagramma ritmico mid-tempo altisonante e mutevole, con scambi di riff a sostegno degli avvincenti accordi di tastiera e dell'immancabile pianoforte. Straordinariamente bella, "Today Is The Day" offre all'ascolto una lussureggiante sonata pianistica inframmezzata da tracciati di e-drumming pressanti e danzabili, il tutto spazzato dalle colonne d'aria tastieristica che rafforzano le melodie della song. L'ultimo capitolo dell'album è "Stop The Clock", traccia segmentata elettronicamente da beats rock-minded su cui volteggiano estese partizioni di synth e piano, a compimento di questo full-lenght che affascina con la medesima grazia di un bassorilievo sommerso. Tony Young si riconferma un grande artista, influendo ancora una volta in modo significativo nella più progredita tra le diramazioni della musica elettronica: "Embark On Departure" è ossigeno e Autoclav 1.1 il respiro.

 

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Autunna Et Sa Rose - "Phalène D'Onyx" - cd - by Maxymox 2012

autunna Di straordinaria accezione è quest'ultima, fatidica release del collettivo neoclassical-teatrale emilano Autunna Et Sa Rose, i cui approfondimenti identitari sono disponibili nella sezione "interviste" di Vox Empirea. Prima di focalizzare l'attenzione sulla track-list dell'album "Phalène D'Onyx", è utile rammentare il multistilistico tracciato discografico edificato da questo rilevante progetto fondato nel 1994, sperimentazioni melodrammatiche in forma sonora che assunsero forma fisica solo nel 1996 attraverso il full-lenght licenziato dalla Ederdisia, "Sous La Robe Bleue", tormentata vicenda di passione e dolore dall'epilogo esiziale. Una natura differente ma altrettanto intensa ispirò l'opera successiva, "Nè L'Être...èternel", album bifasico, edito per la Metaluxor e perfezionato nel 2000, la cui essenza scandagliava in termini sinfonico-romantici il significato della Morte, destrutturandone l'archetipo risalente ad interpretazioni ataviche e riproponendolo quindi in un'espressione inedita, in perenne equilibrio tra la dimensione onirica, spirituale e regolata dalla Natura stessa, concedendo all'ascoltatore, mediante uno stile orchestral-narrativo, di viverne appieno la forza comunicativa nonchè di percepire l'ineffabile consapevolezza della "Verità". Audacia e policromia sonica caratterizzano invece "Sturm", coltissima realizzazione datata 2002 ed incisa per l'etichetta Materiali Musicali, entro la quale gli Autunna Et Sa Rose strutturarono ufficialmente il criterio di "teatromusica" all'interno di brani ispirati ad elementi artistico-scientifici: annotabile nei credits di questo rilascio la preziosa cooperazione offerta dal musicista Steven Brown, leggendario front-man dei Tuxedomoon. "Odos Eis Ouranon (Strange Lights/Logos)" fu il titolo scelto per il doppio digipack pubblicato nel 2005, contenente undici inedite esibizioni live dell'ensemble parallele a quelle degli Ataraxia, esibizione che introdusse un pilastro irrinunciabile della futura ed attuale line-up rappresentato da Sonia Visentin, le cui magnificenti estensioni da soprano hanno contraddistinto da quell'epoca in poi molte tra le più importanti creazioni degli Autunna Et Sa Rose. Esattamente l'anno successivo fu la volta dell'album "L'Art Et La Mort", disco che ebbi occasione a suo tempo di recensire positivamente e recante l'effige della Ark Records, una raccolta di tracce appartenenti ad artisti dell'area wave/gothic/industrial interamente rivisitate in chiave cubista. Il recente "Phalène D’Onyx", opera affidata per la seconda occasione al marchio Ark Records, delinea la propria consistenza su quindici differenti prose dalle quali si amplia il relativo corpus musicale, quest'ultimo scevro da ogni esplicita armonia e progettato sull'intricatezza ed uno straniante minimalismo. Intimista ed avvolto da un manto di decadenza e romanticismo, l'album ritrae idealmente la progressiva ascesa di un'anima la cui originaria natura, confinata entro i limiti di una dolorosa sottodimensione di rifiuto della propria essenza, trova infine l'agognata ragione d'essere attraverso l'intercessione dell'amore. Imponente anche lo schieramento di protagonisti coinvolti nell'edificazione del disco: Stefano Bertotti (clarinetto), Antonio Bianchi (percussioni), Gianluca Lo Presti (basso elettrico), Silvia Mandolini (violino), Stefano Bertotti (violino), Caterina Caminati (viola), Simone Montanari (violoncello) e Saverio Tesolato (grand-piano - electronics - voci - poesie/composizione) formano la sezione orchestrale, mentre la citata Sonia Visentin (soprano) initamente a Matilde Secchi (mezzosoprano) e Sergio Scarlatella (voce recitante) costituiscono la ripartizione vocale. Assai ricercata nella sua disposizione, la tracklist si suddivide in sette brani collegati ad otto interludi tra i quali "Intangibili barriere…" assume la funzione di una overture narrata da Sergio Scarlatella con tonalità ed enfasi traboccanti di drammatico phatos, parole immerse in un atmosferico sottofondo di elettronica e filtraggi di basso così suggestivi da coinvolgere interamente la fantasia dell'ascoltatore. "Seele im Spielkartenschloss", componimento visionario assegnato al dialogo tra violoncello e pianoforte, incarna simbolicamente lo smarrimento avvertito nell'irreale vagare all'interno di un Castello di Carte, così come l'intermezzo "Dondolante Luna Mia…" inscena un interscambio di fraseggi lirici tra Sonia Visentin e Matilde Secchi senza alcun accompagnamento strumentale, lasciando quali esclusivi interpreti unicamente le incantevoli sovrapposizioni di soprano e mezzosoprano. "È Un Sofferto Pulsare…" continua il percorso sfoggiando meditabondi, autunnali contrappunti di piano e cello pronti a rincorrersi in veloci fughe, sonorità anticipanti la successiva "Toujours Toi Dans Mes Reves…", breve interpausa recitata malinconicamente da Sergio Scarlatella la cui voce, appassionata ed umbratile, accarezza rarefazioni elettroniche ed un solo tocco di piano. Inquiete partizioni di violino e violoncello duellano follemente in "Avvolgenti Già Rami…" combinandosi a diradati flussi di elettronica, concedendo l'ingresso alla successiva "Iridescente…", intermezzo elevato dal mezzosoprano Matilde Secchi mediante nobili inflessioni di canto disseminate in uno spartito pianistico dalle note grevi. La strumentale "Fruscii Di Sognata Libertà…" è un brano composto da stacchi percussivi, soffi di clarinetto ed alchimie sintetiche, il tutto ricreante un climax dominato da trepidazione e senso dell'oscuro, mentre il seguente passaggio intitolato "Bella E Delicata…" si erge femminea ed aristocratica tra i picchi tonali del soprano Sonia Visentin sovrapposti alle aeree formulazioni del mezzosoprano Matilde Secchi. E' la volta di "Sussurro Melodioso…", traccia in cui il vibrato archeggiare del cello descrive nostalgiche parabole impreziosite da sporadici bisbigli, soluzioni oltrepassate da "Fiammeggianti Folate…", intervallo recitato con assorta mestizia tra le brezze canore sospinte dal mezzosoprano. Ancora una volta gli acuti vocalizzi diffusi da Sonia Visentin aleggiano incorporei al di sopra di un'emaciata sinfonia composta in questa occasione da quattro violini, espressione oltrepassata in seguito da "Soave Candido Usignolo…", polifonia assegnata alla relazione soprano-mezzosoprano cantata da Sonia Visentin e Matilde Secchi, le cui aeriformi evoluzioni spaziano con la stessa leggerezza del vento. "Nella Pullulante Atmosfera…" si distinguono evanescenze pianistiche e di cello oltre le quali gravitano le penetranti contorsioni vocali del soprano anticipanti il segmento conclusivo dell'opera, "Da Persistente Cascata…", outro poeticamente descritto dalla voce signorile del narratore associata alla plumbea cascata di note generate dai tasti del pianoforte sia fisico che registrato. Album che fa della non-immediatezza il suo peculiare basamento, proponendo esso un aggregato sonoro rivolto ad un pubblico musicalmente avanzato ed in grado di estrapolare appieno la sottile energia interiorizzata nei contenuti. L'ascetismo insito in ogni singolo passaggio della release traspare appena al di sotto di un'orchestralità emaciata, lasciando che sia la rispondenza dell'ascoltatore a distillarne l'origine e le innumerevoli forme. Musica, teatralità ed iconografia rappresentano quindi i cardini dei ritrovati Autunna Et Sa Rose: acutizzate quindi i sensi ed interrompete il corso dei pensieri affinchè essi captino ogni atto, ogni battito d'ali di "Phalène D'Onyx". Tutta la vostra anima si aprirà infine a questo suono incorporandosi completamente alla sua magia. Ne farete parte.

 

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Avoid-A-Void - "Musique Noire" - cd - by Maxymox 2012 -

avoid  Power-duo tedesco formato dalla perfetta combinazione tra l'audio producer Rico Hüllermeier ed il vocalist Falo. Gli Avoid-A-Void sono parte integrata di quello specifico orientamento ampiamente descritto negli annali della musica elettronica: "alternative-synthpop" è il termine stilisticamente più adeguato per inquadrare il sound concepito dal progetto, come dimostrato nel 2009 attraverso le dodici tracce di "Abyss Desires", debut-album positivamente recepito dai media e da una sempre più esigente platea d'ascolto. Supportato fin dall'inizio dalla fenomenale sinergia tra Echozone e Bob Media Distribution, il disegno pubblica con orgoglio questo recente full-lenght "Musique Noire" indirizzandone i tatticismi in particolare verso i cultori del pop tecnologico attiguo ai De/Vision, Mesh e Camouflage, ottimizzando il soggiogante potere dei vocalizzi di Falo unitamente a soluzioni strumentali di inappuntabile perfezione, denotando in questo modo un'ulteriore, netta ascesa in termini qualitativi rispetto la già apprezzabile release di esordio, quale risultato di un triennio trascorso pianificando sonorità caratterizzate da una maggior raffinatezza ed un registro colmo di armonie elettronicamente catturanti e senza riempitivi: ognuno dei dieci brani, infatti, è considerabile come un potenziale hit, dettaglio che rende la tracklist una sequenza dotata di una forte incisività. Procedendo con l'analisi del disco si incontra inizialmente la catartica essenzialità di "Musique Noire", titolo omonimo ed episodio creato su schemi techno-pop ampliati da algidi fasci di synth, drumming downtempo e robotici filtraggi del vocoder. La vera essenza dell'opera si rivela invece attraverso la bellissima "Myself Within", decisamente speculare alle melodiche strategie synthpop-oriented escogitate dai De/Vision ora inscenate mediante pulsanti, danzabili basamenti midtempo collegati alla cristallina fluidità del sequencing e, soprattutto, ad un canto il cui refrain irretisce istantaneamente marcando ancor più la song con i tipici accenti del duo berlinese Steffen Keth/Thomas Adam. Le procedure della successiva "Nothing" confermano lo stato d'arte synthpop raggiunto dagli Avoid-A-Void, conciso ed espresso con ottima scelta armonica mediante un flessuoso drum-programming, sobri abbellimenti sequenziati, scie di keys ed i vocals tersi pronunciati da Falo, così come la seguente "Untouchable" galvanizza impiegando accelerazioni ritmiche parallelamente alle quali si allineano acide emissioni di synths e la pulizia canora del vocalist, tutto ciò per un synthpop in grado di esercitare sull'udito un fascino irresistibile. Altrettanto intrigante, "No View" è un techno-pop dalla percussività linearmente dinamica e ballabile sulla quale si innalzano con armonica risolutezza vocals aperti e futuristiche suggestioni di tastiera, mentre la successiva ed ancor più avvincente "Yearn For Your Proximity" simboleggia quel genere di electropop il cui ascolto, avvenuto anche dopo svariati anni dal primo, è capace di suscitare l'identico, penetrante entusiasmo di sempre, e ciò grazie alla sincronia tra l'agile propulsione ritmica del drum-programming midtempo ed il flusso delle melodie di canto stratificate da Falo con particolare scelta estetica, elemento che nel refrain si esprime in tutta la sua efficacia disegnando assieme alla key una serie di accordi inevitabilmente polarizzanti. E' il turno della veloce "S Got Kryptonite", fondata sulle risolute, danzabili scansioni del drum-programming e su contrappunti vocal-tastieristici che agganciano l'ascolto con disarmante immediatezza. "Flowers" rallenta la macchina percussiva assestandosi in uno schema electropop De/Vision-minded sempre ricco di affascinanti sonorità, questa volta dal mood malinconicamente romantico, esaltate attraverso una pneumatica cadenza midtempo, vocals dalla superficie levigata ed emozionale, in aggiunta alle atmosferiche risonanze delle testiere, così come la successiva "Who Cares" incanta con la sua musicalità synthpop inappuntabilmente corredata di ogni possibile finezza destinata all'attrazione, peculiarità che stimola nell'ascoltatore l'impulso di cliccare nuovamente il tasto "play" del riproduttore al termine del brano: questa specifica azione è determinata soprattutto dal desiderio di riascoltare il refrain che Falo intona con voce profonda ed appassionata assemblando il canto ad una corposa sezione tastieristica. In chiusura, "Love Was Dead" crea un climax sonoro di considerevole ricchezza melodica, offrendosi come un midtempo circoscritto in una ballabile, splendida dimensione techno-pop riprodotta con precisione dalla drum-machine, dal canto seducente e dalla gelida magia scaturita dalla copertura tastieristica. Dieci brani infallibili, preziosi. Gli eleganti tecnicismi che hanno presieduto al componimento dell'album "Musique Noire" si traducono in una tracklist straripante di synth-appeal, raffinatezza vocale, danzabilità e tutto ciò che di più musicalmente invitante la vostra fantasia riesca ad immaginare. Gli Avoid-A-Void riepilogano in questo significativo capitolo discografico il migliore archetipo electro-melodico dell'ultimo decennio, sovrastando di molte lunghezze la media e garantendo una resa esplicitamente positiva. Le ritmiche very danceable, il sound-system complessivo ed il canto di Falo scuotono l'udito allestendo l'intero lavoro con geometrie funzionali presentate all'uditorio sottoforma di meraviglie pop-elettroniche rifinite con classe evoluta e perpetua ricerca del bello: quando, al termine dell'album, il silenzio si riapproprierà della vostra stanza, le note di questa release continueranno a risuonarvi nella memoria. Per lungo tempo ancora.

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- Brigade Rosse - "Nachts Am Fenster" - cd - by Maxymox 2012 -

brigaderosse Occulto duo berlinese originariamente tendente ad un plurimo insieme di minimal-dark-electropunk-synthpop-EBM, circondato da un'impenetrabile alone di anonimato già percepibile dal mascheramento che cela il volto dei protagonisti Tandy TRS80 (synths) e Karl Werner L. Koch (vox), il cui palese orientamento ideologico non lascia spazio a compromessi o interpretazioni. Le liriche ed il suono prodotti dai Brigade Rosse trasmettono con grande efficacia le alienanti sensazioni causate dai disagi sociali come miseria, droga, sopprusi, iniquità, le contraddizioni della moderna borghesia ed il degrado economico, argomenti espressi musicalmente attraverso il composto senso di rabbia ed avvilimento incamerati nella sottocultura dalla nuova working class. Discograficamente attivo dal 2009, il progetto cita un iniziale 7" limited edition su vinile intitolato "Weltgeist" licenziato dalla Hertzschnitt, seguto nel medesimo anno dall'album "Entzauberung Der Welt", opera che sancì il primo accordo con il brand germanico Plastic Frog Records: nella tracklist del disco spiccava inoltre l'ottima performance dell'electro-project fondato da Philipp Münch, i The Rorschach Garden, remixatori del brano "Interzone BRD", oltre ad un elenco di altri otto episodi in stile wave-synthpop-minimal. Alla label Disorder Magnetic Tape fu affidato il rilascio di "Live At Dazzle Danzclub", album registrato a Berlino nel Febbraio del 2011 presso l'omonimo locale, release seguita sempre nello stesso periodo da "Tatort Neon", un secondo vinile in formato 7" masterizzato da Sven Wolff dei The Dust Of Basement, Essexx e Patenbrigade distribuito dalla Plastic Frog Records, composto da due tracce delle quali una, "Psychotop", si presentava in una versione magnificamente rielaborata dall'estro dei The Psychic Force. Il presente "Nachts Am Fenster" costituisce il più recente lavoro dei Brigade Rosse edito nel 2012, un full-lenght strutturato da tredici brani che recano ancora la partecipazione di Sven Wolff in sede di mastering e recording nonchè i nomi dei guest-remixers Serpents e, per la seconda volta, The Psychic Force. La pubblicazione dell'album è assegnata nuovamente alla Plastic Frog Records, label ufficiale dei Brigade Rosse i quali elaborano una lista di tredici brani che prendono diretta origine da "Wir Sind Die Toten" e dal suo essenziale modulo electro-ritmico downtempo scandito dal programming, impreziosito da sintetici ornamenti di tastiera ed una rarefatta sequenza di vocals loopati. "Im Rausch" è una traccia minimal-synth-wave propulsa da secche battute electro-percussive dal passo accelerato ammantate da pads ed elementari rotazioni di programming, il tutto dominato dalla voce di Karl impostata su toni abbattuti ed oscuri, acustiche precedenti la successiva "Kein Feuer", episodio synth-wave composto mediante celeri frazionamenti di drum-programming dalla consistenza asciutta e lunghi accordi tastieristici che circondano interamente la cupezza vocale pronunciata dal singer. "Allein Mit Dir" predilige uno schema ritmico spedito e fittamente punteggiato dal sequencing quale fonte di energia supportante i vocalizzi umani e robotici che si alternano tra spaziali pulsazioni elettroniche, così come la seguente versione remixata di "Roentgenaugen" scandisce il tempo attraverso un velocizzato artificial-drumming e tratteggi di synth-programming sui quali rotea il futurismo rappresentato da emissioni di canto extraterrestre intervallato da quello non meno glaciale proferito da Karl, sonorità rielaborate dalla band tedesca EBM-industrial denominata Serpents, artefice di questo remake identificabile stilisticamente come una mixture tra new wave e minimal electronics. Il breve interludio "Keine Teleschirme" è esclusivamente una narrazione esposta con voce meditabonda ed attraversata da sibili di vento, in anticipo sulla successiva "Puppe Aus Luft", pervasa di essenza post-Kraftwerk manifestata dai filtraggi vocali e dalle disciplinate formule electronic-synthpop sfoggianti minimalismo percussivo uptempo rincorso da garbati tocchi di tastiera. "Weisses Rauschen (Keine Trauer)" propone un teso interplay tra la voce di Karl, l'ossessiva, accelerata circolarità del drum-programming e le inorganiche scie del synth, così come le rifrazioni emanate da "Tatort Neon (Album)" confermano ancora una volta l'inclinazione dei Brigade Rosse rivolta al technopop minimale mid-tempo e ad avveniristiche eufonie di tastiera con voce umana interposta ad emissioni robotizzate. "In Every Face" si illumina integralmente di artificialità sonora esaltata da melodici inserimenti di synth che descrivono giocose scale di note in contrasto con l'amarezza esternata con voce ferma da Karl, mentre la seguente "Leben In Schwarzweiss" si offre come un pop elettronico dal diagramma utilizzante una veloce successione di battute a formare un pulsante rettilineo sul quale prendono corpo nebulizzazioni tastieristiche, modulari ondate di sequencing ed un canto spento, diffuso dai toni abbattuti di Karl succeduti da quelli privi di emozioni provenienti dal filtraggio vocale. Il progetto indus-EBM tedesco dei The Psychic Force remixa ora "Im Rausch" arricchendola di ulteriori arrangiamenti elettronici ed un passo ritmico più danceable, mentre la conclusiva "... Sendet Euch Ein Toter Mensch Gruesse" estende un riflessivo monologo in tedesco che si stempera da lì a breve nel più totale silenzio, congiuntura propagata per un lungo minutaggio fino all'emergere di un bellissimo schema synth-wave ideato attraverso un militaresco e-drumming su base mid-tempo, opacizzati flussi di tastiera e sul canto inquadrato di Karl che si avvicenda ad un secondo automatizzato e senz'anima, inabissandosi nuovamente nell'oblio del silenzio riemergendo infine per un ultimo, meditabondo soliloquio. Il power-duo Brigade Rosse con l'album "Nachts Am Fenster" dimostra intraprendenza e talento nel manovrare abilmente l'electronic sound, tramutandolo nel medesimo tempo in uno strumento di controinformazione ed in un congegno musicale entro cui sono banditi gli sfarzi, a vantaggio di acustiche lienari, monolitiche e tecnologicamente avvincenti nella loro essenzialità. Per l'ascoltatore evoluto del Terzo Millennio.

 

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- Brotherhood - "Turn The Gold To Chrome" - cd - by Maxymox 2012

brotherhood L'universo gothic svedese si glorifica oggi attraverso il nuovo astro chiamato Brotherhood, un duo rappresentato sostanzialmente dal polistrumentista Stefan Eriksson e dal musicista Micke Lönngren, ognuno dei quali in possesso di un solido curriculum maturato artisticamente nel corso degli anni. Stefan, oltre una vivida attività di tecnico del suono e produttore, vanta la trascorsa appartenenza come tastierista nel progetto martial-industrial denominato Sophia, nonchè l'integrazione nella band alternative-rock Cardilax e nell'electro-platform Mem. Tuttavia, la più importante iniziativa attribuibile a stefan rimane quella intrapresa con Peter Bjärgö per un decennio negli Arcana, disegno neoclassical scritturato originariamente dalla Cold Meat Industry. Le vicende riguardanti Micke Lönngren menzionano soprattutto le sue doti di cantante e di "Artists and Repertoire" per la label Diesel Music, famosa per essere stata la più pubblicizzata tra le labels svedesi dell'ultima metà degli anni novanta. I due protagonisti raggiunsero il reciproco rapporto di collaborazione che nominarono nel 2007 con l'appellativo Brotherhood, forti della carica ispirativa di Stefan tratta dagli schemi gothic alla Joy Division / Sisters Of Mercy / Clan Of Xymox e, soprattutto dal desiderio di variarne la forma musicale proposta fino all'epoca tramite infinite emulazioni. A tale scopo il progetto impiega un pentagramma strutturato da nostalgiche armonie di basso, synths e chitarre unitamente a vocals penetranti, elementi che in fase live si tramutano in indimenticabili esecuzioni supportate inoltre dai live-guests Martin Roos, eccezionale chitarrista dei Kent, in aggiunta a Johan Mörén proveniente dai Memento Mori, band risalente alla scena post-punk svedese della decade '80. Il debut album "Turn The Gold To Chrome", pubblicato autonomamente dagli stessi Brotherhood e masterizzato da Peter Bjärgö presso l'Asham Room, consta di nove tracce che prendono avvio da "End Of Time" e dal suo prolungato accordo chitarristico introduttivo a cui fanno seguito il battente drumming, le solide rotazioni delle bass-lines, i merletti tastieristici e la bassa modulazione del vocalist che riempie la song di fascinosa oscurità. "Abigail" è una costellazione gothic formata dal cupo tambureggiare mid-tempo e chitarre di granito, sonorità abbellite da un incisivo canto a cui si avvicenda un refrain particolarmente melodico, tutto ciò in anticipo sulla successiva "Heroine", traccia molto interessante che celebra il rito della decadenza attraverso un serrato dialogo tra basso e batteria mid-tempo, struttura attorno alla quale gravitano i tenebrosi accenti del vocalist inseriti in un atmosferico insieme di chitarre e scie tastieristiche. E' la volta di "Lost", brano ispirato agli umbratili tatticismi gothic dei Sisters Of Mercy ora riprodotti mediante l'interplay tra armoniosi arpeggi di chitarra acustica in combinazione alle trame tessute dalla seconda linea chitarristica la cui elettricità accompagna l'intensità del canto propagato dal singer e dalla guest-vox Emma Södling. "So Many Stars" è un downtempo formulato da un ritmico giro di basso che, unitamente ai battiti della batteria, genera la base sopra la quale volteggiano malinconicamente i vocalizzi e le sfiorite decorazioni di chitarra, mentre il segmento iniziale di "Sleepwalking" rivela da subito l'indole romantica e gothic-pop che caratterizzerà lo sviluppo della traccia incentrata in modo particolare su aggraziate evoluzioni di tastiera e voce alle quali si sovrappongono melodiosamente le pulsazioni del basso e gli emozionali intarsi chitarristici. "Over And Over" recupera il marmoreo interplay tra corde e drumming forgiando una traccia in cui si alterna il suggestivo comparto di canto, key ed arrangiamenti vocal-effettati all'elettrica tensione diffusa dalle chitarre e dal basso, il medesimo che nella successiva "Shame" gareggia in velocità con le scattanti traiettorie electro-percussive e le bellissime coreografie gothic di voce e tastiera, moduli scorticati ciclicamente dall'abrasivo fervore delle corde. Un drumming cadenzato da battute mid-tempo introduce la conclusiva "Question And Answer", episodio che perlustra nuovamente orizzonti gothic-pop attraverso una musicalità oscurata dal basso e dal cogitabondo fraseggio del vocalist che in fasi successive apre a leggiadre armonie di chitarra unitamente all'esposizione di testi interpretanti il poema vergato dallo scrittore americano Charles Bukowski. Tra le molteplici proposte sul generis attualmente disponibili, Vox Empirea ha selezionato i Brotherhood di ""Turn The Gold To Chrome" per la loro verve ben impiantata su classiche prospettive appartenenti alla più illustre retroguardia, strategia che il binomio svedese interpone mirabilmente a sonorità attuali e colme di attrattiva come quelle ascoltate, conservando integre le atmosfere ed il nucleo tipici uno stile che ha segnato in modo indelebile questa sottodimensione dell'obscure-rock. Ora che l'ascolto dell'album è compiuto, posso affermare con soddisfazione che un'altra pagina contenuta nel grande libro del gothic-style è stata scritta.

"C"

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C.DB.SN - "...At The End Of It All" - cd - by Maxymox 2012

cdb La criptica sequenza delle lettere C.DB.SN è l'abbreviazione codificata del nome Chase Dobson, musicista elettronico di Denver aderente alla mitica label Tympanik Audio. Il sound interpretato dall'artista seguì tecnicamente nel 2006 dapprima formulazioni post-industrial, minimal-techno e post-rock, seguite gradualmente dai dettami previsti dal modulo IDM-glitch/ambient incorporante nelle proprie strutture un forte richiamo emozionale, tatticismo espresso mediante scelte armoniche di laptop e field recordings propaganti note estremamente atmosferiche, ritmate da granulari drum-beats ed imprevedibili fratturazioni dubstep. Di notevole bravura e meritevole di essere evidenziato nelle pagine di Vox Empirea, C.DB.SN elenca discograficamente il debut di sette tracce "Into the Deep" licenziato nel 2008 dalla label Elseproduct con sede in Colorado, release seguita da partecipazioni su quattro compilations: “4AMCATATTAQ: Experimental Dance Breaks 36" edita per la Plastic Sound Supply nel 2010, "“Furtherscape - Wounds Of The Earth vol. II", pubblicata nel medesimo anno dall'omonima etichetta Wounds Of The Earth, responsabile sempre nel 2010 della pubblicazione relativa al capitolo successivo, "Wounds Of The Earth vol.III". Nel 2011 C.DB.SN aderì alla celeberrima raccolta promossa dalla Tympanik intitolata " “Snowday - Emerging Organisms vol. 4" confrontandosi con artisti IDM-electronics di importante risonanza quali tra tutti Stendeck, Access To Arasaka, KiloWatts, Displacer ed Architect, remixando magistralmente per quest'ultimo il suo brano "Pure", episodio incluso nella compilation "Upload Select Remix.2" licenziata anch'essa nel 2011 dalla Hymen Records. A tutto ciò seguì il digital-split ep "Covalent States" condiviso con il progetto Scaffolding, edito sempre nel 2011 per la label Plastic Sound Supply, lavoro a cui successe nello stesso, prolifico anno il presente debut-album "At The End Of It All". Oltre la versione regolare, analizzata da quì a breve, è disponibile una seconda edizione totalmente riedificata, "At The End Of It All Remixed, opera alla quale hanno partecipato le seguenti maestranze: Tineidae, Architect, Larvae, Sean Byrd, Worms Of The Earth, Displacer, Access To Arasaka, Consolectrl, Anklebiter ed Erode. Concentrando quindi l'attenzione sul full-lenght di esordio si evidenzia una tracklist composta da undici passaggi, primo dei quali è "This Stillness Of Hours", un downtempo straordinariamente catturante, colmo di suggestioni elettroniche di keys e campionature di piano tratteggiate da stacchi percussivi ed artifici cosmici. A questo brano fa seguito la crepuscolare " … At The End Of It All", episodio di incommensurabile beltà, strutturato su micropulsazioni poliritmiche IDM-oriented accerchiate da stormi di effects ed uno stereogramma tastieristico-chitarristico i cui accordi riverberati evocano le più dolci malinconie. " Artificial Intelligence", freddo congegno IDM-industrial, predispone uno scattante movimento percussivo downtempo-midtempo composto da micronizzazioni iper-sequenziate, e-drumming pulsante, rielaborazioni loopate di voce e punteggiature sintetiche in quantità incalcolabile. "A Map Of The Human Heart" perlustra a sua volta territori IDM ornando il percorso di eleganza e sonorità futuribili, combinazione espressa mediante rapide scale tastieristiche e pads atmosferici sotto i quali si snoda con robotica linearità un grafico ritmico composto da intermittenze midtempo dalla timbrica ruvidamente destrutturata. E' il turno di "A Silent Sea" la quale, come titolo suggerisce, diffonde acustiche finalizzate alla riproduzione ideale di immagini trasognanti, un immoto universo d'acqua accarezzato da venti elettronici generati dal laptop, bassi accordi tastieristici, sequencing e percussività IDM-downtempo creata attraverso secche bpm dalle pulsazioni interrotte, tutto ciò a compimento di una traccia perfettamente in grado di trasmettere estasi sintetica. "Airport [Never_Land]" mesmerizza utilizzando l'alta tecnologia del suono applicata ad un modulo electronics-ambient denso di artificialità e contemplazione, elementi generati da lunghe estensioni di key e piano oltre le cui evanescenze si muove l'automatismo percussivo di una drum-machine lentamente scandita da battiti e sussulti effettati. Di carica opposta, "Data Transmit" descrive ellissi IDM-uptempo sospinte da meccanismi percussivo-tastieristici extraterrestri, formule progettate su e-drumming simile a flashes stroboscopici, glaciali azionamenti elettronici, rarefatti accordi dalla timbrica oscura ed una nebula di rumorismo post-industrial, il tutto anticipante la successiva "Certain Is The Plague Of Fables", traccia intensa, solcata da electro-visioni convertite in audiogrammi IDM attraverso fratture midtempo e prolungate ionizzazioni di effects, componenti sui quali troneggiano emozionali pads che rendono l'episodio un perpetuo equilibrio tra sentimento umano e calcolo meccanizzato. Le scosse ritmiche inserite nell'impianto sonico di "Seven Days Warning" si disseminano sottoforma di micro-battute dall'incedere asimmetrico e traccianti un viluppo percussivo dal dinamismo saettante, ciò in combinazione a fredde correnti di materia elettronica ed acide textures computerizzate. "The Stars Falling Cold" è una traccia breve quanto tecnologicamente passionale, una sorta di poesia declamata dagli equipaggiamenti d'avanguardia di cui Chase è abile manovratore, odi artificiali espanse da flussi tastieristici, sequencing e rallentati frazionamenti percussivi, soluzioni entro le quali le acustiche sintetiche disegnano un indescrivibile senso di relax e nostalgia. L'epilogo dell'opera è affidato alla grandiosa "As If December Never Happened", traccia iper-processata da intricate battiture percussive IDM-midtempo contemporaneamente ad emozionanti calligrafie tastieristiche, riveberi di pianoforte e progressive cristallizzazioni del suolo elettronico, in un brano di geniale complessità e grazia armonica. Questa inesauribile vena compositiva ha permesso al progetto C.DB.SN di ottemperare a ciò che definisco una spettacolare ascesa artistica rivolta verso la continua ricerca di nuove strategie IDM che sappiano coniugare melodia, sentimento e tecnicismi avveniristici. "...At The End Of It All" sorprenderà piacevolmente gli assertori dell'Intelligent-sound facendo loro cogliere le delicate sfumature che adornano le sue armonie unitamente all'inebriante schema futuristico insito in ogni angolazione dell'album: alla Tympanik Audio va la mia personale stima ed ammirazione per avere rilasciato un ennesimo gioiello discografico di così elevata caratura: il suono di Chase Dobson risveglierà in voi uno stato di estasi di cui non vi facevate possessori.

 

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Celluloide - "Hexagonal" - cd - by Maxymox 2012

celluloide Celluloide è un progetto francese di marcata tendenza synthpop composto dalla vocalist Darkleti unitamente ai due tastieristi, elaboratori dell'electronic-sound e backing-vocalists Patryck Holdwem, reduce egli del side-project synthpop-oriented chiamato Beyond The Nightmare About Claudia, ed il criptico Member U-0176 noto anche come Thee Hyphen, piattaforma individuale dedita ai generi EBM-electro-synthpop. La label di supporto è la marsigliese BOREDOMproduct, home alla quale è affidata l'intera discografia della band i cui primi esperimenti synthie-oriented si individuano tra il 2000 ed il 2001 attraverso la pubblicazione di tre demo su CD-r includenti cinque episodi ciascuno. Seguì quindi nel 2002 l'album di esordio "Naive Heart" pubblicato anche in doppio formato limited edition con ulteriori alternative-versions delle tracce. Nell'anno 2003 i Celluloide rilasciarono l'album "Words Once Said" nella cui tracklist spiccavano i tre bonus remixati dai leggendari Boytronic, Nocomment e Sista Mannen På Jorden, capitolo succeduto da un periodo di riassetto che siglò un'importante variazione stilistica dell'ensemble ora non più ispirata esclusivamente dal pop sintetico ma recettiva anche sul versante EBM, elemento sul quale si edificò nel 2006 l'ep "Bodypop" ed il suo continuo remixato ""Bodypop Clubmixes", seguiti nel 2007 dall'album "Passion & Excitements". Il 2007 fu l'anno in cui i Celluloide decisero di comporre un full-lenght tribute dedicato ai classici della 80's new wave riedizionandoli all'interno di "Naphtaline", una cover-compilation colma di nuove, splendide interpretazioni di brani appartenenti a nomi quali Dead Can Dance, Cure, Siouxsie And The Banshees, The Sisters of Mercy, Lush, Depeche Mode, Camouflage, Boytronic, Dark Distant Spaces, Trisomie 21, Sista Mannen På Jorden e, soprendentemente, Lio. Notevole dal 2001 anche il numero delle adesioni dei Celluloide a compilations, venticinque, molte delle quali di forte risonanza: citando di esse le più fondamentali si nominano "Elektrauma 6", "Synthétique", "Our Voices", "Synthphony Remixed 5", "State Of Synthpop 2005", "Elektrish!", "Zillo" ed "Electronic Body Matrix vol.1". Sul fronte dei singoli il progetto è stato altrettanto prolifico rilasciando sempre attraveso la BOREDOMproduct otto prodotti digitali; di spicco anche l'attività dei Celluloide come remixers, attività che ha concesso al terzetto fin dal 2001 di evidenziare la propria tecnica mediante, ad esempio, le rivisitazioni dei brani di Hungry Lucy, Trisomie 21, Babylonia, The Three Cold Men, Neuropa, Joy Electric, Nitzer Ebb, Minerve e Aïboforcen. L'album "Hexagonal", datato 2010, costituisce cronologicamente l'ultima, ufficiale proposta dei Celluloide segnalata oggi da Vox Empirea, una release di ottimo spessore, pulita ma non asettica, tecnologica ma non distaccata, colma di sonorità elettronicamente aggraziate e masterizzate con pregevole qualità acustica in combinazione a formule vocali i cui testi, cantati in lingua francese da Darkleti, emanano un'aura circondata da eleganza e moderazione tonale. L'album si attiva inizialmente con "Imprévisible", un synthpop midtempo dalla ritmica lineare sulla quale si stratificano aerei flussi di tastiera, sottilissime punteggiature di effects e femminei vocals dalla timbrica sensuale. "À Contre Temps" è costellata di una tersa artificialità melodica generata da programming e keys, sodalizio che rende la traccia uno scattante congegno pop-elettronico studiato nei minimi dettagli e gradevole all'ascolto, in cui la voce della singer ben si integra al contesto apportando accenti vagamente malinconici. "Le Goût Du Poison" diffonde moderne armonie synthpop accordate da basi tastieristico-programmate le cui textures, finemente riprodotte, sequenziano con robotica precisione impulsi percussivi midtempo e pads leggeri come aliti, il tutto abbellito dal canto nostalgico di Darketi. L'esercizio elettronico relativo a "Les Quatre Coins De L'Hexagone" svela le insite predisposizioni dei Celluloide verso il suono iper-sintetico, elemento che in questo frangente si manifesta attraverso l'mmateriale dialogo tra keys ed automatismi midtempo sequenziati dal programming, componenti che Darketi attornia con ulteriori dosaggi di fascino avveniristico mediante cyber-filtraggi di voce. E' la volta di "Sans Conditions", suggestivamente introdotta da pads e microframmenti sintetici oltre i quali si sviluppa un sound pop-elettronico accelerato e lindo, generato dalle simmetrie che intercorrono tra il regolare battito del drum-programming, i delicati tratteggi sequenziati che si avvicendano nei perimetri, l'artefatta leggerezza degli accordi tastieristici e le soffuse evoluzioni vocali della singer. I dettami EBM-minded interpretati dai Celluloide prevedono l'integrazione degli stessi a moduli synthpopish: ne risulta una raffinata mixture sonica entro cui si distingue il passo accelerato e la timbrica risoluta dell'Electronic Body Movement unito ai più melodici tatticismi dello stile pop-avanguardistico: tutto ciò nelle trame di "Et Si...". I circuiti delle tastiere e del sequencing processano il sound apertamente synthpop di "Pilote Automatique", episodio in cui la limpidezza canora di Darketi e le secche intermittenze percussive midtempo si aggiungono alle luminose e sintetiche efflorescenze che ricoprono l'uniformità della traccia. La tecnologica spensieratezza che caratterizza le melodie della seguente "Cœur 8-bit" si accorpa al futurismo strumentale percepibile nelle evoluzioni uptempo geometricamente disegnate dal trittico drum-programming-sequencer-keys, al quale si allineano ordinatamente sciami di effetti elettronici ed il canto educato della vocalist. Particelle artificiali e vocals ammalianti creano un synthpop dalla grafica sofisticata ma libera da qualsiasi compessità, soluzione che in "Faire Du Bruit" viene edificata attraverso formule high-tech di sequencing, drum-progs e la stuzzicante garbatezza insita nel canto di Darkleti, traccia oltrepassata dalla successiva "Nucléosynthèse" e dalla sua dinamica predisposizione fondata sui già sperimentati innesti EBM-synthie composti da vocals scanditi ritmicamente al tempo del drum-programming, le cui pulsazioni si combinano sinteticamente alle trafitture del sequencer perfezionando così un brano adatto per essere ballato con enfasi. "Un Conte De Fée", traccia di chiusura, è un pop artificiale assai catturante e dalla musicalità discreta, emozionale, strutturata su esatte congiunture di programming e linee electro-sequenziate, corpus sonoro adagiato sul canto a tratti riflessivo e poi amorevole della vocalist. L'album "Hexagonal" è un'opera synthpop realizzata con lo scrupolo e la perizia tecnica risultanti da una decennale esperienza sulla scena, in aggiunta a fluorescenti melodie di canto ed un meticoloso lavoro di intarsio elettronico. Atmosfere color alluminio, karma sintetico, artifici di prim'ordine ed una macchina percussiva attivata con cartesiana precisione liberano un sound che piacerà a tutti gli electromani che prediligano formule incontaminate dagli eccessi e da ascoltare con misurata compostezza. Il ciclo del pop futuristico progettato dai Celluloide ha compiuto un significativo avanzamento: go ahead!

 

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- Channel East - "Window To Earth" - cd - by Maxymox 2012 -

channeleast La collaborazione tra le etichette germaniche Codeline Records ed Echozone origina il più recente album dei Channel East, duo tedesco costituito da Toni H. T. (vox / synth / arrangements / guitar / visual concept) e David H. (synth / progs / recording). Il progetto, operante dal 2005 nell'ambito electropop, segnò il proprio cammino discografico con un primo singolo datato 2008, "Who You Are", ben gradito dalle critiche e destinato rapidamente ad un inatteso sold out, giungendo quindi tra il 2009 ed il 2010 al debutto ufficiale su album mediante "Between Humans", release nella cui edificazione collaborò la vocalist Kathrin Knöfel. Il citato esordio dei Channel East fu all'epoca mio oggetto di recensione che conclusi favorevolmente segnalando tuttavia qualche dubbio al suo interno, specie nei riguardi della predisposizione canora del vocalist, ancora incerta e non debitamente affermata, pecca attualmente risolta attraverso un tangibile perfezionamento della stessa ed un'esposizione risultante oggi più incisiva che un tempo. Le musiche create dalla piattaforma in questione presentano tutte le attuali caratteristiche del pop elettronico, con intelligenti moduli incorporanti vivacità ritmica, fughe di synth con formule vocali intonate e recanti nelle loro evoluzioni una gradevole freschezza, componenti che saggiamente assemblati generano questo secondo full-lenght intitolato "Window To Earth" includente nella sua track-list undici episodi più tre remixes curati da eccellenze quali Frozen Plasma, Re:\Legion ed Assemblage 23. La limpidezza di “Success” inaugura l’enumerazione dei brani offrendo all’ascolto uno scattante electropop dalle sonorità che agganciano al primo ascolto, mediante un canto luminoso annesso alla freschezza di altrettanti comparti di synth e programming. “Suffering To Me” è una traccia disponibile anche in veste Maxi-single con le altisonanti partecipazioni in sede di remixers dei Syrian, Ultima Beep e l’inedito tocco di Todd Durrant, boss della celebre synthpop label statunitense A Different Drum: in questa album-version la song in questione diffonde aggraziate melodie elettroniche con vocals sempre impegnati ad evidenziarela parte estetica della forma canora, concedendo all’accompagnamento strumentale di architettare pads leggiadri e dinamismo percussivo. E’ il turno di “Thank You”, brano di netta estrazione synthpop costruito su avvenenti tonalità di tastiera e voce anticipanti l’ingresso della successiva “Queen Aplomb”, traccia in cui si avvertono chiaramente gli influssi post-Erasure che colorano lo spartito con accordi vivacissimi, e-drumming pulsante, vocals melodiosi e ballabilità assicurata. Un motivetto radiofonico cosparso di interferenze introduce la successiva “Way Of Life”, episodio tra i più significativi dell’intero album per intensità e sapienti dosaggi di sonorità futurepop, rese accattivanti da un lineare battito di percussività sequenziata su un caldo abbraccio di key e vocals colmi di passione. I noti !Distain collaborano attivamente alla stesura di “Window” che si propone imbevuta delle classiche formulazioni elettroniche del progetto con il quale i Channel East condividono la label, ovvero celestiali pads, delicatezza vocale e percussività in questa specifica occasione tramutata ad un impercettibile diagramma. Le atmosfere si rallegrano nuovamente sotto il benefico influsso di “Still You”, obbediente anch’essa ai più radiosi dettami electropop che qui trovano espressione mediante asciutte sezioni di drum-programming, riverberi vocali e leggere toccate di synth, così come “Tears Are Crying Enough” aumentando le bpm energizza una traccia perfettamente inquadrabile in un contesto synthpop di epoca 90’s in stile Wave In Head, Faith Assembly o Rename. “Take Off To Skyline” è un interludio strumentale basato essenzialmente sulla spazialità dei pattern tastieristici circondati da microflussi elettronici e stacchi di drumming, mentre la susseguente “Send You An Angel” predilige modulazioni arrangiate per catturare l’udito senza compromessi, soprattutto nel refrain e nei voli di sintetizzatore che assai difficilmente potranno essere evitati da chi sia predisposto alle carezzevoli melodie del pop elettronico. “Discoboy” permea le proprie musiche di composto dinamismo applicato alla tecnologia sonica adatta alle piste, elementi trainati da un palpitante motore electro-ritmico, vocals animosi e raggianti scale di tastiera, precedendo nella lista il primo dei tre bonus remixes di due tracce appartenenti al precedente album “Between Humans”: la prima è affidata all’indiscussa arte dei Frozen Plasma i quali rielaborano in chiave clubmix la celeberrima “Document 9”, con la promessa di riempire i dancefloor per l’estrema accuratezza con la quale Felix Marc e Vasi Vallis hanno pianificato sia le tessiture vocali che il battente grafico percussivo. Più fredda e robotica la scelta introduttiva del duo Martin Cremers / Oliver Schmitz, meglio conosciuti come Re:\Legion, autori della trasformazione in edizione trancemix di “Who You Are”, avvolta da effervescenti intersezioni tastieristiche con canto e percussività che invitano alla danza tecnologica. L’ultima traccia è costituita dalla seconda riprogettazione di “Document 9”, questa volta assegnata alla fantasia di Tom Shear il quale, nel pluridecorato ruolo di Assemblage 23, proietta in orbita questo remix distribuendo al suo interno uno sferzante meccanismo di programming quale propellente, unito ad un suggestivo manto di voce e key. Convincente rentrée dei Channel East, artefici di un album dalla solidità inattaccabile manifestata attraverso una più evoluta progettazione dei suoni e del canto. Tranne poche eccezioni, il decorso della track-list offre un’elevata quantità di frangenti idonei per sperimentare l’ immediatezza insita da sempre nell’electropop, disciplina della quale i due protagonisti si rivelano moderni emuli. Gioiscano i cultori del suono sintetico!

 

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Combat Voice - "The Last Flow" - cd - by Maxymox 2012 -

combatvoice Richard G. (Keys - composition - music) e Bernard F. (vox - lyrics - videos) sono i due interpreti del progetto belga Combat Voice, epigono della frangia EBM più conservatrice nella quale dal 2010 ha saputo integrare molteplici elementi estrapolati dai generi cold EBM, dark-electro, industrial e gothic. Biograficamente sussistono interessanti particolari riguardanti i due protagonisti: Richard G. ha esordito nel 1991 attraverso un disegno radicamente EBM chiamato Combat Noise, precursore dei successivi Semplicity, progetto nato nel 1993 in collaborazione con Miguel B. ed orientato verso sperimentazione dell'Electronic Body Music unita alla techno. Richard G. è inoltre menzionato come remixer per importanti bands quali i Void Kampf. Bernard F. è a sua volta noto per la militanza in qualità di vocalist nei Mono Electronic Density, progetto indus / EBM / electro / condiviso con l'ex membro degli Aworkx, R-Mod-654, nonchè per avere dato vita tra gli 80's ed i 90's al manifesto EBM denominato Fuze Box Machine, ed infine per aver preso parte, sempre nei 90's, al programma Mann. Il presente "The Last Flow", debut-album degli attuali Combat Voice licenziato dalla Digital Density Records, riassume sostanzialmente in un unico formulario la moltitudine di discipline interpretate nel tempo dai due musicisti racchiuse in una sequenza di dieci songs tecnologicamente ipnotiche, caratterizzate in prevalenza da classici schemi electro-EBM sottoposti ad un parziale trattamento di modernizzazione. Non latitano inoltre episodi in cui i freddi comparti di elettronica minimale vengono addizionati ad oscure orchestrazioni di synth e voce: è il caso dell'omonima opening-track, "The Last Flow". Il robotico programming in modalità mid-tempo scansiona freddamente le ritmiche di"The Devil Way", brano in cui i vocals di Bernard F. delineano un canto dalle modulazioni ossessive, mentre la consecutiva "Illusion" propaga algidi circoli di EBM-sound inaspriti dalla rochezza canora del singer e frazionati dal timbro metallico del programming. "Hell To Hell" raffigura un convincente esempio di EBM accorpata a strutture dark-electro, sonorità erette su ripetitivi circuiti di drum-programming tracciati attorno all'essenzialità della tastiera e del succinto frasario del singer, questo diffuso mediante opache emissioni di voce attorniata da echi e melevoli sussurri. La successiva "A Night Walk", anch'essa incentrata su electro-acustiche permeate di oscuro mistero, vengono orchestrate attraverso liquefazioni di programming ed un canto scarno, irrigidito dalla fermezza vocale di Bernard F proferita parallelamente ad arcani flussi di synth. Raffiche glaciali di vento elettronico annunciano ora "Body Generation", una militaresca EBM-track da ballare con energia grazie alla spinta di un tracciato percussivo assolutamente lineare segnato da bassi impulsi, un motore ritmico che traina vocals scanditi con rabbia ed incitanti alla techno-tanz. Ancora protagonista indiscussa, l'inflessibile quanto scheletrica geometria del programming seziona "Broken Arrow", traccia di provenienza obscure-electro / EBM magnificata dall'empietà che traspare da vocalizzi echeggiati, elementi anteposti alla successiva "The Combat Voice", ritmata per mezzo di veloci battute dal timbro metallico a sostegno di un canto assolutamente atono, gutturalmente caustico, aggiunto ad algide sezioni di drum-sequencing. "SK Two One" propaga urla tormentate e la risolutezza vocale di Bernard F, componenti che ornano sinistramente questa dark-EBM song dalla battente percussività mid-tempo e dall' aspetto fiero, precedente la conclusiva "The End Of The Human Race", una buia traccia generata dalla combinazione tra electro e minimal-industrial entro cui si articolano come in un lento, robotico organismo, meccanici frazionamenti di programming e voce la cui fusione proietta nella mente il probabile contesto fonetico udibile nella futura Apocalisse post-nucleare. Nonostante il recente declino dell'EBM, i Combat Voice di "The Last Flow" hanno saputo addizionare a questo genere soluzioni elettroniche d'assalto ed una diffusa oscurità che ne adombra le atmosfere. La severa disciplina che caratterizza questo specifico ibrido tecnologico non concede particolari spazialità melodiche a vantaggio di un sound ordinato, propulso con fermezza e rigoroso dinamismo. Nella track-list sono contenuti brani di irreprensibile valore, alcuni dei quali potenziali e ballabili club-hits indirizzate ai seguaci di un archetipo sonoro di tendenza rilanciato con entusiasmo da questo trascinante power-duo. Proud to be a fighter, proud to be electro.

 

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Connect.Ohm - "[9980]" - cd - by Maxymox 2012 -

connecth  Quando la musica elettronica si manifesta fisicamente attraverso l'ambient-downtempo producendo effetti che trascendono dall'ordinario è d'obbligo menzionare il marchio francese Ultimae Records, autentica e moderna istituzione alla quale aderisce un congruo numero di artisti spesso oggetto di approvazione da parte di Vox Empirea. Connect.Ohm è la nuova creazione emergente che in questo ultimo trimestre del 2012 si distingue per elevatezza sonica nella scena avanguardistica, un disegno nato dalla sinergia tra due affermati musicisti orbitanti attorno la medesima, suddetta label: il tokyota Hidetoshi Koizumi, meglio conosciuto come Hybrid Leisureland, progetto solistico di tendenza psybient/psychill, ed il parigino Alexandre Scheffer, nome primariamente operativo nel settore electronic/ambient con la sua piattaforma individuale chiamata Cell, ma anche incluso nella line-up del terzetto trance/acid/ambient Atlantis Concept, nonchè con Damien Coulaux nel side-project di matrice deep-house chiamato Clever, ed infine nel disegno progressive-ambient Elephant & Castle condiviso con Emmanuel Magon. Dall'immediata e produttiva intesa tra Hidetoshi e Alexandre, siglata nel 2011, scaturisce ora un album di importante elevatura, "[9980]", esperimento nei cui nove brani si intersecano armonicamente le specificità dei protagonisti edificatori di un electronic-sound fortemente atmosferico, intimista e contemplativo, realizzato con eleganza mediante interazioni tastieristiche, programming ed artefazioni computerizzate. Ne risultano astrazioni che trasmettono uno stato di completa serenità, un caleidoscopio di scenari onirici ai quali abbandonarsi integralmente e con fluidità, lasciando che sia solo la quieta corrente del suono a trasportare la mente verso orizzonti di pace ed emozione. Come sempre, quando si trattano produzioni provenienti dalla Ultimae Records, una doverosa nota di merito va dedicata allo splendido lavoro eseguito in sede di artwork e mastering dal creativo Vincent Villuis, alias Aes Dana, artefice di una sleeve straordinariamente avveniristica e di una perfetta qualità sonora, attributi che valorizzano ancor più i nove contenuti della tracklist dei quali "Evolution 1:1" è la diramazione iniziale, un ambient-downtempo dall'eccentuata propensione all'estetica, caratteristica evidenziata dal sottile interplay tra la morbidezza del drumming, le aeree espansioni delle keys e la spazialità degli ornamenti elettronici. "Snow Park", fedelmente al proprio titolo, evoca immoti paesaggi invernali attraverso un ambient-sound dalle procedure gassose, strutturate da torpide espansioni tastieristiche sotto le quali risuona il lento battito della macchina percussiva, le lievi toccate di piano e la modulare rotazione del sequencing. I pads si stratificano con artificiale lentezza, le micro-punteggiature elettroniche scintillano stereofonicamente per congiungersi in seguito ad un rilassante flusso di accordi tastieristici e ritmica downtempo: tutto ciò nell'omonima "9980", una traccia dal fascinoso pallore lunare che conquisterà psichicamente ogni ambient-downtempo listener. "Mol", anch'essa stilisticamente progettata sull'identico schema della precedente, allinea le avvolgenti ondate prodotte dalle tastiere agli atmosferici contrappunti sgorganti dalle apparecchiature, esecuzione che genera un celestiale ambient attraversato da ipnosi percussiva ed estensioni elettroniche altamente catturanti, capaci di far viaggiare il pensiero oltre la dimensione terrestre. Altrettanto polarizzante, "Fossil" trasporta la fantasia verso orizzonti futuristici ed incantati sorvolandoli volteggiando con le ali di un ambient tecnologicamente avanzato, composto da luminosi rivoli di sequencer combinati parallelamente ad eterei sfioramenti tastieristici su percussività downtempo. Si prosegue con l'edizione album di "Take Off", un perfetto incastro di suggestioni tecnologiche originate da modulari registri di drum-programming e tratteggi sequenziati quale appoggio alle cristalline rifiniture in punta di chitarra ed a pads siderali, suoni anticipanti la successiva "Gentle Perception", un ambient fatato, diafano, costruito da dolci armonie tastieristiche e ritmiche incorporee che si diffondono nell'aria con la stessa grazia del profumo di un fiore. "Time To Time By Time" induce alla contemplazione, e ciò mediante le lunghe, surreali traiettorie ambient-minded degli accordi lambiti ritmicamente da una luccicante intermittenza, un Eden artificiale in cui domina null'altro che la pace assoluta. L'epilogo è assegnato a "Winter Sorrows", una ambient-track ove trovano spazio dense nebulizzazioni tastieristiche, riverberi ed electro-stratificazioni che si ampliano con lentezza rilasciando visioni estatiche. Album pregno di sofisticato calligrafismo elettronico e di magnificenza emozionale, "[9980]" onora le capacità compositive di Alexandre e Hidetoshi i quali riescono nell'audace impresa di dare un unico corpo ed un solo movimento alle rispettive discipline musicali, distillandone la materia e sottoponendo all'ascolto la loro vera essenza. Che siano udite some sottofondo oppure con partecipe attenzione, le note di questa release fermeranno il tempo concedendo allo spirito di vagare ad infinite distanze perlustrando la vastità di inesplorate galassie. Il duo ha saputo accomunare la cerebralità del suono elettronico applicandola all'avvenenza dell'ambient allestendo una performance di sicuro effetto che ridisegna la mappa stellare sovrastante nel cui firmamento si integrano ora i nove astri appena nominati: il loro tenue bagliore vi raggiungerà per estraniarvi dal mondo e dalla sua frenesia garantendo quella prolungata e meravigliosa connessione psichica che, in modo così immediato, si instaurerà tra voi e le songs. I Connect.Ohm ricambieranno il vostro ascolto regalandovi quel desiderato sogno che da molto tempo cercavate ma non riuscivate a trovare.

 

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Consenso - 'Un Disco Onesto' - cd - by Maxymox 2012 -

consenso Effettivamente lo è. Un "disco onesto", per l'appunto. Dall'ascolto integrale relativo il nuovo prodotto formulata dai lombardi Consenso, scaturisce la netta sensazione di un cliché compositivo squisitamente pop-elettronico, con modulazioni e contenuti genuini, talvolta ironici o passionali, ma tutti assai distanti da lustrate strategie o cervellotici artifici. Questa, in sintesi, è l'impronta adottata intenzionalmente dal duo Christian Ryder (music - lyrics - vox - electronics) e Daniele Murgia (music - lyrics - vox). Christian è inoltre noto con l'electro-project denominato TourdeForce, piattaforma in progressiva ascesa e oggetto di mie positive valutazioni rivolte in passato soprattutto ad un'innegabile e concreta validità tecnica, nonchè alla vibrante energia sprigionata dalle sue armonie. La combinazione artistica tra i due citati musicisti ha originato sette anni addietro un primo, estemporaneo disegno chiamato [NV], attraverso il quale entrambi i compositori hanno potuto testare preventivamente le proprie affinità rinviando tuttavia solo ad oggi la realizzazione ufficiale di un vero e proprio disco avvenuta per mezzo di questo debut-album licenziato dalla sinergia tra le etichette My Owl Music e Breakdown Records, un full-lenght pianificato con semplicità ma integrante strutture electropopper davvero catturanti e ricolme di freschezza. Come dichiaratamente espresso dai Consenso, nel concetto della release predomina l'aspetto emozionale piuttosto che le sofisticate patinature da laboratorio, dettagli che, unitamente a deliberate imperfezioni vocali e testi candidi, disinvolti, cantati sia in italiano che in un inglese "scolaresco", compongono i quindici episodi di una track-list sfoggiante inizialmente "La Struttura", opener visionabile sul web anche sottoforma di video, con la scintillante elettricità chitarristica propagata da Christian combinata ad un vivace rettilineo di programming, synth ed i vocals di Daniele, amabilmente essenziali, emessi con estemporaneità e riportanti testi dai contenuti avanguardistici. Le innegabili influenze electro-pop-wave insite nelle melodie di "Glamour" dipingono la song con innocenza e colori tersi, affidando le esecuzioni alla scattante drum-machine, alla tastiera, ad armoniche scie di guitar ed ai vocalizzi in lingua inglese del singer il quale proferisce intenzionalmente le strofe con accenti marcatamente italianizzati. "Sono Un Romantico", cantata da Christian, somma l'elementarità di liriche dedicate ad un'irrealizzabile infatuazione a sentimentali moduli synth-pop traboccanti di sonorità cristalline, mentre la successiva "I Videogiochi" riflette veloci, irresistibili policromie electro-pop-futuristiche sostenute dai robusti strascichi della guitar di Christian e, soprattutto nel tratto finale, da incantevoli tessiture di synth che inebriano l'udito per l'inclinazione fortemente italo-waveggiante in stile Garbo. E' il turno di "Fermare Il Tempo", vocalizzata da Christian seguendo linee compositive che vagheggiano, benchè indirettanente, tra le intuizioni e l'intricatezza elettronico-avanguardistica dell'ultimo periodo di Lucio Battisti. Proclami dai veritieri contenuti di denuncia sociale vengono diffusi dalla voce di Daniele in "Cospirazione?", appoggiata interamente su un caldo manto tastieristico in parallelo ad un electro-drumming ben scandito, dettagli questi aggiunti agli sporadici riff della chitarra, medesimo strumento che in "Rinato" arpeggia le proprie note ad opera del guest Marco Massini, in duetto con Christian tra le appassionate polifonie vocali esposte dal duo con estrema naturalezza. Il ritmo viene ora dettato dalle matematiche battute di "Angela Dice" a cui si intrecciano parole quotidiane e pensieri rivolti alle ipocrisie, il tutto musicato da tocchi pianistici, programming e tastiera anticipanti i testi cantati, intenzionalmente, senza particolare accuratezza dal duetto Cristian/Daniele nell'omonima "Musica Onesta", una regolare synth-pop song in modalità mid-tempo che introduce inoltre gli additional vocals di Lisa P. Duse. Una delicata sfumatura di romanticismo elettronico si ode nella susseguente "City Of The Future", le cui trame distendono i tenui vocals di Christian che aleggiano tra ricami di synth e le procedure di chitarra nuovamente suonata da Marco Massini, moduli innestati a leggeri beats programmati e, in conclusione, alla coralità diffusa da Lisa. "Una Vita Senza Notizie" racchiude un intrinseco significato rivolto contro l'eccessiva enfasi che attornia l'informazione giornalistica, oggi più legata al sensazionalismo che ad un imparziale dovere di cronaca, concetti espressi su una musicalità pop leggera e disimpegnata che anticipa la rivisitazione modernizzata di "Les Marionettes", un classico inciso nel 1965 dello chansonnier francese Christophe, brano che in questa reprise assume il titolo di "I Pupazzetti", episodio vocalizzato appassionatamente da Christian il quale scioglie liriche timide ed edulcorate da adolescente innamorato in un contesto soft-synth-pop alonato di rosa nel quale si distingue un bellissimo drappeggio tastieristico in stile neoclassico. Gli ultimi tre capitoli del lavoro introducono il remake in chiave 90's di "Musica Onesta" che in questa occasione si permea di arrangiamenti più elaborati e di un'aura dance oriented che i Consenso offrono quale tributo agli anni più rappresentativi della loro crescita artistica, così come "Cospirazione? (He-Giorgio)" rilancia meravigliosamente la traccia in una dimensione post-moroderiana, ornandola degnamente con le modulari rotazioni di sequencing, i robotici filtraggi vocali e le dinamiche sonorità disco che hanno caratterizzato negli anni 70's l'inconfondibile estro creativo del compositore-totem, produttore e sound-engineer italiano. Un ultimo atto di naturalezza e simpatica autoironia si assapora nel back-stage dell'opera in "Un Disco Onesto...", clip che riassume in pochi istanti i lapsus, le gags canore e le conseguenti burle vissute durante le fasi di registrazione in studio. Release particolare, a doppia lettura: una entro cui convergono forme di canto marcatamente spontanee, supportate dalle allegorie dei testi che, oltre un iniziale parvenza semplicistica, rispecchiano la particolare sensibilità dei Consenso verso gli eventi che caratterizzano l'ordinarietà della vita di ogni giorno. Il secondo aspetto che completa positivamente "Un Disco Onesto" è l'aver saputo integrare tali elementi ad un'apprezzabile vena elettronica easy-listening edificata con virtuose rievocazioni synth-pop 80's/90's dalle carezzevoli nuances. Ignoro le effettive aspettative deposte dai due interpreti nei riguardi di questo loro prodotto, ma posso prevedere, con una congrua misura di realismo, che la release in questione subirà interamente l'iter a cui è sottoposto ogni disco che si dichiari "onesto", ovvero un cammino lento e tortuoso nei meandri di una scena globale più incline alla sofisticatezza che alla schietta probità di chi compone per amor di musica, senza necessariamente prefissarsi traguardi ambiziosi. Percepirete nella track-list qualcosa di diverso dalle iniziali ed effimere impressioni solamente dopo un secondo, attento ascolto, non cedendo ad una vaga sensazione di superficialità che potrebbe offuscare quella che invece corrisponde all'autentica essenza del disco. Calcolata astuzia o sorprendente temerarietà? Qualsiasi sia stata l'intenzione che ha animato i Consenso, essa va oltre il concetto di onestà. Lo definirei coraggio.

 

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Corazzata Valdemone - "Adunate" - cd - by Maxymox 2012 -

corazza La definizione "industrial totalitario" scelta da Gabriele Fagnani per catalogare il proprio suono mi aggrada; tuttavia, a mio avviso, le acustiche prodotte dal disegno messinese CV sfuggono ad una precisa collocazione stilistica costituendo una sorta di ibrido sperimentale poliforme integrante in un unico corpus, marziali sfumature folk, paradigmi power-noiser, inflessioni dark-ambient, vaghi ma presenti accenti industrial e nostalgiche retrospettive corali accorpate ad atmosfere belliche. Concepito nel 2003 parallelamente ai Kannonau, il side-project ora in esame si differenziò repentinamente dalle creazioni tipiche dell'originale matrice operando verso la ricerca di un sound contaminato da una straordinaria varietà di elementi: dalla spiritualità a riferimenti giapponesi, non trascurando le ispirazioni provenienti da illustri scrittori, temi di evidente disagio sociale, dissacranti provocazioni, accostamenti militareschi, nazionalsocialisti e, non in ultimo, l'imperante mass-control a cui è sottoposta l'umanità. Ritengo doverosa, al fine di far meglio conoscere il temperamento artistico del progetto, la descrizione storica e controversa relativa alla sua discografia che conta inizialmente il non ufficiale e raro demo su cd-r del 2007 di tre episodi, "Propaganda", il debut "Heil Darkness" licenziato dalla label cinese Z-Bugle Rec. prodotto in limited edition. La track-list dell'album era incentrata su sonorità attigue ai primordiali Von Thronsthal, Atrax Morgue, Der Blutharsch, Sala Delle Colonne, adoperando attivamente lo sperimentalismo radicalmente totalitary-power-electronics: l'opera di otto passaggi non venne adeguatamente distribuita penalizzando fortemente la diffusione della piattaforma. Seguì nel medesimo periodo il contributo con la song "Berlin Caput Mundi" alla compilation "Donec Ad Medam"; l'anno seguente CV pubblicò coraggiosamente il secondo full-lenght, "Madre Patria" per la germanica Skull Line Rec. stampato in very limited edition. Sempre nel 2008 l'estinta label texana Third Position Recordings accettò di ristampare il debut in sole 100 copie che, per contenuti grafici, riferimenti ideologici e successivi pregiudizi limitativi, vennero irrimediabilmente blindate dalla censura europea che ne decretò la dissoluzione. "Corazzata Valdemone Ha Sempre Ragione" è il quarto album ricolmo di maggiore aggressività power-electronics la cui edizione fu affidata nel 2009 alla cinese Marks Of Deceased Prod. etichetta destinata all'identica sorte della precedente label di supporto. Anche questo lavoro non fu oggettivamente distribuito, aspetto che condannò l'opera ad un assoluto anonimato. La caparbia spinta creativa di Gabriele si rinnova nel 2010 attraverso una collaborazione con il noiser italiano Flukte, evento da cui è scaturito l'album "Manipulations" licenziato in soli trentotto esemplari editi dalla Toxic Industries e ritenuto più concentrato verso una esplorazione alchemica del concetto sonico che alle tematiche marziali e totalitarie tipiche del repertorio di CV. La recente release "Adunate" ora nel mio lettore consta di otto estese tracce pubblicate dalla label tedesca Castellum Stoufenburc e tutte inclini ad uno spartito pregno di reinterpretazioni di inni risalenti a periodi conflittuali, atmosfere ambient palpabilmente inflessibili, traverse power-electronics ed un morboso sentore di drammaticità retrò. La stesura dell'album elenca inoltre una nutrita serie di guests a rafforzamento sia della sezione strumentale che canora: "Romana", opener, si avvale in fase introduttiva dell'apporto vocale di G\ab Svenym proveniente dai Deviate Damaen al cui sviluppo sopraggiungono le cavernose, inquietanti liriche proferite direttamente da Gabriele dispiegate su un manto di suono gassoso, privo del più remoto senso del calore. Le riedizionate "The Last Battle", oscuro proclama sequenziato da nubi elettroniche, e la marmorea "Berlin Caput Mundi" sono tratte dal primo demo: in particolare quest'ultima ospita nell'apparto martial-percussvo Daniele Giustra, militante nei progetti The Well Of Sadness e Kannonau. Il brutale sadismo scenico udibile nell'iniziale minutaggio di "The Punishment" si eleva successivamente utilizzando un testo recitato con glaciale fermezza, circondato da tenebrose folate di e-noises. La colorita, attempata marcetta di tendenza "Ei Fu" riporta a ritroso verso periodi storici italiani nerovestiti, mentre gli influssi noise di Flukte diffondono algido rumorismo vaporizzato ed un sotterraneo drumming in "Requiem Della Casamatta". La rinnovata collaborazione con Mirella Nania e Daniele Giustra dei Kannonau cementa la mercuriale struttura di "Kollaps (R.I.P.)" dalle cromature dark-ambient entro cui imperversano militareschi e perentori testi in nazi-germanico. La solenne orchestralità di tromba della classica "Il Silenzio", udibile con l'identica timbrica "consumata" della versione d'epoca, chiude simbolicamente la title-track di un album interessante, inusuale, riservato a quella ristretta fascia di pubblico in linea sia con una torbida forma di suono artificiale che con il palese significato ideologico di cui sono permeati i testi e, conseguentemente, tutto il restante concept. Quando atavici spettri mai esorcizzati ritornano a ghermire. Atmosfere da retroguardia storica unitamente ad una considerevole verve creativa caratterizzano questa particolare release interpretata con il criterio informale di chi compone esclusivamente per passione e mosso da una profonda forza ispirativa. Il cammino sarà ostico e disseminato di insidie, ma, alla fine, la sagoma della Corazzata si staglierà orgogliosamente all'orizzonte.

 

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Corazzata Valdemone Vs Bagman - "Sex Nazis & Noise Und Roll" - cd - by Maxymox 2012 -

corazzatavs  L'iconografia artistica del one-man project Corazzata Valdemone è ampiamente disponibile su Vox Empirea sia nella sezione "interviste", sia nella recensione del precedente album "Adunate", appagando così la curiosità del lettore interessato a comprendere meglio il termine "Industrial totalitario" forgiato dal musicista per circoscrivere la propria musica, ma anche per idealizzare concretamente come una specifica ed inflessibile corrente di pensiero riesca a combinarsi, manipolandole in modo impeccabile ed ispirato, sonorità di potente evocazione come quelle appartenenti allo stile obscure-martial. Attualmente questo protagonista dello split denominato "Sex Nazis & Noise Und Roll" si disconnette pro tempore dalle coreografie soldatesche fin'ora proposte dal suo repertorio per originare un sound colmo di radicale sperimentazione elettronica il cui concept si ispira alla fimografia nazi-sexploitation in voga negli ormai lontani 80's. Collaboratore d'eccellenza è l'artista power-electronics/noise inglese Steve Bagman. Ad egli si attribuisce la paternità della label Purge Electronics e di un'estesa discografia realizzata tra il 2008 ed il 2012 che ritrae l'interprete affiancato da vari nomi provenienti da svariate parti del mondo e stilisticamente attivi nella medesima area, tra i quali il bulgaro Nihilistic Front, Planchette, il messicano Vulgar Disease, il californiano Striations, Owen Davis dall'Illinois, il texano White Gimp Mask e Noise Nazi. Dal contatto tra Corazzata Valdemone e Bagman, avvenuto nel 2010, scaturì il feeling musicale che ha permesso la realizzazione di questo estemporaneo, dissacrante test licenziato, a seguito di un iter pubblicativo estremamente ostico, in sessantanove esemplari numerati in formato A5 dalle labels italiane Toxic Industries e Misty Circles. Sei titoli, tre dei quali affidati alla Corazzata Valdemone ed altrettanti a Bagman, compongono una tracklist dal sound caustico, tecnologicamente perturbato e sottoposto a psicotiche elaborazioni harsh-electronics oppure ad altre di derivazione experimental-ambient, come udibile nell'opener "1000 Anni Ancora", progettata da Corazzata Valdemone ed introdotta da cupe detonazioni e raffiche di mitragliatrice seguite dal vaneggiante motivetto tratto da una pellicola naziploitation del 1977 il cui testo cantato da Giovanna, icona della musica leggera 70's, viene subissato da tenebrose sospensioni tastieristiche e rumoreggi di sottofondo, acustiche oltre le quali un livido impianto percussivo incorpora a sè fasci di buio computerizzato, effects cosmici, ossessive dilatazioni ed i marmorei arpeggi sgorganti dalla chitarra di Nerio, guest proveniente dalla black-metal band Art Inferno. Nel segmento introduttivo della successiva "Ein Fraulein", architettata da Bagman, la sontuosità operistica della celeberrima "Inno Alla Gioia" di Ludwig Van Beethoven viene letteralmente stravolta da agre distorsioni e laceranti alchimie hard-noise/post-industrial le quali, al pari di una violenta tempesta solare, agiscono sulle apparecchiature provocando la fuoriuscita di abrasive folate radiocontaminanti e frammenti di voce processata, un vortice sonoro fuori controllo dalle cui rotazioni si sprigionano incalcolabili dosaggi di furia iper-tecnologica ed energia annientatrice. Le modulazioni industrial-noise vengono ora ulteriormente contorte e prolungate fino alla loro totale riduzione ad un irto filamento computerizzato entro cui si sviluppano ossessioni post-nucleari, tracciati spiraliformi di harsh-sounds indicibilmente aggressivi e letali: l'esito di questo flagello ideato da Bagman assume il titolo di "Disciplinary Aktion #1". Il medesimo artista pianifica la sua ultima interpretazione all'interno di questo split-album, "Der Sturmer", brano nuovamente osservante schizofrenici teoremi power-noise applicati al siderurgico vigore di trasmissioni post-industrial, un futuristico delirio in cui fluttuano a velocità ultracinetica iperborei turbini carichi di materia elettronica, vocal-loops dai toni filtrati ed erosi dall'azione di una corrente extraplanetaria la quale, attraverso persistenti vaporizzazioni di rumore acido, si introduce nell'apparato uditivo causando visioni apocalittiche con relativa alterazione dello stato conscio. Un proclama d'epoca bellica introduce la rentrèe della Corazzata Valdemone e del suo alienante esperimento sonico intitolato "W Gli Schiaffi", traccia descrivibile nelle orbite di un noise-ambient di ultima concezione nelle cui trame si odono oscure rarefazioni di key, stralci estrapolati da pellicole naziploitation, fugaci segmenti di inni e comizi alternati a silenziose interpause altrettanto rapide, dopo le quali il sound-system si adombra di minacciose nebulizzazioni artificiali pronte a scaricare accecanti flashes, isterismi vocali di natura non umana ed urticanti schizzi saturi di electro-tossine. Replicando specularmente le stesse procedure, la conclusiva "Wunderbar" by Corazzata Valdemone innesta sotterranei rumori industrial ed improvvise spruzzate di noise-effects le cui intromissioni, del tutto simili a frazionati getti di sostanza corrosiva, si ampliano fino ad incrociare in fase finale le goliardiche risate e la fisarmonica teutonica estratte dalla cineteca a tema. Lo split-album "Sex Nazis & Noise Und Roll" offre un campionario elettronico dal significato dissacrante ed allo stesso tempo in possesso di una micidiale rabbia che congiuntamente Corazzata Valdemone e Bagman tramutano in un'esperienza sonora allucinata. Entrambi i protagonisti sfoggiano un know how tecnologico fortemente espressivo unito ad esecuzioni che torturano e seviziano le funzioni cerebrali lasciando oltre il loro percorso la completa disintegrazione di ogni possibile musicalità, concedendo il dominio a manomissioni disturbate che assaltano i diffusori acustici con inarrestabile frenesia. L'ascoltatore già avvezzo a simili formulazioni o la cui apertura mentale non teme il confronto con una genealogia sonica di così particolare appartenenza, sarà sublimato da questo manifesto complesso, irriverente ed anticonformista, la cui audacia spingerà la cultura musicale alternativa, se adeguatamente predisposta, ben oltre i margini degli stilemi power-noise fin'ora conosciuti. Suoni devastanti, elettronica infettata da agenti patogeni, concept funambolicamente in bilico tra culto fetish-cinematografico ed estremismo ideologico: siete pronti al contatto?

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-DarkDriveClinic - "Noise In My Head" - cd - by Maxymox 2012 -

darkdriveclinic Per descrivere la grandezza di un mito necessitano toni reverenziali adatti alla circostanza e termini che ne rappresentino pienamente l'elevatezza. Parlare di John Fryer in queste pagine è per me motivo di orgoglio ed insieme un'occasione per menzionare le sue epiche imprese in qualità di produttore, ingegnere del suono e musicista sotterraneo. Per chi ancora non conoscesse l'interprete principale del progetto DarkDriveClinic è assolutamente d'obbligo una sua biografia ragionata atta a delinearne il profilo: innumerevoli sono ormai le scintillanti realtà che hanno beneficiato dell'azione tecnica e produttiva del britannico John Fryer, il cui tocco, incominciando dal 1980 fino ad oggi, ha letteralmente miracolato artisti divenuti in seguito leggenda, tra i quali cito Fad Gadget, gli stessi Depeche Mode, gran parte dell'impareggiabile retroguardia 4AD nelle figure dei Clan Of Xymox, Cocteau Twins, The Wolfang Press, Modern English, M/A/R/R/S, Xmal Deutschland, His Name Is Alive e la super-ensemble dei This Mortal Coil con il suo alter ego The Hope Blister. Il raggio operativo del protagonista ha contribuito notevolmente all'emersione e l'affermazione di altri fenomeni del tessuto underground quali Breathless, Play Dead, Bruce Gilbert, Dome, Minimal Compact, He Said, Wire, Nine Inch Nails, Fields of the Nephilim, Sex Gang Children e molti altri ancora. Alla nobile regia pianificata da John Fryer si devono inoltre i successi di albums più in auge come il celebre "Speak & Spell" dei menzionati Depeche Mode, unitamente a "Upstairs at Eric's" degli Yazoo, "Should the World Fail to Fall Apart" di Peter Murphy e "Raindancing" di Alison Moyet. E' tuttavia doveroso rievocare il nome dell'antico epicentro da cui si è propagato il moto artistico di John, localizzato negli storici Blackwing Studios di Londra, nelle cui sale di registrazione sono transitati importanti nomi della scena new wave / dark britannica, prodotti o mixati dal genio di Fryer, esperienze che lo hanno condotto successivamente al cospetto di labels di massimo rilievo quali Mute, Rough Trade e Beggars Banquet. Questo è, in estrema sintesi, il tragitto percorso della pietra angolare dei recenti DarkDriveClinic, nati per iniziativa di John Fryer e Rebecca Coseboom, vocalist d'eccellenza proveniente dalle bands dream-pop Stripmall Architecture e Halou. Il progetto, come intuibile, è semplicemente imponente: i credits elencano infatti un significativo numero di guest musicians ai quali è affidata l'orchestrazione delle strutture, ovvero i chitarristi Tom Berger, Carl Hendrick e Drew Maxwell, quest'ultimo anche bassista, i cellisti Andy Nice ed Erica "Unwoman" Mulkey. Una presenza d'eccezione è quella relativa a Kevin Harkin, batterista dei leggendari Bauhaus, il quale riappare in qualità di solo-trombettista in uno dei brani più spettacolari dell'album. Oltre ai nomi sopraindicati i DarkDriveClinic sono devoti infine ad una compagine di artisti "secondari" i quali hanno preso parte al disco cooperando in varie misure alla sua edificazione: ecco quindi l'alternative-rocker texano Jonathan H Lacey, Jamie Crossley, il floridian live-performer di stile rock-gothic-blues Timothy Scott McConnell, la vocalist folk-pop inglese Mel Garside, Julia Beyer dei Chandeen, le artiste norvegesi Anja Garbarek e Margaret Berger di tendenza electronic-pop, Matthias Sayer, la vocalist Giuliana Ronchi e Anneli Drecker dei norvegesi Bel Canto. "Noise In My Head" è un album d'esordio molto importante, curato in ogni sua minima angolazione. Il sound corrisponde ad un perverso ibrido tra industrial-noise-rock e dark-electro entro cui si alternano la limpidezza vocale di Rebecca Coseboom, affiancata da quieti tracciati elettronici, e laceranti, improvvise tempeste di guitar-noise che violentano le liriche attraverso impuri stacchi e riff al limite della distorsione. Particolare di grande rilievo è la timbrica appartenente alla voce di Rebecca, così morbida e sensuale, capace di ammalianti rievocazioni tonali in stile post-This Mortal Coil / The Hope Blister, ed allo stesso tempo di ossessive cantilene che si immergono nell'oscurità di un industrial-rock sporco, patologico. Il primo dei tredici atti è il segmento introduttico "Crawl", un gassoso flusso di key dipinto con il colore del buio, seguito da "The Offering", traccia che introduce il canto echeggiato della singer su base ritmica downtempo, in attesa del deflagrante sviluppo di electric guitar e bass guitar elaborato da Tom Berger con Drew Drew Maxwell. La cupezza delle acustiche sintetiche pianificate da John Fryer vengono contaminate da robotiche scansioni di drum-machine e caustici getti chitarristici, unitamente a saturazioni di basso e freddi aliti di tastiera, al di sopra del quali volteggia la voce da sirena pronunciata da Rebecca: tutto ciò in "Mercury Head". Protagonista indiscussa della successiva "Litmus Heart" è sempre la vocalist, dispensatrice di provocanti tonalità inondate da infuocati torrenti di guitar che nel refrain tramutano i voluttuosi accenti in un corrotto filtraggio di liriche urlate con sgomento. In "Find the Flaw" si odono le malinconiche note del cello suonato da Andy Nice introducenti il canto flessuoso di Rebecca, ritmato dai leggeri battiti del drum-programming e subissato da lì a breve dall'elettrica eruzione di corde provocata dal duo Tom Berger / Drew Maxwell, mentre la magnificente statura di "Love’s Lost Cross" deve la propria gloria al soave canto dream-pop oriented della vocalist sincronizzato al drumming mid-tempo, al focoso supporto delle chitarre ed all'assolo emesso dalla tromba di Kevin Haskins. Le umbratili elaborazioni tastieristiche e di sequencing gestite da John Fryer ammantano ora la sofficità vocale della singer in "Breathe Shallow", traccia scorticata da potenti ondate di guitar, basso e drumming industrial-rock che ne flagellano la struttura, così come il tagliente filamento della chitarra di Carl Hendtrick avvia le ritmiche più velocizzate di "Still Contagious" concatenate ad una percussività sincopata quale basamento per le roboanti pulsazioni del basso arpeggiato da Tom Berger ed il canto di Rebecca, questa volta più nevrotico, per una techno-rock song dalle note colme di tensione e sonorità altamente lesive. Battute downtempo e la voce di Rebecca amoreggiano con una nostalgica e notturna musicalità creata da riverberi chitarristici e dai soporiferi key-pads di John Fryer, formulazioni antecedenti alla contorta fiammata electro-noise che suddivide la song innalzando l'irta muraglia chitarristica di Tom Berger. "Bite My Tongue" predilige a sua volta un approccio più melodico di curvatura dream-pop, tessendo cristalline assonanze elettroniche, voce, key e rosee fioriture chitarristiche, anticipanti la maestosa "Silhouettes", episodio industrial-rock di gelida bellezza, raffigurato anche nel relativo video le cui inquietanti immagini enfatizzano con precisione l'equilibrio che intercorre tra le lascive intonazioni di Rebecca, l'atona electro-percussività e gli abrasivi stacchi generati dalla chitarra di Tom Berger. "Don’t Give Up On Me" predispone dapprima glaciali sezioni di batteria meccanizzata e solennità tastieristica in appoggio a vocals dalle soffici inflessioni trafitti da chitarra e basso. I suoni inerenti l'ultimo brano della track-list, l'omonima "Noise In My Head", si erigono su una rallentata base ritmica che funge da propulsione alle keys di John Fryer ed alla voce di Rebecca, le cui fatali evoluzioni canore fluttuano come la flora in un fondale marino prima di essere sconvolte da una furiosa ventata di guitar e disturbi elettronici. Il progetto DarkDriveClinic si spinge oltre l'eccezionale, offrendo un nero scrigno contenente morbose devianze, psicosi e qualcosa di molto simile alla disperazione, particolari espressi attraverso una voce da sogno e musicalità allucinata. Il suono ascoltato è una sequenza senza fine di carnalità e tensione, di incubo e delirio, di grazia e dannazione. Nomino con tutta la mia certezza l'album "Noise In My Head" quale uno tra i più autorevoli documenti che l'industrial-rock abbia mai generato.

 

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- Darkmen - "Living On Borrowed Time" - cd - by Maxymox 2012 -

darkmen Il contagio electro-EBM proveniente da archetipi in stile DAF, Pouppée Fabrikk, Nitzer EBB, Front 242 e A Split Second, si è propagato efficacemente nella genetica del duo belga Darkmen, i cui rappresentanti sono Franky Deblomme (vox / lyrics / music) e Thomas Vrambout (synths / artwork). Austera vitalità, compattezza strumentale ed un inflessibile disegno vocale sono i principali componenti delle modulazioni by Darkmen, fedeli prosecutori si un sottogenere che, nonostante la continua evoluzione della scena elettronica, da anni si oppone gagliardamente e controtendenza alla velocità con la quale si avvicendano i music- trends, perdurando con inossidabile caparbietà, progredendo sotterraneamente e conservando le radici morfologiche appartenenti all'epocale suono Neue Deutsche Welle. La resa discografica dei Darkmen generò nel 2006 il cinque tracce self-published "Kampfbereit" e nel 2007 un album anch'esso autoprodotto dal titolo circostanziato, "Electronic Body Music", in cui svettava l'ottimo remake del brano "Take It Back" rielaborato dai conterranei Ionic Vision, entrambi titolari della Machineries Of Joy, label specializzata nel settore EBM old school, attraverso la quale nel 2009 venne rilasciata ufficialmente la prima pubblicazione, l'ep "Guilty", un otto tracce ornato dai preziosi contributi derivanti da Orange Sector, dagli stessi Ionic Vision, AD:Key e A.D.A.C. 8286. Seguì nel medesimo anno l'album correlativo, "Guilty By Association" succeduto nel 2010 dal vinile 7" limited edition "Exhibition Series: Bronze" realizzato in combinazione con gli Ionic Vision. Propulsi dal motto "Violence is what we need, hate is what we breed", i Darkmen sono recentemente trasmigrati dalla precedente etichetta al celeberrimo brand italiano EK Product, affidando ad esso il nuovo album in formato digipak "Living On Borrowed Time" contenente sedici episodi dalla musicalità elettronicamente astiosa, tagliente ed eccezionalmente ballabile in ogni club a tema, merito anche della brillante qualità audio riversata in tutti i singoli passaggi di questa nuova release. La strumentale "Stahlwerk 1" introduce alla tracklist oscurando con i gravi toni dei synths e rumoreggi industrial una breve scala di programming, concedendo quindi l'ingresso a "Legs Like Gold", brano di palese tendenza EBM, contraddistinta dalla ferrea disciplina vocale di Franky sezionata da veloci comparti electro-ritmici. Leggermente più rallentata, "Scheissmusik" diffonde le perentorie modulazioni del singer ulteriormente dinamizzate da scattanti rotazioni di drum-programming che esortano a sincronizzati movimenti del corpo, mentre la seguente "Liar!" propone l'accorpamento tra formulazioni electro-industrial e la prorompenza dell'EBM più spossante, attraverso il moto super-accelerato della percussività sintetica, sequencing ed inflessibilità vocale. Il suono monodimensionale e totalmente privo di compromessi dei Darkmen si manifesta anche in "Run And Hide", esaltando nei suoi moduli il persistente dominio di un'elettronica d'azione, dalla percussività meccanicamente ossessiva ed attorniata dalla marzialità vocale di Francky. Le aggressive replicazioni di drum-programming relative a "We Are Hard" non concedono tregua alla frenesia di un ballo in modalità high-speed intimato dagli accenti militareschi del vocalist, così come la seguente "A.C.A.B." propaga le onde d'urto e le nevrastenìe di un'EBM cruda, intagliata a freddo dai toni rabbiosi di Francky che sfidano in velocità l'affilatezza delle percussioni. Non da meno, "No Pain, No Shame" evolve prepotentemente mediante energiche spinte ritmico- vocali la cui sinergia origina un sound elettronico asciutto e di atteggiamento battagliero, in anticipo sulla traccia successiva, "I Feel It In Me", orientata verso ballabili soluzioni EBM-electropop dalle atmosfere tese, spietate, dettagli sottolineati in particolare dai toni malevoli percepibili nella voce di Francky. "Open Your Eyes" non si discosta in misura sensibile dalla traccia precedente offrendo un pneumatico insieme di pop sintetico addizionato all' intransigenza dell'EBM old-school, aprendo in seguito a "Bitch!", costruita mediante un essenziale grafico electro-percussivo dalla velocità variabile con rapide liquefazioni di programming che nel loro moto circolare inglobano tutta la letale tossicità riversata dai vocals. La seconda angolazione dell'album prevede due rielaborazioni di "Legs Like Gold" e tre relative a "We Are Hard", trasformate da contributi esterni in autentici congegni clubby-oriented, primo tra i quali la rivisitazione di "Legs Like Gold" elaborata dai K-Bereit, alias Dominique Lallement e Frédéric Sebastien, provenienti a loro volta dai progetti francesi di ordine electro / EBM / industrial Kriegbereit e Cobalt 60, interpreti di questo remix d'assalto integrabile negli electro dj-set più agguerriti. Il power-duo tedesco dei NordarR, operativo nell'area EBM, destruttura "We Are Hard" aggiungendo al suo assetto ritmiche un più flessuose e sequencing intersecato da acidi filtraggi vocali. Si procede quindi con il successivo remix di "Legs Like Gold" affidato ai Grandchaos, progetto belga electro / EBM costituito dal front-man Tcheleskov Ivanovitch e Olivier T. recentemente scritturati dalla medesima EK Productions, nonchè autori dell'album "Rumours Of My Life": la loro riformulazione della traccia presenta connotati fortemente indirizzati ai dancefloors, addizionando alla speditezza delle originarie bpm una più ampia spazialità elettronica con arrangiamenti ed artifici progettati appositamente per estenuanti balli collettivi. L'individual-platform francese Mechaload, circoscritta al ruolo di remixer nel panorama electro / industrial, riprocessa lo schema di una rinnovata "We Are Hard", ora avvolta da suggestivi inserti di tastiera il cui sviluppo conduce al suo veemente insieme di drum-programming e voce imperiosa. Mr. Dupont, pseudonimo oltre il quale si cela il protagonista EBM / techno / experimental tedesco Christoph Lemke, gravitante attorno alla label Electric Tremor Dessau, ricompone strepitosamente la nuova livrea di "We Are Hard" snellendone la forma attraverso un pulsante diagramma electro-percussivo, loops, e catturanti alchimie da pista, concludendo con essa l'elenco delle tracce ascoltate in questa valida release che non mancherà di garantire rinnovata energia al grande popolo EBM. Che lo ascoltiate semplicemente, oppure lo balliate, "Living On Borrowed Time" rappresenterà per voi un'esperienza sfibrante da vivere fino all'ultimo secondo.

 

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Day Before Us + Nimh - "Under Mournful Horizons" - cd - by Maxymox 2012

daybefore  Canalizzare in forma acustica le intime emozioni provenienti dai più reconditi substrati della psiche umana, creando simultaneamente un'indissolubile rapporto tra il silenzio che avvolge i momenti di riflessione interiore e l'universo dei sogni, costituisce la peculiarità del suono minimal-ambient/soundscapes creato dal solo-project francese Philippe Blache, alias Day Before Us. Operativo dal 2010 ed intensamente ispirato dalle sonorità filmiche del post-romanticismo, dalla letteratura rivolta alle classiche storie di fantasmi e da tutto ciò che concerne il surrealismo, l'artista si distingue per la vastità delle sensazioni che riesce ad estrapolare e far vivere attraverso l'impiego di un registro sonoro che fa dell'essenzialità stessa il proprio dogma, caratteristica sperimentabile in una cerchia di tracce dall'animo sensibile, rattristato ma allo stesso tempo intrise di solennità esecutiva, atmosfere crepuscolari e criptiche evocazioni di antichi simbolismi. La musica concepita dal protagonista consta di moduli fondati su lunghi periodi lunghi periodi tastieristico-pianistici ammantati da soundscapes con episodici ingressi di guitar ed organo, il tutto fievolmente mosso da un'aura ricolma di nostalgia, formulazioni udibili in una discografia ancora allo stadio inziale che ha visto Day Before Us coinvolto nel 2011 in due differenti compilations: " Urbi & Orbi vol. III" licenziata dalla label italiana MinimalRome e "Flatland, For A Romance Of Many Dimensions" edita dalla Kipple.it. Una particolare sottolineatura va inoltre rivolta a tracce pubblicate digitalmente nel 2012, come "Contemplatio Mortis" dalla struttura ambient/acoustic-soundscapes concepita su lunghe estensioni di tastiera e piano, allo stesso modo di "Of Altered Scenes And Restless Streams" seguita dalla fascinosa colonna sonora originale di "Breath [Jana's Musical Air]", pellicola di animazione presentata in due riprese presso il Preview Berlin Art Fair ed a Roma all'Animate Festival “Ritorno all’Alba/Back to the Sunrise”. Altri singoli episodi degni di menzione sono inoltre la uggiosa e buia "Of Bitter Winds [alternative]", brano dedicato al poeta classico Henri Kirk White nel cui schema sad-ambient aleggia la voce di Laila Marie, ma anche "De Même Silence...", altrettanto suggestivamente afflitta e tenebrosa, oppure "Weeping On The Shores Of Thousand Reveries", predisposta su meditative traiettorie ambient offuscate da acquosi soundscapes. Il cammino artistico intrapreso da Philippe è stato altresì segnato da costruttive collaborazioni vissute con vari soggetti, come il musicista tedesco Markus M@p con il quale Day Before Us ha progettato sempre nel 2012 tre sequenze in stile dream-pop/ambient-cinematic-acoustic: "Raised By Distant Breath", "Modern Times" e "Chambre D'Écoute", oppure con Julian Julien, performer jazz-rock francese e fondatore della band Fractal, la cui arte combinata all'astrazione di Day Before Us ha originato nel medesimo anno il progetto Engraved Memories autore dell'album sperimentale "From Sparkling Hours In Stillness". Annotabile per spessore anche l'accorpamento di Philippe risalente al 2011 con Marco Barluzzi, Maoro Sanna, Tommaso Rolando e Krell in occasione della rappresentazione in chiave bidimensional-ambient del romanzo vergato alla fine dell'Ottocento dallo scrittore fantastico Edwin Abbott la cui versione, ricostruita acusticamente dall'ensemble, prende il titolo di "Flatland - For A Romance Of Many Dimensions". Prima di addentrarci nei contenuti del debut album "Under Mournful Horizons", è fondamentale descrivere i tratti biografici del secondo personaggio implicato nella realizzazione dell'opera, Giuseppe Verticchio aka Nimh, compositore electronic-ambient inclinato dal 1994 verso modulazioni orientaleggianti al quale si attribuisce una numerosa serie di interessanti full-lenghts rilasciati perlopiù dalle labels Weird Amplexus e Silentes Minimal Edition, releases architettate individualmente dall'interprete o in cooperazione con altri musicisti del calibro di Maurizio Bianchi, Amir Baghiri, Mauthausen Orchestra e Amon. Il presente album "Under Mournful Horizons", quindi, è il risultato della combinazione tra due musicisti fortemente ispirati le cui manovre, definite ambient/microtonal underground/cinematic, straripano di suoni romanticamente oscuri derivati dall'azione congiunta tra infinite keys, pianoforte, organo, guitar, sinth, samples, filtraggi vocali, manipolazioni effettate e nebule di field-recordings. Licenziato in veste digipack dalla sempre ottima label Rage In Eden il disco, oltre a raffigurare nell'immagine della propria sleeve tutta la statuaria mestizia concepita dall'occhio fotografico di Oana Marchis "Sabbatnoir", elenca cinque ampie suites dal temperamento depressed-dream ambient la cui premessa prende il titolo di "An Uncertain Dawn", traccia ricolma di acustiche spettrali, valpurgiche, esaltate da partiture d'organo, ignoti rumoreggi e dallo scrosciare della pioggia in sottofondo. "Surrounded By A Moonless Night" è un'esangue sinfonia di pianoforte sommersa da impurità elettroniche, distorsioni, samples vocali e distanti rombi di key, mentre la successiva "In The Court Of A Sorrowful Season" è un ambient electro-acustico che propone malinconiche note di piano circondate da acidificazioni tecnologiche ed arpeggiati riverberi di chitarra nel finale, un bellissimo esempio di paesaggio sonoro che rapisce mente e spirito. L'omonima "Under Mournful Horizons" celebra il titolo dell'album interpretandolo in forma dark-ambient mediante inquiete rarefazioni di field-recording, dissonanze multidimensionali che si riversano nel suono con un voluminoso getto, increspature elettroniche e voci sotterranee, il tutto connesso alle ossessive procedure della tastiera. L'epilogo intitolato "Frozen Gleams Of Eternity" recupera decadenti poemi pianistici le cui orchestrazioni sono erose dal torrenziale sgorgare dei field-recorings e dalla ruvidezza delle alchimie elettroniche provenienti dal nucleo stesso del brano. Opera di autorevole levatura, l'album "Under Mournful Horizons" descrive nello spazio circostante una sorta di vuoto armonico da colmare con il suono delle proprie emozioni, percorrendo immense zone d'ombra per altrettanti istanti durante i quali i pensieri razionali si vetrizzano lasciando fluire esclusivamente prospettive surreali che l'ascoltatore percepirà con tale intensità da restarne stregato. La simultanea cooperazione tra Day Before Us e Nimh genera una commistione di suoni ambient, tossica artificialità ed un tocco di sentimento abbattuto, elementi che si rivelano a fasi alterne struggenti e glaciali. Ne fruiranno i contemplatori del silenzio e dell'immoto, uomini e donne che sanno scandagliare il proprio inconscio carpendone le riflessioni più profonde e spirituali affidandole in seguito alla rallentata corrente di un suono musicalmente ossidato dal quale è impossibile sottrarsi. Questo disco lascerà in essi un segno indelebile.

 

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Daybehavior - "Follow That Car!" - cd - by Maxymox 2012 -

day  Terzetto svedese di astrazione synthpopish ideato in fase embrionale nel 1988 da Carl Hammar, realizzatore di ottimi remix per Julian Brandt, Bobby e Myth, unitamente a Tommy Arell, quest'ultimo interprete del solo-project noto come Tel Aviv ed autore nel 1989 del 7" "Another Day". Entrambi appassionati delle sonorità electronic-pop che hanno caratterizzato l'inizio della decade '80, i protagonisti fondarono le basi dell'iniziale disegno Daybehavior concretizzandolo gradualmente nel 1993 presso i Graplur Studios di Stoccolma imbastendo il sound-system più adeguato alle tendenze dell'epoca preservando nel contempo i naturali e nostalgici attributi. Sempre nel 1993, la scelta di dare corpo alla loro musica attraverso l'introduzione di una vocalist condusse Carl e Tommy ad una scrupolosa valutazione di potenziali e numerose candidate, facendo ricadere la scelta definitiva su Paulinda Crescentini, tuttora presente nella line-up dei Deaybehavior nonchè apprezzata additional-singer della versione Extended Night Walk Mix del brano "Looks And Talent" forgiato da Julian Brandt ed ascoltabile nella compilation "Various Electropop 2" edita dalla Conzoom Records; il trovato consolidamento della band permise quindi la realizzazione nel 1996 del debut ":Adored", album licenziato dalla label North Of No South Records e convincente manifestazione di un paradigma synthpop colmo di raffinate intuizioni elettroniche circondanti le sensuali evoluzioni vocali espresse in varie tracce da Paulinda anche in lingua italiana. Nel medesimo anno il progetto pubblicò sempre attraverso la North Of No South Records i seguenti singoli estratti dal full-lenght: "Cinematic", nella cui tracklist è reperibile la struggente e decelerata ricostruzione by Daybehavior di "See You" dei Depeche Mode, il limited edition "Releaseparty 1996 Freebie", "Hello!", questo comprendente una accattivante cover di "Tour De France" dei Kraftwerk, ed infine "Carouse", edito dalla Scandinavian Records. La produzione di single-versions rappresenta un'attività molto gradita dall'ensemble, infatti dopo la sequenza appena elencata furono licenziati nel 1997, sempre dall'album di esordio e per la North Of No South Records, i singoli "Movie" nonchè la seconda edizione di "Hello!"; trascorsero successivamente sei lunghi anni prima dell'uscita del secondo album, il doppio "Have You Ever Touched A Dream?", rilasciato strategicamente nel 2003 negli USA ed in Europa da istituzioni quali A Different Drum e Memento Materia, un lavoro ben riuscito includente un climax elettronicamente rivolto al romanticismo, aspetto espresso mediante formulazioni down-mid tempo intercalate a moduli dance oriented, questi ulteriormente accentuati nel secondo dischetto la cui tracklist nominava un'effervescente concatenazione di mix adattissimi alle piste alternative. Anche in questa occasione non latitano le estrapolazioni affidate alternativamente alle due label con i singoli "Close Your Eyes" e "Devil In Me", incorporante quest'ultimo tre remixes congegnati da piattaforme del circuito A Different Drum, ossia Monolithic, System22 e The Echoing Green, oltre al due tracce "Heaven" ed il maxi "Superstar" fiero dei remixes elaborati da Hajas, Nevarakka, Intuition, Monopoly, Simulator e Somegirl. Giungiamo al 2010, anno durante il quale i Daybehavior tracciarono i fondamenti per la costruzione del terzo album, il presente "Follow That Car!", finalizzato nel 2012 per la nuova home Graplur ed anticipato dal promo "City Lights" seguito poi dai due digital-singles "It's a game" e "Silent Dawn". La release è presentata orgogliosamente anche dalla nota Conzoom Records, label trattata con frequenza da Vox Empirea per il suo infallibile intuito nel selezionare e ripresentare molti tra i migliori artisti e dischi dell'area synthpop contemporanea e d'annata: colgo quindi l'opportunità, suggerita dalla stessa Conzoom Records, per segnalare a tutti gli appassionati degli hits elettronici 80's la doppia compilation "80's Revolution - Disco Pop Volume 2", uno scrigno di tracce rimasterizzate per l'etichetta Pokorny Music Solutions nei cui titoli si evidenziano, tra una costellazione di altre proposte più esplicitamente maintream, le extended versions di brani originali appartenenti a O.M.D, China Crisis, Animotion, Erasure e Boytronic. Concentrando ora e doverosamente l'attenzione sul nuovo album dei Daybehavior, "Follow That Car", si evidenzia un elenco di dodici squisiti brani distinti da un andamento molto melodico e leggero, attorniato da atmosfere romantiche e da quelle soluzioni immediatamente catturanti che solo il synthpop nordeuropeo sa esprimere con tanta perfezione. A conferma di questo teorema ecco in apertura "Come To Bed With Me", un midtempo avvolto dal canto sensuale di Paulinda morbidamente esteso tra asciutte scansioni di drum-machine e caldi pads tastieristici. "City Lights" espone a sua volta malinconici stilemi electropopish inebriati dai suadenti vocalizzi della singer parallelamente al passo delerato del drum-programming, elementi intarsiati da un elegante costrutto di keys, mentre dalla seguente "So Shut Your Eyes" sgorga il fascino di armonie electro-poetiche ritmate da battiti midtempo, voce echeggiata e flussi di tastiere che mantengono alto il livello di partecipazione, facilitandolo attraverso l'essenzialità di melodie complessivamente easy ma nel medesimo tempo anche traboccanti di grazia ed estetica. Si prosegue con le lineari cadenze downtempo prodotte dal motore ritmico di "Silent Dawn", anch'essa predisposta su meditabonde introduzioni canore e refrain d'effetto, il tutto immerso in struggenti accordi di keys, così come la successiva "The Blue Film" dispiega le abbattute armonie vocali di Paulinda incastonandole come pallide gemme in un diadema sonico composto da percussività artificiale a minimo regime e trasognanti orchestrazioni tastieristiche. Le bpm incrementano la velocità fino al raggiungimento di un pulsante tracciato sul quale si stratificano attraenti modulazioni vocali e le immense scie descritte dai tasti manovrati da Carl e Tommy. I segmenti ritmico-programmati che pavimentano "GodSpeed" replicano precise toccate sul cui grafico si aggiungono le tonalità nostalgiche e riverberate di Paulinda e della guest Vocalist Annika Hedin, accerchiate queste da robotiche partiture di tastiera. Il meccanismo percussivo della seguente e bellissima "It's A Game" fraziona ora con millimetrica precisione battute midtempo contemporaneamente al corso del sequencing, acustiche impreziosite dalla meravigliosa calligrafia vocale di Paulinda quale ulteriore abbellimento alla sobria ricercatezza espressa negli accompagnamenti tastieristici, tutto ciò nel brano che considero per leggiadria il migliore dell'intera opera. L'appassionato duetto canoro inscenato dalla singer con il musicista synthpopper Julian Brandt, con Torben membro del progetto Bobby, genera un insieme di note romanticamente accarezzate da brezze tastieristiche e ritmate dallo scorrere downtempo del drum-programming, soluzioni architettate per rendere "For A Thousand Years" una traccia densa di sentimento ed atmosfere uggiose. L'alternarsi della velocità percussiva prevede nel successivo frangente le flessuose e ballabili pulsazioni che rivestono "No More Minutes", synthpop-song che interseca le trascinanti intonazioni della vocalist ai luminosi tocchi delle keys, cifrario sonico anticipante la seguente e rattristata "Where The Trees Never Sleep", percossa da metronomiche battute downtempo quale ossatura per le manovre tastieristiche ricolme di eleganza e capaci degli scintillanti voli che orchestrano il refrain, periodo in cui Paulinda eleva replicazioni filtrate come adeguato proseguimento alle malinconie espresse durante l'intera percorrenza del cantato, al termine del quale il sound viene espanso, dilatato ed effettato dalle apparecchiature. "The Second Citizen" conclude la tracklist punteggiando lo schema con serrate battiture elettroniche ed un'ampia spazialità tastieristica in affiancamento al regolare tratteggio del programming ed all'aggraziata radiosità di cui è ricolma la voce di Paulinda. I Daybehavior si riconfermano nuovamente e con merito come una band di punta nella synthpop-alternative culture, evolvendo il proprio stile in misura tale che celestiali vocalizzi e finissime combinazioni elettroniche si congiungono a formare un insieme modernamente fiabesco, amorevole e nel contempo straripante di ricercatezza. "Follow That Car!" è un album essenziale per il collezionista devoto al genere il quale si abbandonerà totalmente in una tracklist di grande seduttività, decorata con garbo ed emozione, entro la quale si percepiscono retrospettive 80's unitamente a combinazioni tecnologiche di ultima generazione. Per una simile release i superlativi sono d'obbligo.

 

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- Dekad - "Monophonic" - cd - by Maxymox 2012 -

dekad La fondazione dei francesi Dekad risale all'ormai lontano 2000, anno in cui l'alleanza tra il front-man JB Lacassagne, Seb, Yoyo e Manu generò un articolato mélange tra elementi sonori di carattere new wave uniti ad ulteriori inflessioni punk-rock-goth nonchè a ballabili strutture electropop-EBM. Trascorso un iniziale periodo di rodaggio durante il quale i Dekad convogliarono le loro forze prevalentemente verso numerose esibizioni live, l'attività svolta fino a quel momento richiese un ulteriore passo in avanti grazie soprattutto all'ottenimento di un incoraggiante consenso da parte del pubblico, tale da convincere la band a perfezionare le musiche presso un home studio ridimensionando con l'uscita di Manu la line-up da quattro membri a tre. Nel 2004 il disegno concrettizzò le basi per l'edificazione di una prima release avvalendosi della preziosa cooperazione fornita da Member U-0176, rappresentante dell'one-man project Thee Hyphen, piattaforma dedita al suono EBM-electro e tastierista del terzetto minimal-synthpop dei Celluloide. L'anno 2005 fu caratterizzato dall'accordo discografico siglato tra i Dekad e la BOREDOMproduct, label con sede a Marsiglia, specifica nell'area electropop-synthpop, attraverso la quale fu rilasciato il debut album "Sin_Lab" la cui tracklist diffondeva un eloquente assemblaggio di wave ed EBM saldate a modulazioni electropop oriented. Il lavoro riscosse un lusinghiero successo, esito che funse da propulsore per il secondo full-lenght "Confidential Tears", edito nel 2008 sempre per la BOREDOMproduct e scrigno di spettacolari acustiche tessute su vitalità electro-poppish frammista a formulazioni wave, componenti racchiusi in un album di dodici tracce tecnicamente perfette e di grande presa. Seguirono gli ep's in downloading format editi nuovamente per la BOREDOMproduct, "Dare", "Dive" e "So Sorry", rispettivamente i primi due del 2009 e l'ultimo del 2011, ognuno comprendente tracce remixate, fino al conseguimento del più recente album "Monophonic" ora in esame a sua volta susseguito dal digital ep "New Religion" e dalla nuova raccolta di singles remixed "Strange Situations", album fisico includente rielaborazioni di tracce ideate tra il 2005 ed il 2011, anch'esso, come il presente "Monophonic", licenziato invariabilmente dalla BOREDOMproduct. La biografia relativa ai Dekad come terzetto si chiuse però appena dopo la pubblicazione di "Confidential Tears", opera che nonostante il positivo clamore suscitato all'epoca non costituì un indispensabile motivo per la continuità del progetto il quale si sciolse in tempi rapidi a tergo di "Auto-Reverse", compilation architettata dalla stessa BOREDOMproduct a cui i Dekad parteciparono con il brano "This Aching Kiss". La radice della band, il sempre attivo JB Lacassagne, trascorso un periodo durante il quale si adoperò mirabilmente nel ruolo di secondo tastierista nel progetto Foretaste e nell'individuale passione per il songwriting, decise di riavviare nel 2009 la piattaforma Dekad ma concepita in veste solistica, incorporando unicamente Member U-0176 in qualità di produttore e guest vocalist, incarico quest'ultimo assegnato anche a Sylvie Billy, alias Lover_XX, alias Creature XX, alias Terrorist XX appartenente al duo Foretaste, interprete di un suggestivo brano di "Monophonic", album che mi accingo a descrivere. Come nei precedenti lavori quest'ultima release non concede spazio ad episodi riempitivi: ogni traccia si permea di una fisionomia elettronicamente carismatica ideata mediante il pulsante battito mid-tempo del drum-programming, gli scultorei intarsi del synth ed i vocals di JB, così melodici, levigati da tonalità discrete ma fortemente polarizzanti, il tutto convogliato nel disco attraverso un sound-system pulitissimo, mixato ed arrangiato con indiscutibile professionalità. La chiave di accensione di "Monophonic" è l'opener "New Religion", un affascinante electropop propulso dalle scansioni mid-tempo del programming attorno alle quali JB dispensa vocals intriganti ed armonici flussi di tastiera, sonorità oltrepassate dalla successiva "Untouchable" ed il suo preciso calcolo electro-percussivo sommato ad atmosferici ornamenti di synth e voce: ne scaturisce un pop tecnologicamente avanzato, nervoso, assolutamente gradevole. L'introduzione e lo sviluppo in stile Yazoo di "Darkest Days" fanno anche di questa traccia un synthpop di ordine superiore che appaga ampiamente il desiderio di un ascolto oltre le convenzioni impiegando allo scopo melodiche toccate di synth parallelamente ad un diagramma ritmico pulsante e ballabile, elementi decorati dal canto suadente di JB. "Hands Over Me" emette inizialmente una contorta estensione di suoni elettronici che perdurano roboticamente nello schema fondendosi al gelo delle frazioni percussive, al tagliente inserto di guitar ed ai vocals del protagonista poco più che bisbigliati, ad eccezione del refrain, tratto in cui i toni emessi da Dekad assumono modulazioni leggermente più abrasive. La solennità tastieristica che magnifica l'intro della successiva "So Sorry" si avvicenda ad un catturante filamento di drum-programming sopra cui aleggia morbidamente il duetto vocale profuso da JB e dalla guest-singer Lover_XX, per un danzabile wave-electropop dai beats pieni, cadenzati. Allo stesso modo "What If" scorre fluidamente su un drumming calibrato in modalità mid-tempo e dalle battute sinteticamente pulsanti, allestimento ritmico che sostiene le fugaci toccate del synth ed il fascinoso supporto canoro elevato da JB in combinazione ai backing vocals di Member U-0176. "Don't Try" sincronizza l'andamento synth-wave delle arie strumentali e dei vocals ad ipnotiche battute di programming, mentre la seguente "Sometimes" riduce di poche misure la velocità percussiva esibendo un avveniristico pop generato mediante tenui cromatismi vocali, programming, ed emissioni di tastiera dalle melodie nostalgiche. L'episodio evidentemente più meritevole dell'intero album è a mio parere "No Time For It", un elegante electropop dalle procedure ritmiche che invitano alla danza ipnotizzando i sensi, abbellite da vocals puliti pronunciati da JB in atteggiamento riflessivo, costruzioni punteggiate da un matematico tracciato di programming che interseca calde vaporizzazioni di synth. Le inflessioni post-Depeche Mode interiorizzate da "Dirty Princess" si distendono su una lineare, battente stratificazione electro-percussiva di sequencing e drum-machine progettati per intervallare il tempo alle suggestive intonazioni vocali di Dekad ed all'evanescenza dei pads, procedure anticipanti la chiusura dell'album affidata alla strumentale ed omonima "Monophonic", finemente modellata su frequenze cosmiche di synth ed una fredda nebulizzazione elettronica che discende sulle regolari scansioni del meccanismo ritmico. Questo full-lenght aderisce pienamente a quel filone techno-pop di standard elevato, distinguendosi per la sublimità delle sue armonie ed il taglio dinamicamente elaborato della sezione ritmica. Nonostante lo sfaldamento dell'originaria line-up, la neo-forma del progetto impersonata esclusivamente da JB Lacassagne convince ancora per il design e la solidità delle sue creazioni, intrattenendo con una tracklist che incapsula rigore elettronico, preziosismo canoro ed un'accurata selezione di melodie, facendo risaltare ora più che mai il protagonista come la vera mente e la sola, autentica anima dell'intera Dekad-saga. Ad egli ed alla BOREDOMproduct va il mio più profondo senso di gratitudine per avere originato "Monophonic", un album onesto ed incantevole che accenderà nel fan devoto al genere l'irrefrenabile pulsione di ascoltarlo ripetutamente; il pop tecnologico al suo meglio.

 

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- Der Klinke – "The Second Sun" - cd - by Maxymox 2012 -

derklinke Il front-man ed ex d.j. "Chesko" Geert Vandekerkhof (vox / keys) con Heidi Van Tiggelen (keys), Marco Varotta (guitars / keys), Sam Claeys (bass-guitar / vox) e "Hazy" Chris De Neve (drums / percussions / guitar) formano dal 2009 il progetto belga dei Der Klinke. Il pregio della band è quello di appartenere contemporaneamente ad una moltitudine di stili corrispondenti in primis alla new wave old school circondata da impetuose correnti elettroniche e da richiami gothic, cold-minimal-synth-dark-wave, post-punk, industrial-dance, krautrock, neoclassical, indie e psyhedelic provenienti dalle annate 60's, 80's e 90's. Questa vasta fusione di generi concentra un distillato sonico che risulta essere il giusto equilibrio tra retrospettiva e modernità, criterio percepibile fin dal debut "Square Moon" edito dalla Echozone nel 2011, album nella cui tracklist appare il nome di C.U.V.G. proveniente dai conterranei The Arch, al quale venne affidata la sezione vocale del brano "Where It Ends". L'esordio fu oggetto di ammirazione da parte del pubblico, specie per la sua catturante simmetria con formulazioni alla Clan Of Xymox e Poesie Noire costruite mediante spinte elettroniche e tradizionali moduli wave-oriented, entrambi fedelmente ancorati alle discipline in voga nelle decadi 80's e 90's. I Der Klinke, inoltre, si distinguono nella loro attività live per saper creare un sound-system molto differente da quello prodotto in studio, con massicci impieghi di drumming elettronico parallelamente a torrenziali apporti di chitarre, particolarità che rende la band poliedrica ed efficacemente creativa. Rimarchevole inoltre il side-project di orientamento coldwave-minimal-electronics denominato Story Off intrapreso da "Chesko" Geert Vandekerkhof alle sezioni voce / keys unitamente alla tastierista Heidi Van Tiggelen e Tania Dhauw alle liriche; esiste anche altro disegno impersonato individualmente da "Chesko" Geert Vandekerkhof conosciuto con il nome di Ches, autore di sonorità connaturate ai generi instrumental soundscapes e soundtracks. Ad un solo anno dalla pubblicazione del primo lavoro ecco quindi la nuova release dei Der Klinke, "The Second Sun", licenziata contemporaneamente in versione vinyl LP e CD dalla sinergia tra le piattaforme germaniche Bob-Media ed Echozone, contenente dieci brani ufficiali più due "bonus-ghost tracks" non elencate nei titoli a tergo della back cover. L'album si presenta vario e multiarticolato: ognuno degli episodi ascoltati possiede un'identità propria, talvolta differenziata sostanzialmente dalle altre songs pur conservando integro il proprio nucleo wave, come accade nell'opener "Pictures In My Mind", brano introdotto da un sottofondo di indistinti vocii avvolti da celestiali accordi tastieristici che, con solennità, annunciano l'arrivo del danzabile drum programming e dei riverberi vocali emessi cupamente da "Chesko" Geert Vandekerkhof, formulati appositamente per rendere la song ossessiva e tenebrosa. Ancora migliore, la successiva "House Of Belief" propone catturanti moduli perfettamente inquadrabili nella definizione "post-cold wave", con stranianti apporti di chitarre e tastiere su un canto bitonale, accentato dalla disperazione e ritmato dal preciso drumming di "Hazy" Chris De Neve. "Chasing Shadows" assume l'aspetto di un austero melodramma sinfonico ricolmo di neoclassicismo, attributi percepibili dalle eleganti emulazioni violinistiche riprodotte da una prima tastiera e dagli abbellimenti orchestrali provenienti dalla seconda, unitamente al passo marziale impostato nelle percussioni e nei vocals proferiti dal guest Katelijn Van Horebeek. Un'altra eccellente collaborazione esterna caratterizza il ruolo del singer, questa volta con protagonista Martin Bowes, membro dello storico progetto inglese Attrition ed ora interprete di "The Game", electro-wave track fascinosa quanto una scultura di ghiaccio, ben ritmata da linee percussive mid-tempo che viaggiano simmetricamente al sequencing, ai torbidi flussi delle keys ed al canto del guest-vocalist alternato alla freddezza di interludi espressi in modalità "parlata". "Universal Energy" è una stupenda ballade strumentale che diffonde un sound malinconicamente romantico utilizzando veloci arpeggi di chitarra classica abbracciati dai decadenti pads sgorganti dalle tastiere, per un capitolo entro cui si avvertono nettamente le melodie darkwave in stile Clan Of Xymox di "Muscoviet Mosquito". Si prosegue celebrando le oscure liturgie dell'omonima "The Second Sun", traccia dai plurimi connotati che spaziano dai cerimoniali dark di voce e key elevati nel segmento introduttivo al dramma electro-wave dello sviluppo, fino al raggiungimento del gothic nel tratto finale. "Las Fàbricas" coniuga a sua volta ipnotici e-beats alla glacialità di formulazioni wave-industrial, magnificando con questi elementi un brano circondato da alienanti rotazioni di sequencing, turbolente emissioni tastieristiche e dalla cavernosità dei vocals pronunciati da "Chesko" Geert Vandekerkhof. "In Flames" propone danzabili soluzioni new wave in un ritmatissimo contesto di basso, chitarra, key, programming e voce offuscata, mentre la seguente "Love In Colours" predilige coreografie wave più minimali di batteria, bass-lines, chitarre e sequencer, affidando il ruolo di vocalist a Patrick Joseph O'Donnell, alias Jock McDonald, personaggio conosciuto come d.j. singer e promoter nell'area punk-wave londinese negli early 80's, nonchè fondatore in quell'epoca della band The Bollock Brothers. Nelle suggestive espansioni tastieristiche di "Last Moments" rifioriscono le atmosfere dark-oriented proposte dai Clan Of Xymox nel mitico album "Medusa"; la prima bonus-track è "The Gap", ovvero un minuto di totale silenzio infranto all'ultimo istante da una rullata elettronica quale tratto di unione con il sigillo di chiusura, "Cold Dance", un mid-tempo adombrato da algidi vocalizzi e misteriose fluttuazioni di key-noises. Come un astro irreversibilmente spento, l'album "The Second Sun" affascina con le sue nebbie crepuscolari e le sue furtive ombre, sprigionando da esse le indimenticabili melodie colme di amarezza, di desolazione e di tormento interiore che hanno caratterizzato la new wave sotterranea. I Der Klinke hanno creato un minuscolo capolavoro: ora la vera sfida è superarsi.

 

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- DNN - "When Things Stop To Move" - cd - by Maxymox 2012

dnn Foretaste è un synthpop-duo francese costituito da Lover_XX (vox), nota inoltre con gli pseudonimi Creature_XX e Terrorist_XX, e Lover_XY (progs / backing vox), al quale si associano gli appellativi secondari Creature_XY e Terrorist_XY. Lo stile elettronico del progetto fa leva sulla semplicità e l'immediatezza delle armonie in contemporanea aggiunta di sapienti quantitativi di ballabilità e classe, rendendo in questo modo le stesse assimilabili al primo ascolto senza tuttavia privarle di una piacevole ricercatezza. L'area discografica dei Foretaste enumera dal 2005 al 2010 ben ventotto apparizioni in qualità di remixers o autori di tributi, eventi suddivisi tra illustri compilations come ad esempio "Sector Vol.1", "Futureclash Vol. 2", "Synthphony Remixed Vol. 1" ed albums appartenenti ad altisonanti progetti quali The 3 Cold Men, Eurovision, Nouvelle Culture, Celluloide, Dekad, Operation Of The Sun, Harvey & The Moon e Neutral Lies. Significativa per caratura anche la label di supporto, la francese BOREDOMproduct alla quale è affidata la totalità delle produzioni concretizzate della band ad eccezione dell'esordio su ep del 2004 "Discordance" realizzato autonomamente. Ad esso seguì nel 2005 il primo episodio ufficiale su etichetta BOREDOMproduct, "Beautiful Creatures", un album di undici tracce che presentò al pubblico il concetto synthpopish dei Foretaste caratterizzato da freschezza e melodie catturanti. Ad esso susseguì nel 2008 il secondo full-lenght "Terrorist TV" e nel 2009 un demo-ep in formato digital di sei tracce contenente materiale inedito intitolato appositamente "Unreleased". La produttività del duo si estese nel medesimo anno licenziando una serie di nuovi ep's sempre in versione downloading: "That Smiling Man", "Beautiful Creatures", il sensuale "Porn Star Baby" e "Dying For The First Time In My Life" contenente un ottimo remix by Dekad. Due anni più tardi fu la volta dell'ep "Superstar" succeduto nel 2012 da "Alone With People Around" edito anch'esso in formato extended play. Il terzo atteso album "Love On Demand" vide la luce nel 2011 offrendosi sia nella versione regolare che nel formato special edition con annesso un secondo volume, "Live On Demand", includente undici brani registrati dal vivo in Germania. I credits menzionano la produzione, il mixaggio e la masterizzazione dell'album da parte degli stessi Foretaste in associazione a Member U-0176 appartenente ai progetti Thee Hyphen e Celluloide, nonchè personaggio gravitante attorno il circuito BOREDOMproduct. Un album dedicato all'amore quindi, sentimento interpretato musicalmente dai Foretaste sottoforma di testi e suoni dal carattere abbattuto, sensibile, passionale, elementi percepibili sia dall'intonazione che dalla timbrica vocale di Lover_XX, entrambe emananti un'aura colma di tormento e seduzione, come testimonia appieno la song d'apertura, "Alone With People Around", un synthpop mid-tempo orchestrato dal pulsante diagramma ritmico tracciato nel programming in combinazione alle eleganti scie della tastiera. Ancor più automatizzata, "Do What You Can" riduce, sebbene di poco, la velocità electro-percussiva sfoggiando un pop tecnologico ben scandito e gradevole, strutturato in prevalenza sul malinconico canto della vocalist in aggiunta a quello meno evidente del guest JB, alias J.B. Lacassagne del solo-project Dekad, emissioni articolate tra le robotiche sezioni del drumming e le precise alchimie elettroniche di accompagnamento. L'inclinazione dei Foretaste riguardo il suono nostalgico si manifesta in tutta la sua completezza in "The End Of Days", un sad-synthpop in cui la voce di Lover_XY disegna un canto traboccante di struggimento, sonorità abbellite da educati intarsi di tastiera e ritmate da un drum-programming dal passo leggero. Un effervescente sequencing introduce ora "What About Me?", traccia che recupera un ballabile assetto electro-percussivo delineato da pneumatiche bpm uptempo circondate dai vocalizzi di Lover_XX, a loro volta perennemente orientati verso accenti dal retrogusto afflitto, come nella seguente "Superstar", brano che attinge ispirazione dalle note colme di tristezza diffuse dalla singer nell'attesa che si inserisca fino all'ultimo istante del brano l'energico binomio drum-programming e synth. "Today" esordisce propagando ipnotiche onde di sequencing e successivamente la voce nitida, affascinante di Lover_XX, le cui estensioni avvolgono con autentica mestizia il sofisticato grafico percussivo amalgamandosi alle sinfonie artificiali emesse dalla tastiera, tutto ciò in anticipo sulla seguente "Automatic Love Response" e le sue malinconiche congiunzioni tra la voce di Lover_XX ed elettronica applicata al suono, componenti la cui sinergia genera un coinvolgente synthpop edificato attraverso impulsi replicati e linee percussive mid-tempo circondate dai luminosi varchi aperti dalla tastiera. Impostazione meditabonda anche per "What If", traccia priva di percussività la cui natura sentimentale è rivelata dal canto che la vocalist emette con tono prostrato affidandolo completamente ai lunghi accordi di synth tessuti dalle dita di Lover_XY, formule susseguite dalla bellissima "My Greatest Deception", il cui schema pop-elettronico si erge su catturanti melodie tastieristiche, battiti sintetici mid-tempo e le tonalità introverse della vocalist che in fase di refrain originano una splendida fioritura canora in grado di ammaliare istantaneamente e risvegliare emozioni assopite. La disposizione synthpop-malinconica di "Save Me" non muta il proprio corso rimanendo dominata da un senso di romanticismo autunnale, sempre palesato da Lover_XX e dal suo registro vocale colmo di patemi interiori tramutati in liriche ed acustiche elettronicamente depresse, soluzioni esaltate dapprima da un evanescente prolungamento di canto e sequencing a cui in seguito si collegano le battute della drum-machine calibrata su ritmica mid-tempo. Dinamismo percussivo e strategie potenzialmente dancefloor costituiscono i fondamenti di "X Me", traccia molto interessante sia per la perfezione tecnica con cui Lover_XY ingegna le pulsanti sezioni di programming unitamente alla scintillante livrea tastieristica, quanto per le fascinose trasmissioni vocali che Lover_XX intreccia agli strumenti fino a far germinare dalle stesse un radioso insieme di accordi e liriche che ogni synthpop listener canterà ballando al ritmo di questa meraviglia tecnologica. La superiorità che attribuisco ai Foretaste è tangibilmente verificabile in questo album che assumerà connotati sempre più intriganti ad ogni singolo ascolto, accentuando così nel pubblico incline al genere la convinzione di possedere un moderno capolavoro di arte sonic-pop i cui contenuti sapranno farsi amare in termini assoluti e per tutta la vita. ""Love On Demand" è un disco realizzato con inappuntabile creatività in direzione di una prospettiva malinconica che irretisce con discrezione ma senza tregua, merito di un sound-complex pieno, avvolgente, tecnicamente "perfetto", con frequenze e pulizia sonora che soddisferanno gli ascolti più esigenti, oltre a formulazioni vocal-strumentali di elevatissimo spessore che non temono il confronto neppure con i blasonati nomi appartenenti a questa specifica scena. Questo suono e le emozioni che esso procurerà si fisseranno indelebilmente nei vostri ricordi: il synthpop dei Foretaste è sentimento puro espresso ai massimi livelli.

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- Endanger - "Die Show Muss Weitergehen" - mcd - by Maxymox 2012 -

endanger I tedeschi Rouven Walterowicz (vox / composition ) e Marc Pollmann (arrangements / progs ) sono i titolari del progetto pop elettronico Endanger, un fulgido esempio di longevità ed apprezzabile senso nella progettazione del suono tecnologico. Il duo, attivo dal 1998, è sempre stato in grado di esercitare un elegante fascino attraverso vocals dalla pronuncia solida, con ritmi ed armonie sintetiche corrispondenti alle più attuali tendenze: il primo loro test discografico risale al 1999 con "Motion", album entro cui gli Endanger introdussero tutta la loro iniziale carica synthpop tipicamente europea con effetti benevoli sia su fronte della stampa specializzata, sia su quello del pubblico, quest'ultimo notoriamnte sempre più selettivo e meno parziale di molti opinion makers. Nel 2002 fu la volta dell'evoluto e straordinario "Eternalizer", full-lenght suggestivo fin dall'artwork raffigurante la nera silhouette di un telescopio stagliata in un tramonto aranciato, opera seguita l'anno successivo da "Motion:Reloaded", destrutturazione e rifacimento della prima release pubblicata e realizzazione che introdusse gli Endanger nel campo gravitazionale della label Infacted. Alla citata e celebre music-home si accredita inoltre il rilascio del bellissimo album "Addicted To The Masses" del 2004 seguito della seconda raccolta di remakes avvenuta nel 2005 con "Eternalizer v2" nonchè di "Revolt", album rilasciato nel 2008. Il ritorno dell'electro-duo avviene attraverso questo mcd datato 2011 recante il titolo "Die Show Muss Weitergehen", mini release preannunciante le sonorità che con ogni probabilità saranno incluse nel prossimo album; il singolo ascoltato possiede sostanzialmente tutti i connotati identificativi dell'Endanger's style, elementi reinterpretati nella tracklist da uno stuolo di creativi remixers, le cui formulazioni rappresentano ben quattro delle sette tracce disponibili, compresa una delle due versioni del brano "Dawn Again". Apre il disco la combinazione originale della song, ""Die Show Muss Weitergehen", episodio su base mid-tempo concepito mediante il tradizionale schema deutsch-electropop che i protagonisti attivano impostando nette scansioni di drum-programming, vocals baritonali ed atmosferiche partiture di synth. Il passaggio successivo ricalibra il minutaggio e la forma della traccia, dilatandone la struttura fino al raggiungimento di caratteristiche "extended version" adattate per il mixaggio. La catturante "Dawn Again" calcola il tempo tracciando precise battute di drum-machine, leggermente più accelerate rispetto la traccia precedente, rafforzando poi il supporto ritmico mediante intermittenti bass-lines ed un melodico sodalizio tra il canto di Stefanie Spranger, vocalist appartenente al progetto parallelo degli Endanger denominato Alphaluna, e la magia degli accordi tastieristici, strutture identicamente trasferite nel remix successivo e rielaborate dal citato disegno Alphaluna in veste clubby attraverso ballabili spinte electro-percussive, arrangiamenti e soluzioni high energy che risulteranno assai gradite ai d.j. La piattaforma electro / gothic / industrial tedesca degli Eurocide ricostruisce interamente "Die Show Muss Weitergehen" permeandola ora di una irresistibile danzabilità generata da pneumatici e-beats e sonorità indirizzate ai dancefloors, mentre la seguente versione della traccia è rielaborata dai sempre ottimi Massiv In Mensch i quali ne inacidiscono le armonie attraverso elettricità chitarristica ed una flagellante rotazione di batteria. Il brano di chiusura è nuovamente un remix di "Die Show Muss Weitergehen", in questo frangente progettato dal duo estone D. Darling e Viktoria Seimar, alias Suicidal Romance, artefici di questa reinterpretazione in chiave electro-dance del teorema base, dotata di fluidità e presa immediata sull'udito. Pur non rappresentando un'inedita variante destinata a stravolgere la storia dell'electropop, gli Endanger riescono ancora una volta a distinguersi proponendo uno stile che fa della freschezza, dell'eleganza e della subitaneità i propri punti di forza, escogitando sempre nuove tattiche confacenti ad un pubblico desideroso di contatto con una musicalità elettronica che sappia far muovere il corpo e che riesca a far ricordare nel tempo i suoi refrain. Nello specifico caso di ""Die Show Muss Weitergehen" ritengo la missione perfettamente riuscita.

 

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- Enter And Fall - "Push Enter And Fall Down" - cd - by Maxymox 2012 -

enter  Strepitoso ed ufficiale debutto su album nella scena electro-synthpop-EBM quello inerente al power-duo tedesco Enter And Fall, attualmente rappresentato da David Goldammer (vox/lyrics/arrangements/music/visual concepts) e Sven Heyne (guitar). Ispezionando la biografia del progetto si desume che esso ha avuto origine nel 2008 per volontà della matrice iniziale composta dallo stesso David Goldammer e Daniel Diaz Gonzalez, quest'ultimo ex front-man del disegno e recentemente uscito dalla line-up cedendo la leadership a David il quale, con mirata strategia, ha ripianificato l'assetto della band reclutando il citato chitarrista. La poderosa energia sprigionata dagli Enter And Fall si converte elettronicamente in musiche immediatamente catturanti e sature di elementi dance-minded, pregi attraverso i quali la piattaforma ha ottenuto un meritato riconoscimento presso la rivista Sonic Seducer quale miglior nuova proposta emergente del 2012. Il presente doppio full-lenght "Push Enter And Fall Down", rilasciato dalla label germanica Emmo.biz, esce posteriormente all'ep "Push Enter" del 2009, release succeduta nel 2010 da una seconda versione contenente tre bonus-tracks, oltre ad una lunga sequenza di adesioni su compilations incominciate sempre nel 2009, tra le quali cito per spessore "Orkus Sampler 53", "Orkus Sampler 81" "Sonic Seducer Cold Hands Seduction 107", Sonic Seducer Cold Hands Seduction 134" e "BlackHeart Compilation Vol. IV". L'album analizzato si presenta già esteriormente in grande stile mediante una super jewel case dalla forma alternativa ed includente due dischetti dai contenuti sonici semplicemente eccellenti, un piacere per l'ascolto ed una nuova conferma di come si possano raggiungere esiti di qualità superiore impiegando allo scopo passione ed una non comune dose di creatività. "Push Enter And Fall Down" è un duplice album architettato con solerte tecnica compositiva, un documento di straordinaria impronta electro che riscuoterà tutta l'acclamazione del pubblico affiliato al genere, tutto ciò non solo grazie all'evidente bravura dimostrata dai due componenti nel primo capitolo "regular", ma anche per ciò che offrono gli otto episodi incorporati nel secondo bonus-volume, una rassegna di Club Versions, unreleased tracks e remixes di brani che gli Enter And Fall hanno estrapolato dai repertori appartenenti a nomi di importante risonanza. Le quattordici tracce del primo oggetto sonico si avviano con "Intro" ed i suoi ipnotici, echeggiati frazionamenti ritmici scanditi dal programming, fredde sequenze downtempo rese suggestive da un fraseggio a temperatura sub-zero anticipanti l'omonima "Push Enter And Fall Down", esemplare meccanismo synthpop-EBM spinto fino a latitudini industrial attraverso vigorose propulsioni di drum-programming, rivoli di sequencer e vocals pronunciati con asprezza. Certamente tra i brani di punta dell'intero lavoro, se non addirittura il migliore, "Back In Time" consuma notevoli quantità di energia percussiva disseminandone le veloci bpm su un solido tracciato electro-EBM dal refrain splendido e coinvolgente, in cui la voce gutturale di David si accorpa ai trionfali accordi della key ed allo sferzante grafico percussivo, il tutto racchiuso in un'autentico hit da pista. Il sound degli Enter And Fall non prevede solo creazioni di pulsante vigore danzereccio ma anche formule electro-atmosferiche, come espresso da "Lose Control", un synthpop midtempo increspato dai vocals di David le cui cavernose modulazioni vengono addolcide dal canto parallelo e femmineo di una delle due guest-vocalist presenti nei credits, Joe, le cui note riverberate adornano la meccanica secchezza delle battute, l'avvolgente scia degli accordi tastieristici e le luminose punteggiature incise dal synth. Gli equipaggiamenti pilotati dal duo eseguono ora "So Bye Bye", scritta dalla seconda guest Susan Klotz e predisposta mediante incitanti spinte elettroniche sulle quali è ordita una gagliarda tessitura electro-EBM di tastiera, voce corrosiva e rifiniture chitarristiche, mentre la successiva "Empire Of Sound" scandisce un electro-proclama che ricorda molto per impostazione vocale, per l'occasione più limpida, i Klangstabil di "Math And Emotion". La poliedricità compositiva degli Enter And Fall si manifesta anche nella seguente "So Much To See" orientando l'asse del modulo elettronico in direzione di un technopop melodico e sentimentale, nelle cui danzabili trame ritmiche midtempo si articolano i vocals asprigni di David e quelli più soavi di Joe, sonorità integralmente sommerse dalla ruvidezza della tastiera. "Aufsicht Ost" segmenta velocizzate linee electro-percussive combinandole alla circolarità tracciata dalle intermittenze del sequencing, per un brano che reca innesti EBM-minded oscurati da un canto arrochito. Daniel Diaz Gonzalez interpreta vocalmente "Running Out", traccia dark-electro di cui egli è anche songwriter: i suoi testi ed i suoi toni proferiti con astio sono innervati dalla rotazione di un drumming secco e midtempo, basamento graffiato modularmente dai riff chitarristici di Sven in aggiunta alle rapide toccate del synth progettate dal guest Apexx. La successiva "Beat Conductor" è un'elaborazione cold-synthpopish dalle procedure robotike, dettaglio concretizzato dalla freddezza attraverso cui Susan Klotz pronuncia le liriche da lei stessa vergate, circoscrivendole in un congegno dalla ritmica frazionata e sottoposta all'azione abrasiva della chitarra, la medesima che in "Paradox" punteggia strutture electro-industrial per mezzo di taglienti e robuste vibrazioni di corde metal-oriented che si integrano all'implacabilità di un rallentato drum-programming, il tutto scalfito dall'incessante erosione vocale di David e glaciali tatticismi tecnologici di accompagnamento. Il recupero di soluzioni EBM permettono alla seguente "A Little Girl" di incrementare il numero dei beats programmati fino al raggiungimento di una martellante cavalcata techno-uptempo le cui esecuzioni prevedono inoltre vocals minacciosi, loops, e tenebrose scie di keys, per una traccia dalla ballabilità garantita. L'introduzione relativa a "Being Human" propone una breve ma affascinante rassegna di voci ed artifici in stile tv-spot, filamenti loopati introdotti schematicamente durante tutta la percorrenza del brano, un electro dalla percussività simmetrica, tormentata dalle metronomiche scariche della chitarra e dalla voce ruvidamente incupita di David. Minimalismo elettronico di programming, tambureggi marziali e lucenti sinfonie di tastiera edificano in conclusione la bellissima "Stand Up And Fight (Outro)", brano prevalentemente strumentale entro il cui la rigidità delle moderne orchestrazioni si fonde ai lontani proclami loopati, rendendo l'episodio un glorioso, severo esempio di neo-classicismo futuristico. Esplorando dettagliatamente ora il secondo volume contenuto nel jewel case si incontra dapprima la versione Club Mix di "Running Out", più dilatata ed arricchita di nuove evanescenze elettroniche al fine di incrementarne il potenziale dance. La tracklist continua con la ricostruzione di un singolo appartenente ai tedeschi Trial, " Blut Und Eisen", brano del 1992 quì destrutturato e ricomposto dagli Enter And Fall sottoforma di un dark-electro pulsante nominato Blutspur Remix, efficace dispositivo sonoro dancefloor dall'intro drammaticamente filmica a cui fanno seguito un incalzante registro percussivo midtempo equidistante al fluire del sequencing, vocals livorosi e tastiere dagli accenti mercuriali. Non poteva mancare la trasposizione in modalità Extended Club Version di "Push Enter And Fall Down", quì rivisitata dal genio creativo degli Enter And Fall e resa infinitamente più catturante del brano originale, percezione asserita in modo definitivo dalle potenti e calcolate falcate percussive alle quali si affiancano millimetrici tratteggi sequenziati, tutto ciò a sostegno dei trascinanti vocals di David e delle colonne d'aria innalzate dalle keys. E' la volta del remix di "Rot", song tratta dall'omonimo album pubblicato nel 2009 dai mitici [:SITD:], una versione questa magnificamente rielaborata e presentata dal duo in una veste ultra-danceable, entro cui splendono melodiche atmosfere electro esaltate dal battente impianto ritmico-programmato, dalle efflorescenze tastieristiche e dal canto scandito dal vocalist. L'energia industrial-rock che anima l'adattamento DocRock di "Aufsicht Ost" drena l'elettricità della chitarra convogliandola tra le irte e lesive spire del connubio vox-drumming, mentre la successiva rivisitazione di "Feel Heaven Feel Free", song creata dal progetto electro-synthpop germanico Channel East, allieta ulteriormente l'ascolto offrendosi in questa fase remixata densa di fine melodia tecnologica e soluzioni da pista. "Pay Your Dues" è invece il brano dei Polaroid Kiss, tratto dal loro primo ed omonimo ep del 2012, che gli Enter And Fall riconvertono in un avvincente remake composto da un canto suggestivamente echeggiato in unione ai battiti midtempo del drum-programming, linee sequenziate e crescenti esalazioni di tastiera. L'immobilità è negata al suono dell'esortante motto di "Auf In Den Kampf", traccia estratta dal secondo album "Alphatier" del progetto industrial-electro-metal germanico Treibhaus che gli Enter And Fall remixano commutandone le originarie strutture in un uptempo tecnologicamente ballabile e di sicura presa. Superba performance ed album da collezionare in termini assoluti, ""Push Enter And Fall Down" è una delle migliori electro-releases che Vox Empirea elegge in questa fase finale del 2012. La sua forza trainante dilaga inarrestabile, le sue formule ritmico-vocali corroborano l'udito e fomentano la danza: dischi come questo sono l'orgoglio del settore elettronico di ultima generazione.

 

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- Esoteric Sob - "Abnormal Psychology" - cd - by Maxymox 2012 -

esotericsob Recensendo per la mia seconda volta una release creata dal greco John Trifonopoulos, avverto nuovamente l'esatta sensazione di essere stato toccato da una musica ad alto grado atmosferico, esito dell'assiduo impegno dedicato dal protagonista alla ricerca di suggestive modulazioni electronics / ambient / glitch / IDM. Artisticamente attivo dal 2008, John ha partecipato con l'amico Leontardy ai Piece of Evidence, disegno tecnologico-sperimentale orbitante attorno alla 33 Recordings, label con base ad Atene specializzata nei generi electro, ambient, idm, trip hop, dubstep, drum'n'basss e breakcore. Nonostante l'essenziale strumentazione impiegata, John riesce sempre ad articolare una gamma di acustiche rivolte alla sollecitazione dell'apparato emozionale, area dalla quale affiora un'infinita sequenza di suoni caleidoscopici, idonei per ascolti nei quali gli elementi fondamentali siano la distensione e l'individuale, assoluta capacità di estraniarsi dal mondo concreto per viaggiare con la mente verso l'infinità cosmica. A questo scopo Esoteric Sob sviluppò la sua prima realizzazione nel 2009 con il digital-ep licenziato dalla citata 33 Recordings "Eternal Melancholy", entro cui risiedevano sette fascinose interpretazioni in stile breakbeat / downtempo / ambient, seguite dal successivo "Egomania" del 2010, ep all'epoca oggetto di una mia analisi recensiva dall'esito più che soddisfacente attraverso la quale deponevo le speranze in un eventuale full-lenght che ne possedesse le identiche ed ancor più affascinanti caratteristiche. I miei auspici sono stati ora ampiamente esauditi mediante questo "Abnormal Psychology", debut-album dalle sonorità coinvolgenti, assorte, dieci episodi accomunati da elegantissime procedure elettroniche e strutture che una volta diffuse dall'impianto stereo circondano l'ascoltatore con grazia tastieristica unita a micro-trafitture percussive: l'omonima traccia "Abnormal Psychology" riflette idealmente questa descrizione impostando i suoi pads su note arcane punteggiate da un fitto reticolo di ritmiche aghiformi, mentre la successiva "Hypocrisy" propaga magici accordi di key ed effects, il tutto attraversato da un'intangibile segmento electro-percussivo. Le acustiche introduttive di "Little Moments" evocano con realismo poetici scenari marittimi, iconografie sviluppate dal nostalgico flusso della tastiera parallelamente all'inestricabilità del drumming IDM / downtempo. "People Without Face" amplia l'incanto diffondendo inizialmente una vaporizzazione tastieristica dai toni incantati alla quale si aggiungono gradualmente melodiche sezioni di key e piano intersecate dalle algebriche micrografie della rhythm-machine. Lionel Raymaekers, alias Amorph, musicista belga di vocazione IDM / electronics, affianca ora Esoteric Sob nella progettazione di "Life", inclinata anch'essa verso malinconiche assonanze ritmate dall'intermittenza del calcolo percussivo. "Strange Portrait" è una celestiale sonata di piano e key adatta come sottofondo per esaltare musicalmente il senso del neo-romanticismo, così come la successiva "Changes" rimarca gli identici concetti della song appena ascoltata, riformulandone i lunghi pads dalle intonazioni sentimentali inseriti tra un'effervescente segmentazione ritmica. Il musicista avanguardistico, scrittore e produttore californiano Jeremiah Menez, impersona il suo solo-project Root Elements attraverso il quale remixa i teoremi appartenenti a "Road To Happiness", opening-track del precedente ep "Egomania", quì magistralmente ri-arrangiata mediante una serie di finezze ed astuzie da laboratorio sonoro di ultima generazione che trasformano l'episodio nel sogno di un androide regolato da asciutte scansioni downtempo. Mihalis A, in arte MikTek, compositore greco stilisticamente orientato verso soluzioni IDM / ambient, propone il secondo remix, quello che sottopone "People Without Face" ad una profonda rielaborazione di synth e drumming che ne rinnova l'aspetto. La singer americana Karra Russel, aka Cellar Door, offre infine la sua straordinaria arte canora abbellendo ulteriormente le elegiache atmosfere di "Little Moments", traccia che in questa reprise-version si tramuta in una languida, malinconica estensione di voce, key e ritmica micronizzata, a conclusione di una release che accresce notevolmente la credibilità di Esoteric Sob, abile trasformatore della cerebralità del suono elettronico in vivido e pulsante sentimento. "Abnormal Psychology" è inciso con mani e anima traboccanti di luce, oltre ad una pregevole meticolosità tecnica, elementi che costituiscono l'essenza di un artista e di un album che Vox Empirea segnala tra i più lodevoli del nuovo emisfero IDM / electronics. Anche voi troverete "Abnormal Psychology" contemplativo, sensibile e, a suo modo, unico.

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- F.ormal L.ogic D.ecay - "CelebrAction" - cd box - by Maxymox 2012-

formallogicdecay Asettico sperimentalismo collegato all'attitudine di donare vitalità all'elemento "suono" rappresentano le principali caratteristiche che animano lo spirito compostivo dell'avanguardistico musicista toscano Luigi Maria Mennella, conosciuto ed apprezzato per la poliedricità che l'ha reso inoltre interprete dei side -projects Furvus, questo operativo nello stile denominato Pagan Soundtracks, ed En Velours Noir, orbitante attorno ad un antesignano genere che lo stesso autore descrive con l'appellativo di Spleen Musick. Maggiori cenni biografici appartenenti al protagonista sono disponibili nella recensione di "Apocalypnosis + samplers" pubblicata nelle pagine di Vox Empirea nel 2011, mentre la presente analisi focalizzerà l'attenzione unicamente sulla mega-compilation intitolata "CelebrAction", quarantasei brani licenziati dalla label Selenophonia e scaturiti da ventuno anni dedicati essenzialmente all'alchimia sonica, frammenti di storia ora raccolti in un prestigioso box limitato a sole ottanta copie numerate a mano e contenenti nello specifico: due CD, un mcd 3", un poster, un portachiavi, due pins 1", un segnalibro, due "santini", due ministampe e quattro schede d'archivio. L'artista, doverosamente, tiene a specificare la precisa natura dell'opera la quale non costituisce affatto un "best of" ma bensì una commemorazione dedicata alla lunga attività di "musicista dell'empirico", particolare testimomiato dall'essenza stessa della release costituita sostanzialmente da estrapolazioni multistilistiche tratte da logori nastri, rarità, tributi e tracce parzialmente completate. Notevole anche il simbolismo percepibile nell'artwork del cofanetto, dettaglio evidenziato frontalmente dal coloratissimo "Eclipse Of The Sun", dipinto realizzato nel 1926 dal pittore tedesco George Grosz, e nel retro da un'espressiva foto in bianco e nero intitolata "Professor of the Moscow Conservatory Ilchenko played the violin for the Russian troops stationed on the southern front", immagine scattata nel 1942 dal fotografo russo Anatoly Garanin. Ci si addentra nei meandri del primo disco, costituito da quindici songs, inizialmente attraverso gli opachi sedimenti del motivetto "That's Amore", vecchio hit del 1952 di Harry Warren ora elaborato quale segmento introduttivo per "Silent Love", Apocalyptic-track eretta sulle oscure malinconie canore di Luigi attorniate da rarefatte foschie elettroniche, oltre ad un distante tambureggiare a sostegno di filamenti d'organo ed un ancor più interiore arpeggio chitarristico. "Musique Pour Un Manege (Merry-Go-Round audio loop)" è una breve quanto spensierata melodia di synth dalla percussività leggerissima, mentre l'inquietante "Halloween" destruttura e ricompone il classico tema horror di John Carpenter introducendolo dapprima in un torbido contesto jazzato, ed in seguito in un diverso paradigma scandito controtempo dalla drum-machine intersecata da loops vocali e stranianti flussi di tastiera. "Untitled Soundtrack <1> For Sci-Fi / Detective Movie" è un oscuro episodio di musicalità filmica basato su freddi battiti di drum-programming ed un gassoso background elettronico, sonorità che terminano foscamente con la tromba intonante "Il Silenzio". L'ottima "Lullaby For Morgan" assume le sembianze di una pièce dai toni notturni e cullati da una rilassante dolcezza pianistica, elementi totalmente opposti all'irascibilità vocale diffusa a tratti in "Am I To Understand That What", ambient-song caratterizzata da uno psicotico gergo pronunciato in un'ignota forma dialettale interposto a bui soundscapes. L'estemporaneità di "Machimprovisation" sfoggia pianamente la finezza compositiva che Luigi riversa anche in questa traccia minimalmente indus-jazzy, anteposta alla successiva "Untitled Soundtrack <2> For German 35's Police Movie", vivace colonna sonora di synth e programming concepita dal musicista per essere adattata alla sceneggiatura di un ipotetico movie work ispirato alle lascive perversioni della Geheime Staatspolizei degli anni '30. Una rapida virata sul fronte commercial-spot si rileva in "Gilda", deliziosa traccia loopata da frammenti vocali mescolati a curvature soul, jazzy ed electro, oltrepassate dalla seguente "Koji Tano Tribute", glaciale e tempestosa liturgia power-electronics che omaggia l'omonimo musicista avanguardistico scomparso nel 2005 e conosciuto anche attraverso i suoi noise-acts Magmax / MSBR. "Untitled Soundtrack <3> For A Stupid Gothic Movie" propone a sua volta il concetto sonoro perfettamente integrabile ad un immaginario horror-film con l'impiego di atmosferiche scie tastieristiche, lugubri campane e thrilling-noises regolati da drumming mid-tempo, mentre la follia di "Woodworms" sevizia il suono proiettando acustiche micronizzate, completamente atone, private di ogni possibile armonia: estrema sperimentazione ed elettronica manicomiale risultano essere gli unici componenti di questa traccia assolutamente inverosimile. Le thrilling-movie atmospheres e le relative musiche costituiscono per il nostro interprete un richiamo quasi inevitabile, inclinazione dimostrata anche in questo minaccioso ossequio a Claudio Simonetti intitolato appositamente "Simonetti Tribute", in cui il progetto F.ormal L.ogic D.ecay ne emula il modus operandi tramite ombrose sinfonie d'organo, bass-lines ed interludi che evocano la cinematografia da brivido italiana 70's - 80's. Di natura contrapposta, l'encomio dedicato all'ancora misteriosa fine di Luigi Tenco espone inizialmente uno stralcio della sua 1966 hit song "Un Giorno Dopo L'altro" cantata dalla voce originale del cantante ed unita nel ritaglio finale all'impalpabilità del suono dark-ambient, compreso uno sparo che concede ampio spazio all'immaginazione: tutto ciò in "Goodbye Luigi". Il secondo volume del boxset "CelebrAction", ulteriormente suddiviso in quattro atti, espone ventisette passaggi estratti dai primi sampler del progetto, aperti inizialmente da "Wearing Out Till Oblivion", concepita attraverso un brumoso crescendo di electronic-sounds e battiti minimali tracciati sulla combinazione tastiera-carillon, elementi anticipanti un successivo sviluppo di programming e key in stile Jean-Michel Jarre. "Verso L'Equilibrio" diffonde un evenescente minimalismo dalla configurazione apocalittica mediante grevi toccate di key-piano e vocals filtrati, concedendo l'ingresso della seconda enunciazione del CD che Luigi declama nei sette brevi capitoli di "Fragments From A Recycled Empternity": il primo, "Part 1", coniuga la cupezza dell'obscure-indus-ambient ad echi di musicalità jazzy, così come "Part 2" cauterizza il suono mediante un'eruzione di acustiche distorte, acidificate da una fitta pioggia di electronic-noises e voce remota. "Part 3" recupera nuovamente la tenebrosità del dark-ambient più denso e sotterraneo, mediante un rombo nelle cui crescenti spire echeggiano sinistri ululati. "Part 4" prosegue in un certo qualmodo i medesimi ed oscuri tracciati dark-ambient ascoltati nel precedente esperimento, in aggiunta a pungenti noises ed incorporei riverberi jazz-minded, mentre le echeggiate diffusioni propagate da "Part 5" si amalgamano all'ossessiva circolarità di intereferenze spaziali, fraseggi loopati e rumori elettronici di ignota provenienza. "Part 6" è semplicemente una linea di obscure-sounds e gassosità acustica i quali, raggiungendo "Part 7" ed i suoi manicomiali artifici di voce, approdano al perfetto epilogo di questo atto. La successiva elaborazione composta di otto tracce è intitolata "Devocalizzi", ovvero un'insolito diagramma di modulazioni fonetiche "in bianco" tratte dalle primordiali registrazioni di F.ormal L.ogic D.ecay, emissioni dai conntotati prevalentemente analitici e scevri di qualsiasi melodia: "Variazioni Modulari Vocali" è un'estenzione di voce dalle tonalità variabili, mentre "Aperture Gutturali" trasfigura la stessa in un suono strozzato e cavernoso. "Flautismo Vocale" delinea acutissime frequenze, così come "Ondulazioni Labiali" propaga l'acquosità sonora del soffio a bocca serrata sul pelo di una superficie liquida. "Sequenza Modulare Vocale" è a sua volta un'espirazione monocorde prolungata fino al limite della resistenza, mentre "Palatiale - Chiusura Gutturale" articola una bassa, soffocata vibrazione di corde vocali. Si giunge quindi a "1' 00" Ohm", allungamento di suono senza inflessioni intermedie, concludendo con "Acufeni Diplofonici Aperiodici", un'opaca e sibilante trasmissione di acustiche radio. L'apertura del capitolo "inFORMAL" introduce nove tracce sia digitali che analogiche prodotte attraverso le più disparate sorgenti sonore indicate a fianco ai titoli: ed ecco quindi l'essenziale pulsazione di "Alea 1: C64 - Commodore 64" seguita dalle intermittenti scosse prodotte da "Electromanipulation - 220V AC" e le scattanti, minimali procedure di "Useless 1 - Various Synths". " Alea 2: Paranoia - CRT Tube Signals" diffonde alte frequenze tastieristiche, mentre nient'altro che un prolungato silenzio simboleggia "Almost Nothing - Field Effect Transistor". L'impazzita rielaborazione della classica suoneria telefonica caratterizza "Tele-Fono - Telephone ring", in anticipo sul secondo tema di "Useless 2 - Various Synths" e la sua esangue armonia artificiale, identicamente ad "Alea 3: Childish", suonata da lievi quanto acute toccate di synth-sound. "Gas Modulations" è la fuoriuscita di un getto sonico fosco ed al medesimo tempo stridente che concede l'ingresso alla bellissima "Bloomy Girls", soundtrack di un video realizzato dal musicista-filmmaker giapponese Takagi Masakatsu, lunga suite che ingloba in un unico modulo electro-sinfonico di programming, piano e synths le peculiarità soniche tipiche delle tre differenti identità impersonate da Luigi Maria Mennella, ovvero il neoclassicismo gotico di En Velours Noir, l'ambient-neofolk di Furvus e, naturalmente l'essenziale ricerca acustica esposta da F.ormal Lo.ogic D.ecay. Completa il box-set un mini CD in versione 3" denominato "Macht Geht Vor Recht", includente quattro rare tracce contrassegnate con il prefisso "Trk", sopravvissute provvidenzialmente ad un incendio, in seguito recuperate ed introdotte in questo minuscolo formato. Si tratta di un esperimento indipendente, caratterizzato da un atteggiamento "soldatesco" della materia noise: ne rappresenta la dimostrazione l'impolverata arietta risalente all'epoca conflittuale, stemperata tra la spaziale densità elettronica di "Trk I". Le scansioni calcolate da "Trk II" traggono energia da una rotazione di industrial-sounds tagliente, letale, seguita dalle pneumatiche electro-raffiche appartenenti a "Trk III", deflagranti da lì a breve in un caustico avvicendamento di rumore tecnologicamente guerresco e spietato. Le artefatte melodie dosate in "Trk Iv" rivestono la struttura della traccia infettandola mediante un corrosivo plasma hard-insustrial-noise e fraseggi militareschi. F.ormal L.ogic D.ecay corrisponde all'esplorazione acustica, un razionale, poliedrico e tecnologico sistema di sperimentazione che da oltre due decenni concede all'ascoltatore alternativo la possibilità di interagire direttamente con oceaniche quantità di modulazioni eviscerate, dissezionate ed infine ricomposte in stili multiformi dal genio creativo che alimenta questo incredibile musicista. "CelebrAction", megabox così radicalmente avanguardistico, incorpora tutto l'occorrente per intraprendere un prolungato excursus spinto fino nucleo stesso dell'elemento suono: indipendentemente se già cultori del protagonista dell'opera o meno, e se vi ritenete adeguati all'assimilazione di contenuti estremi, affrettatevi alla ricerca di questa pubblicazione che nomino degna di essere integrata nella più prestigiosa oligarchia experimental-underground italiana di questo ventennio.

 

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Femina Faber - "Amplexus Mentis (Ut Cosmo Concordent Voces)" - cd - by Maxymox 2012

feminafaber Descrivendo le peculiarità appartenenti all'artista Paola Bianchi, interprete del solo-project denominato Femina Faber, è basilare evidenziare la sua spiccata propensione rivolta al canto latino e gregoriano, inclinazione che ha permesso alla compositrice di ottenere negli anni significativi encomi e premi, nonchè la possibilità di essere integrata in un articolato quanto vasto circuito collaborativo ed anche presso concerti di natura polifonico-medieval-rinascimentale e contemporanea. Tutto ciò, sostanzialmente, costituisce il fondamento stilistico di Paola la cui biografia menziona nell'anno 1998, con Luca Valisi alle sezioni vocali, la militanza nei Ludmila, piattaforma dalla molteplice genetica minimal-electro-ethereal- sacrum-darkwave 4AD-oriented, attraverso la quale la musicista, all'epoca adibita al basso ed alla drum-machine, incise nel 2000 il mini album autoprodotto "Disadorne" seguito nel 2007 dal nove tracce "Nel Primo Cerchio" edito dalla label sotterranea Creative Fields Records. Rimarchevole anche l'impegno live intrapeso dal duo con numerosi eventi che permisero ai Ludmila di essere apprezzati sia a livello nazionale che europeo. L'anno 2005 fu invece caratterizzato dalla fondazione di Femina Faber, una rinnovata livrea solistica indossata da Paola e generata dall'individuale proseguimento di Luca in direzione di canoni musicali attigui al trip-hop ed ethnic; la finalità del progetto in questione è quella di rendere indissociabile l'interplay tra il solenne portamento canoro dei testi in lingua latina ed il sostegno musicale di un'elettronica non egemone ma strategicamente discreta. La discografia concepita dall'artista elenca inizialmente l'ep di cinque tracce dal titolo omonimo "Femina Faber" realizzato con l'appoggio fornito da Andrea Marutti, istitutore della label Afe Records, succeduto nel 2008 dall'album "Tumultuor" contenente le ipnotiche espansioni del dark-ambient irradiate dalla glacialità propagata dall'industrial-noise ed ornate da idilliche modulazioni canore. Giungiamo quindi al recente "Amplexus Mentis (Ut Cosmo Concordent Voces)", album di elevatura superiore licenziato dalla Calembour Records, label veronese presieduta da Froxeanne dei Frozen Autumn, la cui tracklist include dieci episodi prodotti da Femina Faber, arrangiati dal compositore avanguardistico Fausto Balbo e masterizzati dallo stesso in associazione ad Andrea Garavaglia, drummer della metal-band italiana dei Mesmerize. Un'ulteriore segnalazione di merito tratta dai credits va doverosamente rivolta all'artwork del disco progettato dall'ensemble dei Frozen Autumn, ovvero Diego Merletto, Froxeanne e Mirco Dean, noto con lo pseudonimo "The Count". La matrice electro-sacrale insita nelle creazioni della compositrice si manifesta pienamente fin dal brano d'apertura, "Ne Me Demiseris", in cui il lento pulsare del drum-programming unitamente alle torbide ondate di noises incoronano la soavità canora di Paola originando un sound carico di fascino ancestrale, tratto distintivo perfezionato anche attraverso la collaborazione dei due guests attivi durante la stesura della traccia, ovvero il compositore-producer di musica electro-dubstep A034 e Matteo Zenatti, artista specializzato nell'arpa diatonica, autore inoltre di composizioni soniche ispirate all'epoca medievale, barocca, del '500 e del '900, il quale con il suo strumento aggiunge ulteriore valore alla traccia. Il sinuoso movimento in "Ictus Libidinis" ipnotizza i sensi tramite il rallentato serpeggiare delle percussioni incardinate a liriche ed acustiche dall'incedere sciamanico realizzate in cooperazione con il musicista elettronico-sperimentale denominato Kontakte. I pizzichi d'arpa elaborati da Marco Zenatti impreziosiscono anche la successiva "Parva Gemma Mea", song eterea, dominata dal minimalismo elettronico interpretato da esangui battiti programmati e sintetiche rarefazioni a supporto del canto celestiale propagato da Paola, tutto ciò precedentemente a "In Mari Flamma" entro cui le emissioni vocali della singer assumono ora modulazioni arabeggianti e incastonate tra la scheletrica fisionomia del drum-programming. L'ascolto di "Amplexum Mentis" equivale all'onirico sorvolare di bianchi paesaggi cristallizzati dall'inverno, sensazioni accentuate esponenzialmente dai vocals ed i sussurri di Paola cullati dalla spettralità generata dagli equipaggiamenti elettronici e dall'arpa di Matteo Zenatti. Nella seguente "Formae Occultae" convergono le cupe partiture del basso manovrato da Luca Valisi, la magia degli arpeggi tessuti da Matteo unitamente ai tatticismi elaborati da A034, il tutto ritmato da scansioni elettronicamente solenni che donano fisicità ai gorgheggi ed agli acuti elevati dalla vocalist. Si prosegue sprofondando concentricamente nelle oscure acque di "Emitte Spiritum Tuum (Inferum Visio)", brano nelle cui impalpabili trame riverbera lontana e sinistra la coralità di Matteo Zenatti ammantante sia il canto da sirena di Paola che l'essenzialità dei flash elettronici. "Ne Me Demiseris (Effectio Mystica)" espone a sua volta una struttura di canto riconducibile sotto vari aspetti all'ethereal-folk, concetto espresso dalle morbide toccate della chitarra suonata da Fausto Balbo il quale punteggia la song anche attraverso uno strumento idiofono a vibrazione proveniente dall'Africa centrale chiamato 'mbira, sonorità percosse in seguito dal marziale tambureggiare del guest-drummer Andrea Garavaglia. I comparti ritmici si ritramutano in freddi frazionamenti di tempo attraverso gli e-beats di "Inter Urticas Rosetum", traccia dove la liturgia canora celebrata da Paola incanta con vocals ascensionali sapientemente orchestrati tra cupe effervescenze elettroniche e la delicatezza dell'arpa accarezzata da Matteo, soluzioni anticipanti la conclusiva "Tenebrae Undique" ed il malinconico surrealismo da essa evocato mediante l'essenzialità sinfonica della cantante adagiata passionalmente su un vellutato arpeggiare di sottofondo. Vivere interamente il concept di questo album significa esplorare le profondità dei sentimenti per coglierne la grazia e l'intensità proiettandole entrambe in un'astratta sovradimensione di canto, nobiltà e tecnologia. L'impiego di liriche espresse in latino valorizza ancor più il significato stesso delle musiche, designando nel contempo questa antica forma espressiva all'importante ruolo di protagonista alla quale Femina Faber, religiosamente, dona corpo e rinnovato splendore portando a compimento un'opera carismatica qual'è "Amplexus Mentis (Ut Cosmo Concordent Voces)", riservata ad un pubblico selezionato, consapevole e maturo. Il suono è la tela e Femina Faber è la mano che dipinge con i colori dell'immenso.

 

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- FluiD 'Envisioning Abstraction _ The Duality Of FluiD' - cd - by Maxymox 2012 -

fluid La polivalenza appartenente al musicista iper-tecnologico di Chicago chiamato Christophe Gilmore, alias FluiD, apre varchi di assoluto rilievo in questo suo debutto ufficiale che tocca un ampio spettro di generi sonori quali industrial, metal, dubstep, noisecore, forme alternative di trip/hip-hop e sperimentalismo dark. L'artista incominciò il suo percorso come tastierista-bassista per bands quali Impulse, Immaciulate Corrosion, D.O.D. Wardrobe Cathedral e Drug Of Choice, accrescendo in seguito le proprie credenziali e presenziando sia alla programmazione elettronica che alla sezione synth del noto progetto californiano indus/goth/rock denominato Die My Darling, attivandosi parallelamente con le sue attività di sound designer ed agitatore culturale. Il protagonista concretizzò inoltre nel corso degli anni realizzazioni discografiche individuali e collettive in versione album ed EP, tra i quali si distingue per merito "Warhol Machine'12" del 2000, un congegno sonico colmo di influenze industrial/acid-house/rap. I richiami identificabili globalmente nel metodo compositivo di FluiD si rifanno alle intuizioni avanguardistiche di Aphex Twin e alle atmosferiche dilatazioni di Brian Eno, incorporando nel contempo le formule elettroniche degli Autechre, Coil, Massive Attack, Dalek, Techno Animal ed infine, ma in misura inferiore, le metallurgiche strategie degli Scorn. "Envisioning Abstraction: The Duality Of FluiD" è un disco multiforme che tuttavia conserva una centralità orientata verso traiettorie prettamente electro-dubstep-trip-hop, rallentando le procedure con ritmiche downtempo ed inacidendone le arie mediante oscuramenti tastieristici. La prima delle dieci tracce incluse nel full-lenght è "DH-1", affidata ad un'ipnotico apparato percussivo e ondate di suono elettronicamente sporco, abrasivo, lisergico: non mancano inoltre elementi psychedelici, come nella successiva "AIC", in cui un drumming flemmatico e distorto assesta i battiti tra giri di basso e la cupezza emanata dall'organo, elettrici riff di chitarra, manomissioni sintetiche e pungenti trasmissioni di noise. Il musicista Ned Jackson di stile experimental-hip-hop proveniente dalla Virginia, meglio noto come Black Saturn, contribuisce alla stesura di "Iron Communique", un altrettanto torbido miscuglio tra trip-hop, dubstep, sonorità alienate e vaghi riferimenti metal, questi ultimi intensificati dall'incessante ruggito chitarristico in sottofondo che sommerge uno pseudo-rap dai toni spenti. "Dread Futures" rilassa le atmosfere conducendo l'ascolto verso un catartico blend di natura ambient-dub eseguito da lenti impulsi ritmici, echi di pianoforte ed evanescenze tastieristiche, mentre "Refuge" fluttua spettralmente tra essenziali ectoplasmi noise, un synth che propaga una minacciosa quanto scarna orchestrazione ed effetti spaziali. Si giunge ora alla flessuosa electro-percussività di "Distrupting The Ghost", traccia che coniuga le gelide scansioni del programming ad un vaporoso melange di tastiera ed un canto arabeggiante, fino all'ingresso della successiva "The Absent Present" che recupera la torbida sinuosità trip-hop delle precedenti sorelle, integrando ad essa dissonanze elettroniche, affilati sibili, getti di interferenze industrial, minuzie tecnologiche e repentini loops vocali. "Sublimination" manifesta a sua volta cerebrali rarefazioni sintetiche con un visionario insieme di suoni astratti, marcati dal torpore della drum-machine e del basso, nella stessa misura con cui "Froz n II" proietta glaciali rifrazioni dark-ambient animate artificialmente da un emaciato sostegno di riverberi chitarristici che nello sviluppo acquistano corpulenza tramutandosi in elettriche abrasioni rimate da cadenze downtempo. "Parallel States" arpeggia corde campionate di sitar facendole gradualmente assorbire da un etereo dubstep che incorpora uno scratch echeggiato, foschie di tastiera, drumming singhiozzante e nebulizzazioni di noises, a completamento di una track-list paragonabile al progressivo innalzasi di una tossica bruma sul suolo lunare. Musica che, come suggerisce lo stesso FluiD, si adatta perfettamente a situazioni ed ambienti a tema come moderne pinacoteche, mostre d'arte avanguardistica e clubs alternativi, facendo di "Envisioning Abstraction: The Duality Of FluiD" e della sua complessa ed articolata struttura, una sorta di restyling del tradizionale concetto dub, formulando attorno ad esso un ingegnoso databank di suoni psicolettici e di non facile decrittazione che relazioneranno virtualmente con l'ascoltatore ideale, ovvero colui il quale possiede la capacità di valicare la convenzionalità sperimentando nuovi, avveniristici microcosmi da trip oppiaceo. Con questo disco oltrepasserete con sorprendente facilità il sottile confine tra il tangibile e l'incorporeo.

 

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- Foretaste - "Love On Demand" - cd - by Maxymox 2012

foretaste Foretaste è un synthpop-duo francese costituito da Lover_XX (vox), nota inoltre con gli pseudonimi Creature_XX e Terrorist_XX, e Lover_XY (progs / backing vox), al quale si associano gli appellativi secondari Creature_XY e Terrorist_XY. Lo stile elettronico del progetto fa leva sulla semplicità e l'immediatezza delle armonie in contemporanea aggiunta di sapienti quantitativi di ballabilità e classe, rendendo in questo modo le stesse assimilabili al primo ascolto senza tuttavia privarle di una piacevole ricercatezza. L'area discografica dei Foretaste enumera dal 2005 al 2010 ben ventotto apparizioni in qualità di remixers o autori di tributi, eventi suddivisi tra illustri compilations come ad esempio "Sector Vol.1", "Futureclash Vol. 2", "Synthphony Remixed Vol. 1" ed albums appartenenti ad altisonanti progetti quali The 3 Cold Men, Eurovision, Nouvelle Culture, Celluloide, Dekad, Operation Of The Sun, Harvey & The Moon e Neutral Lies. Significativa per caratura anche la label di supporto, la francese BOREDOMproduct alla quale è affidata la totalità delle produzioni concretizzate della band ad eccezione dell'esordio su ep del 2004 "Discordance" realizzato autonomamente. Ad esso seguì nel 2005 il primo episodio ufficiale su etichetta BOREDOMproduct, "Beautiful Creatures", un album di undici tracce che presentò al pubblico il concetto synthpopish dei Foretaste caratterizzato da freschezza e melodie catturanti. Ad esso susseguì nel 2008 il secondo full-lenght "Terrorist TV" e nel 2009 un demo-ep in formato digital di sei tracce contenente materiale inedito intitolato appositamente "Unreleased". La produttività del duo si estese nel medesimo anno licenziando una serie di nuovi ep's sempre in versione downloading: "That Smiling Man", "Beautiful Creatures", il sensuale "Porn Star Baby" e "Dying For The First Time In My Life" contenente un ottimo remix by Dekad. Due anni più tardi fu la volta dell'ep "Superstar" succeduto nel 2012 da "Alone With People Around" edito anch'esso in formato extended play. Il terzo atteso album "Love On Demand" vide la luce nel 2011 offrendosi sia nella versione regolare che nel formato special edition con annesso un secondo volume, "Live On Demand", includente undici brani registrati dal vivo in Germania. I credits menzionano la produzione, il mixaggio e la masterizzazione dell'album da parte degli stessi Foretaste in associazione a Member U-0176 appartenente ai progetti Thee Hyphen e Celluloide, nonchè personaggio gravitante attorno il circuito BOREDOMproduct. Un album dedicato all'amore quindi, sentimento interpretato musicalmente dai Foretaste sottoforma di testi e suoni dal carattere abbattuto, sensibile, passionale, elementi percepibili sia dall'intonazione che dalla timbrica vocale di Lover_XX, entrambe emananti un'aura colma di tormento e seduzione, come testimonia appieno la song d'apertura, "Alone With People Around", un synthpop mid-tempo orchestrato dal pulsante diagramma ritmico tracciato nel programming in combinazione alle eleganti scie della tastiera. Ancor più automatizzata, "Do What You Can" riduce, sebbene di poco, la velocità electro-percussiva sfoggiando un pop tecnologico ben scandito e gradevole, strutturato in prevalenza sul malinconico canto della vocalist in aggiunta a quello meno evidente del guest JB, alias J.B. Lacassagne del solo-project Dekad, emissioni articolate tra le robotiche sezioni del drumming e le precise alchimie elettroniche di accompagnamento. L'inclinazione dei Foretaste riguardo il suono nostalgico si manifesta in tutta la sua completezza in "The End Of Days", un sad-synthpop in cui la voce di Lover_XY disegna un canto traboccante di struggimento, sonorità abbellite da educati intarsi di tastiera e ritmate da un drum-programming dal passo leggero. Un effervescente sequencing introduce ora "What About Me?", traccia che recupera un ballabile assetto electro-percussivo delineato da pneumatiche bpm uptempo circondate dai vocalizzi di Lover_XX, a loro volta perennemente orientati verso accenti dal retrogusto afflitto, come nella seguente "Superstar", brano che attinge ispirazione dalle note colme di tristezza diffuse dalla singer nell'attesa che si inserisca fino all'ultimo istante del brano l'energico binomio drum-programming e synth. "Today" esordisce propagando ipnotiche onde di sequencing e successivamente la voce nitida, affascinante di Lover_XX, le cui estensioni avvolgono con autentica mestizia il sofisticato grafico percussivo amalgamandosi alle sinfonie artificiali emesse dalla tastiera, tutto ciò in anticipo sulla seguente "Automatic Love Response" e le sue malinconiche congiunzioni tra la voce di Lover_XX ed elettronica applicata al suono, componenti la cui sinergia genera un coinvolgente synthpop edificato attraverso impulsi replicati e linee percussive mid-tempo circondate dai luminosi varchi aperti dalla tastiera. Impostazione meditabonda anche per "What If", traccia priva di percussività la cui natura sentimentale è rivelata dal canto che la vocalist emette con tono prostrato affidandolo completamente ai lunghi accordi di synth tessuti dalle dita di Lover_XY, formule susseguite dalla bellissima "My Greatest Deception", il cui schema pop-elettronico si erge su catturanti melodie tastieristiche, battiti sintetici mid-tempo e le tonalità introverse della vocalist che in fase di refrain originano una splendida fioritura canora in grado di ammaliare istantaneamente e risvegliare emozioni assopite. La disposizione synthpop-malinconica di "Save Me" non muta il proprio corso rimanendo dominata da un senso di romanticismo autunnale, sempre palesato da Lover_XX e dal suo registro vocale colmo di patemi interiori tramutati in liriche ed acustiche elettronicamente depresse, soluzioni esaltate dapprima da un evanescente prolungamento di canto e sequencing a cui in seguito si collegano le battute della drum-machine calibrata su ritmica mid-tempo. Dinamismo percussivo e strategie potenzialmente dancefloor costituiscono i fondamenti di "X Me", traccia molto interessante sia per la perfezione tecnica con cui Lover_XY ingegna le pulsanti sezioni di programming unitamente alla scintillante livrea tastieristica, quanto per le fascinose trasmissioni vocali che Lover_XX intreccia agli strumenti fino a far germinare dalle stesse un radioso insieme di accordi e liriche che ogni synthpop listener canterà ballando al ritmo di questa meraviglia tecnologica. La superiorità che attribuisco ai Foretaste è tangibilmente verificabile in questo album che assumerà connotati sempre più intriganti ad ogni singolo ascolto, accentuando così nel pubblico incline al genere la convinzione di possedere un moderno capolavoro di arte sonic-pop i cui contenuti sapranno farsi amare in termini assoluti e per tutta la vita. ""Love On Demand" è un disco realizzato con inappuntabile creatività in direzione di una prospettiva malinconica che irretisce con discrezione ma senza tregua, merito di un sound-complex pieno, avvolgente, tecnicamente "perfetto", con frequenze e pulizia sonora che soddisferanno gli ascolti più esigenti, oltre a formulazioni vocal-strumentali di elevatissimo spessore che non temono il confronto neppure con i blasonati nomi appartenenti a questa specifica scena. Questo suono e le emozioni che esso procurerà si fisseranno indelebilmente nei vostri ricordi: il synthpop dei Foretaste è sentimento puro espresso ai massimi livelli.

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- Gargamella - 'Teta Velata' - cd - by Maxymox 2012-

gargamella Tempo fa, quando recensii il mini CD "Xacaras", mi congedai da esso precisando nelle battute finali del servizio la mia approvazione riguardo il lavoro appena ascoltato, oltre ad un prudente entusiasmo espresso in attesa di un successivo "evento" su album che, introdotto dall'ottimo exploit iniziale, avrebbe potuto raggiungere alti livelli di appagamento sonoro. Prima di analizzare la presente e nuova produzione, ritengo fondamentale un cenno biografico sui fiorentini Gargamella, progetto neofolk/medieval sperimentale fondato nel 1996 ad opera del duo Lapo Marliani (acoustic guitar - vox - piano - harmonium - kazoo - keys - accordion) e Nicola Savelli (acoustic and steel percussions - keys - theremin - glockenspiel - harmonium - noize), il cui stile è rivestito di melodie europee appartenenti all'età medievale, celebrante i fasti e le atmosfere dell'epoca con formulazioni acustiche eleganti ed allo stesso modo capaci di trasformare l'attuale in remoto, arricchendo la musica di incantesimi etnico-arcaici ed annullando la percezione relativa ad ogni possibile concetto temporale. "Teta Velata", licenziato come il precedente titolo dalla micro-label toscana UTU Conspiracy, è un coacervo sapientemente elaborato sfoggiante modulazioni folker originate da astrazioni del tutto alternative ai consueti percorsi, suoni distinti da solenne enfasi ed una spiccata accuratezza nell'esposizione che rende le dodici tracce del full-lenght concretamente piacevoli da vivere. Ogni singolo episodio del disco riflette un carattere e una personalità propria, differenziata, tale da far apparire la track-list una sorta di itinerario che trasporta l'auditore a ritroso, conducendolo presso antiche contrade ispaniche oppure al cospetto di nobili corti francesi, trasportando la fantasia sulle ali di creazioni soniche ora leggiadramente campestri, ora screziate di sfumature neoclassiche, oppure incupite da basse scale di accordi che descrivono un pentagramma ipnotico e decadente. Alla realizzazione dell'album ha inoltre collaborato un cospicuo numero di guests destinati in particolare alle sezioni vocali, la cui sinergia eleva considerevolmente il valore insito nell'opera; la sequenza dei brani si attiva per mezzo di "Pater", traccia enunciante barocche liturgie pianistiche in combinazione finale con ecclesiatici apporti di organo, per proseguire con la citata "Xacaras", una ballade spagnoleggiante del XVI secolo flautata da Alessandro Bosco e sorretta dalla voce di Lapo, nel cui sviluppo si ode l'harmonium suonato, secondo le note segnalate nel digipak, da un non meglio definito "fantasma". Evocazioni di folk medievale si odono in "Danza Rossa", moderna evoluzione della cantata teatrale in ventiquattro atti "Carmina Burana" del XII secolo, da cui è tratto questo episodio ora suonato mediante ritmati arpeggi di chitarra acustica ed un incalzante sfondo percussivo dalle cadenze tribali, il tutto armonizzato sulla splendida voce di Francesca Messina. Il corpo corale costituito da Umberto Foddis, Niccolò Gallio, Candida Nieri e Joanna Pucci intona rarefatte vocalizzazioni nell'omonima "Teta Velata", strutturata prevalentemente da un'aulica orchestrazione pianistica e punteggiature percussive, attendendo l'entrata della breve "Mater" dalla quale si diffondono soavi le delicatezze chitarristiche in stile folk-neoclassico. Più innanzi è protagonista "Leu Chansoneta", meravigliosa ricostruzione della stessa romantica medieval-song risalente al XII secolo creata dal poeta provenzale Guiraut de Bornelh, quì interpretata da una suggestiva interazione tra corde, ritmica tambureggiante, tocchi di tastiera e le calde liriche poferite dalla vocalist Candida Nieri. Un celestiale scampanellìo mescolato a spagnolesche accordature di chitarra costituiscono gli elementi portanti della successiva "Sybil", caratterizzata in fase finale da una spasmodica, veloce rincorsa tra i suddetti strumenti, anticipando la psichedelica mestizia propagata dalle note iniziali dell'harmonium in "The Remin Essence", cantata con basse ed apocalittiche tonalità emesse dal "fantasma", strofe perturbate da sinistri cumuli di noise-effects, diradati infine da un elegante spartito pianistico. "Whisky" orienta il proprio assetto verso inclinazioni da folker-ballade, musicata con allegri soffi di accordion, chitarra e percussioni, mentre la seguente "Novum Gaudium" predispone il soave fischiettìo di Niccolò Gallio su pizzichi chitarristici dagli accenti medievaleggianti, percossi da attenuati battiti ed un canto elevato al cielo. "Tubalcain" rientra in un sottogenere folk-sperimentale dalle procedure torbide e drammatiche, conformate da modulari circoli di chitarra, sotterranee emissioni di key, cristallini rintocchi di bells ed effetti elettronici, così come la conclusiva e rattristata "King Of Nowhere" effonde vera poesia affidandola alle arie folk-medievali composte da pianoforte, harmonium, tamburo ed i vocals di Alessio Colosi: la traccia si discerne per l'estesissima interpausa in completo silenzio che separa il filamento appena descritto da un'inattesa ripresa finale, musicata con vivaci percussioni, chitarra e coralità ethnic-folk. Album che non tradisce affatto le originarie aspettative scaturite dal preludio, oltre il quale si dirama una musicalità tendente alla ricercatezza ed alla mescolanza di policromie con ibridi sonori fortemente radicati nel passato. L'ascolto del disco risulta particolarmente gradevole grazie alla saggia e razionale orchestrazione prodotta degli strumenti concatenati in una perfetta successione di abbellimenti, staccati e registri canori sempre colmi di poeticità e richiami ancestrali. "Teta Velata", dunque, si colloca con merito tra le più interessanti e recenti alternative-folk releases, soddisfacendo appieno tutte le esigenze rivolte alla musica che appassiona, che muove l'alito vitale. Un minuscolo capolavoro dal notevole charme: cederete incondizionatamente al suo potere attrattivo.

 

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- Gedankenrasen - 'Innere Apokalypse' - cd - by Maxymox 2012 -

gedankenrasen Un lustro. Tanto è l'arco temporale impiegato dal tedesco Gedankenrasen per completare il circolo di questo suo primo, sensazionale album, "Innere Apokalypse", vario sotto il profilo del sound ed assai interessante in ogni sua ulteriore forma. Il genere di appartenenza dell'artista è una ritmata mescolanza di dark-industrial/gothic/electro/wave intersecata da melodiche orchestrazioni di tastiera e samples, elementi che accomunati, rendono le quattordici tracce del full-lenght davvero godibili e costruite con ammirevole metodica. La label Körperschall Records, affiancata alla Echozone, licenziano quindi questo autorevole esempio di elettronica multiforme, esibita in un campionario di episodi uno differente dall'altro, allo scopo di mostrare all'ascoltatore l'ampio raggio d'azione che delimita le costruzioni soniche di Gedankenrasen e nel contempo proporre una tracklist sempre innovativa, sostanzialmente priva di ripetizioni. Le liriche udibili nell'album si presentano in prevalenza cantate in lingua germanica e accentate da un percettibile senso del drammatico che esalta pensieri rivolti ad aspettative, sentimento, decadenza, angoscia, il tutto inglobato in un catturante vortice di tecnologia sonica indicata sia alle piste sia in egual misura ad ascolti individuali, purchè vissuti con totale coinvolgimento. L'indagine del disco si avvia con l'atmosferica scala di piano che introduce "Zukunft Wird Vergangenheit", traccia energicamente indus-EBM, propulsa da un pneumatico vigore percussivo e spronata da vocals incalzanti. "Ihr Habt" pennella le sue fasi iniziali con un tocco di classicismo marziale, per poi sfoggiare un temperamento canoro ruvido e malevolo introdotto in strutture di natura dark-indus-electro caratterizzate da fosche ritmiche mid-tempo e acide partiture di synth; a tutto ciò seguono i sibillini filtraggi vocali che adombrano "Jedes Wort Ist Eine Lüge", song prodotta da Jörg Menningmann e percorsa da filamenti obscure-electropop, con morbide sezioni di drum-machine scandite parallelamente alle punteggiature di pianoforte, per un insieme che evoca thrilling e situazioni da film noir. Molto suggestive, le replicazioni dei progs appartenenti a "Ist Das Alles" sequenziano il tempo innanalzando nebule ritmico-tastieristiche dalla sicura presa che rendono questa traccia quasi totalmente strumentale un infallibile hit da pista che farà ballare schiere di technofili. Più innanzi si odono le fascinose evoluzioni di "What Would I Tell You" entro la quale si distingue un pregevole incastro di synthpop, elettronica d'avanguardia e vocals dalla timbrica aperta da intonazioni ben definite, contrariamente alla successiva "Ich Will Brennen" che recupera invece sezioni di canto più innaturali, incattivite, in perfetta armonia con il nervoso background di programming e organo che conferiscono al suono un qualchè di sinistro. L'imponente e pulsante muraglia percussiva che costituisce l'ossatura di "Zündung Und Feuer (Schicksals Kuss)" ipnotizza e nel contempo obbliga ad uno sfrenato ballo technologico, facendo seguire i malinconici volteggi pianistici di "Interludium" miscelati alla struggevolezza della key tonalizzata a sua volta su note violinistiche, per un capitolo architettato con distinto senso estetico e sottolineante l'eccellente verve neo-classica insita nel talentuoso protagonista. Lo scenario si modifica nuovamente concedendo ora l'ingresso alle torbide sonorità di "Zerfall", traccia dal design ritmico essenziale, attorniato da un pentagramma di synth e programming colmo di elegante mistero. Dissonanze elettroniche dall'incedere lento, implacabile, veleniferi apporti di voce e psicotropici impulsi di sequencer adornano le geometrie appartenenti alla saturnina "Angst" alla quale segue la scattante percussività di "Du Willst Es Doch Auch", traccia dalla chiara matrice industrial intervallata da attimi traboccanti di pura passione sinfonico-tastieristica che riallacciano presto i contatti con l'asciutto meccanismo ritmico incitato da perentori proclami vocali. " Einfach Immer Weiter Gehen (Album Version)" sviluppa un danzabile modulo electro-indus in cui il programming codifica le precise battute sulle quali Gedankenrasen distribuisce testi proferiti con glaciale ordine, così come la successiva "I Wait For You" propaga altrettanti sferzanti beats per minute di provenienza techno-trance che instaureranno un feeling immediato con il d.j. avanguardistico. Climax danzereccio anche per il tratto finale dell'album, la bellissima " I Failed Again (Album Version)", un ennesimo, ottimo esempio di elettronica clubby dominata da un lineare e veloce tracciato di programming sopra il quale si sviluppano arcate di synth e vocals che esortano le gambe al movimento e l'encefalo all'estasi. Release che uniformizza la tecnologia al phatos orchestrale: l'alternanza di armonie relativamente leggere e sostenibili ad altre più perfidamente sinuose incentrate in particolare nei vocals, originano modulazioni riflettenti i vari stadi compositivi vissuti dall'interprete durante il corso di un quinquennio dedicato interamente al perfezionamento di una tack-list intrigante, differenziata e longeva. Per quanto concerne la mia personale opinione, l'artista ha raggiunto tutti gli obiettivi prefissati con matematica lucidità, impadronendosi delle astuzie atte a forgiare un'opera di sicuro effetto ed integralmente priva di ovvietà. Gedankenrasen è un genio e "Innere Apokalypse" un gran disco.

 

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- Gianfranco Grilli - "Memories Of The Old Days" - cd - by Maxymox 2012 -

giangrancogrilli

 

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Gin Devo - "Errata" - cd - by Maxymox 2012

gind Si riaccendono i riflettori sulla figura del belga Gin Devo, dal 1982 componente fondamentale nel progetto di retroguardia indus/EBM/ambient Vomito Negro condiviso unitamente al fedele Samdevos, Sven Kadanza ed altri membri fuoriusciti in varie riprese dalla piattaforma. La preparazione musicale di Gin è impreziosita da una laurea conseguita da oltre un ventennio presso la Royal Art Academy di Antwerp, traguardo a cui fece seguito un periodo di studio nel contesto del Royal Conservatory in materia di musica elettronica sperimentale. I vomito Negro, tuttavia, non costituiscono l'unica realtà sonora edificata dal protagonista: infatti egli fondò nel 1993 con Guy Van Mieghem dei Blok 57 l'estemporaneo disegno electro/tecno oriented chiamato Full Dynamic Range, oltre al side-project di radicale tendenza EBM generato nel 2002 e noto come Pressure Control, al quale si attribuisce l'ottimo album "Vamp". Recentemente approdato alla label EK Product, Gin Devo prosegue attraverso essa un rinnovato tragitto discografico come solista proponendo, oltre al presente album "Errata", il flashback "Surface", relealizzazione di nove songs incise durante il biennio 1988-1989 le quali, per contenuti ed atmosfere, ben si adattano al sostegno del background sonoro di mostre d'arte avanguardistica. Concentrando ora l'attenzione sul citato full-lenght "Errata", va precisato, onorando così lo sforzo compiuto da Gin Devo alla sua edificazione, che le strutture elettroniche udibili nella tracklist sono state integralmente prodotte senza l'ausilio di softwares: ogni suono, ogni dettaglio è quindi originato da equipaggiamenti fisici, tutto ciò nel rispetto delle classiche locazioni EBM con quel taglio avveniristico di cui l'artista è degno prosecutore. "War Of The Machines" è la traccia che introduce alla release, una danza meccanicamente scandita da beats mid-tempo incuneati tra sonanze dalle tonalità plumbee, il tutto dominato dai vocals di Gin la cui ruvidezza funge da complemento alla ronzante abrasività diffusa dalla tastiera. "Out Of Control" processa un comparto drum-programming/sequencing di chiara matrice EBM, pianificato mediante i timbri metallici delle percussioni, elettronica applicata e futuribili suggestioni di voce. La strumentale "Salted Flesh" è un danzabile congegno da pista alternativa elaborato attraverso un ossessivo, modulare comparto ritmico-sequenziato sulla cui superficie vengono proiettati idealmente ed in rapida successione fotogrammi di immagini post-industriali, mentre "Good Night Mr President" esprime nelle sue movenze il teorema prevalentemente razionalistico dell'EBM, accentrando nel suo nucleo una robotica massa sonora programmata dalle macchine simmetricamente a foschi tecnicismi di tastiera e filtraggi vocali. Un altro episodio affidato interamente agli strumenti è "Deep State", una rallentata, ipnotica combinazione di punteggiature sequenziate ed algide evaporazioni tastieristiche, così come la seguente "Twisted Heads" rincorre un dinamico tracciato electro-percussivo sul quale si avvicendano evanescenti sezioni di voce, i cui riverberi si frammentano al contatto con la glacialità della key. "Scope Of Desire" sperimenta invece formule dark-EBM, esprimendole mediante una lineare replicazione di drum-programming in aggiunta alla voce risoluta di Gin, descrivente essa scie alonate di mistero inserite con precisione su torbide rarefazioni di tastiera. Ombra e freddezza sono gli elementi primari che edificano la successiva "Mind Control", rigorosamente posizionata su canoni EBM old-school rievocati secondo lo stile in possesso dall'interprete che prevede una scarna geometria disegnata attorno al basamento percussivo in simbiosi con la sintetica cupezza dei vocals, la letale tossicità delle esalazioni tastieristiche e la spettrale coreografia inscenata dalle sezioni elettroniche. La traccia che reca l'omonimo titolo dell'album, "Errata", assai tecnologica, conduce alla chiusura del lavoro impiegando nient'altro che una lunga, ripetitiva estensione di programming dalla forma assottigliata e dalla temperatura sub-zero, filamento ritmico oltre il quale interagiscono voci aliene, radio-frequenze provenienti dal suolo lunare, sussurri echeggiati e modulazioni extraplanetarie. Opera avvincente, un disco in cui spiccano le gloriose consonanze EBM che hanno reso celebre questa particolare cultura elettronica: Gin Devo si muove agevolmente in questo spazio, fra retroterra ed evidenti sperimentazioni futuristiche, realizzando un album che vede il protagonista al meglio della sua ispirazione. Inoltre, il congiunto e prestigioso rilascio da parte di una label tradizionalmente devota al genere in questione come la EK Product, conferisce valore aggiunto al disco, garantendo essa da sempre all'ascoltatore un elevato standard nei contenuti oltre alla spiccata preparazione tecnica degli artisti reclutati. Suoni artificiali progettati per il movimento tecnologico del corpo umano: "Errata" è ciò che definirei senza indugio un album perfettamente riuscito.

 

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Gioventù Suicida Studentesca "Musiche Per Un Popolo All'Ultimo Grido" cd by Maxymox

gioventusuicidastudentesca Suddiviso tra due contrapposte discipline stilistiche, il milanese Emanuele Ratti (synth / samples / vocals) dimostra di possedere una visione lucidamente spietata della realtà e nel contempo un'indole visionaria, caratteristiche manifestate con grande efficacia dall'artista nelle costruzioni sonore connaturate al presente disegno death-industrial-noise Gioventù Suicida Studentesca ed attraverso il suo dark-ambient project denominato Aethere, piattaforma a cui si attribuisce un'interessante quanto breve discografia che diparte da un album su CDr limited edition concepito nel 2006, "Il Giardino Epicureo", licenziato dalla label Prodistri e succeduto dal secondo full-lenght "The Long Dark Tea - Time Of The Soul" del 2007, edito dall'etichetta polacca War Office Propaganda. Gioventù Suicida Studentesca esterna a sua volta la parte più spietata del musicista, un prolungamento in forma sonora di ciò che i sensi appartenenti ad Emanuele percepiscono, elaborano ed archiviano quotidianamente nella suo encefalo. La violenza del death-noise si accorpa ad irriverenti flash estrapolati da episodi di cronaca, in un freddo quanto tempestoso vortice di emissioni elettroniche, stralci televisivi, loops, vocii ed acustiche industrial, elementi che accomunati costituiscono la vera sostanza delle musiche di questo sette tracce composto tra il 2009 ed il 2010. Degno di segnalazione è il precedente album dall'ironico titolo "Lovely Happy Italy", licenziato nel 2008 dalla label giapponese Deserted Factory Records, specializzata nell'ambito death / black / doom / gothic / darkwave / noise / experimental / industrial. Una seconda, interessante pubblicazione, è costituita da un nastro sotterraneo rilasciato dal brand italiano Scorze Records, "Stay Depressed Kill Yourself", condiviso nel 2011 con i Dyskinesia, a cui Gioventù Suicida Studentesca contribuiva inserendo una delle due sole tracce presenti nella track-list, ovvero "Sgarbi Electronics Mafia", episodio presente in versione remixata anche in quest'ultima release limitata a sole cinquecento copie e licenziata nuovamente dalla Deserted Factory Records, "Musiche Per Un Popolo All'Ultimo Grido", ora in esame su Vox Empirea. "Oeus", opening track, appronta un'ampia gamma di radiazioni industrial-noise dalla potenza inaudita, la cui solennità è evidenziata dal periodico innalzamento di pads in collisione con la possente tempestosità sgorgante dagli equipaggiamenti, unitamente agli ilari vocal-loops di A. Tuzzolino ed agli estemporanei, irriverenti scambi di battute del dialogo finale. Il remix di "Sgarbi Electronic Mafia" espone il tagliente frasario televisivo tipico del personaggio inserito in un violentissimo contesto elettronico di pulsazioni e spazialità death-industrial dalle curvature apocalittico-tribali, rielaborate dal progetto breakcore / industrial / noise italiano Sandblasting, impersonato da Luca Torasso ed orbitante nel circuito Rustblade. Le frasi pronunciate da Marco Marfè di X-Factor fungono da interpunzione nell'ossessiva "Violentemente Marco", traccia infettata da imponenti scrosci di tecnologia sonica dall' incedere rallentato e gelidamente inorganico. Le sferoidali cadenze di "Amaro Vecchia Brianza" reintroducono osceni scampoli di umorismo naïf, estrapolati da una conversazione tra amici con principale interprete A. Tuzzolino, inseriti in un torbido scenario di tastiera e risonanze algidamente industrial. Un'altra trasfigurazione del concetto gossip si ode in "Corona Contro Tutti", episodio che stempera citazioni tv pronunciate da Fabrizio Corona in un allucinato schema elettronico radio-contaminato, elementi anteposti alla seguente "All My Stupid Friends", traccia che espone un terrificante insieme di sonorità death- industrial down-tempo mediante un testo urlato, militarmente scandito in una minacciosa coltre di effetti, echi ultraterreni e vaporizzazioni aliene. L'artificialità della voce appartenente a Piergiorgio Welby, uomo-simbolo, personaggio di spicco nel settore politico, giornalistico ed artistico, infermo da anni e scomparso dopo una significativa, personale lotta contro l'accanimento terapeutico, aleggiano spettralmente attorno alle robotike emissioni mininal-electronic-industrial noises di "Welby Mon Amour", a conclusione di questo album dalla musicalità corrotta, annientata. Atmosfere da estinzione planetaria intermiscelate ad una selezione di voci originali appartenenti a personaggi mediatici, con frasi dal significato simbolico, spesso emblematico, introdotte nella smisurata abissalità del suono hard-industrial, rappresentano i punti salienti dello stile di Gioventù Suicida Studentesca, portavoce di questo lacerante psicodramma consigliato a chi abbia già sperimentato nella propria mente gli effetti della devastazione sonora causata da uragani elettronici. Si apprende dalle note biografiche di rito, che Emanuele sta attualmente perfezionando un esperimento intitolato "Fastidio" con il progetto industrial-power-noise torinese Cain Arbour, disegno intrapreso parallelamente ad un altro, quello avviato con Nicola Daino, nel side-project che i protagonisti denominano estensivamente Nina Blanca Human Resources Division, una misteriosa creatura dalla fisionomia death-industrial e digital hardcore. Al fine di comprendere e condividere la personale visione della società secondo Gioventù Suicida Studentesca, segnalo con ensusiasmo questo "Musiche Per Un Popolo All'Ultimo Grido", un impietoso spaccato di attualità massmediatica e drammaticità tecnologica. Delirante riflesso dei tempi.

 

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-"[Greenosophy] Collected by Mizoo" - cd - by Maxymox 2012 -

green Vox Empirea seleziona per i suoi lettori solo il meglio del panorama musicale indipendente: reputo quindi imprescindibile segnalare questa elegante e recente compilation edita per la Ultimae Records, confezionata con l'abituale accuratezza sia sonora che estetica che da sempre contraddistingue la label francese. Questa articolata proposta in digipak-release è stata concepita dal d.j. elvetico Cyril Meserez, meglio conosciuto nei circuiti fin dal 1992 con lo pseudonimo Mizoo, il quale ha vagliato undici progetti tratti dalla scena ambient, IDM, electronics, downtempo, psy-trance globale, includendo nella raccolta le loro performances più rappresentative. La regia tecnica è diretta ancora una volta in sede di audio-matering dall'ottimo tocco di Vincent Villuis, artisticamente noto come AES Dana, fautore di importanti materializzazioni sonore del concetto elettronico ed immancabile autore dell'artwork il quale destina a piccoli capolavori di grafica tutti i prodotti della Ultimae Records. Nella compilation sono percepibili atmosfere sintetiche e dilatazioni tastieristiche dalle lente forme ambient-surreali, come quelle che compongono il primo brano dell'opera intitolato per l'appunto "Initial", formulato dalla sinergia tra il progetto svizzero Mnnsk con lo stesso Mizoo e vocalizzato rarefattamente da Ana Göldin, atto seguito dalle spaziali procedure elettroniche elaborate dallo spagnolo Rildrim nella sua "Tear-blind Eyes", brano corrispondente ad un trip oltre la dimensione planetaria. Lo statunitense Martin Stääf, in arte Liquid Stranger, propone "Minimum", una traccia in stile dubstep impreziosita da aereiformi e rilassanti strategie tecnologiche simili al gocciolare di materia aliena mescolate a pads onirici, la medesima acquosità udibile anche tra le gassose sequenze di "Emerge" edificata dalla musicista ellenica Marilena Samantoura nel suo disegno Sesen, autrice di questo ipnotizzante episodio sospeso tra dream-ambient ed electronics. Idilliache acustiche di provenienza psychill-downtempo compongono "Idea Spiral" nell'edizione live presentata dal francese Alexandre Scheffer, in arte Cell, all' Ozora Festival del 2011, ed eretta mediante cosmici flussi di tastiera ritmati da una rallentata drum-machine. Seguono le pacate ed iniziali punteggiature elettroniche di "Nubian Sandstone", traccia pensata e composta dallo svizzero Salvador Felix Leu interpretante il suo progetto Ajja, esposta attraverso un vaporoso insieme di accordi siderali, micropulsazioni, drumming flessuoso ed arrangiamenti psychedelici, elementi succeduti dalle dinamiche strategie incluse in "Subzero" del solo-project inglese Tripswitch, alias Nick Brennan, artista conosciuto anche attraverso la sua seconda identità chiamata Codemonkey, autore ora di questo passaggio integrante combinazini dub, trance, ambient ed electronics. I lettori di Vox Empirea conoscono perfettamente lo svedese Magnus Birgersson e la sua asettica creatura Solar Fields mediante la quale questo avanguardistico musicista dona vita ad una ballabile ed affascinante traccia di natura electro-ambient intitolata "Cobalt 2.0", intelaiata ad un pulsante meccanismo ritmico parallelamente a flou-pads che si librano nell'aria disegnando evanescenti traiettorie. Da alcuni anni la Grecia si è rivelata patria di talentuosi interpreti del suono avveniristico: in questa specifica occasione i riflettori si accendono sull'eclettico Mihalis A, aka Dimitrios Sakkas e meglio noto come MikTek, d.j. ed autore nel 2011 di una valida realizzazione autoprodotta denominata "Ambient Network" nonchè ora protagonista di questo brano distensivo, colmo di rasserenanti artifici deep-electronics-downtempo recanti il titolo di "Flying Dots". Proveniente dall'Inghilterra, James Murray è fin'ora confinato al ruolo di partecipante a compilations: attendendo una sua realizzazione su album egli offre con questa "Folding Pattern" un esempio della sua mirabile perizia electronics-ambient, strutturando una diafana composizione che trae forma da una sorta di veloce ticchettio quale base percussiva ammantata da nebbiose scie tastieristiche. L' one-man project del maltese Mario Sammut è definito Cygna, artefice di una variante neoclassica del paradigma ambient impiegante allo scopo sonorità acustiche di violino, cori angelici ed arpeggi di corde, elementi proiettati in un'ottica elettronica così nostalgicamente visionaria: il tutto percepibile nella conclusiva "Broken Dream Of A Little Snail". Platea d'ascolto limitata ai soli ed autentici estimatori della ricercatezza sonica, per una raccolta contrassegnata da tracce entro le quali dominano vicendevolmente cerebralità ed emozione. Conferisco alla label Ultimae Records il rinnovato merito di aver contribuito ad aggiungere ulteriore valore musicale ai nostri giorni anche attraverso questa particolare selezione che lascerà dietro di sè la gratitudine dei cultori per essersi originata. Sperimentatela e fatene una delle vostre colonne sonore per tutti i giorni a venire.

 

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- Guilt Trip - "Feed The Fire" - cd - by Maxymox 2012-

guilttrip E' di basilare importanza sottolineare che gli svedesi Guilt Trip rifiutano apertamente ogni tentativo di catalogazione in un preciso ambito stilistico; tuttavia, infrangendo questo dogma, collocherei la loro musica in un evidente contesto EBM / industrial ispirato prevalentemente ai modelli elettronici old school dei Front Line Assembly, con indiretti riferimenti alla durezza rock-elettronica degli Skinny Puppy e Nine Inch Nails. La band con sede a Stoccolma è formata in primis da M.Nilsson (vox & lyrics / songwriting) e K.Lindberg (keys / noises /songwriting), con i crediti esterni di J. Bergman (guitar), E. Lindberg (additional vox) e K. Johnsson (bassline), reduci di una prima ed ora estinta piattaforma industrial denominata Chirurgie Esthétique operativa nei 90's. Dal 2000 ad oggi, la band ha escogitato progressivamente un ancor più aggressivo e letale assetto industrial-oriented finalizzato all'eviscerazione e l'annientamento in chiave sonora delle ipocrisie che caratterizzano gli aspetti politico-sociali dei notri tempi, mediante testi e sonorità che posseggono come denominatori il profondo disprezzo verso le convenzioni di ogni genere e verso le false ideologie, rivestendo nella quotidianità il ruolo di attivi protagonisti, non di passivi sudditi del sistema. Il curriculum dei Guilt Trip elenca inizialmente due album-releases in versione digitale, "Reborn" del 2000 e "Stigmartyr", mini album dell'anno successivo, entrambi editi per la By Revolting Art Productions. La medesima label licenziò nel 2009 il primo full-lenght ufficiale, "Branded", a seguito del quale il progetto fu reclutato dall'eccellente brand svedese Complete Control Productions completando recentemente per essa il presente digipack-album "Feed The Fire", anteposto alla relativa raccolta di remixes limited edition "Feed The Fire Bonus Disc", nella cui tracklist appaiono le grandiose rielaborazioni di: Fredrik Arsaeus Nauckhoff (Registry), Kristian Pettersson (Mindpop / Scene Of Ritual / Shape Shifter / Ticket To Wonderland), Sören Jensen (Howler / Interact / Awful Death / Serpentum), Fredrik Djurfeldt (Severe Illusion / Instans / Knös / Vanvård), Fredrik Larsson (Death Destruction / HammerFall), Johan Fridh, Jakub Avenarius (CqB), Magnus Nilsson (MaNi / Popundret), Karl Lindberg (X!LE) e Jocke Skog (Clawfinger). Da segnalare inoltre, sempre per la Complete Control Productions, l'uscita del digital-single "Inanimate, brano complementare e precedente l'album "Feed The Fire", estratto dalla stessa tracklist ma trasformato in una versione del tutto differente rispetto quella originale in aggiunta all'inedito b-side "Oppression". La musica appartenente ai Guilt Trip non contempla particolari aperture nel registro melodico ma unicamente claustrofobiche rotazioni di voce dai toni duri, sprezzanti, provocatori, con drum-programming meccanico e chitarra elettrica, modulazioni presenti istantaneamente nel primo dei dodici brani inclusi nell'album, "Headplate", un mid-tempo energizzato da secche pulsazioni electro-ritmiche e vocals resi abrasivi dal livore dei testi. L'impronta dei Front Line Assembly marchia a fuoco praticamente ogni sequenza del disco, dettaglio che in "Breathe" viene risaltato nettamente attraverso la spigolosa forma EBM del suo drumming elettronico, nonchè dalle malevole inflessioni vocali di M.Nilsson scalfite dai riff chitarristici attivati da J.Bergman. "Inanimate", rilassante congegno electro, allinea al suo rallentato ciclo percussivo all'algida eleganza del synth e ad un canto esangue, poco più che un sussurro, così come la successiva "Eternal Return" ricalca la medesima velocità ritmica della precedente creando bpm elettronicamente ossessive che trascinano l'ascoltatore in una gelida dimensione sonora composta da filtraggi vocali, loops ed aeree folate tastieristiche. Lo schema percussivo di "Unite" accelera fino a concatenare nervosi stacchi EBM-oriented tratteggiati dal sequencing parallelamente alla dilatata spettralità emessa dal canto di M.Nilsson, formule anticipanti la ballabile "Once A Week Twice A Day", traccia torturata dalla serpeggiante affilatezza vocale che il singer distribuisce tra artifici elettronici, key ed ondate di asciutta percussività sintetica. Il gene recante il carattere EBM / industrial è fortemente radicato nel DNA dei uilt Trip, e ciò risulta percepibile anche nella successiva "Reset", infettata dalla perfidia canora di M.Nilsson che corrode minuto dopo minuto gli scattanti basamenti ritmico-programmati, mentre l'episodio seguente, "Life Spit Love", espande armonie antisolari mediante scie di vocals e la robotica freddezza electro -industrial dettata dal grafico percussivo. "Fragments" elabora asciutte replicazioni EBM mid-tempo affiancando ad esse un canto dalle tonalità acuminate, micro-segmenti di programming e rarefazioni tastieristiche, generando così un danzabile, spietato teorema tecnologico, identicamente alla successiva "Crack Up", caratterizzata dall'imperioso moto electro / EBM trasmesso dal suo impianto ritmico assaltato da turbolenze vocali, gassosi getti di key e lamine chitarristiche. E' la volta di "Braptism", progettata su alienanti correnti dark-electro / EBM in cui si avvicendano cosmici pads disciplinati dal regolare pulsare della drum-machine e vocals che alternano la loro consueta, roca determinazione tonale ad estese emissioni da androide. Scariche di iper- energia elettronica si sperimentano nelle trame della conclusiva "The Bright Side Of Lies", pervasa da robuste bpm dance-oriented formulate per sostenere il contrattacco vocale di M.Nilsson il quale converte il refrain in un autentico proclama a cui fare eco. Dotato di risolutezza nelle proprie sonorità e di una bruciante carica anti-sistema nel concept, "Feed The Fire" dimostra virtù che saranno apprezzate soprattutto dagli estimatori dell' EBM / industrial di provenienza nordamericana, attratti non solo dalle proprietà di questo specifico genere ma anche dal messaggio di disobbedienza universale proclamato con forza dai Guilt Trip. Sono legittimato a credere che il radicale cambiamento del mondo avverrà attraverso questo suono.

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- Hardwire - "Insurrection" - cd- by Maxymox 2012 -

hardwire Quadrato statunitense dell'Arizona consacrato all'asprezza del suono hard-electro/industrial, fondato nel 1999 dall'intesa artistica tra Ryan Hutman (vox - synths - progs) e Mike Marsh (guitar - vox), ai quali successivamente si accorparono Jonah "Werm" Foree (guitar - vox) proveniente dal progetto indus-metal Ikonoklast, e Xiån Austin (drums - synths - vox), ex componente della celeberrima power-noise band di Tucson nota come Alter Der Ruine. Contaminati radicalmente dai Rammstein, Ministry e Die Krupps oltre che dalla retroguardia metal-siderurgica old-school tedesca quali Nitzer Ebb e KMFDM, la band si evidenziò tra il 2006 ed il 2008 per avere interpretato le soundtracks delle pellicole horror low-budget "The Great American Snuff Film" e "Death of a Ghost Hunter". Gli Hardwire varcarono inizialmente la scena nell'anno 2000 pubblicando un primo test su CDr e D.A.M. intitolato "Industrial Hardcore", edito nella sua versione estesa dall'etichetta californiana MP3.com e come self-production nella seconda edizione dalla tracklist sensibilmente ridimensionata. Nel 2003 fu la volta di "Keyboard Cowboy", autoproduzione che racchiudeva alcuni brani tratti dal precedente album definiti "early demo versions", precedendo il successivo ep "Konflict" licenziato nel 2008 dalla Glow Room Records, comprendente ottimi remixes elaborati dagli stessi Die Krupps, Angelspit, En Esch, X-Fusion, Collapsed System, KREIGN e Caustic. In tempistiche simultanee fu prodotto anche un sampler di quattro tracce privo di label nominato semplicemente "Demo CD" dopo il quale la piattaforma si concesse un periodo di stasi discografica fino all'accordo siglato nel 2011 con la sempre eccellente Danse Macabre, label a cui è affidata la recente pubblicazione su full-lenght titolata "Insurrection". Lodevole anche l'attività live del progetto vissuta in un decennio al fianco di una lunga lista di eminenze quali Fear Factory, Front Line Assembly, Dismantled, Cyanotic, Hocico, Spetsnaz, VNV Nation, Project Pitchfork, Ayria, My Life with the Thrill Kill Kult, Obscenity Trial, Slick Idiot, Imperative Reaction, Chemlab, Everything Goes Cold, Hanzel ünd Gretyl, Alter Der Ruine, 16 Volt e Lenny Dee. Focalizzando l'analisi sui contenuti dell'album "Insurrection" si evidenzia una tracklist di undici brani dalle sonorità meccanicamente dure, rabbiose, come appare nel primo episodio "Stand and Cower", annunciato da solenni orchestrazioni di tastiera oltrepassate dalla meccanica estensione del drum-programming in modalità mid-tempo sulla quale le roche tonalità del vocalist descrivono un testo infuocato. "Plague" devasta il suono utilizzando sciabolate chitarristiche, acide toccate di synth, drumming velocizzato ed astio canoro pronunciato con voce tenebrosamente gutturale, diffusioni precedenti lo scattante dinamismo electro-hardcore che ritma "God Help Us All", traccia che introduce il solo project tedesco En Esch, alias Nicklaus Schandelmaier, membro dei primordiali KMFDM oltre che dei Pigface, Excessive Force e Slick Idiot, interprete ora di una ballabile creazione dalle procedure nevrasteniche, spossanti, edificate su martellanti scansioni techno-percussive, imponenti flutti di materia elettronica, trafitture di synth e taglienti riff chitarristici in stile indus-metal accompagnati da veemenza canora. "Taste of Flesh" contamina il sound attraverso la virulenza di un flagellante industrial percosso da rapide battute di drum-programming e tratteggiato da vocal-loops contemporaneamente all'abrasiva tonalità del singer; la successiva "Expired" corrisponde ad uno splendido indus-metal abbellito da ornamenti elettronici di prim'ordine, sfoggiante un imponente voltaggio irradiato dalle chitarre parallelamente a scansioni di percussività downtempo e vocals che alternano glaciali filtraggi da robot alla collera di cui sono gravide le melodie del refrain, il tutto per un brano che considero tra i migliori dell'album. "No Regret" assesta la propria musicalità in direzione di un electro-industrial solidamente eretto su energiche bpm rincorse dal febbrile rigore del programming e vocals cavernosi. Un altro eccellente modello di tecnologia electro-industrial è rappresentato da "Lust for Pain", la cui freddezza dilaga implacabilmente tra le rallentate procedure generate dall'apparato drum-machine-progs che preme sull'opacità del synth e sui vocals sussurrati con tagliente perfidia, suoni anticipanti la successiva "Deceit" e la sua futuristica, deflagrante struttura electro-indus-metal modulata da un canto ferreo, rocamente militaresco, intrecciato alla folgorante tensione chitarristica ed alla techno-ritmica programmata a doppia velocità, della quale la prima risulta calibrata da battute mid-tempo e la seguente da un passo assai più frenetico, punteggiato dalla velenosità del synth. "Burn it Down" è un congegno indus-metal dalle atmosfere post-nucleari costruite attraverso un perfetto dosaggio di brutalità vocale e celeri falcate electro-ritmiche in aggiunta all'imperiosa possenza scaturita dalle chitarre, mentre nella successiva "This Virus" si avvicendano le spedite cadenze dell'e-drumming innervate da vocals stizzosi e patologiche manipolazioni elettroniche. L'ipnotica pacatezza introduttiva di synth e programming relativa a "Time Bomb", come la silente attesa che precede l'esplosione, anticipa un aggressivo e sconvolto modulo di percussività, chitarre e voce in assetto hardcore-indus-metal, i cui magmatici frammenti si espandono ipervelocemente conficcandosi tra le pareti di un sound estremo, omicida, concludendo un album senza compromessi che piacerà agli appassionati di acustiche dominate dalla furia delle macchine e dalla tellurica elettricità di corde le cui vibrazioni sono in grado di scomporre la formulazione chimica dell'aria. Con il suono degli Hardwire a pieno volume insorgerete da qualsiasi forma di oppressione.

 

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-HNN - 'Pièce Radiophonique' - lp - by Maxymox 2012 -

hnn Per scelta, Vox Empirea webzine si occupa prettamente di recensire i prodotti discografici contenuti nel formato sonoro ad essa più ideale, ovvero il compact-disc. L'eccezione che conferma la regola proviene da un artista che, per suo altrettanto legittimo arbitrio e come molti altri musicisti, incide le proprie creazioni su vinile; dopo una lunga riflessione ed un ascolto attento dell'lp in questione, ho infine deciso che il francese HNN meri concretamente di essere valutato e segnalato nelle mie pagine. Hsilgne Nekorb Ni, questo è il nome per esteso appartenente al compositore, rientra stilisticamente nell'area synthpop/wave, debuttando con questo eccellente otto tracce limitato a sole cinquecento copie, "Pièce Radiophonique", licenziato dalla label transalpina La Forme Lente. E' una release che accoglie nel proprio epicentro viraggi di natura ambient/indus e sedimenti electro-minimalisti, differenziandosi dai tipici moduli esposti durante il percorso artistico di Hsilgne, rappresentato principalmente dal suo progetto individuale chiamato Gregg Anthe con il quale egli ha realizzato dal 1997 al 2011 quattro albums di genere rock-wave/ goth/ modern classical nelle line-up delle celebri bands In Broken English e Morthem Vlade Art. HNN è quindi uno pseudonimo parallelo, attraverso cui il protagonista esplora con passione svariati emisferi elettronici rivelando idee estremamente chiare in materia tecnologica e mostrando una particolare cura rivolta agli aspetti melodici delle strutture che appaiono scevre di ogni appesantimento o eccesso, lasciando come figura primaria nient'altro che l'automazione sonora che fa del disco un prodotto snello, fruibile e positivo sotto ogni suo minimo tecnicismo. L'ascolto dell'opera riserva inoltre le liriche curate da Emmanuelle Desmonts-Roudgé e quindi la prima, squisita sorpresa, "Life X-Press", un armonico trait-d'union che collega il versante synthpop depechemodiano a quello new wave stile Cure, generando una song ben ritmata con interpreti uno scattante programming, il synth, arpeggi chitarristici old-school ed un affascinante canto dal refrain irresistibile. "Renouveau Ordinaire" è un electro- downtempo-theme interamente strumentale dagli accordi atmosferici e sequenziati che lasciano trasparire una velata coralità femminile, mentre la successiva "Mono" espone dettami minimal-electropop derivanti dall'entroterra 80's, prodotti attraverso le essenziali codifiche del programming in combinazione con leggere toccate di synth ed un accompagnamento vocale in modalità retrò. In seguito si giunge alla sperimentazione obscure-ambient diffusa da "Propagande", traccia dalle cromature tastieristiche gelide e suggestive, con pads foschi, estesi, trafitti da secche intereferenze elettroniche, fino al raggiungimento della successiva "Iris", edificata mediante rigorosi e gocciolanti sostegni mid-tempo di programming, catturanti evoluzioni di tastiera, vocii fanciulleschi in sottofonfo ed i vocals di HNN che riflettono un mood introverso, inappagato. "Exhibition", anch'essa strumentale, prolunga il piacere dell'ascolto attingendo ispirazione dalle retrospettive elettronico-analogiche di synth e sequencing risalenti ad epoche gloriose, concedendo l'ingresso alla strepitosa musicalità post-Kraftwerk emessa da "A Step Outside", electro-track dall'incedere robotico generato da matematiche scansioni di drum-machine quale base atta a supportare cosmici flussi di tastiera ed una forma di canto impeccabile, che si fa ricordare per intensità e melodia, il tutto in un capitolo che personalmente ritengo il migliore dell'intera release nonchè tra i più rappresentativi da me ascoltati fin'oggi. La chiusura dell'opera avviene attraverso l'omonima "Pièce Radiophonique", un'inattesa e struggente piece completamente pianistica che lascia intravedere spiragli neoclassici, romantici e decadenti in una track-list costruita essenzialmente da tecnologiche artefazioni del suono. Otto brani onesti, ispirati, scolpiti con pregevole finezza per altrettanti irrinunciabili momenti da trascorrere immersi in prospettive sintetiche di assoluta eccellenza. Il lavoro esaminato offre una resa complessiva appagante, oltre i consueti standard, reggendo senza difficoltà i paragoni con i più accreditati rappresentanti del genere elettronico, siano essi remoti o attuali. Se siete autentici epigoni del pop elettronico, quello che convince al primo ascolto, attivatevi al più presto alla ricerca di "Pièce Radiophonique": possedere questo disco è motivo di orgoglio.

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- Inter-Connection - "Traces From Heaven" - cd - by Maxymox 2012

interconnection La peculiarità che più di ogni altra si distingue nella biografia inerente i quattro rappresentanti del progetto electronic-synth-poppish noto come Inter-Connection è relativa la loro differente appartenenza geografica: René Tebbe (composer-producer-synths-progs), proviene infatti da Hannover, Germania, Paul Rodger (lyrics) da Londra, Revital Ben Hemo (vox) è israeliana, mentre Roma è la città originaria di Giuseppe Calandrini (vox), conosciuto come "the Dsider". A seguito di una fortuita serie di circostanze gli elementi, accomunati dalla passione nutrita verso il suono tecnologico, raggiunsero collettivamente nel Dicembre 2010 una sorta di equilibrio creativo combinando in una sola formula le irresistibili melodie old-school 80's e 90's del trittico Erasure, Depeche mode e Yazoo intersecate dai richiami waveggianti tipici del repertorio Tears For Fears e Ultravox, il tutto integralmente elaborato da curatissimi fondamenti elettronici. Grazie ad un'incessante opera evolutiva stratificatasi in un biennio, il sound dei più recenti Inter-Connection denota invece plurimi connotati EBM, darkwave, techno e dark-electropop, evidenziando un vulcanico desiderio di sperimentare sempre nuovi schemi rifuggendo stilisticamente da catalogazioni definitive. Oltre all'ampio consenso riscosso in Europa, è altresì opportuno evidenziare l'importante riscontro ottenuto dagli Inter-Connection anche presso emisferi extraeuropei attraverso le selezioni dei radio dj's ed anche in ambito strettamente giornalistico, ma, soprattutto, da parte di un pubblico sempre in crescente ascesa, esito ottenuto grazie ad una perfetta sinergia tra armonie di origine sintetica e vocals irresistibilmente catturanti. Altrettanto degna di annotazione è la torrenziale produttività discografica rilasciata in un arco temporale assai ristretto, caratteristica annessa ad una graduale metamofrosi del registro compositivo intrapresa dalla band con il fermo intento di ottimizzare il sound e, soprattutto, appagare il proprio amore per la musica alternativa. "Traces From Heaven" è il debut-album del 2012 licenziato dalla label moscovita ScentAir che ha concesso agli Inter-Connection di essere annoverati come uno dei migliori progetti synthpop appartenenti all'ultima ondata, merito di canoni elettronici estrememente assimilabili in aggiunta ad un alone di oscurità che irradia testi ed acustiche. Oltre al citato titolo la formazione ha pubblicato, sempre nel 2012 e per la prestigiosa A Different Drum, brand statunitense con base a Smithfield, l'album "Chrome", release contrassegnata da soluzioni tecnologicamente avanzate e meno ombrose che nel primo episodio. Un terzo album, "Life", anch'esso completato ed atteso per questo prodigo 2012, sarà affidato con ogni probabilità alla medesima A Different Drum, lasciando intravedere all'orizzonte un quarto full-lenght ad oggi in piena fase di "work in progress" di cui sono già disponibili su YouTube i due brani "Drowning" e "Hate". Attendendo la pubblicazione del prossimo lavoro ci occupiamo quindi dell'album di esordio "Traces From Heaven", disponibile inoltre dal 2011 in formato digitale e radice delle successive evoluzioni discografiche proclamate dalla band: la tracklist del disco racchiude undici brani ed altrettante occasioni per ascoltare un electronic-synthpop davvero intrigante, professionale e colmo di spunti melodici da immagazzinare piacevolmente nella propria memoria. Avverto nell'opener "You Could Be Kind" un indissolubile legame con le classiche formulazioni di synths e programming sfoggiate dagli originari Depeche Mode intercalati da un canto i cui accenti rimandano a quelli stupendamente armonici dei Kiethevez. La voce ben definita di Revital Ben Hemo intona "Shut My Eyes" un mid-tempo scandito da asciutte scansioni di drum-programming ed attraversato da pallidi respiri tastieristici, sonorità in anticipo sulle aggraziate procedure Erasure-oriented diffuse dalla stessa "Traces From Heaven", un synthpop che sottolinea nuovamente la raffinatezza vocale di Revital in parallelo a cristalline toccate di synth. Più dinamica, la forma pop-elettronica appartenente a "Cry" si regge prevalentemente sulle appassionate evoluzioni canore di Giuseppe abbellite dalle danzabili costruzioni di tastiera e programming architettate da René, precedenti la poesia emanata dalle liriche vergate da Paul in "So Near So Far", traccia electro-downtempo all'interno della quale dilaga l'emozionale canto di Revital dolcemente avvolto da pizzichi di chitarra tra nostalgiche orchestrazioni di synth, pianoforte e l'impalpabilità esalata da un sottilissimo filamento percussivo. Si raggiunge quindi "Riding Out The Storm", anch'essa posizionata ritmicamente su un drumming mid-tempo secco e pulsante sul quale si incuneano le armonie vocali di Revital ornate dalle suggestive punteggiature di synth musicate da René. La timbrica della tastiera, l'impostazione vocale di Giuseppe ed il restante contesto di programming relativi a "Never Again", fanno rinverdire con straordinaria vividità i migliori Yazoo, mentre la successiva "Silence" predilige traiettorie rivolte alla malinconia impiegando la calda, matura accordatura vocale di Revital, snelle trafitture electro-percussive e la nobile struggevolezza fluita da sinfonie tastieristiche, il tutto custodito nello scrigno di questa sad-synthpop track che giudico una perfetta mixture tra sentimento e moderna tecnologia del suono. L'atmosfera elettronicamente affranta si rianima nuovamente in "My Wilderness", episodio entro cui le fioriture vocali di Revital richiamano quelle emesse in tempi remoti da Alison Moyet, ed i pacati accompagnamenti di synth e programming esprimono al meglio la devozione degli Inter-Connection al repertorio Yazoo. La melodica bitonalità male-female esposta nella successiva "What Can I Do?" curva il suono in direzione di un pop avanguardistico ricco di romanticismo ed eleganza, identicamente alla traccia di coda, "Reaching Out", anch'essa edificata da un'ardente passionalità canora che il vocalist intreccia alle rattristate sezioni di tastiera ed il minimale downtempo calcolato dal programming. Intuizioni armoniche di grande presa ed una convincente destrezza tecnica caratterizzano gli Inter-Connection, meritevoli dell'approvazione da essi riscossa su scala internazionale e discepoli del synthpop appartenente ad epoche leggendarie, immortali. L'esordio rappresentato da "Traces From Heaven" garantisce di fatto alla band una solida base sulla quale stratificare progressivamente un vero e proprio trionfo, purchè la linea compositiva impostata rimanga come ora distante da tentazioni commerciali e munifica di sonorità così aggraziate. Le anticipazioni relative il prossimo lavoro confermano ciò, facendo ragionevolmente auspicare un'opera di caratura superiore alla media e destinata ad elevare ulteriormente la credibilità del progetto sul quale depongo grandi aspettative. Nell'attesa, rivolgendomi al pubblico osservante il genere in questione, sarebbe vantaggioso tendere l'ascolto anche all'intermedio "Chrome", debut-album entro cui si scindono le iniziali premesse originando una rinnovata prospettiva elettronica similmente valida quanto la precedente: in funzione di questi elementi, circoscrivo con assoluta persuasione gli Inter-Connection tra le più brillanti synthpop-platforms evidenziate da Vox Empirea nell'anno corrente. Good listening.

 

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- Impakt! - "Imperia" - cd - by Maxymox 2012

impakt L'allineamento di quest'ottima electro-band finlandese alla schiera di artisti appartenenti alla EK Product rimarca quanto l'etichetta campana sia scrupolosa nel selezionare i propri reclutati tenendo imprescindibilmente conto del fattore qualitativo del sound-system e dell'effettiva potenzialità degli artisti coinvolti. Questi connotati sono attribuibili agli Impakt! personificati da tre elementi: Petja Valasvaara, noto soprattutto come Vince (machines) il quale con Pasi Janhunen costituì dalla seconda metà degli anni '80 il progetto electro-synthpop denominato Advanced Art estintosi nel 1995, in associazione a Sam (vox) e PW (percussions). La piattaforma rivendica la propria fondazione molti anni addietro rispetto al suo ufficiale ricomponimento avvenuto nel 2010: infatti tre protagonisti, all'epoca studenti, si conobbero nel citato 1985 condividendo la passione verso il suono industrial-sperimentale ma intraprendendo in seguito ognuno un percorso musicale basato sulle proprie inclinazioni. Furono questi i presupposti per i quali Vince optò per il formulario elettronico proposto dagli Advanced Art, diversamente dalla scelta adottata da Sam e PW entrambi orientati verso una particolare miscela tra rock e Irish music. Le strade di Vince e PW si incontrarono nuovamente nel 1993 rispondendo quest'ultimo all'appello inerente la ricerca di un live-drummer rivolto dagli Advanced Art, evento che permise la temporanea riunione tra i due musicisti conclusasi nel 1996 con la dissociazione del progetto. Trascorse un lungo periodo durante il quale PW e Sam avviarono congiuntamente un nuovo tragitto artistico presso altre bands finlandesi, mentre lo stesso Vince preferì dedicarsi privatamente al songwriting. L'anno 2010 siglò di fatto la rinnovata convergenza dei tre nel progetto unitario oggi trattato da Vox Empirea il cui nome è Impakt!, realizzatore di questo magnifico debut-album che segnalo doverosamente ai seguaci dell'electro di razza evoluta: ""Imperia" ostenta un atteggiamento tecnologicamente dance mediante simmetrici innesti di drum-programming, vocals dosati ed impostati con navigata strategia unitamente a mirati apporti di synth, il tutto condensato in una tracklist enumerante nove brani in aggiunta a tre bonus remixes affidati ai progetti Autodafeh, Retrogramme e Grandchaos. L'episodio di partenza è "Coil Around Your Soul" le cui opache procedure introduttive cedono spazio ad uno sviluppo palesemente electro-dance e strutturato da catturanti formule vocali che aumentano in misura esponenziale la presa dell'impianto ritmico mid-tempo. "Tie Your Wings Down" è considerabile come una traccia di eccellenza nell'intera title-track per la sua stupefacente proprietà attrattiva espressa dall'incalzante schema percussivo durante il quale la drum-machine scandisce il tempo parallelamente ai vocals di Sam interpretabili come un'inevitabile esortazione alla danza, identicamente alla la successiva "October Rust" la quale addiziona al cartesiano rigore del drum-programming coinvolgenti sezioni di canto e tatticismi elettronici dalla mordacità accertata. Si giunge quindi a "Coming Down With Fire", electro-song accelerata da meccaniche propulsioni ritmiche quale supporto a vocals aperti ed ampi respiri di synth. Al contrario, nella seguente "No Refuge From A Memory" predominano formule elettroniche orientate verso la malinconia, sonorità delineate da corpose ondate tastieristiche ed un minimale regime percussivo simultaneamente alle intonazioni di Sam che diffondono liriche colme di mestizia e dal refrain emozionale. "Your Cleansing Love" riprogramma il sound-mood calibrandolo nuovamente verso danzabili traiettorie circoscritte dalle pulsazioni del drum-programming in combinazione all'incitante atteggiamento del canto, così come la successiva "Shameless" recupera nostalgie vocali screziate di disperazione ora introdotte tra un electro-drumming martellante entro cui si alternano attimi di autentica passionalità canora a placide interpause. L'allestimento relativo a "We Own The Night" propone a sua volta un veloce electro-drumming su cui si incardinano perfettamente i vocals di Sam ed i flussi del synth, elementi anticipanti la seguente "For Our Lost Empire" dal cui nucleo sgorga una concatenazione percussiva che tratteggia la seduzione del canto e gli abbellimenti elettronici mediante il dinamismo di bpm dance-minded. Il progetto EBM-electro svedese costituito da Anders Olsson, Jesper Nilsson e Mika Rossi denominato Autodafeh rielabora il concetto di "October Rust", primo remix della successione, addizionando ad esso cicli percussivi rivolti alle piste e misurate decorazioni elettroniche di sostegno. Si prosegue con la nuova fisionomia electro-trance di "For Our Lost Empire" architettata dai Retrogramme, disegno stilisticamente polifunzionale nelle aree electronic-IDM-synthpop-darkwave originario di Washington composto da Rob Early, Nikk Allen e Dmitry Pavlovsky. Il comparto ritmico appartenente alla conclusiva " We Own The Night" viene interamente snellito nella rielaborazione ideata da Grandchaos, solo-project belga di natura dark-electro impersonato da Tcheleskov Ivanovitch, il quale riprocessa la traccia disidratandone le forme rendendole maggiormente nervose e scattanti. Gli Impakt! dimostrano di possedere autorevolezza ed un ragguardevole senso dell'elettronica, particolarità che fanno della band un orgoglio ed insieme una promessa da parte della label EK Product. I tecnicismi impiegati nell'edificazione del disco sono di prim'ordine, i vocals si espandono vividamente nelle musiche emulsionandosi perfettamente alle melodie ed al ritmo generato dalle macchine. Un ottimo debutto che si farà apprezzare dalla vasta platea di estimatori del genere. Codice d'accesso: "Imperia". Effetto: electro-inebriamento garantito. Fine del messaggio.

* K *

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- Karma In Auge - 'Memorie Disperse' - ep - by Maxymox 2012 -

karmainauge Attendendo l'ascolto dell'auspicata realizzazione su album relativa al terzetto tarantino dei Karma In Auge, Vox Empirea esorta i lettori a visualizzare la pagina "interviste", ambito ove è contenuta un'interessante conversazione in cui la band ha esposto i propri connotati biografici e molto altro riguardo l'attività artistica che dal 2006 li rende interpreti di uno stile che personalmente definirei "sadly rock-wave". Il presente ep "Memorie Disperse" costituisce il primo test attraverso cui Salvatore Piccione (vox/guitar), Giovanni D'Elia (bass) e Mimmo Frioli (drum/synth) hanno espresso liberamente le ispirazioni che animano il loro repertorio, proponendo questo sei tracce edificato nel 2010 e contenente sonorità cosparse di frammenti che rimandano globalmente alla poetica tenebrosità dei Joy Division amalgamata al vigore post-punker dei Killing Joke, elementi disciolti a loro volta in un contesto lirico fortemente sorretto da decadenti prose che non celano il retrogusto amaro del disagio, della solitudine e della stessa disperazione. La release esordisce inizialmente con le veloci battute percussive che definiscono la robusta fisionomia di "Visione", song edificata mediante focosi pentagrammi di chitarra elettrica, simmetriche pulsazioni di basso ed i vocals di Salvatore che troneggiano decantando strofe riflettenti lancinanti drammi interiori. La successiva "Spleen" antepone al canto un sound teso di corde, ritmica rock-minded e testi dolorosamente depressi, mentre più innanzi "Borderline" inscena un nevrastenico modulo rock-waver con drumming ulteriormente velocizzato, infrangendosi contro taglienti barricate chitarristiche, le rotazioni di basso e le opacizzazioni vocali di Salvatore. "Anime Perse" si consacra ai rigidi dettami indie-rock/post-punk, diffondendo atmosfere psicotiche arroventate da magma chitarristico, così come "Illusioni Di Una Musa" protende verso formulazioni più malinconiche, pronunciando sonorità in modalità post-rock/wave nel cui ciclo si intrecciano nerbolute percussioni, punteggiture di basso, la poesia emotional-noir declamata da Salvatore ed i solidi accordi della chitarra, il tutto avvolto da calde sezioni tastieristiche. L'omonima "Memorie Disperse" conclude l'opera proiettando su un'adombrata superficie dark-rock-wave delineata da basso, guitar e batteria, parole meditabonde recitate con accoramento e disillusione, affidando all'intensità del loro stesso significato la funzione di raggiungere l'anima. Band meritevole di interesse nonchè fulgida promessa del suono alternativo nazionale. Nessuna virtuosa pretenziosità, nessun forzato desiderio di stupire: nei Karma In Auge risiede lo stile compositivo sobrio ma pronunciatamente vitale che ha concretizzato questo ep, preludio di un probabile full-lenght ufficiale invocato da un numero crescente di estimatori. Per quanto concerne il mio giudizio, rapportando la giovane età del progetto ai risultati sonici scaturiti da "Memorie Disperse", non potrei esprimermi in termini più elogiativi.

 

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- Known Rebel - "Hollow" - cd - by Maxymox 2012 -

knownrebel Il duo ibicenco dei Know Rebel, produttivo fin dal 2009 nei plurimi settori IDM, Ambient, Downtempo, Electronica, Experimental e Dubstep, concretizza il proprio obiettivo affidando alle impeccabili credenziali della label di Chicago Tympanik Audio il compito di promuovere questo eccellente "Hollow". Germán Escandell e Jaime Irles, questi i nomi dei due titolari del progetto, concepirono l'album in esame nel 2010 assegnandone inizialmente la prima versione digitale alla net-label di Seattle denominata Embermusic, iniziativa che riscosse sufficienti crediti tali da convincere la citata Tympanik Audio ad occuparsi della relativa ristampa destinata agli estimatori della pienezza del suono in formato CD. La biografia artistica della piattaforma menziona solo poche note tra le quali spicca l'innata tendenza alla sperimentazione di acustiche artificiali estese anche in ulteriori generi quali ambient, glitch e breaks, indice di versatilità e di costante impegno alla ricerca del "suono ideale", sforzo che ha condotto i due protagonisti alla stesura di questo full-lenght contenente sette brani in trasposizione album e sei remixes rielaborati dai magnificenti guests Jaime Irles, Mothboy, Roel Funcken, Lucidstatic, 2methylBulbe1ol ed Access To Arasaka. Le strutture musicali prodotte dai Known Rebel sono inquadrabili in un contesto estremamente atmosferico, quasi notturno, sempre strumentale ed orientato verso avanzate manovre di tecnologia acustica esprimenti finezza, intelligenza ed una solida conoscenza dei teoremi più avanguardistici, elementi avvertibili da subito nella prima delle tracce in lista, "Anonymous”, pianificata su criteri IDM composti da leggere toccate di synth, drumming intricato e multidimensionali effetti di voci loopate. Segue la raffinatezza delle alchimie elettroniche di “Neigh”, brano sfoggiante un pentagramma di suoni indirizzati all’ascolto distensivo, resi tali dal lento scandire della drum-machine a sostegno di incantevoli evoluzioni tastieristiche dagli accenti malinconici. Molto atmosferica, l’introduzione relativa a “Mechanical Sunset” preannuncia una capillare fioritura di pianoforte appena accarezzato, pulsazioni di sequencing, ritmica downtempo progettata con rigore estetico e fascinose correnti di key-sound, a completamento di un capitolo davvero molto interessante scritto e realizzato da Andrey Gusev. Flessuose artefazioni della nozione sonora si odono ora in “Herz Aeon”, brano che seduce attraverso le sua visionaria quiete estesa da pads evanescenti, e-drumming meccanizzato, gassose interferenze e campionamenti vocali, in anticipo sulla condensa tastieristica che introduce “Gathering Of The Argonauts” nella quale si articolano micronizzazioni elettroniche, nostalgici rintocchi di keys e percussività sezionata. “Science” è rivestita interamente da schemi IDM architettati su taglienti frazionamenti percussivi, loops vocali ed un caldo manto di ampliamenti tastieristici. “Smart” crea invece diafane prospettive impiegando rarefazioni di programming, piano e letargici suoni di sintesi, mentre il primo dei remixes in nota relativo a “Helium-3” destruttura il brano riformulandolo secondo i principi del musicista Jaime Irles, il quale pianifica allo scopo serene orchestrazioni tastieristiche intersecate da precisi stacchi downtempo. L’eclettico Simon John Smerdon ingegna la rielaborazione in chiave electro-jazz di “Herz Aeon”, traccia che qui assume le fisionomie più breakkate e scattanti, precedenti il successivo ingresso del remix di “Smart” qui ricostruito da Roel Funcken, musicista noto nel panorama IDM con lo pseudonimo di Mr. Grid, il quale riallestisce la traccia base mediante un lisergico campionario di suoni avanguardistici e riprocessati. Dalle gelide lande dell’Alaska, James Church, aka Lucidstatic, riscrive lo schema di “Gathering Of The Argonauts” qui rivisitata in modalità breakbeat attraverso un drumming elettronicamente distorto, sonorità disturbate ed una trasognante nebula di pads. Il solo-project francese denominato 2methylbulbe1ol trasforma a sua volta “Heluim-3” remixandola in un nervoso congegno industrial-dubstep che costituisce uno dei migliori eventi dell’album, mentre il celeberrimo newyorkese Rob Lioy, con il quale i Known Rebel condividono la label mediante il suo disegno Access To Arasaka, riediziona “Herz Aeon” sottoponendola ad una snodata trasmissione di fratture IDM-glitch inondate da pads aeriformi che ornano la traccia rendendola semplicemente meravigliosa. Promettente debutto per questi due newcomers in possesso di gran classe ed in grado di escogitare la spettacolare interfaccia che in “Hollow” riversa tutta la sua notevole carica emozionale. Il tratto distintivo del progetto non è quindi esclusivamente legato alla costruzione delle più avveniristiche strategie del concetto elettronico, ma bensì al saper combinare con equilibrio la freddezza delle macchine all’impulso sentimentale degli umani, elementi opposti che in questa release si accorpano armoniosamente. Queste congiunzioni offrono all’ascoltatore a tema un album appassionante che denota tutta la perizia compositiva dei Known Rebel sviluppata progressivamente attimo dopo attimo all’interno di tracce appartenenti ad uno stile musicale tra i più colti. Un'altra stella risplende ora con onore nel firmamento della Tympanik Audio. E’ vostra.

* L *

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Langemarck - "Requiem" - cd - by Maxymox 2012

lange  La rassegna di releases selezionate per i lettori di Vox Empirea prosegue con un'altra significativa proposta licenziata dalla grandiosa label tedesca SkullLine, in questa occasione editrice dell'album "Requiem", ultimo lavoro del solo-project interpretato da conterraneo Stefan S., musicista dark-neofolk/martial/electro-industrial di Bonn. Il nome stesso dell'artista è un tributo dedicato alla mitologica battaglia tenutasi appunto a Langemarck nelle Fiandre nel 1914, evento vividamente impresso nell'immaginario del protagonista il quale erige un suono martial-neofolkey dai tratti velati di minimalismo elettronico, caratteristiche riscontrabili fin dal suo primo mini-album autoprodotto, "Ansprachen An Die Jugend" realizzato nel 2004, oppure nelle sperimentali trame di "Injustitia Est Commodatum", full-lenght ufficiale rilasciato nel 2008 dalla label russa Der Angriff, nota per essere promotrice del Heilige Feuer festival di S. Pietroburgo. L'anno 2009 segna l'importante svolta discografica di Langemarck ottimizzata dal contratto siglato con la SkullLine, marchio attraverso il quale l'artista pubblica nel 2009 l'album "The Malta Experience" parallelamente al mini "Vom Rhein Bis An Die Trave", nella cui tracklist spiccava l'ottima "Dresden". Contrariamente a quanto si deduce dal titolo del recente prodotto quì analizzato e, come espressamente dichiarato dallo stesso Langemarck, l'album "Requiem" non sigla affatto il capitolo finale della sua creatività ma bensì l'inizio di un possibile e momentaneo allontanamento dalle scene, intenzione che sarà confermata o smentita nella lunga percorrenza. L'opera in questione, distribuita in tiratura limitata a cento copie numerate manualmente, alloggia undici episodi dalla musicalità scarna e soggetta a qualche imperfezione acustica, dettagli che tuttavia non riducono la presa di un sound elettronicamente oscuro, spento, asciutto, ma anche sinfonicamente disciplinato e dal retrogusto commemorativo. E' il caso del tratto iniziale dell'album, "Back In Town", traccia che con il suo tambureggiare sintetico unito a note echeggiate e campane dissonanti nello sfondo introduce da lì a breve la successiva "Requiem 1", lenta e cadenzata come una soldatesca celebrazione dedicata al ricordo dei caduti, entro cui la voce di Stefan intona liriche colme di composta afflizione in aggiunta a minimali inni tastieristici. Essenzialità strutturale, vocals malinconicamente espressi tra lineari emissioni di drum-programming e gelidi rivoli di synth costituiscono i fondamenti di "Not Even In My Dreams", mentre quelli predisposti nella seguente "Bells In The Dark", brano interamente strumentale, interpretano nostalgie e fragili emozioni attraverso cristalline toccate tastieristiche i cui riflessi, velati di garbato romanticismo, punteggiano atmosferici accordi attraversati dal battito downtempo generato dalla scarna drum-machine. "Sunday Morning", altrettanto rallentata, affida all'ascolto una sad-song dalla natura marziale, elemento percepibile nelle militaresche scansioni del drumming combinate ad esangui formule di canto su cui svettano il tintinnìo del synth ed un'ulteriore comparto tastieristico emulante regali soffi di tromba e sezioni d'archi in aggiunta ad estesi accordi dalla timbrica minimale. "Winters End" propende anch'essa per l'impiego di basilari architetture di sintesi simili ad incisioni su una lastra metallica, concetto esplicato da una musicalità di keys depressa, uggiosa, i cui pads, riversati come onde, vengono solcati da vocals che interpretano con misurato struggimento un cantico geneticamente neofolk-marziale. Il suono concepito da Langemarck esplora anche differenti emisferi come dimostra la successiva "Komm Zu Mir", gradevole traccia synth-popish di estrazione depechemodiana edificata mediante drum-programming midtempo, basse e riverberate tonalità di canto abbellite da un refrain d'effetto, sequencer e l'artificialità del synth le cui toccate risplendono come minuscoli frammenti di vetro. "Valse Pivoines" inscena un lento, livido melodramma sinfonico-marziale entro i cui schemi si intravedono barlumi di nostalgico romanticismo, soluzioni congegnate programmando un esteso battito monotimbrico sul quale volteggiano la struggevolezza canora di Stefan unitamente a disidratate archestrazioni di archi campionati dalla key, formule che precedono la seguente "Al-Ditjira", altrettanto straniante, disposta su ondeggianti replicazioni elettroniche e riverberi vocali simili ad un mantra, il tutto immesso tra le frequenze spiraliformi generate dal programming downtempo. "Requiem 2" ripropone il brano in una livrea più passionale ed ottimizzata, in cui la percussività militaresca e la secchezza dei suoni , elementi attivi nel precedente capitolo, sono ora estromessi dagli schemi a vantaggio di sinfonie languide ed una maggiore definizione vocale. Si giunge alla conclusione attraverso il brevissimo epilogo strumentale intitolato "Leaving Town Again", ovvero un nostalgico motivetto originato dai tratteggi del primo synth dialoganti con gli accordi orchestrali di un secondo. Artista sotterraneo, Langemarck ha portato a compimento un album caratterizzato da buone intuizioni e ridotto impiego di tecnicismi, un profilo compositivo che piacerà agli estimatori del neofolk marzial-elettronico realizzato con spontanea immediatezza. Le acustiche scaturite da questo artista sono oneste, dotate di imperfetto fascino, prive di ogni eccesso e pianificate con l'intento di introdurre con discrezione il protagonista nelle vostre scelte musicali tematicamente rivolte al genere descritto. Auspico, entro un non troppo esteso arco temporale, il ritorno del musicista, fautore di un prossimo full-lenght sincero quanto quello appena ascoltato ma distinto da una maggiore precisione esecutiva: unendo i due fattori ciò che ne risulterà potrà essere considerato all'epoca un autentico capolavoro. Aspettando ulteriori sviluppi in questa direzione, assaporate le premesse sulle quali verrà edificata la probabile, futura tracklist da "Requiem" in poi. Auf wiederesehen Herr Langemarck.

 

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Legionarii - "Europa Rex" - cd - by Maxymox 2012

legionarii Austera, tenebrosa e magnificente. Sono questi gli aggettivi più immediati che l'ascoltatore formulerà dopo avere sperimentato la musica di I.L. aka Legionarii, misterioso compositore di orientamento martial-ambient-industrial il cui obiettivo è quello di riprodurre acusticamente le atmosfere, lo stato d'animo, le glorie e l'orgoglio storico dell'antica Europa trasportando l'auditore a ritroso nel tempo facendogli rivivere, partendo dalle epoche più remote sino all'ultimo conflitto mondiale, gli ideali perduti, la disciplina, il coraggio e le battaglie che nei secoli hanno reso onore agli avi del Vecchio Continente. Non solo: l'ardente desiderio che anima lo spirito e la creatività dell'artista è unicamente quello di evangelizzare gli originari fondamenti su cui fu costruita la civiltà europea, concetti diametralmente opposti a quelli menzogneri e privi di valore che regolano l'attuale status, trasmettendoli mediante un sound incredibilmente efficace, intransigente, edificato con grande maestrìa, capace di concretizzare sonicamente l'ardore stesso della battaglia. L'identità del musicista è ad oggi oscura e così la sua provenienza, dettagli che accrescono attorno ad egli l'aura di indissolubile enigma della quale Legionarii si è rivestito fin dal suo concepimento avvenuto nel 2011. Di ragguardevole importanza anche la quantità di tracce prodotte in questi due anni dal musicista relegate perlopiù ad ascolti digitali, come il breve ma intenso "Rebirth" autoprodotto nel 2012, identicamente a "Age Of Taurus", includente a sua volta cinque tracce dai contenuti trionfalmente austeri licenziati dalla label Castellum Stoufenburc, ed ancora in successione gli split "Unity", parte iniziale della serie European Brotherhood Trilogy condivisa da Legionarii con il progetto Waffenruhe, edita anch'essa dalla Castellum Stoufenburc e recensita in queste pagine, in aggiunta a "Civis Europaeus Sum", realizzazione forgiata da I.L. con BloodSoil, Striider e TSIDMZ ed affidata separatamente alla home russa Ufa Muzak ed alla tedesca SkillLine. L'avvento del presente "Europa Rex" precede il newcoming album "Iron Legion" del quale ci occuperemo nel prossimo servizio; concentriamo ora l'attenzione sul citato debut-album che introduce una lunga sequenza di recensioni che Vox Empirea dedica alla label polacca Rage In Eden, marchio specializzato nei generi dark ambient/neofolk/industrial/experimental/militaria, fondato in binomio da Marcin Bachtiak, alias Cold Fusion, il quale unitamente al secondo titolare della label chiamato Robert Marciniak, alias Rukkanor, ha generato anche i progetti Across The Rubicon e Insuffer. La label Rage In Eden merita di essere selezionata tra molte altre per l'impegno svolto, gli sleeve-concepts caratterizzati da una grafica esteticamente maestosa e, soprattutto, l'elevato standard qualitativo proposto dagli artisti scritturati. Il full-lenght è da intendersi come una ragionata cernita di brani tratti dall'imponente archivio sonoro che Legionarii ha architettato durante il corso del tempo, scelta ricaduta su sette episodi dalla musicalità epica, dai toni guerreschi, diretta dal protagonista in modo che la platea d'ascolto avverta la precisa sensazione di trovarsi in una fosca dimensione nell'imminenza di un conflitto. E' ciò che accade immediatamente con "The New Era", tambureggiata da percussioni battagliere le cui grandiose rullate sostengono l'intero apparato di dark-noises e la solennità orchestrale emessa dalla tastiera, il tutto anticipante l'assetto da marcia impostato nel drumming della successiva "Power In Our Hands", in cui i militareschi vocal-loops espressi in lingua germanica si alternano alle dilatazioni del dark-ambient, agli imperiosi squilli di tromba ed al bellico clamore di sottofondo. L'omonima "Europa Rex" è una marmorea suite di quasi sei minuti in cui Legionarii fa collimare l'inquietudine dell'obscure-ambient a lente procedure di suono marziale innalzato al Cielo mediante la possenza di cori sintetici, battenti sezioni di tamburo, mitiche sinfonie di keys e fraseggi guerreschi. L'inflessibile camminata udibile in "Stahlpakt - Black Sun March" introduce il risuonare delle percussioni perennemente in fase battagliera e la buia sfarzosità del componimento tastieristico, elementi sotto la cui superficie scorre impetuosamente un filamento di noises. Si giunge quindi a "Iron Will", generata da glaciali tocchi ritmici antecedenti le veloci rullate e le grida di incitamento come in un preludio di guerra, acustiche ottenebrate ulteriormente dalla sinfonica rigidezza dei pads. "Total Propaganda" si erge anch'essa sull'immota struttura del dark-ambient attraversata da scintillanti arcate orchestrali, dall'implacabile rullo dei war-patterns e dai minacciosi tocchi combinati al militaresco strepitare in lingua tedesca, mentre "Blood Dawn" chiude l'album esponendo un cupo registro circondato da percussività soldatesca, sospensioni ambient e corali evoluzioni di tastiera. Opera perfezionata con tecnica rigorosa, in cui il senso dell'onore e di libertà conquistata dai nostri antenati riemerge dal passato per infondere concreta e rinnovata speranza, audacia e fierezza all'ascoltatore neo-idealista incline al martial sound. Il possente respiro di "Europa Rex" farà vibrare per innumerevoli Ere il vessillo del futuro Occidente.

 

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Legionarii - "Iron Legion" - cd - by Maxymox 2012

legioiron  Il lettore interessato alla biografia, al profilo discografico ed artistico relativo a I.L. potrà acquisire ogni informazione accedendo all'area "interviste" ed alla recensione dedicata all'album "Europa Rex". Accogliamo quindi con tutti gli onori questo nuovo, atteso capolavoro ideato da Legionarii, "Iron Legion", secondo full-lenght comprendente undici tracce promosse dalla valorosa label Rage In Eden. Accantonate momentaneamente le immaginarie ambientazioni di antiche battaglie a cavallo, il protagonista trasporta ora l'ascoltatore in una dimensione guerresca più contemporanea, idealmente vissuta su terre da combattimento tattico-pesante squarciati dai cingoli di centinaia di carri armati e dal loro incessante cannoneggiare i cui boati, simultanei a quelli provenienti dall'artiglieria pesante antagonista, coprono la veemenza delle incitazioni e degli ordini gridati ai soldati. La gloria, la vittoria, la libertà uniscono la loro voce facendola risuonare al passo del severo contesto martial-orchestral che solo Legionarii, al pari di pochi altri esponenti, sa far vibrare in misura così penetrante ed avvincente, particolare che in questa occasione è tecnicamente supportato da glaciali formulazioni elettroniche, samples e vocal-loops. Tutto attorno alla presente opera si avverte l'acre odore delle deflagrazioni, dell'indomito coraggio e dell'enfasi combattiva di una gloriosa battaglia il cui epilogo condurrà inevitabilmente e consapevolmente alla vittoria: le arie suonate per rappresentare questi elementi sono permeate di un'austera solennità e di una prorompente, oscura energia orchestrale che rende le musiche percettibilmente sature di tensione e fierezza. Rivolgendo ora l'attenzione agli undici passaggi della tracklist emerge inizialmente "The Rise Of The Legion" con la sua trionfale marcia di fiati in apertura, a cui fa seguito l'abissale lentezza delle percussioni pre-battagliere ed una minacciosa perturbazione tastieristica che adombra ogni singolo istante della song. L'imperioso proclama espresso con tono fermo nel vocal-loop iniziale di "Today We Fight" esorta il morale dell'esercito al coraggio: il boato che ne consegue è il simultaneo grido di approvazione delle centinaia di soldati in rassegna, il cui fervore vocale si stempera tra bui pads animati dall'ossessivo rullare del tamburo e fraseggi militareschi. Per officiare l'omonimo titolo, Legionarii pianifica nell'omonima "Iron Legion" tenebrose strutture martial-industrial cariche di inquietudine, moduli creati attraverso le opprimenti replicazioni di tre accordi tastieristici attraversati ritmicamente dal lugubre rintocco della campana e dall'inflessibilità del tamburo soldatesco. "Ahennerbe" è un'algida quanto lenta sinfonia martial-ambient basata essenzialmente sul profondo battere di un primo tamburo sul quale si sovrappongono le aride rullate di un secondo: in questo componimento percussivo si avverte tutta la rigidezza esecutiva insita nelle disciplinate metodiche di I.L. mentre il senso dell'oscurità è riprodotto fedelmente dalle lente cadenze della tastiera punteggiate da commenti vocali campionati. Il lineare fremito che descrive le traiettorie ritmiche di "Sieg!" predispone fitte e veloci battute marziali le cui sequenze conducono l'immaginario presso lande ritratte nel momento più ardito della battaglia, proiezione mentale ulteriormente corroborata da una livida ma incitante orchestrazione tastierisica con sporadici e soldateschi vocal-loops. Come osservato, i titoli della tracklist riflettono distintamente il climax militare respirato dall'inizio alla fine nell'album: ne è un altro esempio "Strategic Advance", umbratile martial-industrial crivellata dai potenti intrecci del tamburo da guerra, samples lirici, filamenti campionati di voce radiofonica e maestose toccate di key, così come la successiva "Global Front", identicamente al brano precedente, riesce a condurre la fantasia dell'auditorium nella precisa direzione di un fumoso campo di battaglia sul quale la disputa è testimonianza di forza strategica e la vittoria per la libertà costituisce l'unico, irrinunciabile traguardo da raggiungere ad ogni costo e con la massima espressione dell'onore, concetti esternati da Legionarii impiegando rigorosi grafici martial-percussivi in aggiunta ad un'orchestralità tastieristica da soundtrack. Le fredde incitazioni in lingua germanica tratte da documentari d'epoca vengono campionate ed introdotte nella seguente "Ost Und West", military-track dalla pulsante drammaticità manifestata da un apocalittico, febbrile tambureggiamento le cui battute reggono con autorità le coreografie da guerra in sottofondo composte da raffiche di mitragliatrici antiaeree e detonazioni, sonorità magnificate da apporti tastierisico-orchestrali grandiosamente evocativi culminanti in una trionfale marcetta con annunci di vittoria. La cupa asprezza vocale esternata da Soldat D. nel testo di "The Tripartite" domina la serrata marzialità di un passo ritmico d'acciaio, i cui battiti erigono gli splendidi capitelli sui quali si innalzano le oscure sinfonie della tastiera, tutto ciò in una cavalcata da guerra realizzata da Legionarii in collaborazione con Waffenruhe, solo-project con il quale il protagonista ha condiviso il primo capitolo dello split "European Brotherhood Trilogy - Unity" recensito in queste pagine di Vox Empirea. Ancor più dinamica, la successiva "Guardians Of Fate" raggiunge il Cielo saturando la propria ascesa di spirito battagliero, il medesimo che conquisterà l'ascoltatore attraverso un gagliardo impianto percussivo su base martial il cui rullare impone alla tastiera un incedere altrettanto sontuoso ed oscuro. Nella liturgia finale si celebra l'agognata vittoria, non mediante altisonanti sinfonie di gaudio ma affidandone il significato ad una compostezza esecutiva rigorosa ed atmosferica: "Liberation" è quindi l'affermazione definitiva sul nemico espressa musicalmente da rallentate formulazioni tastieristiche martial-indus-ambient, i cui lunghi pads concatenati alle decelerazioni del tamburo si susseguono a formare assonanze epiche, straordinariamente ed introspettivamente luminose. Muta lo scenario di battaglia e le strategie sonore per interpretarne le vicende ma non la magniloquenza orchestrale applicata per descriverle surrealmente, elemento di cui Legionarii è da sempre detentore. "Iron Legion" concretizza pienamente ciò che ci si attendeva da I.L., ovvero la rinnovata forma compositiva anticipata nell'intervista, evento confermato da un pentagramma sinfonico più essenziale, intimidatorio e rappresentativo. Come previsto, l'indice di attrazione nei confronti di questo altorilievo sonico non conoscerà misura, appagando nell'ascoltatore a tema quell'innato desiderio di immedesimarsi concettualmente nella nobile accezione delle sue musiche e dei suoi ideali, garantendo un esteso minutaggio colmo di forti sensazioni, phatos battagliero ed infine l'inebriante, definitivo sapore della vincita. L'apogeo dell'onore e l'orgoglio di appartenenza all'Europa risiedono vividamente in questo album bellico realizzato con cura e passione estreme, composto appositamente per risvegliare gli animi e colmarli con tutta la grandezza di uno stilema marziale trascinante, monumentale. Dopo lo scrupoloso ascolto della discografia di Legionarii giungo alla conclusione che questo occulto musicista sia realmente ispirato da una forza ultraterrena.

 

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Lia Fail - "Cynical Stones" - cd - by Maxymox 2012

lia  Lia Fail - "Cynical Stones" - cd - by Maxymox 2012 I bolognesi Lia Fail onorano nuovamente l'area neofolk-gothic-darkwave presentando questo loro newcoming album "Cynical Stones" quale seguito di una produttività discografica episodica quanto interessante originata nel 2007 mediante il convincente demo di cinque tracce "Leipzig", seguito nel 2009 dal promo-single "Restless Eyes", entrambi essi autoprodotti, mixati e registrati in home studio. Lo stile composto dai Lia Fail emana un'aura folkish melodicamente oscura, sensibile, evocativa e decadente, mentre la line-up, assai corposa, include Andrea Carboni (vox/flauto traverso), l'ottima Sabella Spiga (vox), Edoardo Franco (guitars), Nico Solìto (bass-guitar/lyrics), Giuseppe Sansolino (drums-percussions), Willj Amadori (violin), il vocalist e compositore Saverio Tesolato (piano) membro degli Autunna Et Sa Rose, e Simone Montanari (violoncello). Notevole anche la quantità e la qualità degli apprezzamenti raccolti dall'ensemble durante il proprio tragitto artistico, sia da parte di un numero sempre crescente di fan che dalla stampa nazionale e di oltreconfine; "Cynical Stones", recente full-lenght scansionato da Vox Empirea, evidenzia già otticamente la cura del dettaglio pianificata dai Lia Fail per questa release, caratteristica percepibile in primis dall'enigmatica immagine raffigurata nell'artwork del digifile ritraente le pallide sculture antropomorfe del Parco Pasolini di Bologna, ed in seguito confermata dai requisiti sonori ascoltabili nel disco, esito della perizia tecnica elaborata da Cristiano Santini, ex voce dei Disciplinatha, nonchè degli arrangiamenti progettati dal citato Saverio Tesolato. Label di supporto è l'italiana Three Legged Cat, la quale rilascia un prodotto tematicamente interessante e solido nei contenuti, elementi questi tradotti sottoforma di brani dai titoli concisi e richiamanti suggestione, tra i quali compaiono anche quelli inclusi nei due early-works descritti in apertura, le cui versioni appaiono ora musicalmente e tecnicamente ristrutturate. Il disco, costituito da dieci episodi, sia avvia proprio attraverso "Restless Eyes", una lenta ballata la cui apertura, ritmicamente arpeggiata dalla chitarra, introduce la ricca voce di Andrea e quella nostalgicamente accentata di Sabella in un elegante schema di basso, violino e batteria che si diffonde mesto tra fluttuazioni neofolk-gothicheggianti. "Lonely Anguish" combina il melodico canto di ambedue i singers illuminando primariamente la femminea coralità di Sabella, sodalizio al quale si accorpano note flautate, punte di basso, corde accarezzate ed un corposo drumming midtempo, tutto ciò anticipante la successiva "New Dimension", un sad-folk cullato da finissime partiture neoclassiche di pianoforte, chitarra, basso e lente battute percussive, acustiche sovrastate dal solenne e rattristato dialogo tra i vocalist. La formula canora espressa da Sabella per "Just A Breath" riflette, con nobile compostezza, passione e struggimento interiore, emozioni sfiorate da delicate brezze di flauto traverso, pizzichi di plettro e lentissimi tratteggi di basso, nel cui tratto finale si inseriscono le profondità di un drumming altrettanto pacato ed autunnali sezioni di violino. "Leipzig" rivela tutta la sua aura neofolker indissolubilmente legata a richiami marziali, particolarità evidenziata dal severo tambureggiare sul quale germinano, colmi di phatos, i vocalizzi congiunti di Andrea e Sabella accompagnati da stacchi di batteria, circolari accordi chitarristici, modulari giri di basso ed un violino sotterraneo che aggiunge un tocco di decadenza all'insieme. "In This Square" celebra attraverso la regale tonalità della vocalist un malinconico rituale neofolkish-neoclassical, interpretato inizialmente da un'eterea sinfonia di piano, flauto e punteggiature di basso, soluzioni che concedono quindi l'ingresso ad un incalzante drumming ed alle penetranti modulazioni canore di Andrea, il tutto succeduto dal dinamismo folker edificato per "Battlefield", traccia sublime in cui il vocalist enuncia liriche meditabonde abbellite da veloci arpeggi, multiformi scie di violino e rotazioni di basso, elementi che inscenano un brano dal forte trasporto armonico. Il duplice formulario vocale di Andrea e Sabella innalza ora una appassionata coralità neofolkey con picchi tonali elevati verso il cielo, sonorità erette su morbidi accompagnamenti di chitarra, percussività cadenzata ed i ritmici inserti scolpiti dalle linee di basso. Melodie neofolk-gothic di voce, chitarra e piano inebriano le strutture della conclusiva "A Soldier...", traccia ornata da una fulgida raffinatezza vocale che Sabella intesse uniformemente durante tutta la percorrenza della song, al cui termine, dopo un breve e silenzioso minutaggio, riprende una nuova foggia mediante rombi echeggiati ai quali fa seguito una spettrale orchestrazione di pianoforte, contemporaneamente al canto oscuro di Andrea. L'attuale banco di prova dei ritrovati Lia Fail testimonia l'assoluta padronanza e la disciplina del corpus strumentale raggiunti in questi anni dal progetto, nonchè tutta l'intensità di testi e voci obbedienti ai tradizionali precetti neofolk ma esternati secondo un canone espressivo decisamente personalizzato, lo stesso che rende inconfondibile ancora oggi lo stile della band. "Cynical Stones" è la quintessenza originata dall'incontro di ogni singolo elemento quì descritto, un album che, se minuziosamente assimilato, infonderà nell'ascoltatore devoto al genere un totale, persistente senso di completezza. Oltre il semplice concetto del bello.

 

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- Logic & Olivia - "Playground Of The Past" - cd - by Maxymox 2012-

logica Vox Empirea ha selezionato per i fans dei generi electropop / synthpop questo splendido album concepito dalla formazione triangolare tedesca Logic & Olivia. La line-up è composta da René Anke (vox / production), con Matthias Trompelt (synths / piano) e Tino Weigel (guitar), i quali, alla costante ricerca di un orientamento stilistico ben definito, trovarono la prima, perfetta intesa musicale nel 1999, sperimentando attraverso il progetto chiamato Darkcore moduli di pop sintetico ed alternative rock con i quali portarono discograficamente a compimento ben sei realizzazioni autoprodotte. Nel corso degli anni, nonostante il soddisfacente riscontro del pubblico in termini di apprezzamento, nacque nei tre l'esigenza di una radicale e moderna virata di stile che fosse più aderente alle nuove tendenze, intenzione che gradualmente si concrettizzò nell'attuale schema sonoro applicato a questo interessante debut album, scrigno di armonie intelligenti, visionarie, dettate da formule elettroniche traboccanti di garbo e sentimento. Una simile produzione non poteva che recare la firma della Danse Macabre, label assai fertile ed oculata nella scelta dei propri artisti estrapolati dal settore musicale underground, ed ora artefice della diffusione di questo "Playground Of The Past", album di imprint neo-romantico che per i rinnovati Logic & Olivia simboleggia il consapevole adeguemento al presente, ma anche un atemporale contatto con le sonorità elaborate dalla band in ere trascorse, particolari risaltati dal massiccio impiego del synth, da un background chitarristico tuttavia meno spasmodico che un tempo, e dalle strategie dance-minded percepibili in molti dei dieci episodi racchiusi nel full-lenght, tutti degni di essere considerati con il massimo rispetto e valore. La voce di René, molto simile per impostazione a quella di Stefan Leukert, singer dei conterranei Decades, si distingue per eleganza e profondità tonale, caratteristiche ben percepibili nel brano iniziale scritto da Janine Anke, "Don't Forget", un romantic synthpop dalle ballabili cadenze electro-ritmiche avvolte da raffinatezza e dalla nostalgia pronunciata dal pianoforte di Matthias. Ancor più intensa, la malinconia si appropria anche del brano successivo, "July", rendendo struggente la sua impronta electropop alla Pet Shop Boys mediante un canto appassionato, toccanti note pianistiche, drum-sequencing, l'elettrica compostezza della chitarra e l'emozionale nebula di accordi emessa dal synth. "Beautiful World" rinuncia, anche se solo parzialmente, alle nostalgie, offrendosi come un pop tecnologico dal sollecito drum-programming che regge l'intenso schema della voce, la chitarra e gli artifici elettronici d'accompagnamento, fino al raggiungimento della traccia che titola l'album, "Playground Of The Past", un inno alla mestizia recuperante atmosferiche formulazioni di voce, synth e piano attraversate interamente da lenti tracciati percussivi. Dotata di rilevante carattere e statura, "Lovetrain" risveglia i sensi per mezzo del suo formidabile interplay tra ballabilità e melodia romantica, concetti espressi dalla voce di René perfettamente allineata al pulsante rigore del drum-programming ed alla fumosa coltre elevata dai key-sounds. La suggestiva introduzione pianistica di "The Darkest Night" anticipa la successiva entrée pronunciata dal vocalist in un'orchestrazione fortemente emozionale di synth, pianoforte e violino campionato, acustiche sostenute da una percussività sequenziata mid-tempo, integrata a questo distillato di sonorità electro-malinconiche in grado di ammaliare istantaneamente. "Silvertimes" espande un canto dagli accenti signorili, passionali, ammantati dal razionale complemento del programming e dalla vellutata raffinatezza del synth, per una traccia che considero semplicemente meravigliosa, entro cui predomina in termini assoluti l'intensità melodica. L'inclinazione dei Logic & Olivia, rivolta particolarmente al risalto delle emozioni, si manifesta in termini assoluti nella toccante "Was It All", sad-song cullata dalla mestizia effusa dai vocals di René sommersi da un melodramma di tastiera e pianoforte, il tutto antecedentemente a "Nur Ein Wort", un synthpop mid-tempo composto e vergato dalla creatività di Janine Anke e basato essenzialmente su affascinanti ripartizioni di canto sostenute da electro -percussioni, scie di chitarra e tutta la grazia emanata dai ricami pianistici trasformati in pura magia da Matthias. Si approda infine a "Call My Name", brano che rappresenta il giusto compromesso tra moderna tecnologia pop, estetica sonora e romanticismo, peculiarità contenute nel lineare passo della drum- machine, nell'elettricità delle corde arpeggiate da Tino e nelle emissioni del synth, strumento che glorifica la fase finale della traccia combinandosi ad un filamento di sequencing ed alla chitarra, innalzando con essa una sinfonia elettronica di grande effetto. "Playground Of The Past" è una release consistente sotto ogni suo aspetto. Musiche, voce, arrangiamenti ed atmosfere concorrono alla costruzione di un synthpop di specie evoluta che i Logic & Olivia hanno saputo comunicare con infallibile eloquenza. L'aura malinconicamente dolce nella voce di René funge da punto cardinale verso cui vengono convogliate le melodie, concedendo alla vostra acuta sensibilità il miracolo di interiorizzarne la bellezza. Questa è musica per moderni sognatori.

* M *

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- Machine Made Pleasure - 'Reform' - cd - by Maxymox 2012 -

machine Chiamiamola coincidenza. Recentemente mi interrogavo sulla sorte degli statunitensi Barry Hammers (music/arranging) e Randy Fox (vox/lyrics), in arte Machine Made Pleasure, dei quali non avevo notizie dal loro secondo full-lenght pubblicato nel 2008, "Ends With E", i cui pregevoli contenuti erano stati oggetto di una mia lontana recensione. Sia il menzionato titolo, sia l'esordio del 2005 "Spirit Within", furono realizzazioni autoprodotte, entrambe recanti un più che decoroso synthpop dai bei tratti melodici e dalla silhouette armoniosa, comprese le due differenti versioni Extended-Mix / No Escape Mix di "In A Dark World", incluse rispettivamente nelle compilations "Electropop 3" e "Modern Synthpop Vol. 2". Ed ecco materializzato come per incanto "Reform", release licenziata dalla Section 44, label con base in Colorado, per mezzo della quale i Machine Made Pleasure siglano ufficialmente il loro ritorno con questo terzo esempio di tecnologia musicale contemporanea basata sostanzialmente su flessuosi interplay tra synths, programming e morbidi intarsi di voce, formulario espresso in quattordici brani alimentati da un'accesa esaltazione di stili ispirati ad electro-cult bands dalle quali i due protagonisti dimostrano di avere appreso le principali linee guida. I tre anni di silenzio hanno contribuito all'accrescimento tecnico ed esperenziale del progetto, il quale, come il titolo stesso dell'album suggerisce, desidera proporre all'ascolto una nuova, prestigiosa e più perfezionata caratura, ambizione affidata ad un registro compositivo saturo di brillanti accordi ed un'ottima pulizia sonora, dettaglio quest'ultimo concretizzato soprattutto per mano del co-produttore Marco Delmar, celebre musicista e producer/engineer, il quale ha elaborato la stesura del disco presso i Recording Arts Studios di Fairfax. Ritmo electropopper, sequencing e canto ben intonato caratterizzano l'opener "Sacrifice", che in seguito concede il passo alla più rallentata "Dreaming Is Dark", anch'essa emanante leggiadre combinazioni vocali disposte su una coltre di pads aeriformi e levigati artifici di programming. "Poison" rinnova le electro-dinamiche connaturate ai Machine Made Pleasure, ovvero terse e ballabili scansioni di drumming, rapide toccate di synth, voce leggermente echeggiata ed un secondo apparato tastieristico quale accordatura. C'è spazio anche per poesie cullate da musicalità artificiale: è il caso di "Falling", appassionata emotional-synthpop song, cantata da Randy con tonalità aperte, melodiche, che si adagiano delicatamente sulla lentezza percussiva e sulle brezze della key. Nettissimi, i richiami sonici in stile De/Vision appartenenti a "Single Moment" prolungano l'estatica prosa dedicata al sentimentalismo, mediante vocals malinconici ed un quieto background di tasti e drum-programming, acustiche superate cronologicamente dalla successiva e deliziosa "Love Affair", traccia edificata seguendo dettami compositivi ispirati ai Colony 5 più enfatici, con avvenenti sovrapposizioni di key, mid-tempo percussivo e voicing riverberato. "War My Skin" rimarca la propria devozione al melodic-synthpop d'autore, tratteggiando il brano con allusioni canore depechemodiane ed espedienti elettronici ben cadenzati dal sequencer, fino a raggiungere "Open Wide World", un ennesimo modello di pop tecnologico mid-tempo accentato di Apoptygma Berzerk e De/Vision. Giunge quindi "If I Can Find The Peace", suggestivamente pianificata su gagliardi e meccanici electro-drum beats che regolano un moto percussivo assai danzabile intersecato dalle forme vocali splendidamente esposte da Randy tra una nube di key-sounds, mentre la successiva "Touch My Life" descrive un preciso grafico ritmico quale piattaforma d'appoggio per un canto baritonale e microscopiche costellazioni di synth. La velocità si riduce nuovamente, concedendo l'ingresso a "I Will Not Bleed", episodio che ancora omaggia le congetture vocali dei De/Vision, sia nei filtraggi tonali, sia nel refrain, in accostamento ad uno spartito tastieristico-percussivo sempre obbediente al portamento sfoggiato dal duo tedesco Thomas Adam e Steffen Keth. Ritmica slanciata, melodie di sintesi e canto luminoso anche in "You're My Mirror", il cui remix è disponibile sul sito della band esclusivamente in formato downloading, una traccia che ingloba i tratti distintivi del Machine Made Pleasure's sound, concentrandone l'essenza synth-popper in ballabili pulsazioni di programming associate a vocals riverberati, così come la seguente "I Saw The Light" diffonde una morbida coesione tra scie tastieristiche, i toni lontanamente nostalgici del vocalist ed un agile passo ritmico. "Live Life, Lie" chiude l'ordine della track-list proponendo un solido pop elettronico che, come in tutti i brani precedenti, dispone soluzioni assimilabili ma non ovvie, con sobrietà canora elegantemente presentata su un vellutato manto di programming dall'incedere aggraziato e cristallini rivoli di synth. Album considerevole che ripropone il duetto americano impegnato in un percepibile miglioramento della propria scrittura, trasferendo in essa gli standard del loro originario stile oggi attualizzato da suoni più nitidi ed attraenti. Il synthpop d'oltreoceano in una delle sue configurazioni migliori.

 

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- Minusheart - 'The Big Idea' - cd - by Maxymox 2012 -

minusheart Tredici presenze su CD compilations, sette distinti contributi in raccolte su DVD, un debut album del 2009, "Disease", bene accolto dagli opinion makers, una seconda release limited edition, "Healed (Limited Remix Album)", diffusa nel 2010 dal connubio tra le etichette Echozone/Intergroove e completa di remakes d'assato, un singolo, "Drawback" pubblicato nel 2011 quale anticipo di questo secondo full-lenght "The Big Idea" edito nel medesimo anno, costituiscono la rassegna discografica dei tedeschi Minusheart, band connaturata stilisticamente ad una fusione tra le robuste frange industrial statunitensi e classiche formule EBM, wave ed electro-funk di marchio europeo. Ne risulta un corroborante insieme di tecnologia sonica creata appositamente per effondere movimento attraverso ritmiche incalzanti, chitarre, programming, voci e synths, progettati per essere vissuti dall'ascoltatore fino all'ultimo beat. Artefice di tali metodiche è la line-up costituita nel 2007 dal front man Diver (vox/synths/arrangements) e Benden, quest'ultimo uscito dall'organico nel Febbraio del 2011, in combinazione con Vary (guitars/synths/arrangements), Wildhoney (drums) e Upstream (keys), disposizione che ha siglato fin dalle sue origini, ad eccezione della citata raccolta di remixes, il duplice accordo con le label Echozone e Sony Music, scelta assolutamente oculata in termini di prestigio, supporto e distribuzione, i cui effetti ricadono positivamente anche su questo brillante album che mi accingo a recensire. Degna di nota è inoltre la preziosa ed iniziale collaborazione avvenuta nella stesura del disco di esordio "Disease" tramite nomi di grande risonanza quali Monolith, Myk Jung, leader dei The Fair Sex, e Accessory, credenziali assai influenti e strategiche ai fini dell'introduzione della band nella popolosa scena electro. "The Big Idea" si avvale dell'incisività di dodici brani dal prorompente imprint electro-danzabile in una track-list che rivela quasi esclusivamente episodi di punta, caratteristica che conferisce all'album una forte personalità soprattutto per le soluzioni di programming e della voce dagli accenti vagamente distaccati e aristocratici, dettagli che si intersecano solcando dinamici tracciati esortanti alla body-dance. "Inglorious Bang", traccia iniziale, fraziona il tempo mediante un sostenuto e-drumming a cui si accorpano le fitte tessiture del sequencing ed i beffardi vocals proferiti da Diver alternati ad un ruvido background di chitarre programmate. Il menzionato single "Drawback" riappare in tutta la sua forma offrendo circa quattro minuti di alta tecnologia dark-electro, con la voce del singer che sillaba freddamente il testo riflettendolo su un drammatico insieme di keys, pulsante percussività di sintesi e tocchi pianistici, mentre la successiva "Break Out" conferma la sua trasversalità d'acciaio attraverso un drumming convulso e vocals infervorati dalla nervosità chitarristica. "Book Of Love" aggiunge ulteriori dosi di vigore ritmico al regolare flusso di programming e chitarra sequenziata, creando ora atmosfere colme di armonia noir che ammanta il canto inflessibile di Diver e la soave coralità della guest Laura Dee, protagonista anche della sezione backing-vox inerente a "Peak Of Pleasure", traccia dalle gagliarde cadenze percussive a sostegno di un incisivo quanto ballabile congegno electro-industrial in cui ancora predomina l'impietosa inflessione vocale, il pneumatico pulsare della macchina ritmica ed il misurato comparto tastieristico. E' il turno della glaciale cavalcata "Lost One Minute", lesa da dolorose rasoiate di chitarra e da un rigoroso ordine ritmico, perturbati da un canto industrial-oriented. Ancor più cruenta, "Don't Call It Love" espone la personale e cinica interpretazione dei Minusheart riguardo il proprio concetto di "sentimento", torturando esso mediante abrasioni chitarristiche e liriche avvelenate, il tutto regolato da battiti artificiali, ora attenuati, ora divorati da rosse fiammate percussive, attendendo l'ingresso della seguente e più elaborata "Electric Heartbeat", song ultra-remixabile e perfetto ordigno riempipista, costruita con incitanti vocalizzi, ronzante background chitarristico e ciclo ritmico-programmato di assoluta ballabilità. I prossimi tre episodi, a mio parere, rappresentano concretamente per valore e gradevolezza i punti cardine dell'album: "Morphine Waltz" è un'ipnotica fluttuazione di drum-machine con microsezioni di chitarra elettrica calcolate dal programming ed un refrain di grande effetto elevato da Diver e Laura Dee, mentre la successiva "Ride On Your Colours" velocizza il passo offrendosi su veementi intervalli di voce, batteria e chitarra, seguiti da una lineare e tersa musicalità elettronica orchestrata da un elegante e danzabile filamento di programming, tastiera e vocals decisamente più melodici. "Solitaire", terza delle mie "prescelte", codifica tracciati da dance-hall futuristica sospinti dalla flessuosa energia insita nel suo nucleo electro-percussivo su vocals resi malevoli da caustiche tonalità, effects, chitarra e synth. Il lento incedere industrial-rock di " I Don't Think That The Sun Goes Down" conclude la track-list, fustigando con implacabili scudisciate percussive le atmosferiche e malinconiche brezze di key/piano, le taglienti sezioni chitarristiche e l'ossessivo mantra esteso da Diver. "The Big Idea" è un album che richiama a sè i fondamenti su cui si basano i criteri del disco indovinato: musicalità elettronica schietta, diretta, priva di eccessive sofisticazioni, in combinazione a risolute modulazioni vocali, aggressivi dinamismi industrial ed ampia spazialità per possibili remixes. L'imperativo, quindi, è evidente: play it loud!

 

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- Model Kaos - "Ghost Market" - cd - by Maxymox 2012 -

modelkaos Un super-project come quello dei Model Kaos non poteva che esordire attraverso una label di grande risonanza come la Danse Macabre; tedeschi di Wuerzburg, Alex M. Kintner (lyrics / vox), S.E. Rotwang (guitars / backing vox) e K.G. ( live-drums / sequencer / music programming) dal 2011 sono devoti ad un futurepop inframezzato da elementi dark-electro, wave, gothic, dall'EBM e da impliciti collegamenti con il pop sintetico di epoca 80's. Il loro stile elettronico è funzionale, congegnato con tatticismi che innalzano esponenzialmente l'efficacia delle melodie vocali e, più in generale, del sound scaturito dagli equipaggiamenti, tanto da collocare i loro singoli "Love Is Murderous" e "The More" tra le migliori selezioni radiofoniche di paesi come America, South Africa, Messico, U.K, Canada, Russia ed Indonesia, riuscendo inoltre ad essere segnalati nelle pagine appartenenti alle più influenti testate musicali underground germaniche. La band, molto gradita anche in fase live per le accattivanti scenografie, realizza quindi il suo primo full-lenght, un lavoro di undici episodi accomunati dallo schema sonoro che rende i Model Kaos così catturanti, con periodi introduttivi densi di atmosfera e refrain dalla presa immediata, denotando nel contempo la formidabile predisposizione vocale di Alex al melodramma gothic, dettaglio presente in ampia quantità già nel primo brano della tracklist, l'omonima "Ghost Market", un mid-tempo flagellato dalle sferzate percussive architettate da K.G. quale traino per l'ondata tastieristica a cui si intrecciano l'ipnotica sezione di programming ed i potenti riff di chitarra, il tutto impreziosito da vocals depressi, tormentati da laceranti patemi. L'ascolto di "Love Is Murderous" rivela pienamente i motivi per i quali questa traccia ha ottenuto il successo planetario appena descritto, ovvero una struttura futurepop-darkwave dai richiami gothic traboccante di elettricità chitarristica, con avvolgenti estensioni di key, perfette scansioni di drum-programming e, soprattutto, la disperazione tramutata in canto nella voce di Alex. Il secondo hit-single "The More" propone a sua volta modulazioni più accelerate di e-drumming, voce e tastiera, originando quindi una traccia dark-electro minded trascinante e di sicura ballabilità. "Break My Heart" è una ballata romantic-high-tech composta da avvolgenti flussi tastieristici combinati alla lenta propulsione della drum-machine ed ai vocals di Alex accentati di nostalgia. Il passo successivo è "Drowning In You", un brano struggente e di grande effetto che affida tutto il suo carisma al registro vocale del singer il quale diffonde un canto accorato i cui riverberi si infrangono sul downtempo percussivo e sugli echi propagati dalla chitarra arpeggiata da S.E. Rotwang, concedendo all'ascoltatore di sperimentare il significato stesso dell'afflizione. Il ritmo riprende quota nella seguente "Your Desire", il cui corposi apparati electro-titmico-tastieristici dialogano febbrilmente con la potenza della chitarra e le alte intonazioni di Alex, mentre "Emotionless" viene sospinta da energiche rotazioni di drum-programming che tracciano il percorso all'ondata di key-sound e chitarra elettrica a sostengono di tersi vocalizzi. Dall'avvincente "Voices", uno tra i migliori brani dell'album, scaturirebbe con ogni probabilità un remix riempipista orgoglio di ogni electro-d.j. merito della sua danzabilissima verve futurepop incentrata su un cartesiano filamento di percussività programmata mid-tempo completamente ammantata da scie di key e dalla esuberante spinta vocale di Alex. La tracklist apre nuovamente al sentimento attraverso "Goodbye My Love", un electropop composto da un morbido spartito di programming e tastiera circondato da malinconie e romanticismo, il tutto con la complicità di un canto flessuoso e colmo di intensità. "Circles" predilige soluzioni electro identicamente appassionate mediante l'impiego di uno splendore vocale tendente al cielo a cui si intrecciano le punteggiature del sequencing, le calde emissioni della tastiera e le battute mid-tempo percosse dal drummer. La sofferta tonalità di Alex espressa anche in "The Calling", traccia di chiusura, commuta le note in emozioni affrante, generando con esse un electro-downtempo intarsiato dalla chitarra di S.E. Rotwang ed impreziosito dai comparti key-programming. L'ensemble tedesca presenta un convincente debut-album che che parrebbe appartenere più ad una electro-band di lunga carriera piuttosto che ad un progetto giovane quale i Model Kaos, elemento questo che suggerisce un'innato possesso di carattere e dedizione al suono tecnologico, ma anche la capacità di estenderne completamente le sonorità verso l'aspetto più emozionale. "Ghost Market" offre all'ascolto sagaci e personalizzate interpretazioni del verbo elettronico, irretendo con il suo passionale magnetismo e collocando meritamente la band tra le più interessanti realtà del panorama emergente. Fede assoluta nei Model Kaos.

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Noise Trade Company - "Post Post Post" - cd - by Maxymox 2012 -

noise Limbo, Saint Luka, Metaform, Kinetix: sono le più note identità attraverso le quali si è manifestato e si manifesta tutt'oggi lo spirito compositivo del noto musicista toscano Gianluca Becuzzi, underground leader nelle scene elettronico-avanguardistiche collegate in origine a soluzioni wave, ed in seguito all'harsh-industrial-punk, al power-noise nonchè, più generalmente, alla sperimentazione del concetto sonico artificiale interpretato in una moltitudine di ambiti, compreso questo specifico progetto giunto ora alla sua terza release su album: Noise Trade Company, probabilmente la creatura più aggressiva generata da questo talentuoso pioniere del suono. Tempo addietro ebbi l'opportunità di ascoltare e recensire il provocatorio "Just Consumers" edito nel 2010, un full-lenght pregno di disincantato, gelido realismo e riferitore di un concetto musicale tecnologicamente avanzato, per quanto essenziali fossero le sue procedure. Ancor prima, il debut "Crash Test One" del 2008, anno di fondazione della piattaforma, proponeva invece linee strategiche di orientamento electro-noise-punk-waver, con impliciti riferimenti ad icone quali Cabaret Voltaire e Sonic Youth, inizio di un tragitto creativo nel quale il protagonista si avvaleva della compartecipazione vocale di Chiara Migliorini, sostituita nel secondo album dalla altrettanto valida Elena De Angeli, elemento reperibile ancora oggi nella line-up assieme ad altri due illustri nomi da sempre attivi nell'organico ai quali sono affidate le laceranti sezioni chitarristiche: Fabio Orsi (treated guitar) e Paolo Cillerai (electric guitar). Il nuovo digipak-album "Post Post Post", licenziato dalla label partenopea EK Product in combinazione con la texana Sigsaly Transmissions, riassume in quattordici tracce il tipico brand elettronico dei Noise Trade Company, disponendo in apertura "Unspeakable Zero" preannunciata da un acuminato prolungamento di noise e loops, nel cui sviluppo prende forma un ossuto basamento di programming vocalizzato freddamente da Gianluca e tempestato da violente distorsioni chitarristiche. Ritmiche asciutte, nevrotiche, minimali: questo è il classico schema electro-percussivo che fin dalle origini caratterizza le battute per minuto della band, modulo proposto anche nella successiva "Democratic Make Up", elettrizzata da un'impura ed abrasiva siderurgia chitarristica che scortica i vocals da spot radiofonico replicati da Elena. "Total Slavery" espone nel suo breve minutaggio tutta la crudezza del post-punk tecnologico più radicale, esposto mediante incendiari strascichi di guitars che cauterizzano le rapide sequenze ritmiche soverchiate dai perentori proclami della vocalist, concedendo successivamente l'avanzata di "Saturday Night Dementia", un'esangue electropunk-wave che rimanda in larga parte alle prime glorie dei Kirlian Camera, ovvero foreground vocale fitrato, gelidamente scandito e riflesso con identiche strofe dai backing-vox, in uno speculare gioco di liriche attraversato da drumming inflessibile, rumori torbidi ed incessanti sintetismi. E' la volta di "What's Your Size?", remake dell'omonimo brano concepito dai DNA, band No-wave di culto eclissatasi nel 1982 con membri principali Arto Lindsay, Robin Crutchfield e Ikue Mori: la relativa reprise edificata dai Noise Trade Company dispone un drumming inaridito, meccanico, preposto a sillabare il tempo ad un caustico flusso di chitarre, programming e vocals alienanti, dettagli in anticipo sulla seguente schizofrenia electro-punker che vivacizza patologicamente "Compulsive Shopping Disorder" e le sue taglienti accelerazioni percussivo-chitarristiche mescolate a sedimenti vocali. Le micropulsazioni di accompagnamento estese nella ritmica relativa a "Life Is Toxic" registrano le identiche cadenze ascoltate in "Enola Gay" degli OMD, quì irrobustite da un'ipnotica drum-machine di sostegno attorno alla quale gravitano laviche emissioni di chitarra e le automazioni liriche scandite da Elena, ripetute roboticamente da Gianluca. Si ode ora "Love For Joke" rincorrere a perdifiato i dinamici minimal-beats, gli acidi accordi del synth e le destrutturazioni chitarristiche in sottofondo, particolari oltrepassati dalla frenesia punkeggiante di "These Catatohic Youth", selvaggia e travolgente nella sua rapidità sequenziata, trafitta da aguzzi riff di guitars ed elaborazioni vocali. Un altro inno electro-punker dall'irrefrenabile incedere è offerto da "Play For The Enemy", segmentata da improvvise e ripetute fratture che sezionano chirurgicamente l'ondata di guitar-sound, il synth e le nevrasteniche citazioni di Elena, mentre "I'm Allergic to Idiots" rilancia magnificamente fredde modulazioni minimal-wave dagli accenti dogmatici, con asprigne propagazioni tastieristiche, testi scanditi dalla vocalist con disciplina su drumming tambureggiante. "Conformity Kills" propende anch'essa per formulazioni elettroniche sovrastate da elettriche irruenze di chitarra, innestate a loro volta in ciclici pentagrammi canori rigorosamente cadenzati, quasi marziali. Gli ultimi due brani della track-list presentano dapprima le stizzose intonazioni vocali di Gianluca ed Elena in "Money As Religion", dominate da trapananti intonazioni chitarristiche e batteria lesta, disseccata, per finire con la cupezza noise-industrial di "20 Persuasion JFG", moderno rifacimento di una song dei Throbbing Gristle edita nel 1979, ora avvolta da rivoli di rumore tecnologico, atmosfere ossessive, una drum-machine gelidamente piatta e la tonalità vocale di Gianluca che sussurra un testo atrofico, totalmente privo di luce. Album che pone in evidenza lo spirito anticonvenzionale che anima la creatività del progetto nell'intento di offrire uno stile musicale incompromissibile, a tratti spietato, rivolto contro le innumerevoli storture che ammorbano l'odierno tessuto sociale. Album adatto a chi cerca un sound graffiante, un continuo stato di tensione chitarristica, in aggiunta ad essenzialità vocale sprigionante meri significati anticonsumistici e procedimenti elettronici allucinati. Ebbene: i Noise Trade Company sono tutto questo.

 

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Noise Trade Company - "Reformation" - cd - by Maxymox 2012 -

noiset  Puntuale ed attesa, ecco la nuova creazione sonica ideata dal genio di Gianluca Becuzzi il quale si presenta nuovamente sottoforma di Noise Trade Company, progetto circoscrivibile globalmente in un poliedrico modulo industrial-experimental-electro harsh le cui generalità e gesta sono dettagliatamente citate su Vox Empirea tra le righe della precedente recensione di "Post Post Post". Questo nuovo, quarto album "Reformation" si propone questa volta di proiettare l'ascoltatore in una retrodimensione sonico-temporale compresa tra la decade 80's e 90's attraverso l'impiego di equipaggiamenti analogici producenti un sound elettronicamente livido, i cui principali riferimenti sono esplicitamente rivolti ai Massive Attack e Scorn per quanto riguarda la sezione automatizzata, ed alla gelida new wave dei Joy Division per ciò che invece concerne l'innesto delle sezioni chitarristiche e di basso manovrate da Fabrizio Biscontri. La release, licenziata come l'anteriore album dalla label EK Product, propone un concept tematicamente rivolto alla progettazione di una innovativa epoca sonora entro cui dare vita a narrazioni di annientamento ed espiazione, angoscia e fierezza, tutto ciò, incominciando dalla dissacrante ma simbolica immagine ritratta sulla sleeve, è interpretabile in un'ottica a tratti freddamente ironica, tuttavia auspicante in un imminente, drastico cambiamento della società urbana e delle sue fragili consapevolezze. Come ampiamente verificabile nella discografia del mastermind Gianluca Becuzzi, la sperimentazione risulta essere una costante irrinunciabile nel concepimento delle sue musiche: "Reformation" conferma nuovamente ciò presentandosi come una straniante, variabile mescolanza tra stilemi 80's synth/minimal-wave, dark-ambient, dub e darkwave, realizzati mediante la sola forza di una strumentalità tangibilmente essenziale e forme canore altrettanto scarne. A proposito di quest'ultimo particolare, è degno di segnalazione il contributo della fedele vocalist e songwriter Elena De Angeli, dal secondo album in poi sempre presente nelle opere dei Noise Trade Company, la quale impreziosisce il suono riversando in esso un canto esangue e spesso intrecciato a quello di Gianluca, formando in questo modo ossessive polifonie che conducono le strutture in uno stato di totale alienazione. "Fate" è l'episodio che avvia la tracklist attraverso la persistenza di tenebrose dilatazioni ambient gravitanti a breve distanza dal meccanismo ritmico, le cui scheletriche battute si accorpano all'ipnotico sottofondo di chitarra ed all'oppressione percepibile nei cori innalzati da Gianluca ed Elena. "Alternative" aumenta il numero delle bpm proponendo una dark/synth-wave sorretta da acuminate cadenze di drum-machine e sequencing unitamente ad elettriche non-melodie di guitar ed un canto polivocale dalle modulazioni spente, simile ad una sconsacrata liturgia. L'introduzione della successiva "Fall" spiralizza il suono riducendolo ad un etereo quanto buio manto entro cui risuonano cupi impulsi di sonar, solenni accordi tastieristici, frazionamenti programmati su base downtempo, gli arpeggi post-Joy Division elaborati da Fabrizio ed il canto che i vocalist intonano con accenti depressi. "Endless" non è che il prolungamento della precedente configurazione ma privata in toto della sua fisicità strumentale: ne risulta un dark-ambient dalle lisergiche risonanze e dal movimento vaporoso, come se esso fosse lentamente incanalato in una lunghissima struttura tubolare con successiva fuoriuscita all'estremità opposta di gelido materiale sonoro in grado di oscurare anche la più fulgida delle luci. "Ice" è la destrutturazione di una traccia appartenente a Michael John Harris, alias Scorn, riprogettata ora dai Noise Trade Company mediante la voce echeggiata ed incupita che Gianluca inserisce con freddezza tra mercuriali flussi di tastiera e propagazioni di minimalismo elettronico su drumming midtempo. Un secondo remake ispirato a capolavori realizzati da importanti artisti underground è "Evening", song tratta dal repertorio discografico di Nico ora ascoltabile in questa umbratile trasfigurazione che i protagonisti improntano su rallentati cicli di drum-machine e modulari replicazioni chitarristiche, il tutto sottoposto ad un processo di ulteriore oscuramento con basse, rigorose tonalità di key ed una funerea spettralità apocalyptic-folk innalzata dalla combinazione corale tra Gianluca ed Elena. Sulle espansioni di "Seven" grava la soporifera azione di un dark-ambient dal potere mesmerizzante, creato attraverso la fosca lievitazione di suoni immateriali, riverberi sotterranei, pulsazioni echeggiate e muti stridori senza nome, mentre la seguente e bellissima "Orchid", unico atto dell'album rasserenato da armonie celestiali, recupera minimali allestimenti synth-wave attorniati da splendidi accordi tastieristici, luminose gocce di sequencing, rotazioni di basso e la voce di Elena che si allunga distensiva sull'asciutto drumming elettronico e le melodiche incisioni chitarristiche post-punk oriented lavorate da Fabrizio. "Cain" velocizza la percussività coniugando la secchezza dei battiti al canto emaciato diffuso dai vocalist, ai pizzichi di basso ed ai siderurgici riff delle corde, così come "Truth" conclude la successione delle tracce proponendo una dark/synth-wave entro cui il canto di Gianluca ed Elena scorre visionario accanto al gelido respiro della tastiera, alle effervescenti particelle electro-ritmiche ed al periodico arpeggiare post-punk della chitarra elettrica. I ritrovati Noise Trade Company si dimostrano ancora una volta pungenti ed anticonvenzionali sia nel pensiero che nelle musiche: eccellenti osservatori dei comportamenti economico-sociali ed ancor più realistici nell'eviscerare scientificamente i vizi, le contraddizioni, le occulte manovre dei media e le perpetue ipocrisie che regolano l'abituale, indiretta gestualità della nostra esistenza di "consumatori", i protagonisti, pur controcorrente e svincolandosi abilmente da un deleterio trendysmo, sanno affidare i loro messaggi al suono tecnologico con la disinvoltura di chi sa temporeggiare sapendo che il buon esito per gli sforzi comunicativi compiuti arriverà con matematica certezza. Testi e titoli altamente simbolici, musicalità trasmessa all'ascoltatore senza praticamente concedere nessuno spazio a sovrastrutture ed abbellimenti di sorta, dosando invece con precisione atmosfere elettronicamente nevrotiche oppure ottenebrate dall'angoscia, ma anche irte di liriche taglienti, con significati veritieri e fortemente attuali: "Reformation" aggrega il suo graffiante concept all'eterogeneo campionario sonoro che lo contraddistingue, entusiasmando e facendo riflettere l'electromane musicalmente erudito ed intelligentemente autonomo. Se questo profilo corrisponde al vostro ora sapete a quale prossimo disco rivolgere tutta l'attenzione.

 

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- No More - "Sisyphus" - cd - by Maxymox 2012 -

nomore Ad un solo passo dalla leggenda vera e propria, la band tedesca dei No More nacque durante l'apice del movimento post-punk/wave, tra il 1979 ed il 1980, con l'originario schieramento capeggiato dal front-man Andy Schwarz: (vox - guitar) in aggiunta alla fedele Tina Sanudakura (keys), a Christian Darc (drums- vox) e Thomas Welz (bass, vox). La prima release creata fu un ep edito nel 1980 in versione 7" composto di sole quattro tracce ed intitolato "Too Late". Tra il 1981 ed il 1983 Thomas abbandonò il progetto il quale intraprese un nuovo percorso stilistico conservando le medesime formulazioni post-punker degli esordi ma con l'aggiunta di innovativi criteri elettronici, combinazioni che generarono all'epoca un sound-system psicoticamente ossessivo e strutturato su scarne litanie unite a minimalismo percussivo-tastieristico. Fu su queste basi che i tre reduci composero nel 1981 l'hit single riempipista "Suicide Commando", ancor oggi strategicamente proposto con successo da molti d.j iper-alternativi, traccia che spinse i No More ben oltre l'orbita dell'anonimato posizionandoli tra i più interessanti fenomeni underground di quel periodo; seguì quindi il mini lp "A Rose Is A Rose" contenente la nota "Hypnotized", oggi rivisitata e reintrodotta anche nel nuovo album. Nell'ultimo tratto del 1983 alla line-up si aggiunse estemporaneamente la bassista Yvonne Pfeifer la quale lasciò la band l'anno successivo, concedendo il reclutamento di Thorsten Hartung, integrato nell'organico sempre alle bass-lines. Il 12" mini-lp "Laughter In The Wings", incentrato su moderni e sperimentali schemi new wave / minimal / synth-pop, riscosse un ottimo riscontro, ma fu solo nel 1985, dopo la pubblicazione del fortunato 12" "Do You Dream Of Angels In This Big City?", che i No More suggellarono utili collaborazioni in qualità di live-supporters con vari progetti come The Sisters Of Mercy e X-Mal Deutschland, giungendo nel 1986 al 12" "Different Longings" e soprattutto al primo album, "Hysteria", pubblicato nel 1987 dalla label tedesca Roof Records. La traumatica uscita di Andy e Tina siglò una lunga cristallizzazione del progetto No More che rinacque per loro esclusiva volontà nel 2006 presentando i due membri in qualità di unici protagonisti del disegno con le rispettive funzioni: Andy > vox/ guitar / bass / electronics e Tina > keys / electronics / treatments. La rentrée del duo, anticipata nel corso degli anni da una micro-costellazione di compilations, cover e reprises, come quella degli Echopark, e dal 7" "Sunday Mitternacht" del 2010, si concrettizzò ufficialmente attraverso il rilancio del loro miglior archivio integrato nel doppio album di remixes "Remake / Remodel", licenziato nel 2006 dalla Roof Records e che ebbi il piacere di recensire. Quest'opera fu quindi succeduta nel 2010 dall'eccellente e crepuscolare "Midnight People & Lo-Life Stars", album magistralmente architettato dai rinnovati No More mediante tattiche dai connotati minimal-sound, prediligendo tuttavia sofisticate calligrafie elettroniche di ultima generazione interposte alle consuete, oscure malinconie no-wave e post- punker, miscelazioni elaborate da Tina mediante sezioni di tastiera e moduli emessi dal più primitivo marchingegno elettronico esistente, il theremin. Oltre alla citata strumentazione, a Tina sono affidati i comparti ritmici e di programming, questi ultimi gestiti contemporaneamente anche da Andy al quale inoltre si accreditano le partizioni di voce, basso, percussioni e chitarra. La track-list di "Sisyphus" ha inizio con l'ombrosità espressa da "All Is Well – Senza Macchia", traccia che diffonde liriche morbose, alcune delle quali pronunciate da Andy in lingua italiana, circondate da ritmiche sezioni di chitarra, synth, progs e gassosi effetti elettronici. Più snella e veloce, "The Beautiful Life Of The Wasted Youth" propone invece un post-punk-rock dai toni amari, sgorganti da vigorose rullate di batteria, sibili tastieristici e da un roccioso accompagnamento chitarristico. La tecnologica briosità di "This Was ‘Die Modernistische Welt’" decora brillantemente questa vitale synthpop song dalla foggia avveniristica composta da programming, synths e voce, mentre la successiva "Sisyphus", traccia che dona il nome all'album, assesta le sue formulazioni dapprima in un'introduzione dai colori psichedelici, in seguito attraverso pulite sezioni di drumming, a sostegno di canto e di costruzioni tastieristiche in assetto pienamente waver. "Take Me To Yours" espone un neurotico schema sonoro che trova nella tripla appartenenza darkwave-electro-rock la sua specifica genealogia, con i vocals e gli arpeggi di Andy, quieti ed evocativi, che si fondono armoniosamente ad un sinistro background di key. Riverberi, elettronica affamata di oscurità , voce echeggiata proveniente dal sottosuolo ed un sound-complex tetro e minimale compongono "Gravity Existence", brano che anticipa la rilassante musicalità di "La Defense" e le sue procedure sintetiche regolate dal torpido scorrere della drum-machine, key ed aggraziati tocchi di chitarra. Di nuovo il programming, ora irrequieto, scarno e veloce, tratteggia la silhouette di "123456789", una traccia dalle atmosfere obscure-electropop anticipanti "The Grey", sad-ballade ricolma di malinconia, afflizione e tenebra, suonata utilizzando esclusivamente micrometrici flussi di synth, tenui rindondanze chitarristiche ed i vocals di Andy le cui intonazioni predispongono un canto saturo di lividità e tristezza. Il ritmo sale energicamente nella successiva "Hypnotized", remake del celeberrimo brano incluso nella track-list di "A Rose Is A Rose", ora ri-progettata su dinamiche basi electro-rock/post-punker edificate da sferzate percussive, tensione canora ed un minuscolo firmamento elettronico, così come la successiva "Leaving Berlin" offre all'ascolto l'eleganza di un synthpop avanguardistico disposto su leggere micropulsazioni di programming a velocità mid-tempo circondate da incantevoli accordi di synth e la vocalità di Andy che si adagia con morbidezza sul basamento strumentale. E' la volta di "Les Giraffes Sur Mer", meditabonda quanto dolce, eretta su una carezzevole e romantica sonicità di chitarra, voce e tastiera; l'attenzione converge ora sulla bellissima trasposizione by No More di uno tra i più imponenti classici della storia musicale, "Heroes" di David Bowie, brano di chiusura, in questa versione curvata in direzione di un pop elettronico dalle accelerate e smagrite bpm che in fase di sviluppo si irrobustiscono battendo il tempo al testo cantato da Andy, il cui voicing propaga le tonalità che hanno reso immortale la song quì ulteriormente arricchita da scintillanti arrangiamenti di chitarra e synth. Altisonante ritorno per una delle band più attese dell'anno, artefice di una release dai contenuti che risveglieranno sicuramente l'entusiasmo dei loro fans tramite un'equilibrata miscelazione tra moderne concezioni suono artificiale e la rievocazione di stagioni che mai conosceranno il tramonto. "Sisyphus" donerà autentico piacere d'ascolto, oltre alla consapevolezza di possedere un album di valore che si rivaluterà nel tempo. Ancora lunga vita ai No More!

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- Officers - "On The Twelve Thrones" - cd - by Maxymox 2012-

officers  Inglesi di Leeds, gli Officers si distinguono creando una particolare miscela sonica composta in parti omogenee da industrial-rock, new wave, elettronica e shoegaze. La line-up consta di cinque elementi: Jamie Baker, Matt Southall, Paul Wilson, Dan4 e Stuart Semple, il cui ingegno è riuscito in breve tempo a dar vita ad un progetto destinato inevitabilmente e concretamente ad essere considerato uno tra i migliori dell'anno in corso, avendo già suscitato l'acclamazione generale della stampa e di un sempre crescente numero di fans, nonchè, in particolare, ottenendo un'eloquente benemerenza attraverso la magazine Artrocker entro le cui pagine si nomina questo debut-album "On The Twelve Thrones" come la più interessante release di questo 2012. Il presente full-lenght, licenziato dalla celeberrima label tedesca Out Of Line, giunge posteriormente all'ep "Co-Education" del 2011, un quattro tracce anticipatorio nella cui lista è incluso il nome di Tim Holmes, fondatore dei progetti Death In Vegas e The Electric Loop Orchestra, quest'ultimo interprete nel suddetto ep dello splendido remix di un proprio brano intitolato "Afraid Of Your Love". I credits del presente album di esordio "On The Twelve Thrones" non solo vengono nuovamente onorati dalla presenza del citato Tim Holmes, ma anche da parte di un altro personaggio famoso per aver prodotto nel 1987 il mitico album "Music Of The Masses" dei Depeche Mode, ovvero il mitico Dave Bascombe: la sinergia scaturita da questi due protagonisti viene applicata con successo alla sezione mixaggio nell'opera degli Officers, garantendo in questo modo una regia del suono tecnicamente perfetta ed efficiente. Atmosfere lisergiche, senso di alienazione, melodie opache, acustiche sature di depressioni vocali dalla timbrica riverberata e musicalità di guitars e keys scandita dalle meccaniche replicazioni del drum-programming rock-oriented, costituiscono gli elementi peculiari delle dodici strutture ascoltabili nel full-lenght: in fase iniziale emerge l'opener strumentale "Counting My Guns", il cui rallentato schema elettronico di drum-machine e synth ricorda qualche celebrazione dei Clan Of Xymox misticamente ispirati dal concetto dark. Infranto il primo sigillo ecco l'album in tutta la sua pienezza: "Disarm" è un industrial-rock dalla fiammeggiante trazione chitarristico-percussiva innervata da vocals ben delineati e dagli accenti amari, pronti ad infuocarsi mescolandosi all'elettrico tripudio del refrain. Estratta dal debut-ep, "The Competition Winner" suddivide il suo modulo dapprima attraverso la linearità di un ipnotico, minimale filamento di drum-programming unito ad un canto disilluso, ed in seguito mediante l'impennata di una robusta corrente chitarristica nei cui riff si abbatte la ciclopica energia del drumming e delle alterazioni elettroniche. Estrapolata anch'essa dall'ep d'esordio da cui prende il nome, ""Co-Education" estende deflagranti iperfrequenze di chitarre e ritmica midtempo dalle battute alternativamente impalpabili oppure colme di vigore industrial-rock, modulazioni sulle quali si estendono i risoluti vocalizzi del singer. "Good Way (To Die)", altrettanto incendiaria, predispone atmosferiche formule introduttive di voce, pusanti bass-lines e drumming tambureggiante, seguite dall'accecante getto chitarristico-percussivo innalzato ossessivamente dagli stessi vocals, sempre profondi ed introspettivi. "All The Ghosts Away" serpeggia morbidamente tra scansioni programmate su base downtempo, umbratili avvolgimenti di key ed un canto dai toni spenti che interiorizzano speranze infrante, mistero e solitudine, tutto ciò anticipante la successiva e formidabile "Afraid Of Your Love", un dinamico insieme di electro-wave, industrial e dance-techno-rock dall'elevata magnitudo, composta da incalzanti spinte di drum-programming, vocals che trascinano senza possibilità di opporsi ad essi, tratteggi di sequencer simili a rasoiate in aggiunta a siderurgici flussi di materia chitarristica, per una traccia che rappresenterà con ogni certezza uno tra i più attuali ed efficaci riempipista dei d.j.'s alternativi, nonchè un potenziale congegno da remixare in futuro con esiti che trascineranno gli ascoltatori al delirio collettivo. Proseguendo l'analisi dell'album si incontra la successiva "Say It Again", un ennesimo, abbagliante industrial-rock suonato attraverso le arroventate e martellanti propulsioni di un impianto chitarristico-percussivo-vocale in grado di far vibrare il sottosuolo, mentre avanzando di una traccia ci si imbatte in "Mosquito", episodio originato prevalentemente da elettriche deviazioni rock-minded forgiate utilizzando i taglienti riff delle chitarre combinate ad un'ossatura percussiva dalla quale emergono lineari pinnacoli electro-programmati su cadenze midtempo, elementi questi oltrepassati dagli abbagli proiettati delle cromature metalliche derivanti dalla successiva ondata di corde, drumming tellurico e vocals freddamente disincantati. "Soul Saviour (Mutations)" recupera oscure sonorità wave inscenando con eccellenza esecutiva una song carica di fascino, aspetto questo originato dalla glaciale rotazione midtempo dell'ingranaggio percussivo concepito su una lunga, asciutta successione di battute monoritmiche e frazionamenti di programming quale supporto ai foschi arpeggi della chitarra ed alla dimensione claustrofobica evocata dai vocals. Quasi in prossimità del finale appare come materializzata dalla nebbia "Another Long Year", brano dalla musicalità elettronicamente onirica, una prospettiva sonora udibile durante lo sprofondare spiraliforme di un corpo lasciato precipitare in acque argentate, immagine riprodotta dal passo downtempo tracciato dalla drum-machine contemporaneamente all'angelico sussurrare del canto ed all'eterea copertura della tastiera. La conclusione dell'album riserva una traccia di smisurato valore realizzata in collaborazione di Gary Numan il quale, stupefatto dalle capacità compositive della band, si unisce ad essa nella sezione vocale offrendo come risultato "Petals", una electro-industrial-wave dalle procedure robotiche e glacialmente fraseggiate dal guest-protagonist mediante il suo inconfondibile accento, tutto ciò ulteriormente ottenebrato dal lento incedere del drum-programming e del brumoso flusso del synth. L'ascolto dell'album rivela appieno le dirompenti capacità creative degli Officers, un progetto la cui genialità riesce ad accomunare suoni elettronici, aggressività rock e progressioni vocali caratterizzate da liriche e curvature tonali traboccanti di algida inquietudine e seduzione. Il sound escogitato dalla band lacera e tormenta, concedendo pochi istanti di apparente serenità annientati da lì a breve dai ritorni di una strumentalità allucinata e burrascosa che la band elabora con metodo e convinzione ammirevoli. Per queste radicate motivazioni concordo con i pareri favorevoli assegnati pubblicamente agli Officers, aggiungendo infine che l'eccellenza dimostrata fa di questa release un oggetto sonoro di irrinunciabile priorità per i seguaci dell'industrial-rock. Infinitely great!

 

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- Orchis - "A Thousand Winters" - cd - by Maxymox 2012-

orchis Quello attraversato degli inglesi Orchis è uno sconfinato oceano dark-psychedelic-Neofolker caratterizzato da allegorie e concepts dedicati ai più profondi interrogativi dimoranti nel genere umano, come il sopravvivere dell'anima dopo la dissoluzione fisica, il misterioso simbolismo proveniente dai culti pagani, ma anche una visione storicamente critica riguardo l'ascesa della religione cristiana durante il corso dei secoli. La line-up del progetto si compone di tre elementi, Tracy Dawn Jeffery, Amanda Prouten ed il poliedrico Alan John Trench, musicista attivo in un congruo numero di side-projects come la sua identità parallela chiamata Cunnan, questa di orientamento psychedelic-Neofolk, oppure attraverso la piattaforma solistica indie-rock denominata Call Doctor Bunny, ed ancora nei S.Q.E. di J. Greco, arcano esperimento di natura dark-Neoclassical-minimal-harsh, nonchè nel disegno puramente Neofolk Twelve Thousand Days intrapreso con Martyn Bates, leggendario membro degli Eyeless In Gaza e Creature Box. Discograficamente, le produzioni degli Orchis elencano il debut-album del 1994 "The Dancing Sun", masterizzato dal guru Denis Blackham e licenziato dalle labels Cryptanthus e World Serpent, realizzazione considerable più come un'antologia di materiale concepito negli anni precedenti. Segue il presente "A Thousand Winters", full-lenght che considero l'evento più rappresentativo della loro attuale carriera, pubblicazione originariamente rilasciata nel 1997 dal rinnovato accorpamento tra le citate Cryptanthus e World Serpent, succeduta nel 1999 da "Mandragora", album edito dalla celeberrima label Trinity e maggiormente curvato verso sonorità definibili come Modern-classical sperimentali. Notificabile anche "Trait", compilation distribuita nel 2001 dalle etichette industrial-Neofolk russe Brudenia e Cryptanthus, quest'ultima responsabile di "Phoenix Trees", raccolta edita nel 2011. La copia di "A Thousand Winters" giunta alla redazione di Vox Empirea proviene dalla label russa Infinite Fog Productions, qualificata nei generi dark-Folk / Neoclassic / Neofolk / ambient, la quale marchia con orgoglio il retro del six-6 pannel digipak riproponendo la gloriosa track-list di dodici episodi che ha reso così significativa la presenza degli Orchis nella scena contemporanea dedicata al loro genere. Il climax percepito all'interno dell'opera è un atmosferico contesto in cui si intrecciano tranquille sonorità Neofolk, tipiche del repertorio Orchis, intercalate a rivisitazioni di classiche opere risalenti al Medioevo inglese, soluzioni costruite prevalentemente mediante l'impiego di strumentazioni acustiche e canti simili a liturgie, con le citazioni di Dr. Gary Sawers, Dr. Andrea Sawers e del poeta-scrittore britannico Walter De La Mare. La poetica quanto breve lettura di "The Horseman" introduce l'ascoltatore nei corridoi dell'album attraverso questa traccia declamata con voce remota dalla recitatrice, in anticipo sulla successiva "Blood Of Bone", moderno arrangiamento della rituale "The Witches Rune", una song dalle melodie flautate e dalle psichedeliche evanescenze folk-downtempo architettate per mezzo di chitarra e del canto di Amanda che diffonde riverberi da sirena. La medesima impostazione vocale adorna anche "Blackwaterside", traccia potenzialmente adatta al ruolo di soundtrack per film epici, grazie alla magia canora in stile ethnic-music propagata dalle liriche in combinazione ad un lento vortice di keys, trasposizioni di archi ed l'imponente infrangersi delle onde sulla scogliera. E' la volta di "The Hare / Jennet", song eterea di fiati, circolari arpeggi di chitarra e vocals quasi sussurrati, le cui parole risultano essere una ricercata variazione del rituale Wicca dedicato all'Anno Bardico concepita dal novellista drammaturgo inglese Simon Raven. Le stranianti e vagamente disarmoniche intonazioni pronunciate da Amanda in "Gallows Man" si adattano alla morbidezza chitarristica che circonda la traccia con minimalismo folker, appena oscurato da grevi accordi ed un fischiare obliquo. "Arcadia" offre anch'essa una sobria musicalità di flauto medievaleggiante, impercettibili battute ritmiche, chitarra, ed un'ossessiva forma di canto tessuta dalla vocalist, raggiungendo quindi la successiva lettura di "The Horn" e, più innanzi, le solenni costruzioni dark-psychedlic-folk relative a "He Walks In Winter", traccia ricolma di fascino, incorporante profonde, estese evoluzioni di archi e chitarre, accennate note di piano, percussioni mid-tempo e, soprattutto, la malinconica coralità di Amanda capace di materializzare antiche celebrazioni pagane. L'adattamento in chiave dark-folk della composizione medievale inglese "Trotto" si ascolta ora in "Magæra", una vivace e corposa ballata di fiati, tamburi, echi e vocalizzi che sembrano attraversare il tempo per riportarci in epoche remote tra coorti di cavaleri e dame, dettagli antecendenti a "Winter", un femmineo cantico di sola voce e chitarra pizzicata, la cui unione genera le infinite malinconie senza tempo della stagione fredda. L'origine della seguente "Risen" è quella di un antico poema medievale inglese a cui gli Orchis donano nuova vita rinnovandone radicalmente le movenze, dapprima attraverso la soavità canora di Amanda accompagnata da leggeri arpeggi di chitarra e dal lento drumming, e nella seconda parte della song da una dimensione irrealmente oscura di tastiera rielaborata e tamburo echeggiato. Psichedelìa sperimentale, ombre crepuscolari e l'impalpabilità dei suoni fanno della conclusiva "From The Iron Wood" un brano downtempo che accorpa la struggevolezza del violino riverberato, flussi d'organo e le elegiache intonazioni della voce di Amanda, paragonabili per natura a quelle udibili nei cori estemporanei innalzati durante la funzione celebrata in una piccola chiesa solitaria, acustiche ricolme di stranianti dissonanze ed un indescrivibile senso di nostalgia. Album dal nucleo surreale: le sue liriche, sempre cantate con emozione, svolgono nella track-list gran parte dei processi sonori interpretando pienamente la sacralità del concept ed evocando i paesaggi ancestrali dell'Europa medievale. Il supporto strumentale, retto da un pentagramma sobrio ma efficiente, delinea orchestrazioni riconducibili ad un Neofolk perennemente umbratile e talvolta allucinato, con punte che si stemperano in una forma quasi tribale di misticismo. Una volta entrati completamente nello spirito di "A Thousand Winters" proverete nei confronti di esso una sorta di divinazione.

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- Peter Bjärgö - "The Architecture Of Melancholy" - cd - by Maxymox 2012 -

peterbjargo Dissezionare scientificamente un'emozione complessa ed articolata come la malinconia, riconfigurandone l'essenza sottoforma di suono e non rinunciando a nulla in termini di intensità, è un'impresa che necessita una mente creativa, acuta, in grado di isolare perfettamente da questo sentimento i dettagli più significativi . L'eclettico one-man project svedese Peter Bjärgö possiede questa straordinaria capacità. Conosciuto soprattutto per la sua ventennale militanza nell'organico della conterranea band medieval/ambient degli Arcana e per la sua identità parallela denominata Sophia, quest'ultima attiva nell'area industrial / dark-ambient / experimental, a Peter si riconoscono estemporanee partecipazioni nelle line-up di death metal bands quali Crypt Of Kerberos e Tyrant, nonchè nell'effimero disegno modern-classical / neofolker denominato Victoria, interpretato da Peter in combinazione con Tomas Pettersson, meglio noto come Ordo Rosarius Equilibrio. Questa serie di esperienze progettate nel corso degli anni hanno condotto il protagonista ad una valutazione definitiva riguardo i propri orientamenti stilistici posizionati attualmente nei generi downtempo / ambient / ethnic / ethereal. L'attività solistica di Peter Bjärgö si concretizzò inizialmente nel 2005 con l'album "Out Of The Darkling Light, Into The Bright Shadow", realizzato in collaborazione con il musicista ambient-industrial svedse Gustaf Hildebrand, operativo anch' egli nello spazio di competenza Cold Meat Industry con l'appellativo Lithivm. L'album ufficiale di esordio "A Wave Of Bitterness" uscì solo nel 2009, licenziato dal brand tedesco Kalinkaland Records e succeduto da questo secondo, recente full-lenght "The Architecture Of Melancholy", affidato alla pregevole label canadese Cyclic Law la quale si assume il compito di diffonderne le settecento copie limited edition in formato digipak, composte da otto pannelli dall'artwork coerentemente in sintonia con il concept dell'opera. Le sette elegantissime suites incluse nella tracklist propagano nel cosmo un sound-system dal carattere profondamente sensibile e riferitore di una forte verve comunicativa che trova nella sfera emozionale la propria ragione d'essere. Le celestiali ed introverse allegorie affrescate da Peter all'interno delle sue musiche innalzano meravigliosamente l'immensità ed il livello atmosferico dell'album, grazie soprattutto all'ampiezza e l'intensità dei suoni creati ed al particolare significato che l'autore assegna singolarmente ad ogni episodio, come nell'omonima "The Architecture Of Melancholy", traccia dall'incedere lento, solenne, magnificato dalla statuaria bellezza dei pads tastieristici, dal funereo rintocco della campana, morbidi arpeggi di corde e dalle sepolcrali scie delineate nella voce di Peter alternata alla serafica coralità appartenente a Ida Bengtsson, guest vocalist proveniente dagli Arcana. "Bitteresque" si rivela un brano dalla musicalità letargica, quasi vetrizzata in emisferi ambient che inducono nell' ascoltatore un inesprimibile senso di pace, schema esaltato dalla remota impostazione vocale di Peter il quale recita il testo con pacata afflizione tra pizzichi di plettro e sospensioni di key. "The Hidden Compass" trasmette a sua volta uno stato d'animo mesto e decadente, basando la propria espressività su note echeggiate di chitarra, riverberate estensioni vocali colme di struggevolezza e su estatici accordi di tastiera, per una traccia che ricorda incredibilmente l'evanescenza dello stile espresso dai Soul Whirling Somewhere più visionari. Dagli orizzonti ethnic-ambient di "Apathy" si dirama sinuosamente un'arabeggiante percussività downtempo ornata da suggestive carezze chitarristiche, bassi toni di voce e vaporosi accordi di key, mentre la meditabonda dolcezza emanata dalla successiva "A Wheel Of Thoughts" fluisce placidamente in una laguna di sogni, le cui acque sono i dilatati tocchi di chitarra e l'impalpabilità tastieristica. Per qualche indefinibile ragione, il nostalgico romanticismo sgorgante dalle melodie di pianoforte in "The Death Of Our Sun" rimanda indirettamente a quello ascoltato nell'antico repertorio dei Death In June, elemento quì miscelato a tranquillità percussiva, delicate efflorescenze chitarristiche, ombrose modulazioni di key e, soprattutto, alla voce di Peter che sprofonda con estatica lentezza verso fondali ambient. L'atto di chiusura è "Sleep Dep.Loop1", una piece dalle calme e rattristate modulazioni tastieristiche in stile ethereal-ambient capaci di irretire i sensi attraverso l'estrema grazia con la quale si librano nell'aria. Nello spirito di Peter Bjärgö affiora una contagiosa emotività che l'artista riversa pienamente in ""The Architecture Of Melancholy", trasformandone l'audizione in un prolungato attimo da trascorrere in completa solitudine, lasciando che sia solo la sua musica a parlarvi ampliando all'infinito i confini del tempo. Questo non è un album: è un frammento di universo.

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- Principe Valiente - "Principe Valiente" - cd - by Maxymox 2012-

principevaliente Principe Valiente è il nome di questa valida formazione svedese di Stoccolma autrice di un plurimo genere dark-pop / Post punk / Shoegaze. Tre i componenti della line-up: Fernando Honorato (vox - electric bass - keys & piano), Alexander Chlot (guitars) e Joakim Janthe (drums); si aggiungono temporaneamente all'ensemble i guest-drummers Jacob Malmström e Jon Axelsson. La sinergia intrapresa dal 2005 tra i membri ufficiali concrettizzò nel 2007 un ep dal titolo omonimo contenente quattro episodi che ricevettero graditi feedbacks sia da parte del pubblico che dai radio D.J.'s europei e di oltreoceano; il suono della band è inquadrabile in un eterogeneo modulo che integra l'oscurità dei Sisters Of Mercy, il wave-rock dagli Interpol e minuscole rifrazioni di glam-rock in stile Suede che sfumano nell'allucinato vigore dell'after-punk, con particolare devozione alle contemplative melodie tipiche del fenomeno del shoegaze di tarda epoca 80's. L'album analizzato in questa sede da Vox Empirea costituisce di fatto l'importante debutto che i Principe Valiente proiettano in orbita presentandosi come un progetto alternativo, intraprendente ed in grado di creare atmosfere che catturano l'ascolto mediante la tensione elettrica propagata dagli strumenti unitamente allo straniante phatos dei vocals intonati da Fernando. La release, licenziata parallelamente dalla tedesca Afmusic e dalla svedese Parismusic, si apre con la malinconica quanto nobile orchestrazione di piano, key e batteria rullante finale di "Intro" che, attraveso il suo minimale splendore, concede l'ingresso a "Before You Knew Me", esplosiva nel suo tratto iniziale mediante la deflagrazione del drumming e delle chitarre shoegaze- oriented che proseguono su questo versante sorreggendo le psichedeliche intonazioni vocali, la ruvidezza del basso e le scie disegnate dalla tastiera. "One More Time" predispone robusti comparti di guitars, batteria e disperazione canora, originando attraverso essi una traccia addirittura inclinata verso il goth-rock romantico, mentre la successiva "In My Arms" procede in direzione di un perfetto equilibrio tra i malumori del post-punk, la new wave ed il rock misto al shoegaze, in un atto incredibilmente ricolmo di passionalità vocale trasportata dai veloci interplay di batteria combinata ai brillanti arpeggi del connubio bass-guitar. La nervosa ritmica scandita dal drummer funge da intelaiatura al canto riverberato di Fernando ed alle irrequiete rotazioni di corde nell'obscure-rock / post-punk intitolata "New Life", traccia seguita dal depresso interludio di sola chitarra "Solitary Man". Un'aerea sinfonia di accordi tastieristici preannuncia l'oscurità di "Stay", traccia caratterizzata da decadenti soluzioni vocali che si fondono alle sconvolte teorie chitarristiche dei primi Cure, collegata infine alla granitica risolutezza del basso e del drumming, concetti anteposti cronologicamente alla bellissima "Afraid", innervata da focose battute percussive e tormentate evoluzioni di canto rese ancora più drammatiche da uno sbarramento di chitarra e basso in assetto post-punker, medesimo schema su cui è edificata anche la successiva "150 Years" che aggiunge alla sua fisionomia vocale un accento di romanticismo avvilito. E' la volta di "The Night", anch'essa sospinta dai ferrei attriti tra chitarra elettrica e batteria regolati dal sordo pulsare della bass-line, risonanze che assumomo inusuali connotati gothic / post-punk grazie all'ausilio dei vocals pronunciati con sfiorita passione da Fernando. Le splendide elaborazioni di key e programming organizzate dal guest Jon Axelsson nella meravigliosa traccia di chiusura "Dance Like There's No Tomorrow", appoggiano lo splendore del canto nostalgicamente espressivo diffuso dal vocalist in questo componimento slow-sad-pop / post-punk, scevro da percussività e che definirei a mio giudizio con l'appellativo "epocale". Il primo approccio con questo disco costituirà per l'ascoltatore un evento già di per sè appagante, sensazione destinata ad accrescere a dismisura durante le audizioni successive, fino a sfociare in un trionfo di venerazione e grande rispetto per il capolavoro che questo album rappresenta. I contenuti dell'album dimostrano il livello straordinariamente elevato raggiunto dalla band oltre ad una ammirevole acutezza nel saper rivisitare i classici dettami post-punk, condensandoli in uno stile personale ricolmo di melodia ed intensità. I Principe Valiente, già operativi nella realizzazione del prossimo full-lenght previsto nel 2013, si distinguono nettamente per originalità, lasciando un ricordo indimenticabile nella memoria ed il desiderio di riascoltare questa release innumerevoli volte. Un'opera superba, principesca, da cui non vi separerete mai.

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Radio DCS - "I Try My Best To Mainstream" - cd - by Maxymox 2012

radiod  I Radio DCS sono gli austriaci Richard Pustina (vox/lyrics/intruments), Gert Brünner (lyrics/instruments) e Sabina Sagaj (electronics/live-synths). A questo progetto concepito nel 2011 si deve una magistrale capacità nel sinergizzare in un unico blocco modulazioni retro-darkwave, post-rock, elettroniche e gothic entro le quali fermenta quel particolare imprint melodico appartenente all'avanguardia synthpop ed obscure-wave di epoca 80's, elemento che i nostri protagonisti, cresciuti musicalmente durante quegli anni, conservano ancora intatto nel proprio genoma. La discografia dei Radio DCS, antecedentemente il presente debut-album "I Try My Best To Mainstream", annovera significative partecipazioni avvenute nel 2012 presso le compilations "Orkus Compilation 80" e "Gothic Compilation 57", oltre a due distinte presenze all'interno delle tracklist degli Sharon Next, precisamente negli albums "Fast Farewell" del 2010 e "Der Hase" del 2012. Analizzando quindi retroattivamente le origini compositive del disegno, emerge infatti durante gli anni '90 una più distinta e prolungata sperimentazione di moduli electro-wave da parte di Richard e Gert all'interno di una loro personale e non meglio specificata piattaforma, nonchè in seguito una fervida attività come musicisti esterni in un certo numero di bands affini ai generi descritti, continuando tutto ciò finchè in tempi recentissimi, attraverso la definitiva creazione dei Radio DCS e l'integrazione di Sabina, lo stile compositivo del progetto ha infine trovato un'opzione trasversale che li allontana in termini assoluti da catalogazioni commerciali a vantaggio di corrispondenze solidamente alternative e discostate dall'easy-listening fine a sè stesso. Dal fortuito incontro con il produttore, musicista elettronico e songwriter tedesco Per-Anders Kurenbach, dal 1984 attivamente presente sulla scena underground, e la successiva intesa con la label Afmusic, è scaturito questo full-lenght d'esordio che Vox Empirea è onorata di presentare a tutti i lettori inclini al sound intrapreso da questa valida band, e ciò non solo in funzione alla qualità dei suoi contenuti, ma anche per la disinvolta competenza con cui i Radio DCS sanno proporre una musicalità sempre vibrante e dall'elevata piacevolezza d'ascolto. Le undici tracce incluse in "I Try My Best To Mainstream" si avviano incominciando da "Start Here", breve ed atmosferico episodio introduttivo creato su fasci tastieristici cosparsi di effects, torsioni elettroniche e fraseggi sibillini, mentre il proseguimento impersonato da "Voodoo Doll" coinvolge mediante una danzabile electro-gothic-wave dai richiami darkeggianti edificati su una linea percussiva uptempo entro la quale si innestano tratteggi programmati, le profonde tonalità del vocalist e le elettriche traiettorie descritte dalle chitarre. "Go To Hell" affascina esternando cupe ed ossessive sonorità darkwave-gothic/post-rock concepite utilizzando un'alta densità di synths, duplici pavimentazioni chitarristiche dalle timbriche abrasive e dai riff fiocamente retroilluminati, drum-programming midtempo ed un canto ombreggiato da crepuscolari accenti. I drum-beats elaborati in "Surrender" incrociano le fluide scie tracciate dalla key, il convulso lavorìo delle chitarre ed il canto depresso di Richard su una prima frequenza ritmica midtempo, la stessa che, ulteriormente accelerata in fase di sviluppo, regge con maggiore energia la decadente aura gothic-rock di cui il brano è saturo. "The Reason" predilige un atteggiamento romantico arrangiato all'interno di una pop-wave dalle curvature rallentate e traboccanti di struggente melodia, dettagli costruiti primariamente sull'intensità diffusa dalla combinazione tra tastiera e voce, entrambe morbidamente cullate da una percussività downtempo sulla quale volteggiano catturanti pads e bellissime suggestioni chitarristiche, tutto ciò anticipante "Little Stitch", orientata verso flessuose traiettorie synth-rock/wave di chitarra, tastiera avvolgente, drumming ben cadenzato e vocals scanditi con chiarezza, modulazioni che ricordano, seppur vagamente, quelle espresse in alcuni degli ultimi ed ormai distanti lavori dei Simple Minds. E' la volta di "Underground", una sad-wave/post-rock ballade concepita sulla ripetitiva compattezza dell'impianto percussivo accanto al quale si avvicendano ritmicamente gli arpeggi delle chitarre, il soffio della tastiera ed un canto monolitico, baritonale, ma allo stesso tempo così armonicamente sfiorito. "Bizarre Visions" è l'ennesimo esempio di quanto sia eloquente la perizia compositiva dei Radio DCS, caratteristica manifestata anche in questa traccia pianificata su battenti e rullanti sezioni di drumming a supporto delle appassionate intonazioni di Richard le quali, accorpate alla fluente distesa tastieristica ed alla tesa spazialità delle chitarre, formano un vibrante wave-post-rock il cui refrain conosce la via per introdursi e perdurare nella memoria. Il climax elettronicamente aperto di "Natasha" irretisce attraverso formulazioni synth-rock/wave very 80's emananti una pulsante ritmica uptempo affiancata dal canto sincronizzato che Richard dissemina ad arte sui tracciati della key e sulle spinte propulse dalle chitarre elettriche. Ancora una gagliarda wave tecnologica mescolata ad indirette derive post-rock si ode nell'ottima "Hard To Wait", animata da celeri interpunzioni electro-ritmiche, liquefazioni di programming, elettrici intarsi di guitars e vocals espressi con accenti signorili, ben determinati. Inaspettatamente, il finale della release presenta il remake di uno dei migliori brani creati in passato dalla celeberrima rock-band Foreigner, "Urgent", hit-single del 1981 rielaborato dai Radio DCS in una veste electro-rockeggiante, la diretta evoluzione della medesima song entro cui si riscoprono, globalmente integre, le sue originarie fattezze ora modernizzate attraverso l'intermittenza del sequencing, di vocals fascinosi, di un sobrio accompagnamento tastieristico ed articolati quanto abili intarsi chitarristici. Lusinghiero debutto per una band emergente, l'album "I Try My Best To Mainstream" promette una lunga successione di ascolti sfoggiando tratti distintivi di prim'ordine e preziosismi tali da renderlo allettante a tutti coloro i quali volessero sperimentare gli inebrianti effetti della melodic-gothic-wave collegata a sedimenti post-rockeggianti e ad una mirata retroazione elettronica 80's. I Radio DCS si dimostrano onesti, in possesso di un'inedita impronta sonora, capaci di grandi formulazioni e privi di qualsivoglia atteggiamento divistico, fondamenti che fanno ben sperare in futuri ed ancora più ambiziosi traguardi. Ora basta parole: che tutti i new waver's ed i post-rockers all'ascolto volgano la loro attenzione ad una band che saprà come conquistare tutto il loro preziosissimo ardore.

 

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Rapido De Noir - "Equidistant Lonelinesses" - cd - by Maxymox 2012

rapido  Il post-punk europeo è di fatto un genere tradizionalmente legato ad una musicalità alienante, tesa, ma anche adattabile ad un'infinita serie di varianti e sperimentazioni: i francesi Rapido De Noir convertono l'allucinata natura di questo stile in dinamici registri elettronici, pop, 80's, psychedelic 60's e nu-waver, producendo effetti concretamente interessanti e colmi di originali intuizioni. Il progetto, fondato originariamente nel 2009 con un primo appellativo noto come Underbahns featuring Pat Bakelite, è attualmente composto dallo stesso Pat Bakelite (vox/acoustic-electric guitars/synths), in collaborazione con Samag (bass/synths/electric-guitars/machines/sound design) ed i musicisti aggiuntivi Fab Ne Found Land (live-synths/acoustic guitars/backing vox) e Wil Sintaste (live guitars/backing vox). Il repertorio dei protagonisti, antecedentemente il presente full-lenght, annovera l'ottimo ep d'esordio intitolato "Broken" licenziato dalla label Zorch Factory Records ed un successivo 7" edito nel 2011 per il medesimo brand, "Shaun", oltre a due partecipazioni su compilation, rispettivamente "Impatiences Nocturnes" pubblicata nel 2010 dalla Association SADE e "Nouvelle Ecole" rilasciata nel 2012 dalla Liberate Tute Me Ex Inferis Records. Il sound creato dai Rapido De Noir segue frequentemente traiettorie imprevedibili e non convenzionali mediante un canto circonfuso di accorata nostalgia e straordinarie textures provenienti da un comparto strumentale architettato con assoluta padronanza. L'ampiezza delle sezioni elettroniche snellisce definitivamente la visionaria asprezza delle formule post-punker ingentilendone le forme, mentre gli accenti vocali pronunciati da Pat fungono da elemento portante diffondendosi tra gli schemi con tonalità verticalizzate, melodiose, fortemente catturanti ed incisive. Il primo album "Equidistant Lonelinesses", realizzato per la label 15 Degrees Records, rivela una band entusiasmante sotto ogni punto di vista e meritevole di essere segnalata ai lettori con il massimo della considerazione, merito soprattutto della complessità delle trame, di una sapiente mescolanza di orientamenti sonici che fanno di ogni brano un episodio da vivere con rinnovata intensità, e di liriche sfumate di auto-derisione e di ciò che la band stessa definisce "una sorta di positiva malinconia". La release apre con "Close To The Edge", dinamizzata da leste battute percussive e dallo scorrere del sequencing a sostegno di una new wave finemente emancipata che tuttavia apre spiragli anche ad irresistibili soluzioni pop old school, sonorità percepibili attraverso la penetrante nitidezza degli intrecci tra i vocalizzi di Pat e le coralità retrostanti, nonchè dall'eccellente interplay tra il morbido fluire del synth ed gli elettrici settori chitarristici. "He Could Be", disponibile anche in un avvincente formato video, integra nel suono bilanciati dosaggi di synthpop e new wave, emulsionandone gli elementi e portando a compimento un brano di grande attrazione sfoggiante una celere percussività attorniata da un canto sconvolto, multitonalità corale rincorsa da ventate di chitarre e synths in combinazione ad una pulsante linea di programming. Dalla successiva "Banned From The Club" emergono apprezzabili memorie post-punk espresse soprattutto nella dissennata forma canora di Pat che si inserisce in una musicalità frazionata e variabile, composta da istanti elettronicamente popish rappresentati dal battito midtempo del drum-programming e dal tocco dei synths, ed altri ispirati da una wave psicotica comunicata nel refrain mediante un veloce sottofondo pianistico sul quale si fissano in sovraimpressione vocalizzi nevrotici e dissonanze chitarristiche. "Shaun" è una straordinaria electro-wave punteggiata di reminescenze post-punk, un episodio in cui il cammino parallelo del drumming midtempo incontra i magici contrappunti delle chitarre, i venti artificiali ed i disegni aerei provenienti dalle tastiere e la malinconica schizofrenia con cui Pat verga le sue liriche. Un pò psichedelica, vagamente folk e a tratti post-wave, "My Shining Whore" propaga depressioni vocali su un soffice manto di keys, sequencing ed arpeggi chitarristici, mentre le seguente "Broken" accelera il ritmo innestandolo all'interno di un arabesque new wave-minded ricolmo di fantastiche estensioni che il singer ed i backing vocalists emettono in modo così incredibilmente definito congiungendole all'impianto strumentale, quest'ultimo formato da una perfetta sincronia tra le veloci battute del drum-system ed i tratteggi programmati, tra le luccicanti scie dei synths e l'elettricità dei riff. "Brainstorm" recupera le glorie dei registri post-punk che prevedono un canto visionario e cori di ritorno ben modulati, chitarre in presa diretta, rapide successioni di drum-machine, segmentazioni programmate e voli tastieristici, così come la seguente "Look Out Lock Out" propone una wave cerebropatica propulsa da sollecite rotazioni electro-percussive a due velocità, la prima reggente un disciplinato ed armonico modulo di canto, bass-lines, programming e synth, il secondo, più velocizzato, deflagrante in un turbine di chitarre post-punk e vocalizzi deliranti. A mio personale giudizio, la traccia più accattivante dell'album risulta "Sweet Married", una pop-wave ironica ed articolata con la quale la band rivela esponenzialmente la propria genialità, e ciò attraverso una percussività sintetica midtempo quale traino per elettrici inserimenti di guitars, tastiera dal climax very 60's, stranianti inserti elettronici ed un comparto vocale capace di prodigiose evoluzioni e, soprattutto, di un refrain che si imprime istantaneamente nella memoria. L'epilogo dell'opera prende il titolo di "Rain", capitolo impostato su uno schema wave ritmicamente downtempo sul quale si allineano il meccanico avvicendamento del programming, le celestiali sovrastrutture della key, le sezioni delle chitarre che nel finale si stemperano in una laguna distorta, e la voce del singer accentata di paranoia e mestizia. Relazionare con "Equidistant Lonelinesses" è istintivo, naturale; la sua attrattiva è immediata, il suo potenziale immenso, la sua longevità assicurata. Sommando matematicamente la strabiliante estensione vocale di Pat con la perfezione delle orchestrazioni di supporto e gli abbellimenti corali risultano dieci magnificenze soniche verso le quali ci si deve esprimere obbligatoriamente in termini elogiativi, in particolare per questa fresca stilizzazione del concetto post-punk-wave che diverte, intrattiene e fa riflettere. Per Vox Empirea miglior band del 2012 in questo specifico genere! 100% clamorosi, 100% trascinanti, 100% Rapido De Noir.

 

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Rapoon - "Time-Loop Anomalies" - cd - by Maxymox 2012

rapoon Elencare integralmente la discografia pubblicata da Robin Storey nel ruolo del solo-project Rapoon, antecedentemente quest'ultima opera "Time-Loop Anomalies", sarebbe un'impresa titanica, numerando essa dal 1992 ad oggi non meno di novantaquattro creazioni suddivise tra CD's, ep's, vinyl releases e contributi su compilation, per cui invito i lettori interessati a questa sezione a verificarne la mole collegandosi alla pagina web dell'artista. Il personaggio trattato proviene dall'Inghilterra e la sua esperienza musicale si è evoluta nelle file dei Zoviet France, collettivo stilisticamente ibrido i cui generi di competenza sono inquadrabili in un contesto post-industrial/ambient-drone/tribal, storica piattaforma di cui Robin è stato co-fondatore e componente dal 1979 al 1992. Il musicista, inoltre, vanta collaborazioni di rilevante calibro in veste di produttore, attività onorata da cooperazioni con artisti tra i quali Joachim Roedelius, membro dei disegni Cluster/Harmonia e Nigel Ayers alias Nocturnal Emissions. Rapoon è il perpetuo esperimento di ascendenza ethno-ambient alimentato dall'ingegno di Robin il quale, simmetricamente al recente digital-album "Disappeared Redux" ed al full-lenght "Stray", completa sempre nel 2012 la presente raccolta di singoli e di cosidetti "starts" estrapolati dalla sua ampissima discografia. L'importante supporto della label polacca Zoharum Records conferisce valore aggiunto al rilascio analizzato in questa sede includente nella sua tracklist una ragionata miscellanea delle policromie sonore architettate da Rapoon durante le sue varie epoche stilistiche. L'album apre con un brano particolarmente gradito da Robin, "Sputnik", proposto ora in versione remix mediante strategie electro-acustiche pianificate da atmosferiche composizioni di tastiera riverberata, contemporaneamente a basse modulazioni di corde e diradazioni percussive. La successiva "Earthbound And Emotional (From Carmen...Early Mixes Plus Eva Vocals: Treated)" espone un ethno-ambient minimale, creato quasi unicamente su un esteso tracciato di sequencing che memorizza campionandoli i toni cristallini ed echeggiati di uno strumento a percussione, acustiche immerse in un'ipnotica, rilassante laguna sonora composta a sua volta da vocii tribali. "Hybrid Identities 1 (Radioactive Mixes Hands Held High OCCUPY)" esplora orizzonti alternativi del concetto ambient, manipolando il suono ed assottigliandone le strutture, rendendole quindi impalpabili filamenti carichi di radio-interferenze, nelle le cui foschie strisciano in lontananza un motivetto spettrale ed un fraseggio gutturale non appartenente alla specie umana. Il relativo trait d'union del brano appena ascoltato è esposto dalla successiva "Hybrid Identities 2 (Radioactive Mixes...Rain Plus Eva Vocals: Treated)", capitolo che recupera i femminei vocalizzi della singer distribuiti rarefattamente in un torbido aggregato di frequenze radiocontaminate, scroscii, stridori e drumming ossessivo tanto quanto il coro udibile in sottofondo. Le emozioni di momenti passati ma ancora impressi nell'anima rivivono cerebralmente attraverso le formule dream-ambient di "(Memories Of) Holidays At The Sea", song monoritmica e costruita da Robin ampliando all'infinito scarni accordi d'organo entro i quali echeggiano garriti di gabbiano e sofisticazioni vocali, sonorità contrastanti quelle diffuse dalla seguente e più tecnologica "Of Course There Are Aliens (In This World Early Untempo Mix)", una glaciale successione di intermittenze elettroniche evocanti ambientazioni da missione spaziale, dialoghi radio e campionamenti vocali, moduli interamente percossi da trafitture di drum-programming. "Synchronic (Out Of)" alita livide emissioni tastieristiche sottoforma di pads destrutturati recanti una timbrica ora increspata ora dilatata, fino al raggiungimento di modulazioni elettronicamente deformate, soluzioni che concedono l'ingresso alla successiva "Pig Drum Ritual (Live Remix)", traccia dalla forte connotazione tribal-ambient basata prevalentemente su percussività di sintesi quale sostegno ad un background formato da richiami arabeggianti di tromba e segmenti di voce programmati dalle macchine. Sprofondare lentamente tra i vortici di "Carmen 2 Remix Hybrid" significa vivere un'esperienza onirica ad occhi aperti, abbadonandosi alle mesmerizzanti traiettorie in stile ethno-ambient questa volta disegnate con le plumbee cromature della key in combinazione a rumoreggi di fondo, echi di tromba, nebule sintetiche, vocalizzi arabi e gli scheletrici dialoghi della vocalist. "Rapoon Solo Carmen" dispiega arcuazioni sonore generate a freddo dalle apparecchiature in un'immateriale, rallentata, continua torsione e rimodulazione di frequenze buie ed echeggiate, il tutto precedentemente al tratto di chiusura, "One Year Out End", un industrial-ambient ottenebrato da caligine tastieristica, riverberi vocali e spiralizzazioni elettroniche. Selezione di eventi remixati decisamente interessanti ed espressi utilizzando pura creatività e tutta la sapienza nel saper flettere la materia suono: il risultato di tale impegno da parte di Rapoon è questo "Time-Loop Anomalies", i cui contenuti asseverano in termini inconfutabili la grande preparazione di questo avanguardistico musicista ed i meravigliosi effetti che le sue composizioni procurano sulla fantasia individuale. Ogni dettaglio sonoro della tracklist è predisposto in modo tale da provocare nell'ascoltatore la scissione dall'oggettività, permettendo all'immaginazione di sorvolare i versanti orientali del mondo esaltandone introspettivamente la magia del paesaggio e la vita che in esso scorre. Progetto di grande valenza e messaggero di un suono che vi farà oltrepassare con naturalezza l'invisibile barriera spazio-tempo.

 

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Red Sun Revival - "Running From The Dawn" - cd - by Maxymox 2012

redsun  Estrapolando dalla scena gothic-rock le migliori proposte offerte in questo 2012, la scelta di Vox Empirea ricade inevitabilmente sui londinesi Red Sun Revival, power-quartet composto nel 2011 dai seguenti musicisti con tuba, in abiti tardo-ottocenteschi e tutti in possesso di un importante curriculum artistico: Rob Leydon (vox/programming/clean-guitar/recording engineer) vanta costruttive militanze come chitarrista in progetti stilisticamente orientati verso il medesimo genere come Voices of Masada, del quale Rob è anche co-fondatore, The Eden House, Adoration e Nosferatu. Matt Helm (guitar) ha offerto la sua mirabile capacità di arpeggio nei Pretentious, Moi? disegno gothic-rock inglese interprete nel 2010 di un eccellente debut-album autoprodotto e dal titolo omonimo che ebbi l'onore di recensire più che positivamente. L'ellenico Panos Theodoropoulos (bass guitar) ha sempre manifestato un'innata poliedricità sviluppando in passato i suoi tatticismi presso numerose underground bands greche, mentre attualmente, oltre che nei Red Sun Revival, egli è incorporato nella line-up dei RottViolent, ensemble dedita al genere hard-rock. Christina Emery (violin), ex tastierista della elektro-platform FutureFrenetic, ha costruito attorno a sè negli anni una solida reputazione manovrando anche in questa occasione il suo strumento con tale perizia da riuscire ad innestare nelle strutture registri assolutamente catturanti elaborati in perfetta sintonia armonica con le textures chitarristiche. L'interazione tra queste menti poteva solo generare un lavoro di forte risonanza e valore, caratteristiche nettamente percepibili in questo esordio su album licenziato dalla celeberrima label tedesca Afmusic, "Running From The Dawn", release nella cui stesura sono stati coinvolti importanti nomi, in particolare quelli di Louis DeWray, vocalist dei citati Nosferatu, il quale ha efficacemente supervisionato in qualità di vocal-engineer sulla rilevante sezione canora presso gli Earth Terminal Studios, così come Stephen Carey, attivo presso lo Stanton Manor Studio nonchè ideatore del progetto The Eden House, membro degli NFD e This Burning Effigy, mixa con maestrìa le sorgenti sonore, mentre la delicata fase di mastering è affidata nientemeno che a Andrew (Andy) Jackson, illustre produttore e record engineer di album dei Pink Floyd e Fields Of The Nephilim oltre che titolare del Tube Mastering Studio. L'elenco d'oro dei credits continua menzionando Ilona Jurgiel, doll-maker professionista e fotografa presso il Lightpainted Doll la quale ha concepito l'artwork del digipak, proseguendo infine citando la collaborazione del guest-/violinist Bob Loveday proveniente dalla band capeggiata dal mastermind Bob Geldof. Il team tecnico e la band, artefici del presente "Running From The Dawn", sono quindi riusciti nell'intento di produrre un album integralmente pervaso da affascinanti, malinconiche ascendenze gothic-minded, un'opera elevata su parametri d'ascolto talmente alti da distinguersi fulgidamente nell'area di sua competenza per una strepitosa metrica di canto sempre colma di speen e di grande espressività unitamente ad un perfetto formulario strumentale architettato con inappuntabile cognizione. "Running From The Dawn" incastona nella sua tracklist un diadema composto da nove inestimabili gemme sonore che prendono il via da "My Child, uno stupendo gothic-rock durante il quale ogni singolo istante si riempie di suggestione e decadenza, percezione infervorata dai supplichevoli vocalizzi di Rob le cui timbriche profonde ed arrochite accerchiano con penetrante intensità il drumming uptempo, i finissimi intagli delle chitarre, la pulsante linea di basso e la romantica spazialità diffusa dalla tastiera. Le sviolinate eseguite da Christina sono voli armonici che impreziosiscono il percorso della successiva ed omonima "Running From The Dawn", traccia che amplia il tradizionale concetto gothic inserendo nel medesimo, oltre al colore cinereo riflesso dal canto, anche un aspetto strumentale ricco di atmosfere melodiosamente rasserenate composte da un delicato ricamo di programming che si aggiunge alla passionale combinazione tra voce, percussività ben sostenuta, idilliaci pizzichi di chitarra e raffinatezze tastieristiche. La poeticità depressa del canto sommata all'energia del rock ottiene come risultato "Lost For Words", brano rimarcante la colta aura di cui le musiche dei Red Sun Revival sono detentrici, particolare nuovamente evidenziato dagli eleganti scambi tra le pronunce di Rob ed il trittico chitarra-tastiera-drumming, formulazioni concepite su base midtempo ed attraversate dalle nostalgiche scie violinistiche tracciate da Christina. La struggevolezza di "Last Chance" è vergata attraverso gli abbattuti registri gothicheggianti emessi dal vocalist inseriti con grande senso estetico tra le intermittenze del sequencing, le battute midtempo della drum-machine, i fascinosi pads, i giri di basso e le malinconiche emozioni rievocate dalle scale chitarristiche. La bellissima "Wide Awake", allo stesso modo, predispone un canto che nel refrain diffonde tutta la sua incontenibile sofferenza abbracciando con trasporto le emozioni suscitate dal connubio tra il romanticismo sfiorito del key-sound e le scintillanti decorazioni delle chitarre su ritmica midtempo, così come la seguente "Miracles", ancor più incantevole, straripante di passione gothic e probabilmente il miglior episodio della tracklist, affida gran parte della sua disperazione al canto che Rob vive con indicibile ardore enunciandolo attraverso liriche affrante che in fase di refrain si ampliano in lunghi riverberi così meravigliosamente catturanti, tutto ciò declinato da una vivida musicalità trascinata dal basso e dal drum-programming, addensata dalle estensioni della tastiera e resa ancor più sentimentale da ornamenti da chitarristici che si snodano ritmicamente nell'anima della song. "Without You" è poesia enunciata di fronte ad un tramonto autunnale, un gothic-rock dalle sfumature immalinconite dalla voce del singer sul vibrante incedere midtempo del drumming, esposizioni attraversate da abbellimenti pianistici, persistenti sinfonie di key e pindariche intersezioni disegnate dalle corde. E' la volta di "Forgive Us Now", componimento dalla fortissima carica emozionale enfatizzata in particolare nei vocalizzi che Rob esprime con tonalità addolorata, ferita da un inconsolabile patimento e perfettamente integrata in una sonicità sad-gothic/rock che aggrega in un unico modulo il contristato, elettrico arpeggio delle chitarre, il drum-programming midtempo e le morbide scie della tastiera intervallate da toccanti sezioni violinistiche. Un'opera di simile visceralità non avrebbe potuto anelare una conclusione migliore: ecco quindi "Nothing To Hide", brano inondato di consonanze gothic-wave-rock rivelate primariamente attraverso il foreground vocale di Rob, come sempre traboccante di phatos, ed in seguito dalle malinconie strumentali di chitarre e violino sulle quali scorre il battito delle percussioni, il tratteggio del sequencing e le calde fluttuazioni della tastiera. Release epica ed in grado di raggiungere i moti dello spirito, un album che lascerà senz'altro ammirata quella falange di pubblico che ha fatto della sottocultura gothic il proprio stile di vita. La netta affermazione della voce di Rob Leydon si impone con smisurata efficacia sulle musiche conferendo ad esse una forma culminante nello struggimento, nel rimpianto e nella poesia da stagione uggiosa. La band interpreta ogni traccia con impegno, sapienza e concentrazione, attivando allo scopo ogni possibile raffinatezza atta a portare impeccabilmente a compimento un lavoro il quale, benchè sottoposto al più severo dei giudizi, evidenzierebbe immediatamente la sua superiorità oltre la media. La sinergia tra un pentagramma di eccezionale consistenza ed un sound-system tecnicamente pulito fa di "Running From The Dawn" un'opera evidenziante la relazione che intercorre tra decadenza e melodia: i Red Sun Revival sono eccezionali ed è bene che lo sappiate.

 

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Rukkanor - "Deccarah" - cd - by Maxymox 2012

rukkanor Il progetto individuale Rukkanor è l'alter ego sonico neoclassic/orchestral bombast/martial del polacco Robert Marciniak, edificatore assieme a Marcin Bachtiak, alias Cold Fusion, della cult-label nota come War Office Propaganda, dal 2007 tramutata in Rage In Eden e specifica nelle aree dark ambient/neofolk/industrial/experimental/militaria, etichette attraverso le quali l'autore rilasciò la quasi totalità delle produzioni che andrò ad elencare a tempo debito nelle righe sottostanti. La biografia del protagonista menziona inoltre altri due disegni paralleli concrettizzati in collaborazione con Marcin Bachtiak: il primo, includente nella line-up anche la figura di Radoslaw Kaminski, è conosciuto nella scena neoclassical/industrial europea con l'epiteto Across The Rubicon al quale si attribuisce l'album "Elegy" del 2007, lo split "Scontrum Act VIII" condiviso nel 2008 unitamente con i conterranei Phragments ed al solo-project del francese Romain Lemenorel chiamato March Of Heroes, nonchè il full-lenght dal titolo esteso, "Who Doesn't Listen To The Song, Will Hear The Storm" edito nel 2010. Il secondo, fondato nel 2004 dalla sinergia tra Robert Marciniak e Marcin Bachtiak, fu la piattaforma industrial-ambient Insuffer, autrice dell'ottimo album "Virus Dei" edito per le labels Terra Inferna e Beast Of Prey": in tempi più recenti, nel 2012, il musicista in questione ha interpretato con Anthony Armageddon Destroyer, membro dei progetti EWT 811, Goreghast e Paranoia Inducta, il duo Needful Things, mediante il quale ha inciso le cinque tracce digitali in stile minimal-dark-ambient dell'album "Delusion". Focalizzando ora l'indagine sulla produttività discografica di Robert in veste di Rukkanor, si elencano l'album "Requiem For K-141 KYPCK" e l'ep "Wunderwaffe" del 2004, quest'ultimo in cooperazione a Cold Fusion, seguito nel 2005 da un secondo, "Deora" ed ancora l'anno successivo dallo split "Triumvire", entro il quale Rukkanor presentò tre episodi gareggiando con le tracce di Cold Fusion e Stahlwerk 9. Il primo capitolo del celebre e duplice atto "Despartica - Face One" fu pubblicato nel 2007 parallelamente all'ep "Ende": esso includeva dieci formidabili tracce in assetto martial-industrial basate sui poemi di immortali scrittori quali William Blake, Thomas Hood, Rupert Brooke, Wilfred Owen, Christina Rossetti, Joseph Campbell e William Butler Yeats: interessanti anche i contributi vocali dell'astrofisico inglese Stephen Hawking e di Reinhard Hopfe dei progetti Indigo Larvae, Stahlwerk 9, A.R.S., Fall Weiss, Final Resistance e Sturmpercht. Dopo lo split "Wunderwaffe + New Apocalypse" del 2008 realizzato congiuntamente a Cold Fusion, Rukkanor completò "Despartica - Face Two", secondo capitolo dell'opera questa volta caratterizzata da sonorità prevalentemente dark-electro e darkwave i cui testi rimandavano agli autori William Butler Yeats, William Henry Davies, Emily Dickinson, John Masefield, John Gillespie Magee, Edith Wharton, William Blake, Sarah Teasdale, Jessica Powers ed Emily Brontë. Di nuovo, l'associazione con Cold Fusion generò nel 2008 l'album "Silk Road", mentre il ritorno di Rukkanor al percorso solistico diede vita nel 2009 ad un CDr-album in edizione ultra-limitata dal nome "Almetodhe", il medesimo che anticipò il presente full-lenght "Deccarah", oggi selezionato da Vox Empirea. L'opera in questione, composta da undici tracce e stampata in soli trecento esemplari numerati a mano, sigla l'intesa con la sempre eccellente label germanica SkullLine, un sodalizio perfettamente architettato offrente un prodotto sonico di gran pregio licenziato da un music-brand che ha collezionato nel tempo quantità incredibili di onorificenze nelle aree neofolk/industrial/noise/dark-ambient. Il booklet di quattro pagine introduce visivamente al concept stesso dell'album: amore e sacrificio per l'Europa, antiche e gloriose battaglie tenute contro le armate orientali rivivono nitidamente all'interno di sontuose orchestrazioni neofolk-martial, come dimostra il brano d'apertura "Before The Dawn", impostato con spirito documentaristico attraverso i suggestivi pads introduttivi attraversati da un lento battito di campana e dalla cristiana devozione espressa nella preghiera recitata in latino dal soldato prima del combattimento, il tutto ritmato da una duplice base percussiva: una sinuosamente orientaleggiante, l'altra fieramente eretta dall'imperioso e disciplinato rombo del tamburo militare. Il brano che attribuisce il titolo all'album, "Deccarah, percuote la membrana delle percussioni con rigore soldatesco trasvolando ancienti milizie arabe le quali con il loro frastornante vocio rendono ancor più veritiere le minacciose ambientazioni da accampamento nemico drammatizzate dai lunghi accordi della tastiera. Un serpeggiante battito di ritmiche pagane accoglie modulari e più profondi colpi di tamburo, impianto percussivo che regge le decadenti suggestioni del canto gregoriano immerso nella malinconia dei pads: tutto ciò nella solenne celebrazione di "Warriors Of God", traccia anteposta a "Rivers Of Light Sea Of Shadows", episodio neoclassical-martial elegantemente predisposto su marmoree rullate in combinazione alla grandiosa, sinfonica mestizia elevata dalla tastiera. L'autoritaria imponenza del medesimo strumento domina anche la successiva "Litany", aumentando nelle sue trame il senso di tensione attraverso grevi toccate che incrociano la religiosa severità corale mescolata a sua volta alle leggere cadenze del drumming. Opposto è invece lo schema tattico pianificato per la battagliera "In War We Trust", una cavalcata martial-midtempo dai possenti toni ritmici e dalle orientaleggianti formulazioni di tastiera sulle quali volteggiano sonorità etniche ed un'ossessiva invocazione levantina. Un canto echeggiato e liturgico risuona tra le militaresche sezioni percussive di "Song Of The Damned" ammantata da un'orchestralità inflessibile che ritrae idealmente la sofferenza dell'anima, conducendo in seguito a "The Commandment" ed alla sua atmosferica coralità gregoriana inserita tra sovrapposizioni tastieristiche ora afflitte, ora pomposamente svettanti. E' la volta della catturante maestosità di "Vir Triumphalis", una neoclassical-martial song che si erge con l'immacolata purezza di un diamante e come esso, oltre la lucente esteriorità, cela una struttura inscalfibile, caratteristica rappresentata dal severo, lento passo ritmico posto simmetricamente alla nobile sinfonia di tastiera che abbraccia la fulgidezza del canto ed il morbido arpeggiare della chitarra in punta di plettro, formulazioni che fanno di questa traccia uno dei passaggi più spettacolari dell'intero disco. La scelta del canto gregoriano si dimostra un elemento perfettamente integrabile anche nel pentagramma di "Crusader" entro cui l'orchestrale neoclassicismo tessuto dalle tastiere comunica attraverso un linguaggio severo con le marziali battute del tamburo, così come "A New Dawn", brano conclusivo, si estende con la stessa trascinante intensità di una colonna sonora replicando vibranti percussioni in un poetico contesto di tastiera e modulari carezze di chitarra. Musiche evocanti non la sfarzosità in senso lato, ma bensì la decisa percezione del trionfo, della grandezza, della vittoria. Rukkanor è un glaciale monolite in grado di propagare acustiche ricolme di vastità storica e melodie dal fascino regale, tutto ciò austeramente abbellito dalla geometrica prestanza del martial-sound. "Deccarah" è un album la cui supremazia richiede ascolti assolutamente partecipi e rivolti ad un pubblico consacrato a questa specifica impronta sonica: essi cavalcheranno neri destrieri lanciati alla carica in un fiammeggiante tripudio di spade e croci. Questo disco è una scenografia atemporale che vi coinvolgerà pienamente: che esso sia incluso quanto prima nel punto più accessibile della vostra migliore collezione.

" S "

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(((S))) - "The Moon Is My Sun" - cd - by Maxymox 2012

sthemoon  Parlare del criptico musicista danese Nils Lassen, alias (((S))), significa addentrarsi in un universo compositivo che fa nella mutevolezza la sua principale caratteristica. Le sei parentesi bidirezionali che racchiudono la lettera "S" del logo potrebbero simboleggiare, a mio giudizio, onde sonore che dipartendo da un nucleo centrale si evolvono, oltre che in opposte traiettorie, anche in una dinamica molteplicità di espressioni compositive. Il progetto, biograficamente sfuggente ed ermetico nelle esternazioni, si offre infatti all'ascolto spaziando dalle sue origini in una molteplicità di fasi che lambiscono alternativamente derive darkwave, come udibile nel debut-album "Ghost" edito nel 2009 per la label germanica Afmusic, oppure intensamente new wave/indie rock, moduli estrinsecati nel secondo full-lenght "Phantom" e nell'extended-play "The Deutsch EP" licenziati entrambi nel 2010 dal medesimo brand. L'incontro con questo nuovo album concede invece l'introduzione dei leggendari grafici synth-wave provenienti dal sottosuolo alternativo compreso tra il 1978 ed il 1984: parte della tracklist trae esplicita ispirazione dalle sonorità appartenenti ai New Order, band le cui reminescenze sono palpabilmente intense e veritiere all'interno di formule distanti dal voler essere semplici riproduzioni speculari, ma piuttosto intendibili come moderne re-interpretazioni di uno schema musicale che ha segnato indelebilmente un importante paragrafo della early-new wave. Ed ecco quindi che nella nuova album-release "The Moon Is My Sun" veloci strutture di elettronica minimale intrecciano dialoghi con gli inediti elementi after-punk/dance concepiti in epoche remote dal terzetto Bernard Sumner/Peter Hook/Stephen Morris, finalizzando così un congegno in grado di riproporre fedelmente in vari brani le tipiche acustiche forgiate anni addietro dalla band inglese miscelate ad altre di matrice più autonoma e tecnologica predisposte da (((S))) in altrettanti capitoli dell'album. E' importante inoltre evidenziare il ruolo attivo di due ospiti all'interno della release: la vocalist Marie ed il chitarrista Paul Gnu, ai quali sono affidate rilevanti esecuzioni di supporto e completamento strumentale delle tracce. Responsabili di questa nuova pubblicazione sono le labels Afmusic e Danse Macabre, eccellente sodalizio dal quale sono state rilasciate molte delle migliori produzioni underground di questo 2012 trattate da Vox Empirea: la title-track della presente release si suddivide in undici episodi primo tra i quali è "Alive/Die", electro-wave dal passo ritmico spigliato e vivacizzato da scansioni uptempo simmetricamente programmate per accogliere pulsanti bass-lines ed una linea sequenziata che ricorda in qualche misura i tratteggi elettronici applicati da Giorgio Moroder tra i 70's e gli 80's, tutto ciò a sua volta inserito in una accattivante dimensione post-neworderiana ricreata dalla chitarra che emula stilisticamente le identiche, elettriche timbriche delle corde e gli staccati arpeggi tipici della band d'ispirazione in aggiunta a vocals filtrati ed un catturante refrain corale. "Ballet Of The Wolves" supporta una danzabile wave sintetica creata attraverso un uniforme tracciato di drum-programming dalle accelerate bpm, armonici flussi di tastiera e sequencing, frammentarie puntate di chitarra ed un canto asciutto, melodicamente disincantato, che rivela negli accenti depressi la sua devozione a nostalgie post-punker. La celerità con la quale la macchina ritmica elabora i battiti della successiva "Shadowboxing" rende la la traccia estremamente dinamica ed inquadrabile come una moderna, concreta riproduzione delle glorie synth-wave risalenti ad epoche early-80's, modulazioni inebriate da nipponiche toccate di tastiera e sequencing, da avvolgenti brezze elettroniche e vocals colme di trascinante bitonalità, soluzioni anticipanti la seguente "Truthdrug", un electropop predisposto sulle artificiali cadenze midtempo dell'e-drumming sul quale si avvicendano un canto melodicamente amaro in sintonia con le fluorescenze tastieristiche ed i minimali sintetismi che aleggiano freddi sulle strutture. La bellissima "Endless Summer" recupera nuovamente ma in parte le sonorità dei New Order assemblandole a brillanti schemi futurepopish eseguiti mediante le danzabili traiettorie midtempo della drum-machine e del sequencer, elettrici intarsi chitarristici distribuiti da Paul nel refrain ed evocanti vividamente la band di riferimento, acidificazioni tastieristiche ed una forma canora che Nils emette con inflessioni glaciali. "Swimming In Lava" incorpora in una scattante traccia uptempo gli attesi elementi New Order-minded espressi negli elettrici tratteggi della guitar ma anche nella serrata pienezza dei dialoghi tra bass-lines e tastiera elevati nei periodi salienti della traccia, il tutto ornato dalle asciutte polifonie cantate da Nils e dalla vocalist. "Endure" rinnova la particolare natura elettronica concepita da (((S))) per questo album, offrendo un florilegio di ballabili formule synth-waveggianti very 80's composte attraverso meccaniche sequenze percussive inseguite da modulari pulsazioni di programming, da abbellimenti tastieristici old-school in aggiunta all'algida inflessione vocale del protagonista, la medesima che innerva successivamente "A Woman Obscured" aprendo in essa umbratili varchi electro-wave sostenuti da un veloce grafico ritmico-programmato, suggestioni tastieristiche dalle timbriche glaciali ed un planning canoro suddiviso tra le emissioni di Nils interiorizzanti un profondo senso di frustrazione e quelle corali, altrettanto scontente, liberate da Marie. Più luminosa ed obbediente ai dettami neworderiani, "Lovething" interpreta con talentuosa autorevolezza una synth-wave intensamente melodica e rapida nelle movenze, tutto ciò musicato da vocals armoniosi ed immuni da tormenti, appoggiati con morbidezza sulla spinta uptempo delle percussioni elettroniche impreziosite a loro volta dagli scintillanti accompagnamenti chitarristici di Paul unitamente a tecnicismi sequenziati, per una song che definisce, collegandole con ammirevole lucidità, le risolute compulsioni del post-punk e la leggera spensieratezza del synthpop. "TheMeTheYou" non differisce sostanzialmente da quanto appena ascoltato, presentandosi con le medesime caratteristiche ritmiche e chitarristiche dell'episodio precedente, aggiungendo al tutto un refrain incitante e vibranti tocchi di keys, mentre la conclusiva ed omonima "The Moon Is My Sun" predilige atmosfere introspettive e futuristicamente malinconiche, emananti fascino canoro e, in minima parte, un retrogusto freddamente elegante, dettaglio questo accentuato dalla disposizione electropop dello schema complessivo animato dall'ipnotica artificialità dell'impianto percussivo midtempo sul quale Nils incastona con eccellente gusto estetico armonici segmenti tastieristici. Quest'ultimo evento discografico pubblicato da (((S))) irrompe con sorpresa nella scena distinguendosi per valore, correlando il suono wave di vivaci sofisticazioni tecnologiche e punte di retroguardia le quali, per quanto riflettenti globalmente i modelli 80's, riescono ad adeguarsi con grande efficacia alle attuali tendenze, riproponendo inoltre con strategia le indimenticabili gesta dei New Order attraverso una selezione delle loro migliori sonorità. L'album "The Moon Is My Sun" è quindi un excursus multidirezionale che consacra definivamente Nils Lassen come un valido ed illuminato esploratore del suono elettronico alternativo. Release semplicemente basilare, in possesso delle virtù per essere annoverata tra le più interessanti proposte di questa prodiga annata.

 

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- Sandor Gavin - 'Resonance' + 'The Rush' ep - cd - by Maxymox 2012 -

sandorgavin Dal curriculum relativo al newyorkese Sandor Gavin emerge la spiccata versatilità stilistica del musicista rivolta dapprima verso declivi new waver, interpretati nella sua entrata in scena dal 1990 al 2002 come tastierista e vocalist nei The Syntax Of Devotion, band con la quale pubblicò almeno due LP's contenenti brani di ragguardevole entità. Il percorso artistico di Sandor Gavin ebbe seguito nel 2003 abbandonando le pose wave-orinted per congiungersi attraverso il progetto di Detroit chiamato Electrophile al genere industrial/synthpop proponendo l'ep "Digital Emotion" succeduto dall' LP "Fluid" con i quali raggiunse un buon livello di popolarità tra il pubblico dei dancefloors alternativi. Nel 2005 il protagonista ed il drummer degli Electrophile si accorparono per fondare la piattaforma Fascination Incorporated cambiando totalmente direzione musicale orientandola verso soluzioni definite dallo stesso Sandor "più organiche", non riuscendo tuttavia a garantire longevità al progetto dal quale si scisse in tempi recenti per seguire la via solistica. La nuova livrea dell'autore si permea di reminescenze synthpop tipicamente americane aggreagate a ballabili concezioni clubby-minded, proponendo una breve discografia comprendente il debut album del 2010 "Partial To Blue" caratterizzato da tracce a bassa velocità alternate ad altre dalla ritmica più energizzata ed adatta alle piste, seguito dai presenti "Resonance", full-lenght del 2011 e l'ep "The Rush", quest'ultimo garante di ciò che si ascolterà nell'imminente uscita del 2012 "Fiction Theory". La prima delle due proposte da esaminare è appunto l'album "Resonance", prodotto che apporta il marchio della Skip Stop Records, label con sede a Brooklyn specializzata nella gamma dei suoni elettronici e di inclinazione rock, un lavoro che offre undici episodi squisitamente adatti ad ascolti leggeri che necessitino di soavità canora ed armonie elettroniche terse, passionali. Il primo atto dell'opera è l'omonima "Resonance", una perfetta synthpop song edificata da ordinate linee di programming, tastiera ed il timbro vocale di Sandor poco più che sussurrato. Calibrata su un più rallentato regime percussivo, "Kiss Me" è una traccia corrispondente ad un pop elettronico ricolmo di melodie zuccherine, mentre la successiva "Ecstasy" propone vigorose spinte electro-ritmiche mescolate a soluzioni sia canore che strumentali intaccate da reminescenze dance 80's. In "Persistence" si distinguono snelle ed armoniose formule synthpop che traggono indirettamente ispirazione dai Cosmicity, così come "Sun Spots" offre soluzioni elettroniche più vivide che combinandosi originano una traccia che delizierà gli ascolti inclini ad uno stile techno-pop ballabile e particolarmente ricco di melodia. "True" diffonde note colme di garbo e sensibilità in stile Pet Shop Boys, elementi affidati a vocals nostalgici adagiati su leggiadre toccate di synth dai toni pianistici e coralità artificiale. Il recupero dei canoni dancing è garantito dalla seguente "Heaven", brano che sostiene profondi respiri di tastiera introdotti in un velocizzato comparto di programming e voce serafica, succeduto dallo scattante drumming concepito per "Footsteps", traccia iniettata di composta passionalità vocale e dettagli club-dance. "Today" rende omaggio all'electropop erigendo un suggestivo congegno dai vocals educatissimi ma nel contempo trascinati dal celere turbine della drum-machine avvolta dagli aliti del synth. Le atmosfere melodiche, ritmiche e canore tipicamente connaturate al duo Tennant / Lowe si evidenziano nuovamente appropriandosi di "Reminiscence", seguita dalla song di coda rappresentata da "Now And Forever", slanciata e molto ballabile nella sua scintillante foggia synthpop delineata da meccaniche sezioni di drum-programming e da pennellate di synth su liriche esposte con garbatezza. I contenuti ascoltati nell’ep The Rush” riflettono sommariamente quelli presenti nella precedente realizzazione e, benchè concepiti con gli intenti appositamente danzerecci degli extended play, dovrebbero rappresentare le caratteristiche principali del newcomer album “Fiction Theory” previsto per l’anno corrente; “Feel The Rush”, traccia d’apertura, espone melodiche soluzioni synthpop di carattere easy-listening adattate per le piste, così come “Blind Faith” propende verso un equilibrato compromesso tra diagrammi pop-tecnologici e regolari schemi dance. “Love Junkie” riflette ancora tangibili affinità con le romantiche formule vocal-strumentali dei Pet Shop Boys più ballabili, mentre l’accelerazione ritmica di “Let The Radio Play (FM Mix)” invoglia al movimento sviluppando semplici ma icastiche armonie techno-pop ingentilite da un canto lucente e da sequenze tastieristiche molto clubby. Le costruzioni musicali dell’interprete non riscriveranno certamente la storia del pop sintetico ma riusciranno a farsi amare per semplicità, disimpegno e quel tocco di educata verve che le rende assimilabili a 360°. Se il vostri gusti musicali trovano diretta sintonia con quanto qui descritto, siete invitati ad instaurare una connessione diretta ed imperitura con l’azzurro mondo di Sandor Gavin.

 

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Say Y - "A Digital Fate" - cd - by Maxymox 2012 -

sayy Say Y è un duo tedesco di matrice synthpop composto dal front-man, tastierista e vocalist Picco (Torsten Pankow) con NancY (Nancy Lehmann), anch'essa vocalist, tastierista ed assegnata al programming. La carriera del progetto, incominciata ufficialmente nel 1995, annovera eloquenti credits maturati in qualità di partecipanti a compilations della risonanza di "The Next Music Generation" edita per la Calyx Records e "Operating Trax", pubblicata nel 2003 dalla Fear Section, nonchè come live-supporters ai Wolfsheim ed al Menschenbrecher-Tour tenuto nel 2003 dai Terminal Choice. Altrettanto ragguardevole anche la visibilità che gli Say Y hanno saputo catalizzare nel medesimo anno in occasione del Dark Storm Festival di Berlino esibendosi al fianco di astri quali Covenant e Blutengel, a questi ultimi ispirati stilisticamente in misura tale da affiancarli nel 2004 durante il loro lungo Demon Kiss tour. Le creazioni rilasciate dal disegno, perlopiù in tiratura limitata, elencano il debut-album autoprodotto "For Sale" edito nel 1997, seguito nel 2000 da due proposte: il secondo full-lenght "The Day After", licenziato autonomamente in formato CD-r, unitamente al single-ep "SMS". Nel 2001 fu la volta dell'album "Love.Letters.GAME OVER" che diede continuità all'opera di autoproduzione, succeduto l'anno seguente dal single-ep "Angels". La scritturazione discografica intrapresa con la Fear Section, label collegata al celeberrimo universo Out Of Line, permise il rilascio dell'ottimo "Refill", album del 2003 a cui seguì esattamente nel 2007 l'adesione degli Say Y al brand Codeline Records, noto per le eccellenze integrate nel suo organico tra le quali In Vein, P24, Fake The Envy, Exilanation e Channel East. Attraverso questo marchio il duo pubblicò nel 2008 l'antologia "A Collection Of The Years" e l'album "Neverending Lights" entro il quale spiccavano i remixes affidati ai progetti Infernosounds, Suicidal Romance e De'Lectrix. Il nuovo full-lenght "A Digital Fate" in esame, svincola gli Say Y da ogni ulteriore contratto costituendo di fatto un'ennesima autoproduzione finalizzata a mostrare ai fans una più matura tecnica compositiva, traendo sempre ispirazione dagli originari spartiti electronic-pop oggi riedizionati sotto un'ottica adattata alle nuove tendenze. Ed ecco quindi formulazioni rivolte agli estimatori del suono artificiale germanico, foriero di episodi dance oriented ed altri di inclinazione romantico-meditativa, tutti comunque riconducibili ad un cliché synthpop melodico e di immediata assimilazione: diciassette tracce, tredici regolari in aggiunta a quattro bonus rielaborati da altrettanti guests, articolano questo album dal quale affiora la prima song, "Say Why", colma di danzabili soluzioni elettroniche trainate da una pulsante ritmica uptempo a cui si combinano armonicamente le scie della tastiera ed i vocals dei protagonisti. "Fate" emette catturanti modulazioni synthpopish scandite da un gagliardo drum-programming e rese gradevoli da armonici stratagemmi di voce, key ed elettronica easy-listening. Come anticipato, l'ispirazione degli Say Y prevede anche momenti rivolti al sentimentalismo: ne è l'esempio "My Life", romanticamente adagiata su edulcorati ricami vocal-tastieristici cullati dallo slow-drumming, mentre la successiva "Wohin" rilancia un robotico impianto percussivo midtempo sul quale si ergono atmosferici chiaroscuri tastieristici e componimenti vocali in stile Blutengel, identicamente a "Hate, Love and Die with Me", dalla quale si diffonde il canto parallelo di Picco e Nancy inizialmente introdotto da malinconiche toccate di piano ed in seguito trasformato in un synthpop dai tratti old-school. Di nuovo e come sempre, ai melodici vocalizzi della singer si alternano quelli vagamente aspri di Picco, così da rendere anche il refrain della seguente "Tears of Ice" uno scambio di armonie ingentilite da flussi di synth ed artifici elettronici. "Schwarz Rot Weiß" dispone le sue liriche bitonali in lingua germanica tra accordi tastieristici dall'aura darkeggiante e programming midtempo, così come "Boring" ricalca sommariamente i tracciati synthpop fin'ora impegati replicandoli mediante una percussività dance-minded, quale ossatura per le leggere evoluzioni di key, armonizzando in questo modo il canto di Nancy perennemente intrecciato a quello più umbratile di Picco. Identico ai precedenti, lo schema vocale di "Digital Child" viene avvolto dalla densa copertura della tastiera e battuto da una dinamica linea electro-percussiva ingegnata a sua volta dagli Say Y per conferire alla traccia una ballabile energia, sonorità oltrepassate da "I Hate Computer", un pop sintetico dalle traiettorie vocali molto coinvolgenti pur nella loro semplicità ed associate ad un torbido meccanismo ritmico-tastieristico. "Sleeping Under A Bridge" è un dismpegnato synthpop nella cui pacatezza elettronica scorre romanticamente speculare il canto del duo, mentre la successiva "Maskerade" si rivela un pop artificiale tutto germanico affidato ai vocalizzi di Nancy, oltre ad un sobrio pentagramma di key e drum-beats midtempo, architettura in qualche misura semplicistica ma pianificata con l'intento di farsi ricordare. Da "B-Side" emergono inizialmente nostalgiche note pianistiche ed in seguito fluide modulazioni romantic-synthpop edificate mediante un lento percorso electro-ritmico sormontato da tenui arcobaleni tastieristici e vocals amorevoli. Gli Infernosounds, duo tedesco di ascendenza dark-electro dance, remixa la prima bonus track, "Tears of Ice", riedizionandola in un azzeccato congegno da pista dalle profonde bpm midtempo a sostegno di intriganti riverberi canori, di pianoforte e rivoli di keys. I Fragile Child, progetto germanico fondato da Dennis e Mex, devoto all'electropop-rock, rinvigorisce ora "Digital Child" tramutandola nella versione Analog-remix, la quale, dopo un lungo ed atmosferico segmento introduttivo, evolve in un ballabile electropop che esalta i vocals di Nancy sospingendoli con grinta mediante le intermittenze del drum-programming, perfezionando così un brano di sicura presa. Non poteva latitare un'ultima esecuzione dedicata al sentimento, impersonata in questa occasione da "My Life", una struggente, corroborante pièce musicata in totale relax dal pianoforte di Steffen Rose, membro del progetto acoustic/alternative-rock Geheime Gesellschaft, in duetto con la voce emozionale di Picco. La traccia di chiusura, "My Way" assembla il canto ed i nostalgici accordi tastieristici elaborati sempre da Picco all'appoggio vocale affidato a JujuP aka Julian P. eccellente rapper germanico i cui serrati fraseggi ornano elegantemente i pads ed i morbidi arpeggi della chitarra sovvertendo il brano in versione S.B.P.Pegasus-Mix. Disco schietto e musicato senza eccessi, "A Digital Fate" è vergato con calligrafia agevole e razionale da un progetto che dimostra di possedere il dono della comunicatività. Le tracce relazionano scorrevolmente con l'ascoltatore deliziandolo con morbide intonazioni elettroniche, ritmo ed un tocco di poesia, elementi i quali sommandosi pianificano un album adatto a solleticare la curiosità dei fans degli Say Y e, più globalmente, di chiunque apprezzi il synthpop germanico: tecnologia ed emozione ancora una volta convergono.

 

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- Schwarzbund - "Van Der Suche Nach Wärme Und Licht" - cd - by Maxymox 2012

scharz  René Müller ((vox/songwriting) e Dirk Wuttig (machines/producing/songwriting/sound engineering) costituiscono l'anima del duo tedesco Schwarzbund, dal 2009 in quel di Wernigerode consacrato al genere dark-electropop. Ambedue gli elementi provengono da trascorse e differenti esperienze maturate all'interno di progetti underground: nello specifico, René fece parte, in qualità di vocalist e songwriter, dei Perversion Mensch, band collocabile nel settore dark-punk, mentre il curriculum di Dirk riporta il protagonista come membro della piattaforma dark-industrial Headcue. La musica generata dagli Schwarzbund spazia da armonie elettronicamente polarizzanti a momenti in cui l'attenzione si sofferma su formule colme di solennità tastieristico-canora che adatta le musiche ad ascolti più meditativi, registri accompagnati da liriche espresse prevalentemente in lingua tedesca ed incentrate sugli aspetti più reconditi ed oscuri della mente umana, tuttavia non così definitivi da non lasciar trasparire da essi l'auspicio che i timori, l'amarezza, la ricerca di un'identità autentica ed il profondo il disagio possano tramutarsi in un destino migliore: tutto ciò individualmente interpretabile dall'immaginario dei listeners. La prima traccia "Das Tier", ideata nel 2009, fu applaudita con entusiasmo dal pubblico, tanto da essere recuperata nel 2012 nella celeberrima raccolta "Zillo" nel volume "CD-05" nonchè nella tracklist di "Sonic Seducer Cold Hands Seduction - Vol. 129": verificata l'efficacia del proprio sound il progetto attivò un processo creativo che diede come esito altri brani fortunatamente inclusi in opere di grande diffusione, come accadde a "Warm", seconda proposta edita nel 2010 ed introdotta strategicamente in "Orkus Compilation 62", seguita da "Kalte Zeit" anch'essa inserita in una radiosa compilation, "Sonic Seducer Cold Hands Seduction Vol. 113". Il 2010 fu soprattutto l'anno in cui gli Schwarzbund congegnarono, suonandolo direttamente on stage, il presente ""Van Der Suche Nach Wärme Und Licht", nato come demo-album ed ora licenziato dalla illustre Danse Macabre. Importante sottolineare il riconoscimento ottenuto dalla band in occasione della sfida europea conosciuta come "Battle Of The Bands 2010", disputazione coordinata dal magazine Sonic Seducer, al termine della quale il progetto conquistò una meritata sesta posizione. I contenuti dell'album integrano vari dogmi del moderno electro-sound, con incursioni proiettate verso l'aggrotech, il cyber ed il pop tecnologico, soluzioni immerse in un perenne stato di tenebrosità, capaci tuttavia di esternare anche una natura introspettiva, ornata dall'intonazione di armonie fortemente attraenti; l'apertura del full-lenght è affidata quindi a "Kalte Zeit", una classica German dark-electro song alle cui disciplinate basi ritmiche mid-tempo si incorporano incisive suggestioni di tastiera e voce, così come la successiva "Irrlicht 2012 a.D." predilige schemi techno-pop che non celano innate allusività rivolte al dark, concetti espressi dalle depressioni canore tessute da René in combinazione a melodiche toccate di synth-piano e pulsanti moduli di programming. "Das Tier" prosegue l'ordine degli episodi mostrandosi come una electro-track dalla percussività asciutta ed incalzante, arricchita da vocals ben cadenzati ed abbellita nello sviluppo mediante cristalline emanazioni di synth. La musicalità elettronica degli Schwarzbund si fa ora più attenta alle armonie catturanti, e ciò avviene con sorprendente efficacia attraverso la robotika introduzione di "Warm" che da lì a breve si tramuta in un electropop che aggancia istantaneamente l'ascolto, grazie al ballabile dialogo tra drum-programming mid-tempo, keys e vocals, le cui evoluzioni amalgamandosi creano spettacolari chiaroscuri impossibili da dimenticare, soprattutto in corrispondenza del tratto in cui il canto di René si intreccia lungamente alla magia degli accordi tastieristici donando così ulteriore fascino ad uno dei brani senz'altro più interessanti dell'album. "Deine Kälte" è un pop sottoposto ad un melodico processo di sintesi tecnologicamente avanzata, grazie ad una ritmica mid-tempo sulla quale si delineano romantiche scie di synth, voce e programming, mentre la successiva "Engel Hinter Gittern" propone uno schema dark-electro tendenzialmente essenziale e malinconico, basato in particolare sui vocalizzi di René che avvolgono con tristezza le ipnotiche elaborazioni di tastiera e drum-sequencing. Scattante e dinamica, "Seelensuche" è congegnata attraverso battute di drumming, synth e voce in stile German-electro, così come la seguente "Lebenslicht" adatta la propria forma indirizzandola verso un dark-technopop composto da accattivanti inserti tastieristico-programmati in aggiunta a vocals sofferti ed un lineare tappeto percussivo che rende ballabile il contesto. E' la volta di "Receding Angels", episodio electro anch'esso screziato di venature dark-minded, fortemente manifestate dall'intonazione di René combinata ad una duplice interfaccia tastieristica che pone in evidenza freddi pads alternati ad altri ancor più suggestivi, i cui dosaggi abbelliscono il solido pulsare mid-tempo dell'impianto ritmico. Un excursus nell'elettronica ricercata si sperimenta nella finale "Weg Des Lebens", brano techno-classicheggiante entro cui si distingiono la struggevolezza del violino campionato, le nostalgiche tonalità del singer accompagnate dalle sontuose orchestrazioni del synth ed il lento incedere della drum-machine, formule la cui sinergia perfeziona una moderna sad-song di effetto assicurato. In "Van Der Suche Nach Wärme Und Licht" prorompono sonorità riflettenti il mondo interiore degli Schwarzbund, una dimensione di tormento, paure e disappunto, emozioni innervate da filamenti elettronici pianificati per conferire all'album un plumbeo climax, questo tra tutti gli aspetti il più percepibile. Disco realizzato con criteri d'avanguardia i cui suoni non impongono nessuna difficoltà d'ascolto: le musiche ed i testi confluiscono nel sistema uditivo con estrema scorrevolezza assicurando immediato coinvolgimento ma anche un elevato standard qualitativo, dettaglio praticamente riscontrabile in ogni pubblicazione della home Danse Macabre. Dopo questo positivo collaudo possiamo attenderci dal duo un prossimo capitolo che sappia intrattenere la platea incline al genere con la medesima arte tecnologica effusa nel presente full-lenght, onorando nuovamente la scena e riproponendosi quali ottimi electro-performers. Gli Schwarzbund attendono ora le vostre reazioni di entusiasmo.

 

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- Schattenspiel - 'Lichtgestalten' - cd - by Maxymox 2012 -

schattenspiel Formazione tedesca originata nel 2008 per volontà di Sven Phalanx e The White Rabbit, duo conosciuto al secolo con l'epiteto Phalanx feat. The White Rabbit nonchè autore di releases unicamente digitali; Schattenspiel è invece il progetto al quale si attribuiscono gli albums "Follow The White Rabbit" debut del 2009, lo split "La Couronne De Glace" in collaborazione con Barbarossa Umtrunk edito nel 2010, ed il penultimo "Schattenkrieger" del medesimo anno. L'ensemble è stata caratterizzata nel tempo dall'ingresso e la fuoriuscita di un cospicuo numero di artisti, ognuno dei quali responsabile in varie misure del definitivo assetto stilistico della piattaforma valutabile oggi come un bilanciato compromesso tra neoclassicismo, neofolk, military-pop e ambient. La line-up attualmente menziona il citato Sven Phalanx (music/backvox), Shaita (vox), Christian Salva (music), Seetha (vox) e Iris Traumann (music), dalla cui alleanza scaturisce questo nuovo album, "Lichtgestalten", limitato a 500 + 50 boxes e licenziato dalla label specializzata Dead Master's Beat. La track-list dell'opera enumera quattordici brani, dei quali cinque realizzati in cooperazione con artisti esterni, per una concatenazione sonora traboccante di malinconica dolcezza ma anche di severo fascino marziale, oppure di trasognante irrealtà, soprattutto nei separati episodi in cui le due vocalist si alternano al canto. A riprova di ciò, l'ascoltatore sperimenterà quanto affermato già nelle cullanti note dell'opener, "Der Flug des Schmetterlings", una lenta ballata neoclassica di key, piano, arpeggi di corde e drum-machine a minimo regime, il tutto ammorbidito ancor più dalla sensuale coralità di Seetha. Questa celestiale visione si ottenebra successivamente, oscurata dalle dense nubi sospinte da "Thirst", traccia che trova pieno riscontro nel dark-ambient e nei marmorei elementi martial espressi dal soldatesco tambureggiare e dalle distaccate liriche pronunciate freddamente da Shaita. Il musicista industrial californiano denominato Rex The Ninth condivide con i protagonisti l'umbratile "Totenwache (Over Concrete)", un ambient-noir costituito da un unico, prolungato pad, nella cui ininterrotta percorrenza si animano rarefazioni violinistiche e la cupezza di un drumming proveniente dal sottosuolo, in anticipo sulle notturne nostalgie di pianoforte e tastiera diffuse dalla struggente "Eschatological Scenario", ovvero una piece essenziale ricolma di neoclassicismo e romantica decadenza. La splendida voce di Shaita accarezza ora malinconicamente le rallentate trame di "Echo", nelle cui atmosferiche procedure sono distinguibili i sussurri ed i backing-vocals di Sven Phalanx che aleggiano al di sopra del soffice manto di violino, key e di un'ipnotica sezione percussiva. "Morgendämmerung" si presenta sottoforma di un incessante ed opprimente filamento elettronico privo di toni quale base per i successivi, possenti intarsi di key, intervallati da cupi riverberi di tamburo, in una traccia molto simile per impronta ai torbidi esperimenti ultra-dark dei This Mortal Coil di "Filigree & Shadow". Non distante dai suddetti moduli compositivi di tale, indimenticabile progetto, anche la susseguente "Falling Down 2010" eleva il canto visionario di Seetha perfettamente integrato alle scarne toccate di piano ed ai marziali, epici sviluppi di key-string regolati da puliti stacchi percussivi. Ancor più austera, la strumentale "Many Are Called, Few Are Choosen" si riallinea impeccabilmente ai più rigorosi dettami martial, glorificandosi attraverso un cupo tambureggiamento velato da pinnacoli tastieristici e sporadici ricami di pianoforte, fino al raggiungimento della traccia seguente, "Shadows", che pare sprofondare con rallentata serenità in acque blu indaco, sotto le quali si ode il richiamo da sirena pronunciato da Shaita che echeggia tra opacizzazioni ritmiche ed una musicalità dilatata, fluttuante, sospesa. Il secondo guest coinvolto nella track-list è il compositore francese Barbarossa Umtrunk, gravitante attorno all'orbita SkullLine/Ufa Muzak e dedito ad uno stile plurimo di riferimento ambient/classical/industrial, con il quale la band condivide l'eterea e favolosa "Sun & Steel", traccia che incorpora paradisiache costruzioni di key e violino in combinazione con marzialità ritmica, coralità ossessiva, loops vocali in germanico atteggiamento da battaglia ed altri intonanti canti fanciulleschi. La voce di Shaita vagheggia nuovamente con astratta leggiadrìa vaporizzandosi oltre un sound aeriforme di key, metronomici fragori di drum-programming e dissonanze sintetiche, disegnando nel buio evanescenti figure psichedeliche. L'artista brasiliano Arvovar affianca gli Schattenspiel nel successivo evento, "Zerstörung", un perturbato dark-ambient tendente all'obscure-neoclassical, composto da ombre tastieristiche, tuoni e sporadici bisbigli, mentre il quarto ospite, l'argentino Igniis, contribuisce con il suo sostegno vocale all'edificazione della bellissima "Mi Nombre Es La Muerte", traccia arpeggiata melodicamente dalla chitarra su vocals suggestivi in lingua ispanica unitamente a perussività elettronica, cavallereschi intrecci di key e bells. La solennità neoclassica propagata da "Falling Down", realizzata introducendo il musicista spagnolo Hermann Kopp, dialoga con acustiche dall'incedere eroico ed allo stesso tempo sprigionanti una profonda malinconia, tutto ciò grazie ad un suono intensamente atmosferico di violino riverberato, maestose scale di key e rallentate scansioni di tamburo militaresco, moduli in linea con le inclinazioni in stile soundtrack tipiche del compositore. La magnificenza delle arie e la strordinaria ricchezza degli scenari proposti nell'album invitano l'ascoltatore a seguire con totale partecipazione l'evolversi di "Lichtgestalten", release sensibile ed interiore, dotata inoltre di temperamento fiero e disciplinato: il ciclo vitale di questo full-lenght non temerà il fattore tempo, poichè ad ogni ascolto si rinnoverà il bruciante desiderio di replicare l'esperienza concedendo a sè stessi un lungo minutaggio avvolti da emissioni di canto dalla levità fiabesca e musicalità curata sia sotto l'aspetto evocativo delle liriche quanto in quello prettamente strumentale che a sua volta sfoggia un corpo estetico di rilevante classe. L'incisiva oscurità combinata a formulazioni trionfali fa degli Schattenspiel una band di confine tra il dark-style e l'ethereal, tra l'ambient più radicale e l'inflessibilità del martial, combinazioni dosate con sapienza ed in questo caso decisamente vincenti. Fate vostro questo album, sarete ripagati mille e più volte dal suo splendore.

 

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- Screen Vinyl Image - "Strange Behavior"- cd - by Maxymox 2012 -

screen Dal 2007, anno di inizio carriera del progetto, la musica creata da Kim e Jake Reid risulta essere un allucinogeno punto di unione tra suoni di natura sintetica ed una fosca nebula composta da intuizioni shoegaze-oriented, epocali recuperi di wave oscura, acidità rock-punker, detriti gothicheggianti ed apocalittiche evocazioni da fantasy-thriller movie futuristico. Americani della Virginia, i due interpreti del progetto Screen Vinyl Image completano ufficialmente questo secondo album, "Strange Behavior", pubblicato dalla label Custom Made Music a seguito delle precedenti releases "Interceptors", debutto licenziato nel 2009 e succeduto un anno più tardi dalla compilation "Remixes" edita in tiratura limitata. Non latita inoltre una discreta serie di singles ed ep's disponibili in vari formati, cominciando dal più attempato "Chaser" del 2007 e continuando con l'ep "The Midnight Sun" proposto nel 2007, il 12"/CD-r "Ceremony" dell'anno successivo, l'extended play "Ice Station" inciso su nastro nel 2010, il sette pollici "Tomorrow Is Too Far / I Am God" forgiato in collaborazione con il pioniere elettronico Ruud Lekx, aka Rude 66, nel trascorso 2011, ed infine il 7" titolato "Siberian Eclipse" risalente al medesimo anno dell'album che mi accingo ad esplorare. Un melodico darkwave-sound inasprito da tese linee chitarristiche erige "We Don't Belong", traccia d'apertura che offre il suggestivo canto del vocalist attraversato da key-pads ed un veloce tracciato di drum-programming, lo stesso che a tre quarti del minutaggio sfocia in una prorompente eruzione sonora unendosi all'elettricità delle corde, generando così una spettrale vampata di rumore distorto ritmato dall'ossessivo tambureggiare. Nella successiva "Revival" si distingue l'abrasiva azione dell'impianto chitarristico, il drumming artificiale che scandisce precise ed energiche battute ed un canto colmo di tenebrosa mestizia: tutto ciò in questo episodio che definirei stilisticamente il crocevia ideale tra punk, gothic ed electro. Si continua con le malinconie vocali espresse nella meravigliosa "Stay Asleep", brano di astrazione darkwave in cui primeggiano serrati dialoghi tra il drumming e le due separate forme chitarristiche: una carezzevole associata al canto, mentre la successiva iniettata di graffiante energia culminante infine in lente dissonanze electro-punker dai toni siderurgici e alienati. Le turbolenze soniche vissute fin'ora concedono una breve tregua attraverso la meditabonda beltà di "My Confession", sad song arpeggiata morbidamente dalla chitarra acustica in combinazione a lunghi e profondi accordi tastieristici, minimo regime percussivo e vocals che richiamano la più dolorosa afflizione, il tutto in anticipo sulle altrettanto catturanti atmosfere post-punk/wave diffuse da "Station 4", traccia costruita su asciutte e dinamiche sezioni di batteria programmata, chitarre sempre in doppio assetto, uno di supporto melodico e l'altro colmo di enfasi elettrica, in associazione a formule di tastiera in stile Joy Division ed un canto perennemente abbattuto. Alla lunga introduzione di programming e synth in "Rx" si avvicendano la vibrante tensione delle chitarre e le razionali scansioni di e-drums, elementi che fungono da supporto alle cavernose vocalizzazioni del singer, mentre la successiva "New Visions" ricelebra armoniose liturgie electro-waver/shoegaze attraverso la spazialità ed i riverberi di un canto ben intonato e tormentose estensioni di guitar-sound distribuite su ritmo elettronico mid-tempo. Il circolare modulo del sequencer rotea attorno al passo spedito delle percussioni sintetiche, delle seducenti tastiere e del fascino d'acciaio delle chitarre, strumenti delineanti la fisionomia dell'ultimo brano presente nella track-list, "Night Trip", un ibrido che abbraccia nostalgie electrodark, lo straniamento della new wave e le stizzose nevrastenie del post-punk. Progetto appartenente a quell'ampia schiera di artisti sotterranei che pongono le webzines come Vox Empirea nel dovere di segnalarne l'esistenza, suscitando la curiosità nel lettore predisposto al genere descritto e finalizzando la recensione all'eventuale ascolto di un suono visionario che potrebbe perfino stupire. Gli Screen Vinyl Image si collocano quindi con ogni merito all'interno della citata dimensione, componendo questo album di grande interesse che accoglie in sè la dannazione interiore e l'amaro retrogusto del veleno, concetti ampiamente espressi in "Strange Behavior", disco riservato all'invisibile e contemporanea generazione di eroi maledetti.

 

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- Sell System - "Our L.A.N.D" - cd - by Maxymox 2012 -

sellsystem I torinesi Sell System si distinguono attualmente nelle scene profilandosi tra le più valide ed argute risposte italiane ad una prerogativa synthpop di norma tramandata da generazioni di epigoni tedeschi e, più generalmente, nord-europei. La formazione composta da D@X (groove / synth), Symon ((lyrics / synth / second vox) e Rikux (vox / arrangment / synth / piano), si genera nel 2007 favorita da una totale sintonia creativa che la line-up orienta immediatamente su versanti pop elettronici di provenienza 80's, innervandone le strutture con equilibrate dosi di wave fino al concepimento del primo passo intitolato “Egocentrity”. Nel 2009 la band realizzò il primo atto effettivo della loro discografia, l'ottimo "Red Room", album edito per la Breakdown Records che rivelava una spiccata predilezione rivolta verso sonorità tecnologiche assai catturanti e vivaci, affidando a brani del calibro di "Silence Of The Double Faces" l'ambizioso compito di ammaliare l'udito attraverso danzabilissime basi percussive, voce ben improntata, armoniosi circoli di synth e refrain polarizzante. La successiva partecipazione dei Sell System in qualità di supporters a nomi di grande rilievo quali Levihurst, Babylonia e Covenant ha incrementato ulteriormente sia la competenza tecnica dei membri, sia l'espansione dell'inventiva, concedendo al progetto la facoltà di realizzare quest'ultimo full-lenght autoprodotto "Our L.A.N.D.". Il disco si articola in dieci tracce erette su solide piattaforme ritmico-tastieristiche in aggiunta a sezioni vocali ben delineate, dettagli che emergono inizialmente dall'opener "Tender Sunrise", agilmente percossa da rapidi e-beats che supportano essenziali ricami elettronici, un avvolgente manto di synth e la voce di Rikux che intona accenti dalle nette influenze wave-minded. "Cold Like A Robot", non da meno, eleva un atmosferico canto raggiunto da ballabili linee di programming ed accattivanti punteggiature tastieristiche, mentre la seguente "Balance Scream" propende in direzione di sintetismi più atmosferici ed essenziali, edificando così un brano dall'alto contenuto emozionale sottolineato da brevi intarsi di pianoforte, synth e vocals malinconici, elementi appoggiati su un asciutto selciato di e-drumming. "Next To You" è il primo singolo estratto dall'album e come tale presenta tutte le caratteristiche di una synthpop-track di punta, in questo frangente accentuate da meccanici grooves mid-tempo, aerei accordi tastieristici, luccicanti rivoli di programming e vocalizzi ben scanditi, fino al raggiungimento di "Nervous System", incentrata prevalentemente su formulazioni dance-oriented che ricordano indirettamente alcune strategie care ai De/Vision meno recenti, attraverso melodiche replicazioni vocali, meccaniche pulsazioni e flessuosi apporti di synth. E’ il momento di “Evolution Life”, song che recupera liriche e soluzioni esposte in modalità nostalgica con la lenta andatura della drum-machine ed il languore del synth, così come la successiva “Moment Of Joy” offre pura intensità electro-wave retroguardistica proponendo un melodioso dialogo tra voce, pianoforte, tastiera e gagliardi cicli di ritmica programmata. Giunge ora “L.A.N.D.”, episodio strumentale tracciato da una minimale percussività elettronica ed enfatizzato mediante pads ad alto contenuto atmosferico, attendendo il successivo ingresso di “Oblivion”, brano che propende verso un concetto più ombroso del paradigma synthpopper diffondendo vocals alonati di severità parallelamente ad uno schema ritmico-tastieristico post-Depeche Mode e suggestivi rintocchi di carillon. Molto seducente, “Strange Musique” riassume nel suo minutaggio il metodo compositivo della band, ovvero una radiosa mescolanza di rifrazioni in assetto waver propulse da un pulito, ballabile rettilineo di programming e voce uniti a sobri abbellimenti pianistici e di synth. Ispirati e particolarmente attenti alla forma delle loro diagrammi sonici, i Sell System di “Our L.A.N.D.” riescono a penetrare il buio entrando nel ristretto cono di luce che irradia i progetti più talentuosi, presentando uno stile elettronico sobrio ma funzionale, completamente estraneo da sterili vanità ed eccessivi ammiccamenti commerciali. La mia opinione in sede finale è di fiducia nella capacità del progetto di evolvere ulteriormente la propria arte compositiva nonché di esaltare maggiormente la forte personalità ed il valore che già li contraddistingue, fino a renderli un vero ed inconfondibile brand da imprimere sulle future creazioni. Non è fuori luogo né eufemistico definirli una promessa mantenuta.

 

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- Sinweldi - "Is Europe Dying?" - cd - by Maxymox 2012 - cd - by Maxymox 2012 -

sinweldi  Albert Sinweldi (vox-guitar-keys-percussions) è un particolare musicista francese orientato verso uno stile integrante dal 2008 sperimentali elementi french-dark folk/martial/industrial: minimalista, apocalittica e suggestiva, l'impronta ingegnata dall'artista spazia nel suono predilegendo malinconiche ballads e, seppur più raramente, sconfinamenti nell'elettronica più essenziale. Forte del supporto di Aymeric (keys-bass-arrangements), Sinweldi ha pubblicato ad oggi una discografia comprendente il debutto ufficiale su SkullLine rappresentato dalla versione base di questo "Is Europe Dying?" interpretata da Albert nel 2007 in sole cento copie dietro lo pseudonimo Big Cocky Man Sinweldi, disco che, differentemente dalla nuova trasposizione ora in esame su Vox Empirea, conteneva solo nove delle diciotto tracce incluse nel recente formato. Nel 2009 fu la volta dell'album-release inciso su CDr limited edition, "L'Homme Au Coeur De Fer", licenziata dalla label russa Ufa Muzak, nella cui tracklist spiccava il bunus remix del brano "The True Color Of The Wind", elaborato dal progetto neoclassical/ambient/martial Gabe-Unruh. Da segnalare inoltre nella discografia di Sinweldi lo split-file del 2010 "Front Sonore & Les Chevaliers De L'Ordre Noir" ideato in collaborazione al disegno martial/industrial/dark-ambient/noise Front Sonore, nonchè a quello neofolker Art Abscons, oltre al citato Gabe-Unruh e Jean-François Hicter, in arte Militia Dei, solo-project di natura military-electronics. Sempre nel 2010 fu la volta dell'ottimo full-lenght "Acta Fabula Est", edito per la SkullLine, label responsabile anche della presente riedizione di "Is Europe Dying?" nella quale, come testè anticipato, sono presenti importanti variazioni sul piano della tracklisting che in questa occasione si arricchisce di altri nove episodi inclusa una "ghost-song" non elencata nel retro copertina. L'opera, disponibile in edizione ristretta a cinquecento esemplari numerati a mano, si presenta in una nuova veste non solo nei contenuti sonici ma anche nell'artwork, altrettanto spoglio nella grafica ma come di consueto simbolicamente evocativo. La new-version del disco racchiude quindi integralmente ed inizialmente le nove tracce incluse nella early-version in aggiunta a brani affidati ad un'ensemble di remixers, oltre a song inedite, a completamento di un prodotto interessante quanto basta per stimolare l'attenzione del pubblico a tema. Esplorando dettagliatamente i contenuti dell'album, si ncontrano in fase d'apertura i nove citati episodi estrapolati dal lavoro originale, primo tra i quali l'omonima "Sinweldi", traccia definibile dark-ambient-apocalyptic, creata su elettroniche dilatazioni, pioggia battente, frammenti vocali e la cupa estemporaneità di un coro folk. Il testo scritto da Verlaine, i morbidi e rattristati arpeggi di chitarra, i filtrati innesti di voci ed il background industrial nello sfondo, fanno di "Chanson D'Automne" una song coinvolgente, ritmata da un lento battito percussivo sul quale si distende il canto meditabondo del protagonista. L'attuale degrado che erode sia gli ideali di appartenenza alla propria terra che la società stessa del Vecchio Continente ispirano le armonie ed il titolo stesso di "Is Europe Dying?", un nefolk apocalittico basato essenzialmente su nostalgici accordi chitarristici, loops e la voce di Sinweldi che pronuncia strofe dense di significato tra le rallentate cadenze del drumming, elementi la cui sinergia conferisce alla traccia uno struggente languore. Il canto sofferto dell'interprete diffonde modulazioni che inducono alla riflessione: tutto ciò in un carezzevole insieme di corde e distanti pads riconducibili ad un sad-neofolk, suoni riscontrabili nell'intensa e distensiva struttura di "The True Color Of The Wind". Ancor più oltre si incontrano le carezzevoli manovre chitarristiche mescolate all'amarezza tonale di Sinweldi in "Rendez-Vous", un brano che riflette appieno lo stile minimalmente folkish di cui il protagonista è fautore; sul medesimo schema, "Love In Time Of War" tesse malinconiche note in punta di plettro unite a vocals affranti, sentimenti resi ancor più vividi e nostalgici dal tocco dell'armonica, strumento che abbellisce con la medesima passione la successiva "Song For Clementine", episodio pianificato in collaborazione a Front Sonore. "L'Heure Du Berger", anch'essa scritta da Verlaine, recupera formulazioni apocalyptic-folk esaltate dal placido dialogo tra chitarra e voce in modalità quasi recitata, sonorità accompagnate dai bassi toni della key che punteggiano il percorso del brano apportando in esso un senso di nobile abbattimento, unitamente agli sporadici inserimenti della sirena da coprifuoco, dettaglio efficacemente evocativo. E' la volta di "All The Things You Should Never Do", ultimo atto dell'originaria tracklist, una ballata neofolk colma di mestizia e celato tormento, edificati su chitarra pizzicata in combinazione a scie d'armonica ed un canto tristemente passionale. L'arricchimento di questa neo-versione dell'album prevede altri nove eventi dei quali il primo è l'edizione remixed by Gabe-Unruh del brano "Love In Time Of War", splendido monile sonico impreziosito da teoremi elettronici applicati al comparto percussivo, composto ora da fredde pulsazioni che scandiscono il tempo con cartesiana precisione, ma anche all'impianto tastieristico emanante acide esalazioni e basse frequenze, oltre alla voce, trasformata in moduli iper-filtrati: il tutto ricamato nello sviluppo da artificiali tratteggi di piano. La versione 2011 dell'episodio "Europe Jeunesse Révolutionnaire" è un persuasivo esempio di quanto la musica di Sinweldi possa essere adattata stilisticamente in altre forme, caratteristica che in questo specifico frangente sfoggia un ballabile congegno new wave oriented entro cui si articolano con dinamismo uptempo una solida batteria, elettriche abrasioni di chitarra e la voce di Albert che segue il ritmo con la consueta disillusione. La dicitura "exclusive" affiancata al titolo "Révolution Conservatrice" enfatizza la preziosità di questa sad-neofolk ballade, anticipata da accesi proclami via megafono sui quali arpeggiano delicatamente le corde delle chitarre attraversate da un ruvido filamento tastieristico e dal canto meditabondo propagato dall'artista. La cooperazione intrapresa da Sinweldi con Front Sonore unitamente alla vocalist Agnese P. origina una traccia di rara bellezza, "Mezs", impostata su lisergiche, commoventi sonorità neofolker di chitarra e tastiera combinate a femminei fraseggi che nell'intro e nell'epilogo si tramutano in una sorta di canto liturgico, registri interamente cosparsi dallo scrosciante rumore della pioggia, per un brano che reputo un'autentica, inestimabile meraviglia verso la quale non possiedo altro che parole di elogio e che auspico possa essere sperimentata dall'ascoltatore ricettivo a simili acustiche. Proseguendo ulteriormente si incontra il remake della traccia "The True Color Of The Wind", un dark-technologic folk rielaborato dall'ingegno elettronico di Gabe-Unruh mediante effervescenze sintetiche, solenni manovre di key, una drum-machine downtempo replicante ipnotici e-beats quale supporto ai tenebrosi filtraggi vocali, soluzioni contrastanti con quelle più serene pianificate da Art Abscons nel seguente remix di "Europe Jeunesse Révolutionnaire", trasformata ora in uno scattante, melodico synthpop dalla ritmica asciutta e distribuita linearmente in parallelo al canto riverberato di Sinweldi ed ai catturanti intarsi di tastiera. Il progetto solistico olandese di tendenza dark-ambient/indus/drone-ish/martial denominato Striider remixa attraverso le citate modalità il brano "Sinweldi", destrutturandone l'essenza e ricomponendola sottoforma di incorporee, oscure espansioni di key crivellate da rain-sounds tra loops vocali, interferenze ed atmosfere contratte. Percussività militaresca, i toni bassi di una prima tastiera congiunti a quelli più lancinanti di una seconda e fraseggi echeggiati risalenti da un'occulta sottodimensione costituiscono l'identità di "Notre Victoire", realizzata in collaborazione con il progetto Militia Dei. La diciottesima song è il remix by Sinweldi del brano "L'Heure Du Berger", inserita nell'opera come ghost-track strutturalmente rinforzata rispetto alla versione originale da un sound-system più cristallino ed avvolgente che conserva tuttavia inalterati i malinconici criteri apocalyptic-neofolk insiti nel suo complesso, aggiungendo corpo alla musicalità livida della prima esposizione. Release manifestante un'ottima interpretazione del paradigma neofolk da parte di un valido esponente del genere, il quale, distinguendosi nettamente dalla folta schiera di improvvisatori, rappresenta un ennesimo esempio di intraprendenza e capacità di dar vita a suoni estremamente comunicativi ed indelebili nel tempo. "Is Europe Dying?" è un album che possiede la virtù di essere indispensabile alla collezione appartenente sia all'ascoltatore più esperto che al neofita da poco devoto allo stile in questione: se riuscirete a colmare lo spirito con musica di tale avvenenza potrete considerarvi membri dell'esclusiva cerchia di privilegiati creata da Sinweldi. Grandioso.

 

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- Solar Fields - "[Random Friday]" - cd - by Maxymox 2012 -

solarfields Ogni rentrée appartenente allo svedese Magnus Birgersson, alias Solar Fields, assume il significato di un importante avvenimento nello scenario ambient / electronics globale. Per maggiori dettagli riguardanti questo solo-project, il lettore potrà collegarsi sia alla nuova intervista ad egli rivolta, sia alla recensione dell'album "[Until We Meet The Sky]", entrambe pubblicate nelle pagine di Vox Empirea. Ai fini del completamento biografico riguardante protagonista è indispensabile ripercorrerne la vasta discografia: essa raggiunge con il recente titolo ora in esame la quota di dieci albums pubblicati sotto lo pseudonimo Solar Fields, oltre ai tre full-lenghts realizzati con il side-project H.U.V.A. Network intitolati "Distances", "Ephemeris" e "Live At Glastonbury", rispettivamente editi dalla Ultimae Records nel 2004, 2009 e 2010. Di un certo rilevo anche l'esperimento breakbeat / IDM / downtempo "Mirror's Edge Original Videogame Score", licenziato nel 2009 dalla label EA Recordings e creato in collaborazione con la musicista Lisa Miskovsky, icona svedese del genere soft-rock. La storica militanza di Magnus all'interno del circuito francese Ultimae Records ha conferito all'artista il prestigio e la visibilità che solo un supporto di così elevato spessore può garantire; ogni singolo passo intrapreso da Solar Fields fin dagli albori della sua carriera è stato contrassegnato discograficamente dalla citata label e quindi rivestito da un'efficacia compositiva unita ad una qualità sonora ben al di sopra degli standards, elementi applicati per un lungo periodo al suo stile corrispondente all'ambient-sperimentale. Concepiti ed interamente edificati presso il famigerato Jupiter sudio situato a Göteborg, gli albums by Solar Fields elencano inizialmente il debut licenziato nel 2001, "Reflective Frequencies", seguito nel 2003 dal secondo "Blue Moon Station". Nel 2005 fu la volta di "Extended", mixed album contemporaneamente succeduto da "Leaving Home". In occasione di queste ultime due releases, Magnus si avvalse della collaborazione fornita dal titolare stesso della label Ultimae Records, Vincent Villuis (Aes Dana / Asura / H.U.V.A. Network / Subgardens), il quale, come accadrà più volte in futuro, ne elaborò l'artwork e, in "Extended", le interferenze ambient della traccia intitolata "Combinations". Degna di menzione anche l'opera di mastering progettata fin dal primo lavoro di Solar Fields da Huby Sea, specializzato nelle discipline mastering, engineering, programming, sequencing ed editing compiute in un incredibile numero di produzioni. Identici credits anche per l'album "EarthShine" del 2007 ed il seguente "Movements" del 2009, anticipanti le creazioni licenziate nel 2010, annata per Solar Fields particolarmente prolifica: furono infatti rilasciati in quell'epoca gli ottimi albums "Altered - Second Movements" ed "Origin # 01", anch'essi orientati verso rilassanti sonorità ambient / downtempo. Suoni arricchiti di IDM per "Until We Meet The Sky" del 2011, opera precedente quest'ultimo "Random Friday", album offerto in veste digipack e testimoniante la consueta finezza estetica che da sempre distingue le produzioni della Ultimae Records, presentandosi con la booksleeve suddivisa in tre sezioni ed un booklet interno composto da sedici pagine ritraenti gli scatti immortalati da Magnus, talmente suggestivi da poter essere esibiti in una mostra fotografica. I contenuti sonici del full-lenght, come sempre totalmente strumentali, elencano dieci tracce in larga parte uptempo-minded, strategia differente dal pacato trend udibile nel repertorio di Solar Fields, con lunghi momenti dominati da formule trance-dancing e, in misura meno cospicua, da episodi elettronicamente psichedelici come l'opener "Light Control", basata su distensive evanescenze di tastiera che introducono gradualmente il vero nucleo dell'opera espresso dapprima mediante il cartesiano modulo di drum-programming appartenente alla stessa "Random Friday", electro-congegno per dancefloors scandito dall'elegante rigore generato dalle macchine, unitamente a catturanti pads ed effetti cosmici. Il freddo diagramma calcolato dal sequencing punteggia ampiamente la struttura di "Cobalt 2.5", traccia dinamica, costruita attraverso un lungo filamento di basslines in combinazione a sonorità di provenienza extraterrestre. Si prosegue quindi attraversando le pulsanti orbite di "In Motion", cavalcata tecnologica interamente affidata alla sincronizzazione ritmica che, in combinazione alle scie metalliche diffuse della tastiera, origina un sound avveniristico, trafitto da flashes elettronici e crescenti ondate di effects. Ancora più incisiva, "Daydreaming" imposta coordinate ritmico-programmate assolutamente perfette all'interno di un avanguardistico ciclo di pads color cobalto, tratteggi sequenziati, ed energiche soluzioni dance-oriented. "Swoosh" predispone celeri replicazioni trance ed electro-effervescenze che attivano un ipnotico meccanismo riempipista, mentre la successiva "Landing Party" articola due periodi, uno introduttivo in veste electronics-ambient, dinamizzato da lì a breve dal flusso ritmico che trasforma il suono in una danzabile irradiazione di e-beats ed accordi aeriformi. E' il turno di "Lift Off", song dal passo rapido, circondata da lampi siderali ed artifici elettronici che rincorrono senza tregua la velocità del tracciato di drum-programming, così come la seguente "Perception" emette dopo una fioritura di suoni astrali, infinite quantità di micropulsioni e cluster uptempo parallelamente alle intricate elaborazioni dei campionatori. L'album si chiude degnamente con "Polarity", glaciale ed oscuro capitolo space-ambient che teletrasporta l'ascoltatore verso universi alternativi innalzati dalla solennità dei pads, dai rarefatti filtraggi e dal cupo sottofondo simile alle emissioni di un dispositivo non appartenente al nostro pianeta. Il settore avant-garde si riattiva nuovamente glorificando sè stesso con il radioso "[Random Friday]", release che Magnus Birgersson appronta con una grafia elettronica incantevole ed una preparazione tecnica di natura superiore. Tutti i componenti dell'album rispondono a precise collocazioni finalizzate all'esaltazione dell'ordine e della nitidezza sonora, concetti applicati validamente alla danza tecnologica proveniente da una tracklist che si imprimerà indelebilmente nel sistema uditivo: Solar Fields rappresenta il sottile fascino della perfezione.

 

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- Solar Fields - '[Until We Meet The Sky]' - cd - by Maxymox 2012 -

solarfields Ciò che più si percepisce ascoltando le composizioni dello svedese Magnus Birgersson, aka Solar Fields, è senz'altro una sensazione di celestiale incorporeità, di rilassante grazia armonica, prerogativa avvertibile anche nel recente e decimo album "[Until We Meet The Sky]", licenziato anch'esso dalla grandiosa label francese Ultimae Records, la quale ha presieduto con la sua proverbiale cura dell'artwork e della pulizia acustica, all'intera discografia dell'artista fin dal 2001, anno della pubblicazione del debut "Reflective Frequencies". L'asse stilistico di Solar Fields ruota nuovamente attorno ad un immateriale electronic/ambient/downtempo/idm prettamente strumentale e trapunto di affervescenti micro-frequenze, estetiche sonore ultra-moderne, effetti vinile in sottofondo ed alchimie tastieristiche d'atmosfera composte a loro volta da lunghi pads attorniati da sound-effects e sottili vaporizzazioni elettroniche, masterizzate mirabilmente dal protagonista con la collaborazione di Vincent Villuis, titolare dell'etichetta e noto anche attraverso i suoi progetti Aes Dana e Asura. Dodici brani che Magnus definisce "fasi", collegati l'uno con l'altro senza interpause, compongono la track-list del lavoro che assegna a "From The Next End" il ruolo di opener, episodio emanante aeree propagazioni di electro-karma ed ipnotici circoli di laptop, contemporaneamente ad un ipoacustico battito di drum-programming. "Broken Radio Echo" diffonde leggiadre rarefazioni di pianoforte trasportate da una lentissima corrente tastieristica, mentre la successiva "Singing Machine" amplia il concetto di distensione improntando gli algoritmi delle programmazioni verso tonalità celestiali e riverberate, con accordi impalpabili solcati da fatue evanescenze ritmiche. C'è un qualchè di incantato nelle melodie appartenenti alla suggestiva "After Midnight, They Speak", traccia satura di rifrazioni sonore, echeggiamenti, fruscìi vinilistici e scarne note di piano che ricreano immagini notturne, seguita dalla successiva "When The Worlds Collide" e le sue effervescenze percussive idm-downtempo ornate da morbide cascate di liquefazione tastieristico-elettronica. Attimi di puro rapimento sonico si vivono ascoltando la spazialità propagata da "Dialogue With A River", brano che induce la psiche allo stato meditativo tramite un rilassante background di acqua che scorre, loops robotici, lente scansioni di programming e fluorescenze sintetiche. "Forgotten", anch'essa attraversata interamente da frizzanti corpuscoli, delinea un sound rasserenante di tastiera e spiralizzazioni elettroniche, mentre la più dinamica e bellissima "Night Traffic City" articola eleganti toccate di synth accerchiate, nella fase di sviluppo, da una calda folata di pads ed una ritmica crescente dagli effetti ipnotici. "Sombrero" cadenza meravigliosamente il proprio ingresso mediante aggraziate sezioni pianistiche abbandonate ad un letargico flusso di tastiera e, più innanzi, ad un regolare impulso percussivo su diradate polifonie tecnologiche, autentiche incarnazioni dei sogni. Il suono cristallizzato di "Last Step In Vacuum" si allunga trasformando il proprio minutaggio in angelica beatitudine, orientando la gamma dei suoni verso tonalità gassificate ed estese, fiancheggiate da calmi battiti ritmici. L'altisonanza dell'omonima "Until We Meet The Sky" incanta diffondendo un ampio e grandioso modulo percussivo-tastieristico che dona corpo idm-shoegaze ad una traccia da segnalare per intensa solennità, seguita dalla conclusiva "Epilogue", dapprima contrassegnata da una statica e placida distesa sonica che nel finale si eleva in un lussureggiante apogeo di accordi per poi adagiarsi nuovamente nelle iniziali e seducenti dissolvenze. Stile compositivo che catalogherei come filmico, nonchè estrinsecazione della notevole sensibilità di Magnus per tutto ciò che si definisce "visionario", destinando questo album all'auditore modernamente romantico, utopista, il cui animo si predispone ad accogliere l'intangibilità di melodie e dissonanze più immaginarie che reali. La release è un ennesimo, importante vanto per l'artista stesso e per l'etichetta di supporto Ultimae Records, i quali celebrano con "[Until We Meet The Sky]" il trionfo di una forma elettronica astratta, sofisticata, indirizzata esclusivamente all'esaltazione della ricercatezza tecnica e dell'emozione. Con Solar Fields sfiorerete il cielo cavalcando nuvole argentee, con la leggerezza del vento.

 

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- Spacebuoy - "Fashionista" ep - cd - by Maxymox 2012-

spacebuoy Internamente all'area musicale elettronica più in vista, come del resto accade in altri innumerevoli generi, esiste da sempre una dimensione sommersa, pulsante, generalmente sorvolata dalla maggior parte dai canali informativi ma satura di validi fenomeni perfettamente in grado di competere con i nomi più altisonanti per talento, creatività e, soprattutto, risultati, contando esclusivamente sulle proprie risorse. Il duo inglese Spacebuoy provemiente dallo Staffordshire corrisponde letteralmente a questa premessa offrendosi, a ragione, come un progetto divergente dai consueti moduli di pop artificiale che l'underground-scene di base propone ormai da tempo. La line-up è composta da H. Moth alla voce supportato dall'ottimo tastierista Jez, alias J. Allan-Smith, sodalizio da cui si diffonde un sound elettronicamente melodico, catturante e ballabile. Vocals diretti e ben intonati si uniformano con naturalezza alle strutture tastieristiche ed al dinamico grafico di programming in stile Erasure-oriented, sonorità racchiuse in questo prezioso autoprodotto in formato ep intitolato "Fashionista", debutto di otto tracce a cui gli Spacebuoy affidano il compito di messaggero allo scopo di raggiungere, e molto probabilmente interessare, un pubblico sempre più esigente ed assuefatto. La song di partenza è "The Fear", un mid-tempo che sfoggia immediatamente la splendida verve synthpop di cui i due protagonisti sono possessori, elemento confermato dall'alta qualità delle formulazioni adottate sia sul fronte vocale, espressivo e ben armonizzato, sia sul piano strumentale, ambito in cui il synth manovrato da Jez abbellisce le atmosfere attraverso melodie assolutamente orecchiabili. L'omonima "Fashionista" è uno sfolgorante pop tecnologico carico di ritmo ed accordi immediatamente assimilabili, il tutto guidato dalle distinte intonazioni di H. Moth. Ecco quindi "Sonic Boom", un electropop ben progettato da brillanti striature tastieristiche, lineare drum-programming ed un canto intensamente armonico che cede il passo alla seguente "I Dont Know What To Do", traccia valicata da una dinamica electro-danzabilità up-tempo e vocals che dilagano aperti fino al conseguimento di un refrain d'effetto. Le lineari scansioni ritmiche di "Velveteen" si accorpano ai suggestivi intarsi del synth ed alla voce di H. Moth rivestita di accenti aristocratici, per un brano di pregio ancor più elevato. "Desire & Vision" prosegue all'insegna del pop sintetico ipnotizzando l'udito mediante le regolari pulsazioni del sequencing, il synth ed un canto ben impostato, modulazioni riconducibili ad un'ipotetica fusione tra Erasure, Human League e John Foxx, mentre la successiva, bellissima "Venom" conquista senza indugio per mezzo dell'incalzante, gagliardo drumming programmato che esorta al ballo, unitamente alla sua foggia elettronica così densa di fascino ed i vocals che penetrano nella memoria fissandovisi per ore: questa traccia da sola, ascoltata ad alto volume, varrebbe l'intero disco. In "Oblivion", brano di chiusura, si delineano infine nostalgie post-Pet Shop Boys, assai percepibili nell'esposizione del canto e nella simultaneità melodica ordita dal synth. Segnalo quindi con grande senso di ammirazione l'ep "Fashionista" a quella falange del popolo electro dotata di gusto e capacità di apprezzare prodotti come quello descritto e generato dalla platform Spacebuoy, meritevole di varcare il prima possibile quel limite posto ad essi dall'autoproduzione per approdare finalmente ad una label che sappia trarre il massimo profitto dalla loro potenziale, valida creatività. Garantisce Vox Empirea.

 

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Starcontrol - "The Ages Of Dreams" ep - cd - by Maxymox 2012

starcontrol  "Spleen wave" e "post punk" sono effettivamente i termini che più si addicono per descrivere lo stile musicale dei milanesi Starcontrol, terzetto composto da Davide Di Sciascio (vox), Laura Casiraghi (bass/backing vox) e Moreno Zorzetto (guitars/progs). La line-up, giovanissima anagraficamente, dimostra un sorprendente talento, una solida padronanza esecutiva e la mirabile capacità di rievocare atmosfere colme di nostalgia e struggimento interiore, emozioni generate attraverso un sound-system e testi di grande effetto. La produttività degli Starcontrol menziona precedentemente all'ep "The Ages Of Dreams", un primo interessante demo self-produced di sette tracce dal titolo omonimo realizzato nel 2011, dal quale si elevano per valore gli episodi "The Void", "Colorado Springs" e "Useless": in questo iniziale ep si percepisce il totale apprendimento degli insegnamenti derivanti dalla 80's wave curvata secondo l'orientamento malinconico che la band enfatizza ed esterna con notevole passionalità. Particolarmente apprezzati in fase live, gli Starcontrol hanno partecipato con soddisfazione ad eventi di rilievo, come è accaduto nel 2012 a Milano in occasione del Zola Jesus e del A Night Like This Festival, incrementando in questo modo la loro fama dando ampio sfoggio di un intrattenimento sonoro coinvolgente. L'elemento concettuale che più di ogni altro traspare dalle note waveggianti create dal progetto è il senso di romantica ed inconsolabile depressione scaturita in primo luogo dall'impossibilità di recuperare il tempo andato, e con esso l'opportunità di dare corpo fisico ai lontani ricordi che si avvicendano nella mente, condizione che obbliga gli stessi a rimanere confinati nella loro dimensione immateriale lasciando lo spirito dei tre protagonisti lacerato dal tormento e dall'irrealizzabile desiderio di rivivere i giorni di un'età che non ritorna, i cui attimi, caratterizzati da innocenza e sogni, sembrano essersi impressi in modo estremamente vivido nei pensieri di Davide, Laura e Moreno. Rimpianto, insoddisfazione del presente ed un'ardente volontà di trasportare sè stessi in età ormai perdute, costituiscono l'anima del sound creato dal disegno, autore di questo secondo ep ancor più suggestivo, "The Ages Of Dreams", un'autoproduzione di cinque atti registrati a Pesaro presso lo Studio Waves, struttura ove è stato elaborato anche il primo extended play. La voce di Davide è straordinariamente intensa, in grado di intonare modulazioni dalla timbrica profonda unitamente ad estensioni verticalizzate dense di passionalità, come dimostra la prima traccia della sequenza, "Persian Carpet", una wave song nella quale la preminenza di un canto melodiosamente disperato si intreccia al veloce tambureggiare del drum-programming, alle rotazioni di basso ed allo scintillante arpeggiare della chitarra post-punker in stile Cure, il tutto ammantato da una sottile coltre tastieristica che avvolge un brano di importante valore compositivo suonato in perfetto equilibrio tra risonanze 80's ed estetica vocale. Dalla successiva "Question Mark" sgorgano decadenti reminescenze goth-wave esaltate da un canto ora più tenebroso ma contemporaneamente inclinato verso l'abbattimento emotivo, aspetto percepibile nell'amarezza dei testi e negli accenti espressi da Davide, sonorità alle quali si accorpa l'apparato strumentale che prevede scattanti battute uptempo, armonici ornamenti chitarristici in aggiunta a scie di key e modulari bass-lines. Sentimento sfiorito, abbattimento e l'identica, languida malinconia avvertibile in un piovoso tramonto novembrino distinguono "A Dream", sad-wave song retroilluminata dagli eterei backing vocals di Laura quale ulteriore abbellimento al lirismo desolato del singer, elementi canori affidati con sconsolata morbidezza ai ricami chitarristico-tastieristici ed a dinamiche scansioni percussive. Il sound si fa più solenne ed irrobustito da una più ampia spazialità di chitarra e drumming, dettaglio grandiosamente udibile nell'apertura di "Heart Becomes A Cage" dalla quale spiccano i pallidi e seducenti vocalizzi di Davide perennemente consacrati all'afflizione, strategie devote a teoremi 80's wave-rock anticipanti la conclusiva "Forever Unknown" e le sue crepuscolari traiettorie canore ricolme di prostrazione e disincanto, inserite in un veloce e compatto filamento ritmico-programmato su cui volteggiano elettricità chitarristica, pulsazioni di basso e tiepide brezze tastieristiche, in un'affranta romantic-wave alonata da richiami gothicheggianti. Come descritto in fase introduttiva, ciò che maggiormente risalta nel sound concepito dagli Starcontrol è la veritiera trasposizione in chiave musicale delle inquietudini, della solitudine e delle assorte tristezze che abbracciano le memorie ed il tempo corrente, sensazioni magnificate da una scrittura compositiva assolutamente ammirevole in cui l'interplay strumentale tocca vertici di inappuntabile professionalità e la voce travalica di molte misure i perimetri del carismatico. L'ep "The Ages Of Dreams" possiede tutte le attitudini per essere considerato un oggetto propiziatorio di un atto ancor più ambizioso: estrapolando infatti le meraviglie soniche contenute nel debut unitamente a quelle ascoltate in questa sorta di proseguo, gli Starcontrol otterrebbero solide basi sulle quali edificare un futuro album dall'esito potenzialmente dirompente sulla scena wave-underground, evento che Vox Empirea auspica fin da ora con vivida impazienza. La release trattata in questa sede è degustabile con partecipazione, trasporto emotivo ed un completo senso di abbandono, grazie alle sue penetranti trasmissioni sonore che rendono l'anima così malinconicamente sognante, come quella di una fragile creatura il cui sguardo vaga meditabondo oltre la finestra di una stanza vuota spazzata dal vento autunnale, scrutando un immoto, plumbeo orizzonte senza fine. Reperite una copia di questo ep e vivetelo con tutta l'intensità che merita.

 

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Strip In Midi Side - "Non Ti Amo Più, Amore" - cd - by Maxymox 2012

strip Collettivo originario dell'hinterland salernitano, quello degli Strip In Midi Side annovera dal 2007 nel suo organico: Luigi Buonaiuto aka Giotto (decostruzione), Emanuele Sirica aka Maks (depistaggio), Luca De Filippo aka Akrid (destabilizzazione) e Marco De Filippo aka Amon (sabotaggio). La band congloba in un unico modulo traverse electro-rock accomunate a danzabili richiami pop-wave oriented, basamento definito dall'ensemble "NeuroPop", supportante liriche provocatorie, indirizzate verso le macroscopiche devianze che caratterizzano la quasi totalità degli ambiti politico-economico-sociali attualmente in auge, ma anche verso la dimensione emozionale dell'individuo, argomenti eviscerati tuttavia con freddezza analitica ed esposti dalla band in testi dal retrogusto amaro. Cinismo, occhi impassibili, desiderio di anteporre la verità ad un'ipocrisia sempre più dominante, formano i concepts sui quali si ergono le tracce di questa seconda album-release, "Non Ti Amo Più, Amore", giunta a compimento nel 2012 in seguito al precedente ed acclamato "Your Stripping Experience", edito nel 2010, realizzazione questa anticipata dall'omonimo ep d'esordio intitolato "Strip In Midi Side" pubblicato nel 2008. Il disco ora in esame, "Non Ti Amo Più, Amore", licenziato dal brand ferrarese New Model Label, sfoggia undici brani estremamente fruibili dei quali "Ci Metto La Faccia" rappresenta l'opener, un pop-rock elettronico sezionato da secche battute percussive dalla cadenza metronomica che duellano con le fiammate elettriche del comparto chitarristico e la limpidezza dei vocals. Nella successiva ed intensa "Voragini" l'energia riversata dalle corde si allinea, inondandolo di vigore, ad un drumming dalla timbrica asciutta, unitamente ad un canto scandito con estrema chiarezza. La velocità percussiva aumenta combinandosi dinamicamente a vocals dal refrain catturante, al torrenziale flusso della tastiera ed agli intarsi di chitarra, inquadrando così "V.agra In Tasca" in una ballabile mixture di wave elettronica e rock, mentre la seguente "Moody's", più rallentata, sottointende nelle liriche un messaggio anti-rating ironico e pungente, accorpato a scansioni electro-ritmiche in aggiunta a tratteggi di programming su misurati dosaggi di chitarra e synth. "Resistenza" avvia il meccanismo di un nuovo electro-rock dalle procedure nevrotiche e surriscaldate dai frequenti getti di corrente chitarristica, elementi assaliti dalla controffensiva vocale e dalle punteggiature di tastiera. Si giunge quindi a "Istante Insano", pop-song dai tratti malinconici il cui fascino viene accentuato esponenzialmente da un canto atmosferico oltre il quale si condensano rarefazioni pianistiche, le modulari oscillazioni del drum-programming, l'impalpabilità della key e l'elettrico lavorìo della chitarra. Ritmicamente e testualmente opposta alla precedente traccia, la gagliarda "Dinosauri" esemplifica un'ottima electro-pop/wave dalle strutture iperdanzabili ed easy-listening, caratteristiche esaltate in particolare in fase di refrain ma anche durante il cammino parallelo tra il drumming midtempo e le bellissime volate chitarristiche dal sapore 80's. Le prime sequenze di drum-programming e voce appartenenti alla successiva "Di Chi E'?" appaiono momentaneamente electropopish, sonorità spazzate da lì a breve da un corposo insieme di key e rock-guitar, per un brano i cui testi, più che mai riflettenti l'attuale e controverso status economico mondiale, esprimono con tagliente sarcasmo tutto il disappunto nei confronti dell'universo bancario che impera con prepotenza sulla nostra quotidianità. E' la volta della veloce "Le Sue Favole", traccia che rivela tangibili analogie con i precedenti formulari electropop-rock-waver, ora inscenati mediante un armonico, risoluto dialogo tra la linea percussiva, la voce assolutamente fluida del cantante e la perfetta sinergia key-guitar. Ancora roventi schegge di rock elettronico deflagrano da "Nulla Da Perdere", impostata attraverso rapide successioni di drumming erose dalla causticità dei riff chitarristici, magmatiche frequenze queste punteggiate a loro volta da minuzie elettroniche. L'ultimo episodio della tracklist reca il titolo di "Quarto Potere", orientato prevalentemente verso melodiche soluzioni electropop con fugaci innesti rock, una song dalle trame canore molto introspettive ma allo stesso tempo razionali, supportate da strategie tecnologiche, da un ruggente background chitarristico e battute midtempo di drum-programming. Il repertorio proposto dagli Strip In Midi Side conquisterà gli appassionati del pop evoluto, costituendo la band una fulgida promessa giunta ad un più che soddisfacente livello di preparazione. "Non Ti Amo Più, Amore" è un album avvincente che resterà impresso nella memoria dell'ascoltatore a tema per la sua attitudine alla comunicazione, essa alternativamente criptica ed esplicita, di concetti pratici riguardanti la sfera esistenziale collettiva, tutto ciò adornato da una musicalità di ottimo spessore che conosce perfettamente le strategie vincenti e più brevi per raggiungervi. Un tale stile non si improvvisa: esso scorre nel sangue di chi lo genera.

 

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Suveräna - "Vanguard" - cd - by Maxymox 2012

suverana  Ambiguo ed oscuro progetto martial-folk/indus/neoclassical spagnolo roteante attorno l'orbita della label polacca Rage In Eden, Suveräna sembra rifuggere dalla notorietà esplicita proponendosi sulla scena celato dietro un cono d'ombra che ne offusca i connotati. Un unico nome, quello di Marco, emerge quasi con riluttanza al di fuori della misteriosa cortina di anonimato, identificandosi come l'autore della stesura musicale del disegno. L'album d'esordio, pubblicato nel 2012 in formato digipack, è intitolato "Vanguard", un'impresa composta da quindici brani, molti dei quali caratterizzati da un andamento inflessibilmente militaresco, intrepido, strutturato attraverso una ferrea disciplina orchestrale trainata a sua volta da ritmiche convulse e ripartite con glaciale austerità. Le tracce concedono sempre largo spazio alle rigide evoluzioni tastieristico-percussive tipiche dello stile in questione; pertanto l'uso dei vocals è esteso nelle sezioni dei cori, oppure sottoforma di rarefatti episodi entro i quali il canto viene sostituito da arcani fraseggi, tutto ciò riversato in acustiche da filmografia epica, essendo queste musiche perfettamente adatte a specifiche ambientazioni sul generis. La suggestiva "Göttliche Verehrung" apre il disco impiegando unicamente argentei tracciati di programming e synth combinati ad una solenne coralità pseudo-eucaristica, formule che aggregandosi attorniano il brano con intensa atmosfera. L'imponenza vera e propria affiora sullo sguardo e sulle procedure ricolme di indomita fierezza di "Helligkeit", impreziosita dal soldatesco tambureggiare, da perentori frazionamenti di voce echeggiata e da tetre partiture di keys, sonorità anticipanti "Regn Slut" ed il suo incalzante impianto percussivo accorpato a sua volta alla templare solennità elevata dalle linee tastieristiche. "Lineague" è un'elegantissima ed allo stesso tempo rigida sinfonia d'organo che richiama ambientazioni da cattedrale gotica, mentre la successiva "The Borderline" adombra il suono attraverso un militaresco pentagramma di key tratteggiato da percussività rullante, un connubio proiettante nella mente immagini di gloriose battaglie. Il dark-martial effuso in "Tenebrae" riverbera con marmorea nobiltà sfoggiando pads che si innalzano come colonne doriche tra loops vocali, cori epici e lente battute di drumming sotterraneo, precedendo così la veemenza ritmica che flagella la seguente "Terrore Urbi", grandiosa ed oscura cavalcata basata essenzialmente su vigorosi scambi ritmici tra due differenti fonti percussive, una programmata ed una seconda umanamente battuta, modulazioni che ispirano nel contempo incubi e la magnificenza delle antiche rappresentazioni di guerra. "Tagen" punteggia il sound mediante le inflessibili toccate di un comparto tastieristico a cui se ne sovrappone uno intermedio, ambedue ricreanti arcate sinfoniche percosse da un pulsante drumming elettronico. Fastosità, enfasi e senso dell'ordine descrivono l'omonima "Vanguard", una marcia costruita su rullanti flussi di tamburo, aliti sintetici e tutto lo splendore marziale generato dalle keys. "XII Viacrucis" concede un pacato interludio da ascoltare in totale raccoglimento, benchè le sue estensioni tastieristiche suggeriscano un retrogusto malinconico, soluzioni queste oltrepassate dalla drammaticità sonora espressa a profusione in "Kutt", traccia nel cui epicentro si distinguono misteriosi stridori avviluppati da una granitica orchestrazione di keys e lente cadenze percussive. Sentore di arcaica mitologia, musica per guerrieri, oltre i cui elmi appare nitido l'orizzonte di battaglia , tutto ciò nelle trionfali arie di "Exilio" composte da un'autorevole coralità parallela ai frazionamenti martial dei tamburi ed al portamento superbo degli accordi tastieristici, note antecedenti "Cyanide Skies", un'irrequieta sonata di pianoforte e key dalle acustiche ricolme di scultorea bellezza, soprattutto nel minutaggio in cui l'inseguirsi tra le rapide toccate dei tasti propaga il senso della concitazione. Trovo la successiva "Sed Oblitus" particolarmente adatta a supportare musicalmente il rallentato spostamento di una cavalleria medievale visto in un ipotetico film, immagini evocate dagli stacchi corali alternati a sinfonici contrappunti di tastiera, strategie anticipanti l'epilogo dell'opera affidato a "1936", una sorta di notturna mescolanza tra jazz e neoclassical, configurazione rappresentata acusticamente dal secco nervosismo nel drumming a sostegno di un articolato componimento pianistico. Allegorie marziali sfilano altere al passo di "Vanguard", un album da collezionare con onore e definibile come il punto di inizio di un lungo e sempre più coinvolgente percorso musicale ideato da Suveräna, nuovo erede del military-sound, il quale dimostra una straordinaria attitudine nel convogliare gagliardia e sfarzo in brani dall'elevato potenziale. Strumentazioni basilari e fervore compositivo contraddistinguono la tecnica appartenente a questo artista, ideatore di una release significativa e degna di essere impressa fin nei recessi della memoria. Ad perpetuam.

 

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Subfinal - "Passages" - cd - by Maxymox 2012

subfinal  Il power-duo danese Subfinal è rappresentato da Welling (vox / songwriting / music) e Hansen (vox / music / progs / production). Dal 2007 gli interpreti sono circoscrivibili stilisticamente in uno schema che trae ispirazione da una pluralità di orientamenti, mentre la radice del progetto si dirama in tempi retrostanti fino a congiungersi con l'ormai estinta piattaforma gothic chiamata Elizium. Attraversato un iniziale periodo di rodaggio tecnico durante il quale i Subfinal, impegnati a combinare musica, arte e parole, realizzarono nel 2010 due collezioni includenti ognuna quattro early-tracks: inizialmente "Guitars" e "Words", come tutta la discografia della band edite in versione autoprodotta, oltre a "Lights" pubblicata nel 2011 con le identiche caratteristiche delle precedenti: queste creazioni diedero modo a Welling e Hansen di sperimentare, agglomerandoli tra loro, elementi neofolk, spoken word, goth, darkwave, industrial ed electronica raggiungendo infine nel 2012 con l'ep "Passages" una formula sonora colma di rifrazioni poeticamente darkeggianti, lente ed atmosferiche, suonate utilizzando una strumentalità esangue accompagnata da fraseggi dalla timbrica baritonale, incupita e malinconica. Estetica d'autore e romanticismo sfiorito sono ulteriori aspetti che caratterizzano non solo il sound ma anche la dimensione interiore concepita dai Subfinal, concetti che il duo esprime sottoforma di immagini particolarmente apprezzate da molti visual-artists europei; la musica e l'intensità delle liriche restano tuttavia i grandi protagonisti, tanto che alla fine del 2012 il duo ha proposto con successo allo Spoken Word Festival di Odense, città danese situata presso l'isola di Fyn, l'esibizione multimediale intitolata "Cadivius...mens du falder..." ottenendo il plauso degli spettatori. I testi trattano stati umani logorati dal tormento e dalla dissociazione, parallelamente ad argomentazioni riguardanti lo status politico, le sofferenze e le condizioni sociali dell'emisfero occidentale, mentre l'artwork, pittorico e fotografico, raffigura icone che inducono il pubblico ad una silente e prolungata contemplazione. "Passages" ingloba questi componenti esternando in otto brani l'essenza dei medesimi ed aggiungendo all'ascolto un grande potere attrattivo, incominciando dalla prima fase del disco, "An introduction", breve ingresso in cui la voce del narratore decanta strofe abbattute all'interno di una fosca laguna tastieristica. "City Of Whores" attinge ispirazione dall'inesauribile sorgente gothic, aggregando al fascino oscuro dei vocals in modalità "parlata" rallentati moduli di basso e drum-machine, fiochi riflessi chitarristici ed un prolungato respiro tastieristico che avvolge l'insieme conferendo ad esso un'aura poeticamente depressa. "Hollow Commandment 1.0", titolo la cui matrice è presente nella tracklist in tre versioni, si offre nel suo primo, fugace atto mediante un andito dark-ambient-industrial dalle cui nere pareti fuoriescono metallici rintocchi e vapori elettronici letalmente tossici, mentre la seguente "Corridor Wasteland" diffonde testi espressi con poeticità ed enfasi oscure, con parole modellate attorno ad un supporto musicale gothic-oriented di tastiera, morbidi arpeggi di chitarra e drum-programming midtempo, flussi dapprima ricreanti sonorità atmosfericamente eteree, ed in seguito rese più corpose ed elettriche. L'interludio "Hollow Commandment 2.0" proietta buie effervescenze sintetiche ed estensioni tastieristiche simili al ciò che si potrebbe udire all'interno di un'astronave aliena, così come la successiva "Amplexus" recupera tranquille modulazioni chitarristiche in punta di plettro soggiogate dall'incanto che ammanta il delicato respiro della tastiera e le rarefazioni vocali che il singer pronuncia con tonalità meditabonda. Un basamento di drum-programming impostato a velocità midtempo dissemina ipnotiche scansioni e catturante elettricità chitarristica, tracciati i quali, muovendosi sinuosamente, si uniscono al sotterraneo background tastieristico attribuendo alle strutture un carisma sottile e traboccante di mistero: tutto ciò in "Hollow Commandment 3.0". Il capitolo finale della release è "The Passage", una sad-ballade all'interno della quale la prostrazione, il sentimentalismo e la meditazione sono magnificati da una musicalità romanticamente crepuscolare di pianoforte ed aliti elettronici ai quali si affianca la struggevolezza del violino, il tutto attraversato dal linguaggio afflitto del prosatore. "Passages" è un ep che adatta con tangibile eloquenza le devianze gothic alla solennità di espressioni vocali profondamente vibranti, configurando mediante esse prospettive incantevoli, notturne, rivolte all'anima. La calcolata sobrietà delle musiche ed il lessico colto e penetrante delle liriche conquisterà la platea d'ascolto che sappia ancora sognare e trattenere a lungo nella psiche le emozioni ed i preziosi significati che solo artisti in possesso di un talento pari a quello dei Subfinal riescono a materializzare in suono. Questa opera non si schiude immediatamente, quasi evitasse di rivelare la sua natura al primo approccio: essa richiede ascolti completi, lunghi e partecipi. Solo percorrendo questa traiettoria potrete assimilare integralmente il globo di acustiche sovraispirate dalla nobiltà e dall'emozione di cui "Passages" è foriero. La riflessione, la poesia ed il buio non vi saranno mai apparsi così vicini.

 

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SYNC24 - "[Comfortable Void]" - cd - by Maxymox 2012-

sync24 Daniel Ringström, geneticamente collegato con Johannes Hedberg al progetto svedese ambient-electronics Carbon Based Lifeforms, estende dal 2007 la propria esperienza musicale attraverso questo solo side-project denominato SYNC24 orientandone l'asse verso la ricerca di sonorità attigue ai generi IDM-downtempo / acid-psyambient / chillout / psytrance. Protagonista della diffusione di tale opera è nuovamente la solida label fancese Ultimae Records, già nota tra le pagine di Vox Empirea per l'eccellenza fin'ora dimostrata nelle sue proposte discografiche nonchè per il background estetico che accompagna immancabilmente ogni rilascio. SYNC24 nasce quindi come una personale reinterpretazione dei teoremi elettronici maturati da Johannes durante la militanza presso la sua piattaforma originaria, convertendo ora il sound a rarefatte micro-oscillazioni e crepuscolari formule ambient che rendono l'insieme il perfetto tratto di unione che intercorre tra musica sperimentale ed inconscio, sorvolando con gli occhi della mente paesaggi fantastici ed il corso delle riflessioni più recondite, sperimentando contemporaneamente il piacevole senso della distensione. I primi test di SYNC24 risalgono al 2005 attraverso due contemporanee partecipazioni sulle compilations edite dalla Ultimae Records, "Fahrenheit Project part 5" e "Albedo", seguite nel medesimo anno da un'apparizione sulla raccolta "Chillogram" licenziata dalla Peak Records. Nel 2006 fu la volta delle comparse sulle compilations "Oxycanta" e "Fahrenheit Project Part 6", entrambe pubblicate dalla Ultimae Records, seguite da una terza su "Sonic Vibrations Chapter 1" rilasciata dalla DadA Music. L'attività produttiva del progetto continuò quindi nel 2007 con il digital ep intitolato "Floating Free Remixes" per la label Tribal Vision, a cui seguì il debutto ufficiale rappresentato dall'album "Source" distribuito sempre nel 2007 dall'immancabile Ultimae Records, release nei cui credits apparivano in qualità di vocalist i nomi di Johannes Hedberg e Karin My Andersson, nonchè quello di Anna Segerstad, songwriter ed interprete del disegno drum and bass-electro-breaks-ambient denominato I M LGND. Durante il citato anno SYNC24 ristabilì il contatto con l'etichetta DadA Music proponendosi nella compilation "Ambient Spaces Chapter 1", evento seguito nel 2008 da un'ennesimo contributo su raccolta, scelta ricaduta sul titolo a scopo benefico "Project Pygmies Etabe 2008". Di nuovo, nello stesso arco temporale, Daniel aderì alla raccolta "Brixton Session" rilasciata dalla Celestial Dragon Records fino al raggiungimento del recente "Comfortable Void", album che può essere inteso come l'ulteriore avanzamento dell'esercizio intrapreso dall'artista in direzione di nuove ed atmosferiche tecnologie che seducano coinvolgendo totalmente i sensi dell'ascotatore. Dieci brani carichi di attrazione, delicatezza e quel registro elettronico colto che da sempre caratterizza le diffusioni della Ultimae Records: liquefazioni sonore, frequenze dilatate, sospese tra gli invisibili elementi che compongono l'aria, immateriali flussi di energia psichica che solidificano la loro struttura condensandosi sottoforma di pads incantati e drumming scandito con misurata lentezza. Naturale inoltre rivolgere l'attenzione alla superba veste grafica dell'opera in questione, concepita, come molte altre del firmamento Ultimae Records, dal mastermind Vincent Viluis, alias Aes Dana, al quale si attribuisce anche l'audio mastering dell'album. L'apertura della tracklist prevede le magiche cromie dipinte dall'omonima "Comfortable Void", un downtempo entro cui l'incantato sgorgare di costrutti elettronici e la metrica tastieristica basata su un prolungato accordo, fanno del brano un atmosferico congegno da ascoltare ad occhi chiusi, lasciando che esso si impossessi completamente della psiche e ne converta gli impulsi in una rallentata sequenza di fotogrammi astratti. "Inadvertent" perfeziona la sua struttura avvolgendo un infinito pad sulle spirali descritte dalle apparecchiature, conducendo l'immaginazione verso i meandri più remoti della Terra, elementi ritmati da un ipnotico e-drumming e micropunteggiature di programming, tutto ciò in anticipo sulla successiva "Dance Of The Droids", una traccia inquadrabile nei generi downtempo-electronics, architettata da Daniel mediante una meccanica base percussiva sulla quale si dispongono robotiche emissioni, cristallini tocchi di synth ed un background di artefazioni acustiche, sofisticate partiture ed acide effervescenze. "1N50MN14" è una composizione psyambient-electronics che incorpora sonorità lunari di key, flussi di materia tecnologica e getti di interferenze, formule queste disciplinate dal lento passo della drum-machine. "Nanites" si presenta inizialmente sottoforma di un meditativo ambient edificato da key, ronzii e vocal-loops, grafico inserito successivamente tra rallentati cicli percussivi ed evanescenze replicate acidamente dalle macchine. si giunge quindi a "Sequor", un dream-ambient completamente adagiato su un lisergico manto tastieristico i cui estesi pads, succedendosi in lentissime ondate, tracciano i confini di un microuniverso interiore punteggiato da atmosferici arpeggi di corde. I tematismi electronics-downtempo di "Something Something" inducono ad uno stato di rilassamento psichico evocando dall'immaginario incantate astrazioni che disconnettono dalla realtà, tutto ciò attraverso basse pulsazioni ritmiche e sofisticate partiture di keys, elementi che conferiscono alla traccia un portamento colmo di raffinata intensità. Fraseggi appena sussurrati con delicatezza tra pallide scie tastieristiche costituiscono il nucleo introduttivo della successiva "Oomph", psyambient dalla cui espansione sgorgano argentei filamenti elettronici e scansioni percussive mid-tempo, sonorità che proiettano la fantasia verso gli inesplorati oceani di mondi oltre il Pianeta azzurro. E' il turno di "Wake", traccia proposta in versione "live edit" nel cui segmento d'apertura rivivono i collaudati schemi ambient fin'ora sperimentati, ovvero lunghe, aeree intro formate da bisbigli male-female, echi e pads eterei, anticipanti uno sviluppo psytrance basato sul e-drumming mid-tempo che tratteggia sideree toccate di key. La chiusura della tracklist avviene con "There Is No Spoon" e le sue sotterranee trasmissioni tastieristiche in stile psyambient, foschi accordi regolati dall'impalpabilità di un battito sintetico che affonda la mente oltre i rallentati vortici di acque blu scuro. Daniel Ringström si riafferma un grande compositore avanguardistico onorando la sua creatività con questa pregevole opera in equilibrio tra la cerebralità ed una sottile energia che coinvolge la sfera emozionale. Melodie incorporee, suoni elettronicamente ammantati di ricercatezza e discrezione rivelano tutta la sensibilità e la tecnica insita nel disegno SYNC24 il quale, scomponendo le rigide geometrie del razionale, concede alla psiche un'immersione nell'onirico. Dopo un completo ascolto di questo disco ogni visionario farà di "[Comfortable Void]" uno dei suoi principali punti di riferimento.

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- The Arch - 'Engine In Void' - cd - by Maxymox 2012 -

the arch Nella folta line-up dei belgi The Arch, promossi dalla radiosa label Echozone, si identificano Ivan DC (guitars/electronics), M. Pierre (guitars/electronics), CUVG (vox/electronics), Jerr Goss (bass/electronics), Ian Lambert (Keys/electronics) e JDSuB ( producer/mixing/additional electronics), ai quali si aggiungono Chiffon's Tale (voxes), Brecht Adriaenssens (additional drums), Veerle Vanhoeck (vox) ed infine Bram Van Looveren (additional guitar); l'ensemble dal 1986 ricalca un plurimo stile che include al suo interno componenti fondamentalmente elettronici contaminati da atmosferiche reminescenze wave e after-punk. Le realizzazioni compiute da questa longeva band nominano molte apperances su compilations ed una discreta serie di produzioni ufficiali, concepite inizialmente su basi cupe ed alienanti che dipartono dal vinile 12" intitolato "As Quiet As" edito nel 1986 per la Anything But Records, etichetta alla quale i The Arch affidarono nel 1988 l''LP "A Strange Point Of You". L'anno successivo fu la volta del 12" maxi-single "Stay Lay" su Antler-Subway, label che supportò anche i successivi lavori: il full-lenght del 1990 "The Messier Album", il singolo di tre tracce "The Only Thing" rilasciato nel 1991 e il 12" denominato "Ribdancer". A questi titoli il progetto fece inoltre seguire nel 1995 l'ottimo album "Seconds And Centuries" licenziato dalla celebre Discordia e "Sofa" edito nel 1997 per la Nova Tekk, brand che curò l'uscita dell'estesa doppia compilation del 1998, "Sex". Trascorsero dieci anni prima che i The Arch si riproponessero con il singolo autoprodotto "I Can't Live In A Livingroom" del 2008, un three-tracks in cui Peter Slabbynck presente nelle bands dei Boy Wonders, The Brilliant Drumheads, The De Lama's e Red Zebra, vocalizzò l'omonimo brano. Completano quadro discografico la digital-compilation "The Arch Of Noise" dell'anno 2009 e quest'ultima opera su album, "Engine A Void", che rilancia la piattaforma in una dimensione sonora più attuale e tecnicamente perfezionata, con dodici nuove tracce permeate di tecnologia, vocals suggestivi ed orchestrazioni alternativamente tese o caratterizzate da un'ipnotica morbidezza. E' proprio quest'ultimo lo schema su cui si regge il tema d'ingresso, "Individuals", scandita dalla robotica lentezza del programmig, avvolta da pads lisergici rafforzati da un dialogo multiplo tra tastiere e chitarra e cantata mediante timbrica profonda e lievemente riverberata. "Donor" avvia invece un modulo electro-ritmico più nervoso, aggiungendo alla batteria artificiale vocals wave-oriented, elettriche sezioni di chitarra ed intarsi programmati, così come la seguente "Seminary" diffonde un sound elegante, impostato su energiche battute percussive in combinazone a vocals amaramete distaccati e tripudi chiarristici. "Skinny Meadows" raccoglie tutto il mio consenso reinterpretando in chiave odierna stereotipi wave del tardo periodo 80's, recuperandone le forme attraverso un pulsante flusso di programming e drums ai quali si affiancano la voce ben impostata del singer su piene configurazoni di keys e chitarre. Decisamente più orientata verso soluzioni post-punk, "Kafkaia" pone in rilievo le graffianti linee delle guitars mescolate alle secche procedure del sequencing, elementi supportati da un canto dagli accenti freddi e rochi. A metà percorso tra l'electropop e l'industrial-punk, "Barbouze", scitta da Chiffon's Tale, effonde scalfitture chitarristiche in perenne duello con il solido perno vocale la tramatura electro-percussiva mid-tempo, in anticipo sulla successiva "Only She", meccanicamente regolata da asciutti drum-beats è costruito un impianto elettronico vagamente depechemodiano, denso di carezzevoli locuzioni vocali, riff di chitarra e serici artifici di keys. "Waterfall" esprime appieno la verve electro-post-punk-waver insita nel patrimonio genetico della band, mediante un ossuto segmento di programming attorno al quale si snodano risolute intonazioni vocali ed un'acida pioggia di guitars. Assai catturante, "Let It Beat Us", le cui liriche sono state vergate dalla sinergia The Atch / Marleen Gordts, è un autoritario rock-pop elettronico creato con smilze cadenze di batteria sintetica e strutture vocal-strumentali accostabili ai Mesh, particolari che si avvicendano alla bellissima "Miss Take", anch'essa regolata da un mezzo tempo programmato elettronicamente dal quale si dirama un canto gravato da nevrastenie waveggianti. Il remake di "My Suitor", microscopico oggetto di culto sonoro originariamente composto nel 1983 da due membri del progetto Bernthøle, ovvero Drita Kotaji e Simon Rigot, delinea la propria anatomia su glaciali percosri di programming e un femmineo e provocante canto intervallato dalle distorsioni chitarristiche che nel refrain si fondono ai testi del vocalist esposti in modalità ruvida, dolorosa. A Veerle Vanhoeck sono affidate le liriche dell'ultimo brano della track-list, "In Silence", un electropop sotterraneo basato su atmosferici accordi di key e voce sostenuti da uno smagrito apparato percussivo a basso regime ed armoniosi contrappunti corali accompagnati dall'asprezza degli additional guitar genarati da Bram Van Looveren. Quello dei The Arch è uno stile elettronico distante da soluzioni intuibili, essendo esso orientato prevelentemente su melodie sfuggenti e formulazioni dalla musicalità tortuosa che tuttavia conservano un planning rigoroso ed asettico. La band, consapevole del proprio grado di preparazione e della pluridecennale esperienza maturata sulle scene alternative, si muove agevolmente tra complesse orditure e melodie impenetrabili, realizzando un album che susciterà interesse bilaterale sia presso la retroguardia affezionata alle sonorità 80's wave, che alla new generation di estimatori del concetto post-punk. Considerata l'ampiezza cronologica che separa l'ultima opera pubblicata dal progetto da questo nuovo "Engine In Void", è ragionevole presupporre l'uscita di un prossimo lavoro in tempistiche altrettanto estese: l'ascoltatore coinvolto avrà quindi tutte le opportunità per vivere fino in fondo questo full-lenght e scoprire molto altro riguardo la discografia dei The Arch, un disegno inossidabile che sa come plasmarsi alle nuove tendenze non rinunciando alla propria integrità. Great!

 

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- The Beauty Of Gemina - "Iscariot Blues" - cd - by Maxymox 2012 -

thebeauty C'è sempre qualcosa di fatale, elegante e seducente nella musica degli elvetici The Beauty Of Gemina, terzetto con base a Zurigo capitanato dal front-man Michael Sele (vox / music / lyrics / progs / guitars / keys) e completato dal drummer Mac Vinzens ed il bassista David Vetsch. L'impronta rock-gothic è impressa fortemente in ogni ideazione della band, la quale aggiunge alle medesime anche ulteriori elementi squisitamente new wave, dark ed elettronici che conferiscono al suono un particolare tocco di regale e malinconica signorilità, caratteristica percepibile fin dal loro primo album del 2006 "Diary Of A Lost" edito per la Monkey Music. Spetterà al successivo full-lenght "A Stranger To Tears" del 2008 licenziato dalla TBoG Music il compito di consolidare definitivamente uno stile che moltiplicava rapidamente i consensi tra il pubblico e degli opinion makers, soprattutto per merito di indovinati capolavori quali "This Time", fino al giungere del meraviglioso album "At The End Of The Sea" del 2010, pubblicato dalla stessa TBoG Music, recensito più che positivamente anche dalla mia penna e scrigno di preziose gemme, tra le quali spiccava per irresistibile fascino "Counting Tears". Dopo due anni di attesa, ecco dunque l'apogeo artistico dei The Beauty Of Gemina, "Iscariot Blues" distribuito parallelamente dalle etichette Universal Music Switzerland GmbH e Danse Macabre, un album recante il cliché rock-decadente tipico del progetto arricchito con ulteriori dosi di melodia nostalgicamente oscura, celebrata in particolare dagli importanti vocals di Michael sempre ricolmi di tonalità sentimentali, meditabonde e visionarie. “Voices Of Winter”, stupenda premessa di ciò di cui l’album è ricolmo, avvia la sequenza della track-list mediante un passionale amplesso tra le battute percussive rock-oriented ed un tenace bouquet chitarristico dagli accordi romantici con protagonista indiscussa la voce di Michael, mentre “Haddon Hall” propone la medesima energia dark-rocker più velocizzata e decorata con screziature gothicheggianti. Una moderna ballata rock-western è “Badlands”, ritmata inizialmente da un essenziale filamento di voce, programming e chitarra acustica ai quali si aggiungono in seguito un più corpulento drumming ed elettriche innervazioni di guitar. “Golden Age” predispone a sua volta un altrettanto dinamico spartito dalle tinte gothic che vibra percosso da una sostenuta batteria su vocals tenebrosi, raggiungendo la successiva “Stairs”, brano colmo di struggevolezza vocale lambita da morbidi arpeggi di chitarra, key e programming a basso regime. Il rumore incessante trascinato della chitarra elettrica increspa la nera superficie di “Prophecy”, traccia estremamente interessante che rivela le attitudini della band nel saper ricreare strumentalmente atmosfere drammatiche, in questa occasione organizzate attraverso stacchi percussivi, sequencing e synth, il tutto affidato alla voce baritonale di Michael. Di assoluto rilievo è “Dark Revolution”, episodio rock-swing rievocante molte delle epiche formulazioni care ai Fields of The Nephilim attraverso l’oscura forma vocale del singer e i solidi ornamenti di chitarra sia elettrica che acustica, quest’ultima incaricata di abbellire sporadicamente le arie tessendo arpeggi che rimandano alla mente un assolato ed arido paesaggio texano. Il recupero della rhythm-machine e di accompagnamenti elettronici dona corpo alla seguente “June 2nd”, traccia rivestita di nobiltà, esposta mediante acidule toccate di synth che accerchiano la voce e le dilatazioni chitarristiche. La magnificenza propagata dalla successiva "Seven-Day Wonder" costituisce di per sè la diretta testimonianza del livello superiore raggiunto dalla band in questo album: catturante profondità vocale, tessiture electro-rock, ritmo e melodia di specie evoluta in un brano potenzialmente da hit. La conclusione della track-list avviene tramite l'ennesima dimostrazione di perizia tecnica e maestrìa, componenti che introdotti in "Last Night Home", creano una via intermedia tra le romantiche ed intense armonie vocali care a Paul Buchanan, singer degli indimenticabili The Blue Nile, e le strutture gothic-rock dei Mission più recenti. Chi da tempo segue il decorso artistico del progetto noterà nei The Beauty Of Gemina di "Iscariot Blues" un più maturato avanzamento nell'anatomia delle musiche, particolare che colma di grandiosità questa realizzazione dall'appeal inevitabile. Il sound, sempre curato fino al minimo dettaglio, è intriso di efficaci calligrafie canore che donano ai contenuti un forte potere attrattivo i quali, unitamente ad un'impeccabile padronanza nell'architettura dei suoni, garantiscono piacere d'ascolto ed autentico coinvolgimento. Tra le migliori proposte di questo primo segmento dell'anno: da possedere in termini assoluti.

 

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- The Eternal Fall - "MM - MMXII" - cd - by Maxymox 2012 -

theeternalfall Progetto spagnolo di Alicante esecutivo dal 2000 nell'ambito darkwave, formato originariamente dalla sinergia tra il front-man Sol (Vox / guitars / keys / drums / progs) e David Tenza (bass). Da segnalare inoltre l'importante contributo in sede live dei chitarristi Manuel Mas e De-ath; poco dopo le prime pubblicazioni David uscì dalla line-up riducendo quindi l'organico ad un unico componente, Sol, attuale rappresentante del disegno The Eternal Fall, ancora oggi fiancheggiato nei concerti dai due citati guitar-supporters. Le realizzazioni discografiche pubblicate dalla band nominano inizialmente due albums autoprodotti: il debut del 2002 dal titolo omonimo, "The Eternal Fall" e "The Sadness" edito nel 2004. Il primo approccio con la label AF Music avvenne nel 2005 attraverso l'album "The Path" con un successivo ritorno all'autogestione rilasciando in una precisa sequenza temporale i full-lenghts "To Darkness" del 2006, "The Ninth Sphere" licenziato l'anno successivo, "A part dies" del 2008 e "Alone" edito nel 2009. Chiudono l'elenco le antologie "Emptiness Vol.1" ed "Emptiness Vol.2", rispettivamente del 2010 e del 2011, con il presente "best of" intitolato "MM - MMXII" rilasciato dalla AF Music / Danse Macabre e contenente molte tra le migliori tracce incise dalla piattaforma, un collage ragionato che ripercorre interamente la strada intrapresa da Sol & ensemble dai primordi della loro lunga carriera ad oggi. Il dark-sound creato dai The Eternal Fall è specularmente ispirato ai Cure più tenebrosi e malinconici, con una particolare focalizzazione rivolta al canto che con i suoi toni disperati si aggiunge a decadenti orchestrazioni gothic-rock: ne scaturiscono modulazioni in grado di esprimere in tutta la loro pienezza l'immenso struggimento che alimenta da sempre lo spirito della band. L'emozione è rivissuta nuovamente nelle tracce di questa interessante compilation da collezionare ed ascoltare con devozione, costituendo essa uno scrigno racchiudente quindici minuscole perle sonore, ognuna delle quali emanante un'aura romanticamente afflitta che ogni integerrimo darkofilo apprezzerà senza riserve. Le atmosfere e gli accenti canori di "Dead Dream", opening-act, omaggiano un Robert Smith d'annata ed i suoi Cure, soprattutto attraverso vocals accentati con le medesime inflessioni appartenenti allo storico singer, liriche colme di nostalgia affidate ad abbattute brezze chitarristiche in perfetto stile darkwave. "Always Its The Same" è un brano che incorpora le più efficaci strategie acustiche finalizzate all'esaltazione dell'anima rattristata, ovvero un canto melodicamente depresso e leggermente echeggiato che si inserisce alla perfezione tra la mestizia evocata dagli accordi di chitarra, le punteggiature di basso ed il drumming mid-tempo. Il vigore gothic-rock espresso da "Dead Man Alive" prende corpo erigendosi su una vibrante tensione chitarristica scandita da veloci battute percussive, pulsanti bass-lines e gli angosciati vocalizzi di Sol che si alternano ad altri di origine elettronicamente filtrata. "The Scar", a mio giudizio, rappresenta senza dubbio l'episodio di punta dell' intera raccolta: tutto è allestito impiegando i migliori pentagrammi darkwave-minded che spaziano da vocals incredibilmente catturanti ed intonatissimi ad un accompagnamento di chitarre, basso e prog-drumming, il cui dialogo riversa sulle musiche oceani di inconsolabile disperazione. Si prosegue con le sanguigne curvature rock-gothicheggianti di "Death Affair", traccia Mission-oriented dalla quale si eleva un canto accorato che si snoda tra le potenti sezioni della batteria e l'intensità elettrica delle chitarre, elementi cronologicamente anteposti alla successiva "Salvation", anch'essa obbediente alla romantica decadenza del gothic style espressa ora sottoforma di suono coriaceo, percosso dalle rapide battute del drum-programming, fiammanti riff chitarristici e vocals sempre in atteggiamento passionale, ora circondati da una femminea, angelica coralità. "The Pain" riserva a sua volta formule gothic-rock caratterizzate da un maggiore infervoramento del canto di Sol, con discese tonali e rapidi innalzamenti incastonati in un robusto insieme di key, basso e drumming flagellante, così come la seguente "Just With You" replica sostanzialmente le medesime strutture delle precedenti, assestandosi in un compatto gothic-theme dalle atmosfere canore bardate di mestizia. "Broken Dreams" è una traccia dai tangibili requisiti darkwave, specialmente nell'esposizione dei vocals, accorpati all'energia del rock, identicamente alla successiva "My Fate", poema gothic-oriented tratteggiato da veloci arpeggi di chitarra ed una corposa batteria a sostegno delle affascinanti strofe pronunciate da Sol. "Frustration" propaga funeree combinazioni di drum-machine, keys, chitarre riverberate e filtraggi vocali in una traccia splendidamente devota alle più buie liturgie darkwave celebrate dai Cure, mentre "Into A Dream" rispecchia un'indiretta, probabile ammirazione dei The Eternal Fall rivolta allo stile dark-gothic dei più recenti Clan Of Xymox, dettaglio percepibile nella sepolcrale impostazione della voce di Sol, molto attigua alle inflessioni di Ronny Moorings, e nei tratti peculiari delle musiche, costruite mediante lente, stranianti scie di chitarra percosse da glaciali procedure elaborate dalla drum-machine. Ben ritmata e molto clubby, "Just A Secret" espone la risolutezza vocale di Sol in un gagliardo contesto gothic-rock / darkwave di key e rotazioni di bass-guitars da ballare con dinamismo. "The Sounds Of The Night", come titolo suggerisce, emula musicalmente l'ombra proiettandone la forma e la sostanza in una traccia dalle sonorità contratte, perennemente dominate dalle formulazioni di basso-chitarra e batteria in modalità obcure-rock, mentre la conclusiva "I Fed Up" arricchisce l'insieme introducendo misurati dosaggi di elettronica che, pur non sovvertendo la durezza del suono e lo sconforto diffuso dai vocals, rende la traccia perfettamente adatta ai dancefloors. Antologia che possiede il dono di saper interpretare l'amarezza, il dolore, la solitudine e l'irrefrenabile desiderio di comunicare questi sentimenti all'ascoltatore predisposto, con il quale condividere eterne notti senza luna in cui gli unici suoni udibili saranno il proprio respiro e le note diffuse dalla track-list di "MM - MMII". Dopo tanta oscurità ed abbattimento probabilmente non guarderete più l'alba e le sue creature con gli stessi occhi.

 

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"The Evropean Brotherhood Trilogy - Unity" - cd - by Maxymox 2012 -

theevrop  "The Evropean Brotherhood Trilogy - Unity" - cd - by Maxymox 2012 Magnificente split licenziato in edizione limitata dalla label tedesca Castellum Stoufenburc e primo capitolo di una trilogia tematicamente rivolta all'esaltazione dello spirito guerriero e degli antichi valori religioso-culturali legati all'Europa dei nostri Avi. European Brotherhood, quindi, risulta essere una coalizione di artisti legati tra loro da affinità ideologico-musicali le cui creazioni soniche, in stile martial/industrial/dark-ambient, si pongono in netta contrapposizione a ciò che i tempi correnti tendono a soffocare nelle società europee, ovvero l'amore ed il culto per la loro terra d'origine nonchè il significato e la commemorazione delle ataviche battaglie combattute per la libertà. I musicisti selezionati dalla label per interpretare le tracce di questa opera iniziale sono i grandiosi solo-projects Legionarii, alias I.L. recentemente recensito ed intervistato da Vox Empirea, e Waffenruhe, alias Soldat D. autore a sua volta di altri due splits: "Waffenbrüder", rilasciato nel 2008 dalla SkullLine e prodotto in sinergia con Seuchensturm, seguito l'anno successivo dal titolo "Pflichtbewusstsein", edito per la Castellum Stoufenburc e completato da Waffenruhe in collaborazione con Bunkergeist. Una release di tale imponenza qual'è "Unity" non poteva che recare un artwork altrettanto monumentale ed evocativo, caratteristica osservabile quasi in ogni prodotto musicalmente in linea con il genere in questione: in questo caso la sezione grafica è stata affidata alla creatività dello studio Bildkunstschmiede, vera istituzione nel progettare sleeves ed immagini collegate all'area martial. I due protagonisti dello split-album sfoggiano un suono arcigno e militarmente oscuro in dodici sinfonie entro le quali si percepisce appieno il senso dell'austero, del valore e della gloria saldamente insiti nelle loro intenzioni e nel loro sacro credo, uno spaccato di antica Storia in cui l'impavido coraggio ed il sentimento di appartenenza al proprio suolo rappresentavano principi irrinunciabili e di importanza vitale. La profondità delle argomentazioni trattate nella release, nonchè l'imperativa esigenza di rappresentarle acusticamente nel pieno della loro espressione, hanno richiesto ai due artisti il massimo impegno tecnico, dettaglio che, alla luce dei contenuti ascoltati nei dodici eventi della tracklist, ha raggiunto impressionanti livelli di coinvolgimento emotivo attraverso un'invisibile, trascinante energia sonico-militaresca, la medesima che probabilmente ha animato nell'antichità lo spirito dei nobili soldati che hanno combattuto per la causa europea. L'aura solenne e tenebrosa di cui è circondata "Gloriam Fraternitas", opener-song, rivela la perfetta intesa tra Legionarii e Waffenruhe i quali, fondendo i propri tatticismi in un'unica strategia martial/ambient, compongono una traccia dalla musicalità opprimente, elevata da una ripetitiva scala di accordi tastieristici e pads che si rinforzano con inquieta gradualità, quasi come un lento respiro, innestando fragori sotterranei, cadenze di dark-drums e rarefatti frammenti di voce la cui timbrica echeggia minacciosamente tra rigorose sezioni di chorus. L'omonima "Unity" si onora nuovamente della contemporanea partecipazione dei due musicisti dalle cui manovre scaturisce ora un'orchestrazione dark-neoclassical/martial straordinariamente evocativa, con una metrica sonora che si adatterebbe con plauso ad una soundtrack da filmografia storica, tutto ciò utilizzando il disciplinato richiamo del tamburo da guerra combinato a crescenti flussi di key sotto i quali fluiscono i cavernosi pads di un secondo comparto tastieristico. E' la volta dell'esibizione solistica di Legionarii, il quale con la sua "Fvror Tevtonicvs" congegna marmoree liturgie di keys in un oscuro trionfo di battiti marziali, formulario che trasmette con ossessività sinfonica il senso del dramma, della potenza interiore, dello sguainare di luccicanti spade pochi istanti prima del conflitto da parte di battaglioni a cavallo, sui cui elmi e stendardi si posano le prime luci di un'alba preludio di gloria. L'alternarsi delle performances individuali prevede ora l'entrata di Waffenruhe e della sua creazione "Appell An Die Kämpfer", una traccia martial/dark-ambient punteggiata dalla rigidità di proclami vocali inseriti tra rigorose orchestrazioni tastieristiche e staccati tambureggi da marcia in formazione guerresca. E' il turno di Legionarii, questa volta interprete di "Lvx In Tenebris", martial/dark-ambient song che apre varchi di inimmaginabile oscurità mediante l'incedere frazionato e risoluto delle percussioni da battaglia alle quali succedono notturni interludi, tonanti riprese di keys e spettrali rintocchi di campana, traccia seguita dalle glaciali atmosfere martial esternate da Waffenruhe nella sua "Donar's Söhne", una compatta sinfonia color ebano e dalla durezza dell'acciaio, elementi sui quali turbinano lunghi pads dalle modulazioni claustrofobiche e la simmetrica risonanza di un duplice supporto ritmico: il primo diffondente la leggera secchezza del military-drumming ed il secondo, timbricamente più intimidatorio, richiamante indomita disciplina e sguardo fiero. E' di nuovo la volta di Legionarii e quindi del suo componimento "Virvm Patria", una severa e trascinante celebrazione martial-industrial di cori e ritmica da cavalcata teutonica, un insieme di rullanti percussioni, tastiere adamantine, inni epici, phatos, nebulose visioni di antichi campi di battaglia e quella straordinaria percezione di ciò che lo stesso I.L. definisce "liberazione". "Brethren In Spirit, Brothers In Arms" è il titolo dell'episodio presentato ora da Waffenruhe, un dark-ambient sulle cui umbratili trame tastieristiche si posa perentorio il tocco del martial-sound, impronta circoscritta nei perimetri tracciati dal vigoroso battito del tamburo che emerge dopo un lungo quanto suggestivo comparto di keys. Perennemente all'insegna dell'inquietudine, lo stile compositivo di Legionarii perfeziona assieme a quello integralmente devoto alle sonorità militari di Waffenruhe la successiva "The Tripartite (EB Version)", brano la cui strumentalità supporta un inedito supporto vocale dai toni fermi, aspri, sofferti, il tutto immerso nel regale splendore di echi ed orchestrazioni tastieristiche entro le quali troneggia la supremazia martial insita nelle percussioni. Il rientro solitario di Waffenruhe inscena la seguente "An Vorderster Front", tempio di sonorità military-industrial riprodotte dall'incessante drum-programming in assetto da guerra contemporaneamente a torve evoluzioni di keys dalle quali sgorgano accordi sinfonici di grande effetto. La rinnovata congiunzione tra i due artisti genera ora "Our Fire Still Burns", traccia immensa, nel cui epicentro si distingue la nobiltà di un filamento d'organo che attraversa le malinconiche traiettorie martial-neoclassical descrtitte dalle tastiere, l'inesorabile schema inciso a fuoco dal tamburo ed i vocalizzi colmi di tenebrosa passione. A Legionarii è affidata la song di chiusura, "Brotherhood Accross Europe", orientata anch'essa verso acustiche soldatesche musicate da una tambureggiante linea percussiva, in un tripudio di armonia e magnificenza orchestrale. Il primo atto di "The Evropean Brotherhood Trilogy" sa mantenere costante la soglia di partecipazione emotiva impiegando sonorità importanti, scelte appositamente per convogliare nel listener tutto l'ardore ed il memorabile significato di cui sono colmi gli ideali condivisi dai membri del progetto. Lo split "Unity", dunque, è una realizzazione che soddisferà pienamente quella folta platea di amanti dello schema martial e dell'austerità sinfonica, una musica che Legionarii e Waffenruhe innalzano agli antichi Padri dell'Europa i quali, dall'alto di un'imperscrutabile dimensione celeste, osservano ed ascoltano, annuendo compiacenti. Imperdibile.

 

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The Exsys - 'Against The Mainstream' - by Maxymox 2012 -

exsys Capita sovente che il profondo livore insito in molti artisti underground nei confronti della musica commerciale si spinga oltre le semplici dichiarazioni assumendo tangibile fisicità nelle loro releases: è il caso di questa ardita solo-man-platform fondata nel 2010 dal tedesco Exsys, fautore di un'autoproduzione dai bordi taglienti e dal titolo più che persuasivo, "Against The Mainstream". Precise citazioni biografiche riguardanti il progetto dark-electro/indus/EBM in questione sembano pressochè inesistenti, costituendo esclusivmente Exsys uno strumento contrapposto per vocazione al suono convenzionale e finalizzato all'estirpazione di tutto ciò che l'ascoltatore "accontentabile", succube dell'enormità di prodotti musicali "usa e getta" diffusi dai principali circuiti mediatici, interiorizza passivamente, continuando a sostenere un mercato più interessato alla forma che alla sostanza di ciò che pubblica. Un album risoluto, incattivito, corrosivo, con testi pronunciati in modalità classicamente harsh tra impetuose scariche di elettronica d'assalto ed impura oscurità rhythm 'n' noise; nel brano di apertura "Dark Dance Project", primo dei dodici episodi, si testano direttamente le caratteristiche peculiari dell'opera, ovvero un pulsante e danzabile assetto di programming, synth e vocals che incidono sulla corteccia del suono parole ed acustiche velenifere. La successiva "CAD (Computer Aided Destruction)" innesca ulteriori cariche di techno-noise attraverso un veloce battito di sequencing circonfuso da pungenti innesti tastieristico-vocali, mentre la gloriosa "Welcome To Wonderland" si dispone come un'estenuante cavalcata dark-electro strutturata su un'ipnotica ciclicità percussiva con primo piano su synth e programming, entrambi torturati da liriche glacialmente affilate. Le meccaniche procedure mid-tempo di "Der Tod" regolano l'interplay tra il tenebroso flusso di elettronica EBM/indus ed i testi della song sempre alitati con estrema spietatezza, mentre la seguente "The Darkness" intercala secche cadenze dancehall ad un turbinìo di acidità tasteristica fodendo perfettamente l'insieme alle astiose emissioni vocali del protagonista. "Industrial Revolution" propende per acuminati intrecci di synth e veloci, potenti scansioni di programming e voce, anteponendosi alla soldatesca vocalizazione che trascina "Sperrfeuer", traccia dal perentorio dinamismo techno-industrial e potenziale riempipista. Altrettanto ballabile, la strumentale "Tanzmaschinen" propaga un travolgente sound irradiato da scariche di iper-energia elettronica pervasa di tensione e rigore industrial, conducendo l'ascoltatore alla successiva "Psycho Industries", ritmata da una lineare spinta programmata che tratteggia con forza le strutture di synth ed i sibillini filtraggi proferiti di Exsys. A tanta fredda irruenza segue sorpendentemente un estemporaneo tema denso di toccante passionalità, "Melancholic Symphony (Dead Amour)", suonato esclusivamente da struggenti toccate di piano e strings tastieristici, il tutto affidato ad un sotterraneo e rallentato indus-drumming. I truci fraseggi emessi in "Keinzeit" infrangono ben presto il sogno, riconducendo nuovamente il listener in un universo di suoni elettronici torbidi, animati da percussività rapida e tuonante, la medesima che regge l'omonimo finale, "Against The Mainstream" che, al pari dei precedenti episodi, infetta le musiche attraverso una virulenta aggressività vocale, tormentando con essa l'ossessiva circolarità dei progs e le acuminate rifrazioni di tastiera. Convincente nerbo creativo, ardimento ed un irrefrenabile, viscerale odio rivolto alla convenzionalità, presiedono alla logica di "Against The Mainstream", galleria di tracce inquiete, tossiche e prive di compromessi. Le acustiche udibili nell'album riferiscono principalmente di rabbia, facendo germinare su una pavimentazione strumentale in acciaio, letali efflorescenze di voce che dimostrano di aver tratto ottimo insegnamento dalla tipica scuola indus-harsh. Pur non rappresentando un capitolo innovativo nel genere di appartenenza, il modulo proposto a questo promettente solo-project offre al pubblico l'ennesimo richiamo dell'elettronica più battagliera indirizzata, senza la minima esitazione, al contrattacco e all'annientamento formale della musica di estrazione più semplicistica. Gli strali di Exsys la colpiranno senza tregua e in profondità, fino a ridurla ad un miasmatico cumulo di cenere sonora.

 

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- The Last Gambit - "Songs For People Who Like Us" - cd - by Maxymox 2012

thelastgambit Dal 2007 la label tedesca Halbsicht Tonträger è attiva nell'area electronics-IDM e nota per avere pubblicato i lavori di rilevanti artisti come DNN, Architrav, Pleq, L.iet e soprattutto Mnemonic, i cui due componenti Michael Belletz, alias lo stesso Architrav, ed il graphic designer Danny Fischer, conosciuto con lo pseudonimo Qasot, hanno fondato nel 2008 il side-project denominato The Last Gambit. La finalità del duo è quella di offrire all'ascolto una mixture di tecnologia sonora contraddistinta da eleganza IDM ed armonie da sogno, fondamenti attraverso i quali essi concepirono nel 2009 e per la medesima label il primo album di undici tracce intitolato "Mafiaparty, Nice You Were There!" nella cui essenza si distingueva un electronic sound-system dai connotati emozionali combinati all'impalpabilità dell'ambient. Nel 2011 fu la volta di questo "Songs For People Who Like Us", il cui modulo espone delicate procedure di Intelligent Dance Music create con accuratezza e con arrangiamenti ancora più distensivi che nella precedente release, indirizzando l'ascolto ad una platea musicalmente evoluta ed incline alle alchimie elettroniche abbellite da ricercatezza e fluidità armonica. Come nell'opera di debutto l'artwork di questo secondo full-lenght è stata concepita e realizzata dalle mani di Qasot, mentre la lista delle tracce incluse elenca dodici brani interamente strumentali che si attivano dapprima con "If You Plan To Shoplift Let Us Know" e la sua raffinata malinconia IDM originata da minimali effervescenze di drum-programming che scansionano il tempo donando fisicità agli eterei pads ed ai volatili arrangiamenti elettronici di abbellimento. Si prosegue con la bellissima " Worms Are Better Than Me" le cui suggestive procedure non si attardano nel rivelare tutta l'intensità di un suono incredibilmente atmosferico, costruito attraverso lievi rintocchi electro-percussivi circondati da una nebula di suoni artificiali generati dalle tastiere, in grado di accarezzare con passionalità i sensi dell'ascoltatore. E' la volta di "Hero Cop Takes Plunge", traccia dalla musicalità che rischiara con irradiazioni lunari il rallentato corso di un sogno, increspandone appena la superficie mediante le complesse punteggiature del programming combinate a cristalline toccate di synth e rilassanti accordi tastieristici, sonorità precedenti la successiva "Leaky Window", anch'essa posizionata su moduli IDM che interiorizzano romanticismo e delicatezza, elementi diffusi dalla placida spazialità sgorgante dalle apparecchiature le quali propagano diafani tracciati ritmici attorniati dalla nostalgia scaturita dai key-sounds. "12 Disgusting!!! Bugs" segue un percorso IDM mid-tempo altrettanto emozionale impiegando avvolgenti flussi tastieristici, filamenti di piano ed effimeri pizzichi d'arpa campionata, il tutto ritmato da un drum-system dalla timbrica incorporea. Allo stesso modo "One Rusty Old Water Heater" scruta orizzonti elettronici ricolmi di grazia raffigurandoli sottoforma di acustiche dall'elevata capacità distensiva pronunciate dal fluido scorrere dei pads e dalla morbidezza con cui Michael e Danny stratificano le evoluzioni dei synths. Un perfetto equilibrio tra ambient e percussività IDM struttura ora la seguente "Amazing Mono", un mid-tempo che affascina con garbo attraverso malinconiche sfumature di tastiere ed elaborazioni artificiali che gravitano con leggerezza sugli essenziali impulsi del programming, modulazioni anticipanti la successiva "No Whistling In The House" ed il pallido intercosmo di suoni tecnologici da essa scaturito mediante l'utilizzo di micropulsazioni ritmiche, torsioni elettroniche e lunghi accordi dalla timbrica mercuriale. "Do Not Enter Wrong Way" coniuga i toni oscuri riprodotti da una prima e bassa scala di note tastieristiche alla soavità di un secondo registro che si estende mediante scintillanti toccate di synth, concedendo alla seguente "We're O.K.! You're A Homicidal Maniac!" di colmare le atmosfere di leggiadria tecnologica esponendo celestiali sfioramenti di keys parallelamente alle scoppiettanti interfasi dell'e-drumming. "Blofeld" veleggia lenta sulle acque blu indaco del subconscio, penetrando flessuosamente in esso attraverso ipnotici accordi simili all'amorevole sussurrare di un'entità ultraterrena, condizione di totale rilassamento avvicendata in seguito da "Der Schachspieler", traccia finale che riassume in sè le principali caratteristiche espresse dalle precedenti songs esaltandone la finezza percussiva algebricamente calcolata da un rarefatto drum-programming collegato all'astrazione di uno schema tastieristico sempre comunicativo e progettato appositamente per far viaggiare la fantasia del listener. Album in cui spiccano fascino ed arte elettronica, che ama essere assimilato con gradualità e discrezione. Le tracce che lo animano si faranno ricordare per il loro magico appeal e la serenità che riescono ad infondere, attributo che fa di questa release un'occasione per descrivere attorno a sè stessi un invisibile perimetro che separi l'astante dalla frenesia del mondo esterno. Nei recessi mentali dell'ascoltatore devoto al genere IDM scorrono limpidi gli echi di un suono predominato dall'utopia e da acustiche fatate: il progetto The Last Gambit ha dato un nome a tutto ciò: "Songs For People Who Like Us".

 

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- The Nothing Machine - 'NMTRv1' - cd - by Maxymox 2012 -

thenothing La volontà alchemica degli scozzesi The Psychogeographical Commission, duo dark-folk/city-ambient già trattato nei mesi scorsi da Vox Empirea, segue per predisposizione itinerari sonori ultra-avanguardistici, raggiungendo sempre nuovi ed ancor più sofisticati traguardi. La creatività del leader S. ha recentemente architettato il side-project chiamato The Nothing Machine, nome riferito anche nella realtà ad un misterioso congegno costruito segretamente in Inghilterra, la "Z + Machine", destinato a sviluppare un ambizioso progetto sulla fusione nucleare chiamato "British Z+ Pinch Inertial Fusion Energy program". Il titolo "NMTRv1" quì ascoltato significa per esteso "Nothing Machine Therapy Recording Volume 1" e funge scientificamente tramite il suo suono da afficace antidoto in grado di ridurre o neutralizzare gli importanti effetti collaterali psicofisici subiti dai tecnici del laboratorio durante il periodo di sperimentazione trascorso accanto all'apparecchiatura. Danni neuro-sensoriali, percettivi, organici, stati di alterazione ottica, vegetativa, della termoregolazione; una sola traccia lunga poco meno di un'ora espone sia la fase prettamente medicamentale di questo sound-system, sia l'essenza dei sintomi descritti, esprimendoli attraverso diffusioni obscure-ambient dalle prcedure cariche di asetticità ed estrema freddezza. Sonorità aliene provenienti da ignote apparecchiature, pads opachi, sommersi, che raggelano l'udito, multispazialità elettronica, echi remoti: questo è il suggestivo campionario udibile nella release nuovamente promossa dalla Acrobiotic Records. L'impianto propagato da "NMTRv1" espande in un buio corridoio glaciali folate di materia radiocontaminata, onde che ricreano dettagliatamente l'impressione di vivere l'esperimento in prima persona, lasciando che sia il suono stesso a raffigurare attimo dopo attimo le visioni distorte e la sintomatologia fisica provocata dalla Z + Machine, in un insieme di rumore minimale, voci indistinte, dissonanze artificiali, cavernosi riverberi e vaporizzazioni tastieristiche. Lo scopo del disco è quello di evidenziare concretamente le significative potenzialità di quell'eccezionale programma nucleare oggi in stand-by, rimarcando inoltre la ferma volontà dei tecnici stessi coinvolti di completare l'originario programma sperimentale. Opera molto interessante, dal concept quantomai attuale e controverso. Al fine di comprenderne meglio il significato, esorto i lettori a collegarsi alla web-page ufficiale dei The Nothing Machine, ove reperiranno tutte le minuziose descrizioni riguardanti il trascorso test nucleare e la relativa cronostoria che ha reso necessaria l'edificazione di questa atipica "audio-cura". Musica per irriducibili estimatori dell'astrazione ambient più draconiana, della sua sistematica manipolazione finalizzata all'analisi degli effetti sulla nuda fisicità del corpo umano, escludendo aprioristicamente ogni coinvolgimento spirituale. Interagire con "NMTRv1" ad alto volume ed in penombra è un'esperienza sconvolgente, traumatica.

 

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- Therradaemon - "Den Mørke Munnens Språk" - cd - by Maxymox 2012 -

therradaemon Quando si discorre della label montrealese Cyclic Law si sottointende una fucina musicale underground di razza superiore, un brand che dal 2002 è impresso su ottime produzioni di matrice industrial, neoclassical, folk-soundscapes e, soprattutto, dark-ambient-drone, stile contemplato dal norvegese Hærleif Langås, scritturato dalla menzionata etichetta e noto con il suo appellativo più famoso, Northaunt, ma anche con i successivi side-projects: The Human Voice, Non Ethos ed infine il presente Therradaemon. L'album ""Den Mørke Munnens Språk" è il primo atto realizzato dal protagonista sotto questa specifica identità, una prodotto subissato da atmosfere dilatate e limacciosi travisamenti del concetto vocale che si propagano attraverso eterni, profondi ampliamenti di tone-clusters, fuligginose espansioni sonore ed uno spettrale minimalismo elettronico. Gli episodi ascoltabili in questa opera si presentano sottoforma di quattro obscure-suites dal lungo minutaggio e strutturate mediante lentissime evaporazioni di suono glaciale, incorporeo, assolutamente raggelante. Il titolo di ogni traccia è anticipato dal prefisso "Daemon", così da rimarcare l'aura sinistramente inquietante che avviluppa ogni momento del percorso sonoro; il primo passo della track-list è "Daemon I- Levnede Sort", una fosca propagazione di laptop dalle tonalità mute e vaporose, simili all'innalzarsi di plumbee nebbie da un suolo extraterrestre al di sopra del quale ondeggiano con ipnotica lentezza misteriose evanescenze senza tempo nè nome. Un suono sepolcrale, corrotto ulteriormente da abissali sub-modulazioni, rarefatte diffusioni di rumori elettronici ed echi lontani di voci ultraterrene che si stemperano affondando in una spirale buia e gassosa: tutto ciò in "Daemon II - Ildspor". Come il profondo respiro emanato da una creatura di altri mondi, il sound appartenente all'omonima "Daemon III - Den Mørke Munnens Språk" scansiona con letargiche procedure, freddi aliti di laptop, lugubri rintocchi ed oppressive, filiformi esalazioni provenienti dal sottosuolo, mentre la conclusiva "Daemon IV - Et Arr Av Lys" dischiude i cancelli del Tempo facendo precipitare l'ascoltatore in un baratro antigravitazionale attorniato da riverberi cosmici, sussurri inanimati e allungamenti/contrazioni del concetto sonoro, trasformando infine quest'ultimo in un oblìo virtuale che assorbe voracemente ogni frequenza luminosa disseminando oltre sè nient'altro che un'indescrivibile sensazione di angoscia. Hærleif, con la sua plutonica creazione Therradaemon, edifica un'allucinazione neurosonica in grado di ossidare istantaneamente ogni forma di vita, trascinandola in una vorticosa sottodimensione priva della più tenue luminosità. Gli ossessivi accerchiamenti di dark-ambient prodotti dalle apparecchiature si integrano perfettamente ad un contesto d'ascolto notturno, oppure adatto a circostanze in cui gli elementi chiave da porre in risalto siano l'arcano e l'insondabile. Ogni forma melodica è estinta, così come qualsiasi emozione: in "Den Mørke Munnens Språk" sopravvivono unicamente le più cupe fantasie insite nel nostro immaginario che proprio quì trovano perenne dimora. Le tenebre si avvicinano lente ma implacabili, trasportate dalla cupezza di questo suono: fuggire al loro dominio sarà impossibile.

 

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- The Saint Paul - "Rewind The Time" ep - cd - by Maxymox 2012 -

thesaintpaul Marc Schleser (keys / backing vox) con Paul Kuhs (vox / lyrics / keys), stilisticamente devoti alla gamma dei suoni electro-futurepop, costituiscono dal 2010 il power-duo tedesco dei The Saint Paul. L'elemento che distingue maggiormente questo progetto è il funzionale ed equilibrato interplay condiviso tra i due artisti i quali, nonostante la loro provenienza da opposte discipline elettroniche, dimostrano di saper coniugare perfettamente melodie catturanti alla propulsione delle macchine generatrici di suono tecnologico: ne risultano grandiose simmetrie progettate per soddisfare il personale bisogno di energia sintetica, e allo stesso modo rivolte ai dancefloors più intraprendenti. Infatti, come biografia dichiara, la tendenza creativa di Paul risulta orientata verso formule vocali old-school dall'effetto immediato, pianificate al solo scopo di incunearsi nella memoria dell'ascoltatore, mentre l'inclinazione relativa a Marc si assesta in direzione dell'elettronica più impervia e deformata che distingue il genere industrial. La sapiente combinazione tra i due ordini sonori ha dato vita a questo debut-ep consegnato alle cure della sempre più incisiva Danse Macabre, label germanica da sempre in possesso di una mirabile perspicacia nella scelta dei propri reclutati, la quale propone questo sette tracce dal suggestivo titolo, "Rewind The Time", opera emanante un'aura colma di autorevolezza, preparazione tecnica e buon gusto armonico. L'opening song reca l'omonimo nome di "Rewind the Time", episodio entro cui collimano perfettamente audiences mid-tempo di estrazione electro e futurepop, attivate mediante una pulsante base di drum-programming quale sostegno per il canto soave di Paul circondato da accordi tastieristici. Si prosegue con "City Of Glass", piccola meraviglia sonora inquadrabile in un moderno contesto romantic-obscure-synthpop dalle strutture assolutamente ballabili, elaborate attraverso gli slanci del drumming combinato a barocche svilolinate di natura artificiale e vocals che intonano un canto introspettivo, malinconico, unito ad un caldo supporto di tastiera. La vocazione di Marc, innatamente rivolta verso soluzioni electro-industrial, si manifesta nella grintosa "Unempathic", traccia che diffonde un un martellante ed ipercinetico tracciato percussivo su cui è eretto l'impianto tastieristico e vocale, quest'ultimo, in questo frangente, impostato da Paul su emissioni molto più determinate ed incisive. "Damned to Fail" recupera atmosfere dark-electro propagandole in un brano austero, tormentato da battenti ripartizioni percussive tra matematiche sequenze di programming, gelo tastieristico ed un canto intonato dal cui nucleo si sprigionano rabbiose virate che ne irrigidiscono la forma. "Drowning" è una traccia di inestimabile valore in stile De/Vision, un elettronico omaggio alla disperazione esternato attraverso i vocals di Paul trasformati nel refrain nel lancinante urlo di colui che sprofonda in un tenebroso abisso di echi, torbidi flussi di ritmica decelerata ed impurità tastieristica, mentre il successivo remake di "Rewind the Time" è sottoposto alle rielaborazioni effettuate da DJ Ash, alias Heimataerde, il quale fregia l'originario brano con arrangiamenti clubby oriented. Nel finale, ecco la ristrutturazione in formula Hardfloor di "City Of Glass", ora energizzata da risoluti accordi di sintetizzatore e compatte bpm che conferiscono maggiore ballabilità al pezzo, già apprezzabile per le sue fascinose sezioni di violino. Trovo che il duo sia in possesso di una grande chance, quella che potrebbe annoverarli come una delle migliori electro-band emergenti del 2012, circostanza testimoniata dall'ep "Rewind The Time", caratterizzato da strategie tecnologiche di grande effetto che fanno sperare in un futuro full-lenght concepito con gli identici criteri. Se così sarà, i The Saint Paul materializzeranno i desideri dell'electro-cultore prossimo venturo. Ad un solo millimetro dal trionfo!

 

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- The Search - "Staying Alive In A Country Industrialized" - cd - by Maxymox 2012 -

thesearch Ancora una proposta di notevole caratura licenziata dalla straordinaria combinazione tra le labels Afmusic e Danse Macabre. Riconducibile ad un melodico insieme tra indie pop-rock e new wave, lo stile degli svedesi The Search si regge su funamboliche curvature vocali tra Aztec Camera e Morrisey e, in misura decisamente minore, strutture musicali estrapolate dai Joy Division. A seguito di radicali e mirati reclutamenti nell'organico, la band riemerge con il nuovo lavoro ad un solo anno di distanza dal precedente album "The Search For Connection Contact And Community"; ufficialmente attivi dal 2000, i The Search dispongono oggi Razmig Tekeyan, mastermind della formazione (vox / guitar), con Sebastian Sehr (guitar), Karl Larsson (bass) e Per Tholander (drums). Il debutto avvenne nel 2003 con l'album autoprodotto "The Search", distribuito dalla Red Sun Records, in cui l'ensemble sommava con maestrìa reminescenze pop / post-punk dell'era 80's a romantiche formulazioni di cello e violino: l'esito di tali sonorità proiettò la release alla prima postazione nella classifica della label. A seguito di una fortunata serie di concerti europei, i The Search mutarono il loro sound attraverso gli psichedelici ed oscuri registri dell'ep-compilation "Bloodbathe & Bazaar Of Lush Loose Limbs", edito nel 2005 per la Soundlevel, per giungere due anni più tardi al terzo album, "Deranged Minds Unite", diffuso dalla Lonaly Records e caratterizzato da formule qualitativamente ed intenzionalmente meno sofisticate rispetto i canonici studio recordings. Nel 2008 il progetto firmò il primo contratto con la Afmusic pubblicando il full-lenght "Saturnine Songs" distribuito parallelamente dalla Danse Macabre, per approdare nel 2011 al citato "The Search For Connection Contact And Community", diffuso come il resto della discografia dalla medesima Afmusic, come quindi l'apprezzata raccolta "The Silverslut 2000 - 2002". Lo schema composto attualmente dai The Search prevede vocals aperti e passionali, focalizzati prevelentemente sulla limpidezza melodica senza tralasciare nelle strofe un piacevole retrogusto malinconico, elementi che interagiscono alla perfezione con un efficiente contesto strumentale generante trame mai eccessivamente elaborate e capaci di fissarsi nella memoria avvantaggiandosi dell'immediatezza degli accordi. Altro importante dettaglio che l'ascoltatore sicuramente percepirà è quell'aura wave-minded retrò, colta e ricercata che circonda l'intera stesura dell'album, masterizzato dal compositore finlandese Magnus Lindberg, prodotto dal musicista-ingegnere del suono di Uppsala Kristofer Jönson e progettato con l'intento di dare continuità a ciò che il concept della trascorsa release "The Search" eveva all'epoca anticipato, ovvero una meditata ricerca sonora finalizzata all'esaltazione di quell'aspetto della vita puramente sentimentale che riesce a salvarsi dalla moderna concezione dell'esistenza nonostante le assurde frenesie ed il materialismo che regolano la nostra dimensione industrializzata, ambito a cui le emozioni, per prodigio divino o più semplicemente umano, sopravvivono quotidianamente. Menzionabili anche i femminei backing vocals appartenenti a Tina Bergström, il cui nome appare, con quello di Razmig Tekeyan, tra i primi fondatori della sperimentale band indie-pop-rock varata nel 1999, The Silverslut, considerata, a ragione, i precursore degli attuali The Search. "Staring Into A Screen" è il primo dei dieci brani che compongono la tracklist, un pop-rock vagamente waveggiante con drumming sostenuto, luccicanti accordi di chitarre e melodie vocali decisamente inclinate su moderne forme di romanticismo. Si prosegue con "Amanda, What Have You Done?", song dal cui canto si diffondono nostalgici accenti alla Roddy Frame ed accompagnamenti strumentali assai simili a quelli dei suoi migliori Aztec Camera early-80's, acustiche confermate tali dalla flessuosità indie-pop decorata mediante l'ondeggiamento delle chitarre ed il passo ritmico mid-tempo. L'inclinazione sognatrice dell'album si avverte soprattutto in episodi come la presente "Looking For The Flesh And The Blood", un rock-wave pacatamente adagiato sulla dolcezza profusa dagli arpeggi chitarristici sui quali aleggiano mesti i vocals di Razmig, gli stessi che nella successiva "Diving Into Another Person" si plasmano armoniosamente con la velocità delle percussioni ed il doppio assetto delle chitarre, scintillanti nel tratto di ingresso ed elettricamente risolute nel refrain. La sentimentale scala di note espressa in "Losing Touch" emana freschezza ed insieme un messaggio diretto alle anime affrante, sensazioni ben percepibili soprattutto nella passionalità del canto di questa tranquilla emotional-song dissimile dall'impulso wave-rock che anima la successiva "Let´s Make Babies", traccia abbellita da intarsi di armonica contemporaneamente a vocals intonatissimi, catturanti e dalla timbrica solida, unitamente a bass-lines e chitarre che viaggiano in parallelo alla ballabile robustezza del drumming. "The Knower" è un orecchiabile pop-rock dalla emozionale forma canora che rimanda, anche se lontanamente, a Morrisey d egli Smiths, mentre la seguente e meravigliosa "I Could Never Get Close To You" rilancia la celere percussività, i vocals fascinosi di Razmig ed i ricami di bass-guitars collocabili in un elegante quadro romantic-wave-rock oriented. "We Fell Asleep In Each Other´s Arms And Never Woke Up Again" è una traccia realizzata con i fondamentali contributi dei guests Thomas Svahn al basso ed i chitarristi Joakim Jacobsson / Johan Zeitler, quest'ultimo noto come musicista operativo nell'area post-rock, reclutato con Tina Bergström anche alle sezioni synths: la song è un'equilibrata, ritmata miscela tra l'80's dance-wave, frammenti di oscurità in stile Joy Division ed elementi indie-rock, le cui interazioni formulano inizialmente un sound leggero che nelle fasi successive si tramuta in una cupa esplosione di tastiere, percussioni e super-forze chitarristiche. Il segmento finale di un album dedicato alle emozioni non poteva che assumere l'afflitta fisionomia di "This Bird Doesn´t Sing Anymore", sad-song predisposta su accordi di pianoforte combinati ai soavi backing vocals di Tina Bergström, distanti carezze di chitarra e vocals che Razmig rende struggenti quanto le lacrime versate in un pomeriggio autunnale. Opera musicalmente disimpegnata, leggera ma non sottoposta a standard commerciali: la scultorea bellezza di "Staying Alive In A Country Industrialized" è il risultato della congiunzione tra sonorità schiette, assolutamente atmosferiche ed assimilabili, intrecciate ad una nuova rilettura dei classici paradigmi pop-waver e quel "non so che" irresistibilmente armonico, tipico delle le musiche proposte dagli attuali artisti scandinavi. Tutto ciò distingue l'identità artistica dei rinnovati The Search, valida band degna della migliore considerazione ed artefice di un album che sopravviverà per sempre. Anche alla sofisticata indifferenza della società industrializzata.

 

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- This Vision - "The Golden Age We Lost" - cd - by Maxymox 2012 -

thisvision Localizzato tra Helsingborg e Malmö, il duo svedese dei The Vision è un progetto dream-electropop / synthpop fondato da Marcus Lantz (vox) e Christian Liedholm Hartmann (synths / progs). Legati da una lunga amicizia e dalla passione per la musica elettronica, i due protagonisti completarono nel 2005 il demo di quattro brani "Young Hearts" accrescendo gradualmente la loro esperienza compositiva fino al conseguimento di uno stile nostalgicamente romantico in cui si intrecciano cristalline melodie pop ed una sonicità aperta, caratteristiche definitivamente ufficializzate nel debut dal titolo omonimo "The Vision", edito nel 2009 per la Devotion Records, label di proprietà dei due interpreti. I moduli sonori dei The Vision applicati al nuovo album "The Golden Age We Lost" risultano formulati attraverso quella irresistibile armonia che distingue il synthpop scandinavo, con l'impiego di vocals tersi, spesso curvati verso tonalità malinconiche aggregate ad un uso moderato delle sezioni synth-programming, fino all'ottenimento di modulazioni che fondono in un'unica struttura estensioni vocali simil-Pet Shop Boys ad un sound elettronicamente garbato. Anch'essa licenziata dalla Devotion Records ed interamente dedicata ai ricordi ed ai giorni della gioventù perduta, la release "The Golden Age We Lost" consta di dieci tracce che prendono inizio da "Ashes", un synthpop traboccante di delicatezza vocale sorretta da leggere modulazioni di tastiera e drum-programming. "We Where Much Too Young" rimanda a fanciullesche memorie con un pop elettronico dal mood nostalgico ornato da trasognanti accordi tastieristici, mentre la successiva "The Boy With A Heart Of Glass" pronuncia armonie leggiadre attraverso i vocals di Marcus cullati dalla morbidezza del synth e dal drumming artificiale mid-tempo. Più vivace, "20th Century" articola le gentili tonalità vocali del singer a risonanze dream-pop di chitarra, programming e synth, edificando una traccia che rimarca fortemente i citati paragoni con il synthpop vieux-style dei Pet Shop Boys. Si prosegue con le malinconie tastieristiche di "I Drömland" che proseguono seducenti anche in "Heaven Can Wait", un synthpop downtempo orchestrato da toccate di pianoforte e lievi arpeggi di chitarra combinati alla soavità del canto di Marcus. "Dance With Me" accende nuovamente il ritmo strutturando un distensivo synthpop composto da fascinosi accordi di tastiera, programming dinamizzato e vocals colmi di romanticismo, come la successiva "The Golden Age" dona corpo a lontane emozioni conservate nell'anima facendole rivivere nitidamente al suono di un effervescente pop sintetico colmo di passionalità. Orientata verso le medesime traiettorie, "The Darkest Hour" diffonde languidi ondeggiamenti di tastiera e drumming abbelliti dalla leziosità dei vocals di Marcus, anticipando l'ultimo brano della tracklist, "In The Shadows Of Love", un ennesimo elogio al neo-romanticismo pop esposto unicamente attraverso un fiabesco interplay tra il vocalist, il synth e rarefazioni electro-percussive. "The Golden Age We Lost" è un album che rende veritiere le rievocazioni di giorni appartenenti ad un'età che non ritorna, colmamdo la distanza tra il presente ed il passato attraverso una musicalità semplice ma altamente comunicativa entro cui scorre lento il fiume dei ricordi. Nel suono e nelle espressioni vocali dei The Vision fluisce una disarmante naturalezza oltre che uno stile pop-elettronico sobrio, onesto ed accessibile che soddisferà il listener a tema dotato di sensibilità e predisposto ad atmosfere flessuosamente emozionali. Se la vostra indole è quella descritta, utilizzate questo album per commemorare un periodo della vostra trascorsa giovinezza che reputate davvero speciale.

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Vainerz - "Silence" - by Maxymox 2012

vainerz  I tedeschi Vainerz nascono dalla combinazione tra Rico Ferenc Piller (composition/arrangement/sound design) e Mario Bouvain (lyrics/vox/composition) materializzanti un progetto nitidamente electro-synthpopish dalle caratteristiche superiori alla media. Il duo esterna un ammirevole senso tattico costituito da melodie e ritmi artificiali di forte potere attrattivo scaturiti dalle competenze acquisite attraverso importanti e trascorse esperienze vissute nell'area elettronica: Rico infatti ha militato nel terzetto EBM/indus/synthpop D.-Pressiv, oltre che nella nella piattaforma individuale P24 dedita al medesimo orientamento stilistico, mentre Mario è stato il vocalist del trio electro-synthpop chiamato Never Endless oerativo tra gli ultimi anni del '90 ed il 2000 . Ognuno di questi singoli esercizi ha consentito nel tempo ai due interpreti di sviluppare una padronanza assoluta in termini tecnici delle più efficienti metodiche compostive, le cui migliori peculiarità vengono riformulate e proposte ora nel disegno Vainerz, forefront band autrice di "Silence", debut-album promosso dalla label RGK ed in possesso di contenuti qualitativamente elevati e meritevoli di nota. Il full-lenght è stato preannunciato nel 2012 da due acclamati singoli editi dalla medesima etichetta: il primo reca il titolo di "I Try To Be" la cui matrice, replicata in cinque episodi, vanta le elaborazioni remixate di Mario Förster, aka il medesimo Mario Bouvain, di P24, del duo electropop australiano Parralox ed infine di Piller. Il secondo single-edit, "You Create It", ospita nella sua tracklist di cinque brani le riletture eseguite dal solo-project francese di tendenza electro/dark/club chiamato People Theatre e dal duo EBM/synthpop Dreams Divide. Il repertorio proposto dai Vainerz è quindi globalmente la configurazione delle tradizionali sonorità provenienti dal techno-pop alternativo di scuola europea associate a testi intelligenti e ad una forma di canto che Mario proferisce con voce splendidamente nitida e catturante, così come le musiche architettate diffondono una pulsante sfericità formulando brillanti e danzabili tracciati electro-percussivi sui quali si innervano le futuristiche melodie prodotte dalle tastiere. L'analisi di "Silence" concede l'incontro con undici tracce decisamente appetibili, dalle soluzioni escogitate con la sagacia di due veterani consacrati da molti anni al suono sintetico, capaci di intrattenere con costante entusiasmo anche l'ascoltatore più esigente. Il primo brano udibile è "Jealousy", un electro-synthpop midtempo dinamizzato dalle meccaniche ed impure battute del drum-programming parallele al fluire del sequencer e delle importanti aperture vocali di Mario al cui refrain non ci si può sottrarre. L'ingresso della citata " I Try To Be" offre l'occasione per assaporare un pop artificiale coinvolgente e ben costruito su e-drumming midtempo, acidificazioni di synth ed un canto terso che rimarca l'eccellenza insita nelle tonalità del vocalist, tutto ciò precedentemente la successiva e più veloce "Discoverers", una delle migliori tracce disponibili nella sequenza, la cui attrattiva è generata dalla miscelazione tra le fitte intermittenze del rhythm-programming, splendide ripartizioni vocali che irretiscono istantaneamente e pungenti flussi di key. "Love Run" prosegue la rassegna del synthpop di alta caratura proponendo un lineare reticolato percussivo uptempo intersecato da ordinate scie di bass-lines, effects ed un cantato che Mario pronuncia con ferma limpidezza, mentre l'asse strutturale della seguente "Made By You" interiorizza avanguardistici teoremi electropop predisposti su un uniforme grafico ritmico midtempo impreziosito da vocals ben delineati e luminescenti apporti di tastiera e sequencer. E' la volta di "You Create It", un synthpop dalla personalità risoluta improntato sulle robotiche progressioni della drum-machine in appoggio alle disincantate esternazioni espresse dal vocalist, sotto la cui superficie dilagano sequenzialità elettroniche e di keys. "Coming Home" predilige un sound complessivamente malinconico fondato su secche bpm downtempo supportanti un canto modernamente romantico ed ornamenti tastieristici, modulazioni anticipanti la successiva "Unforgotten" entro cui si rinnovano i canoni synthpop-minded fin'ora ascoltati, in questa occasione incorporanti metronomie electro-percussive midtempo a sostegno di vocals passionali e fluorescenti comparti di keys. Lo schema di drum-programming illustrato in "Walk Up To Me" fraziona danzabili battute uptempo ai cui matematici cicli corrispondono le pulsanti timbriche del sequencer e le suggestioni genereate dalle tastiere. "You Are The Sun" è una delle gemme più preziose dell'intero album, un electropop perfettamente predisposto su battenti unità electro-ritmiche midtempo che incitano al ballo, decorate dalla magnificenza canora di Mario il cui foreground vocale, ben impiantato su melodie d'effetto, si amalgama al sintetico tessuto steso dalle keys; un sentimentale ricamo pianistico adorna ora la ricostruzione di "I Try To Be", traccia finale, la cui struttura originaria viene rivisitata in fase Minimal remix ed estesa romanticamente su vocals e musicalità pensate per essere accarezzate dalle emozioni. Questo album di esordio è da considerarsi una delle migliori realizzazioni a tema concepite in questo 2012 per merito delle sue eccitanti fantasie tecnologiche: i Vainerz elaborano con ammirevole professionalità sia i sofisticati tecnicismi dai quali sgorgano le melodie, sia il corpo estetico delle singole tracce, portando a compimento un lavoro radioso, evoluto ed incisivo che soddisferà pienamente l'electro-listener non convenzionale. Ecco tra noi il synthpop che convince!

 

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- Vanguard - "Sanctuary" - cd - by Maxymox 2012

vanguard Le frammentarie informazioni riguardanti l'electro-duo svedese dei Vanguard citano esclusivamente la loro fondazione avvenuta nel 2008 presso Gothenburg e le identità dei componenti: Jonas Olofsson (Keys / lyrics / live-drums / art) e Patrik Hansson (Keys / guitars / lyrics / lead-vox). Nonostante l'essenzialità del profilo biografico ed il breve arco di tempo relativo alla loro entrata in scena, lo stile trascorso e presente del progetto riferisce una lodevole e sfaccettata apertura rivolta verso differenti coniugazioni elettroniche spazianti dall'ipnotismo trance all'energia dell'EBM, lambendo inoltre melodiosi ed emozionali versanti synthpop. L'esordio discografico fu rappresentato informalmente nel 2011 dal demo-ep autoprodotto "Vanguard", un cinque tracce di buon auspicio per il successivo ed ufficiale debutto su Conzoom Records licenziato nel 2012, "Sanctuary", album contenente quattordici episodi inclusi due bonus, il tutto mixato, prodotto e masterizzato da Dirk Laux, aka [L]aux, componente della piattaforma synthpop tedesca nota come Pleasant Fiction. Lo sviluppo del full-lenght ha origine direttamente da "Shine", ballabile cavalcata electropop mid-tempo concepita sotto il dominio di lineari pulsazioni di drum-programming, gradevoli melodie tastieristiche e vocals altamente coinvolgenti, formule seguite dalla successiva "Goodbye", orientata verso soluzioni di pop sintetico fortemente post-Camouflage e dalle tonalità malinconiche. "Save Me from Myself" ricalca le precedenti strutture aggiungendo alle stesse un'aura di nostalgia e mistero, elementi esaltati dagli atmosferici tocchi emessi dal synth contemporaneamente agli accenti rattristati diffusi dal vocalist. Si prosegue con la dinamica "Now That We're Here", episodio in possesso dei requisiti per rientrare nell'Olimpo delle migliori electro-songs ascoltate quest'anno, merito delle sue catturanti armonie di canto che nel refrain sprigionano un potenziale attrattivo impossibile da evitare, il tutto inondato da flussi di key, artifici elettronici e drum-programming meccanicamente cadenzato dalla pienezza dei bassi, per una traccia che ricorda le gesta degli Apoptygma Berzerk più gagliardi. Allo stesso modo, "My World" attiva un battente electro-tracciato in cui si avvicendano pads e le moderne polifonie emesse da Jonas e Patrik, mentre l'andatura sinuosamente depechemodiana di "Make the Cut Clean" irretisce l'anima con liriche e canto traboccanti di nostalgia, introdotti in una rallentata dimensione di programming e synth. "In Your Arms" riattiva il modulo electro-danzereccio attraverso le solide scansioni del drumming a sostegno delle aperture di un canto ben intonato ed avvolgente, lo stesso che caratterizza anche "What Did You Achieve?", traccia identificabile come un ibrido in equilibrio tra l'electropop e l'EBM in cui si evidenzia una gradevole ballabilità tecnologica dettata dal quadro ritmico mid-tempo unito a vocals dal fascino polarizzante. "Obscene" recupera il sound elettronicamente mesto ascoltato in precedenza, colmando la sostanza del brano con morbide evoluzioni canore circondate dall'impalpabilità downtempo replicata dalle macchine unitamente ad abbellimenti tastieristici. La seguente "Trigger" vivacizza le arie mediante il danzabile battito della drum-machine e del programming incardinandone l'ossatura tra vocals spronanti al movimento e luminosi accordi di synth, così come la successiva "Rage" incita fortemente al ballo progettando allo scopo un sostenuto passo electro-percussivo quale basamento per l'impianto di voce, di key e sequencing architettato appositamente per essere proposto ai dancefloors alternativi. La tracklist continua in seguito con l'assorta electro-ballade intitolata "A Certain End", brano estremamente atmosferico, un elogio al romanticismo contemporaneo musicato da lente frazioni di drumming, straripanti circoli di keys ed un canto venato di passionalità, componenti che generano una song indimenticabile. Il sentimentalismo si impadronisce anche di entrambe le bonus tracks incominciando con "Shame" ed esponendola ad una struggente irradiazione di electronic-pop che addiziona la malinconia del vocalist e del pianoforte al retrogusto amaro e freddo insito nelle sezioni di programming e synth, il tutto flagellato da autunnali rain-effects. L'elenco delle tracce si conclude degnamente tra le note di "Better Man", un sad-electropop blandito da elegiache profusioni di voce intercalate alla lentezza del drumming che marca i finissimi ricami di piano in sottofondo e le calde espansioni liberate dalle keys. Progetto giovane ma concretamente espressivo, i Vanguard rivelano doti di sommi esperti del suono tecnologico affidando ad esso la duplice proprietà di attivare immediatamente l'istinto dell'electro-dancer ed insieme di affascinare l'udito con eleganti tessiture ricolme di sensibilità. Se nelle vostre imminenti intenzioni c'è spazio per l'acquisto di un prodotto dai contenuti che interiorizzino a stadi alterni ritmo, armonie sintetiche ed avvincenti modulazioni, volgete l'attenzione a "Sanctuary", un'autorevole performance che proietterà Jonas e Patrik nelle alte sfere dell'universo avanguardistico. Un altro ciclo dell'ingegno elettronico ha compiuto un significativo avanzamento: go ahead!

 

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- Verney 1826 - "Silence Du Tombeau" - cd - by Maxymox 2012 -

verney1826 Verney 1826 è l'one-man project del berlinese Lionel Verney, personaggio operativo dal 1991 nella vasta area ethereal-dark-ambient / gothic / neoclassical / dark-folk e fautore di una discografia collegata in riprese alternate alla Shinto Records, label con base a Minneapolis, ed alla Shelley Schellack, quest'ultima di proprietà dello stesso Verney. Le composizioni ideate dall'artista emanano sontuosità e decadenza da opera noir attraverso orchestrazioni dal passo marziale intrise di classicismo e ricolme di modulazioni canore estremamente suggestive cantate dal mezzo soprano Anna Aliena, ella con Oliver Höhne interprete del progetto alien-pop chiamato ShirayasDream; un terzo elemento contribuisce, per quanto sporadicamente, alla realizzazione delle musiche di Verney 1826: lo strumentista Vakna Roek. Ripercorrendo le creazioni pubblicate dal protagonista, l'album "Nebelland" del 2009 e l'ep "Orpheus" si collocano formalmente quale debutto licenziato dalla Shinto Records, offrendo un repertorio comprendente sonorità in prevalenza darkwave, neoclassical, neofolk ed industrial, le stesse che condussero in seguito Verney al concepimento della tape release "Catonium (Archive I)", una raccolta di remixes rilasciata nel 2010 in tiratura limitatissima dalla Shelley Schellack nella quale il musicista architettò una tracklist di otto episodi parallela ad una seconda ideata dal polacco Project: N.A. una solo-platform di orientamento ambient-downtempo sperimentale. Un altro match assunse nel medesimo anno il titolo di "Anthem & Procession", album edito per la Shinto Records in cui Verney 1826 duellò con la formazione statunitense dei Phantoms Of The SS, duo consacrato ai generi neo-classical / noise / ambient, offrendo all'asscolto otto superbe interpretazioni tra le quali spiccava il brano "Extinguish, And Born", originato in combinazione con Scarlet Slipping proveniente dal progetto Dawn Wagner. "Sacrow" fu il penultimo full-lenght concepito nel 2011 ed affidato nuovamente alla Shinto Records, anticipante il nuovo "Silence Du Tombeau" ora in esame su Vox Empirea, un full-lenght davvero interessante, anch'esso stampato in quantità limited edition e che sigla il rientro di Verney 1826 nelle file della label Shelley Schellack. La line-up pensata per questa realizzazione allinea lo stesso Verney ai comparti di voce, intruments e samples, contemporaneamente alla vocalist Anna Aliena, Vakna Roek alle sezioni chitarristiche e Ivo designato al supporto vox / accordion. I testi, colti ed espressi con phatos, si arricchiscono ulteriormente mediante le citazioni di eminenti personaggi quali il poeta inglese John Clare, il grande romanziere Edgard Allan Poe, la poetessa inglese Emily Brontë, lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque ed Albert Einstein, mentre i contenuti della tracklist toccano numerose combinazioni stilistiche tra le quali oscure rifrazioni di field-recordings, suoni ambientali, solenni liturgie neoclassical-oriented ed apocalittiche riletture del concetto neofolk. La prima delle quattordici tracce è "The Death Of Innocence", espressa sottoforma di una di dark-opera dal passo downtempo ed elettronicamente minimale, costruita da uno scarno filamento di drum-sequencing, aliti tastieristici, loops ed il canto sottilmente marziale di Verney alternato alla fastosità lirica di Anna Aliena. La breve "Fiat Iustitia", musicata da Ivo, riflette i chiaroscuri di una ambient-track abbellita da pizzichi di chitarra, dalle emersioni d'organo, e dal greve rintocco della campana, mentre la successiva "Sophia" curva verso soluzioni dark-electronics animate attraverso lente scansioni di drum-programming ammantate da una coltre di nebbia tastieristica, unitamente agli acidi vocalizzi introduttivi di Verney oltrepassati da quelli nobilmente sinfonici di Anna. "Ruins Of Udolpho" è una severa celebrazione ritual-ambient strutturata su orchestrazioni corali di sottofondo adombrate dall'oscurità vocale disseminata ampiamente dall'interprete, forme anticipanti la seguente "Suum Cuique", traccia caratterizzata da un rallentato calcolo electro-percussivo le cui pulsazioni fungono da sostegno alla ruvida e disperata tonalità del canto di Verney attorniata da femminei sussurri. "The Golden Age" propone un folk apocalittico ornato dal canto sepolcrale del vocalist in combinazione al morbido arpeggiare della chitarra suonata da Vakna Roek, modulazioni circondate interamente dalle fascinose emissioni di key-sounds. "Choralshore" merita un ascolto particolarmente attento che sappia cogliere la grandiosità sinfonica insita nel canto di Anna Aliena introdotto da una fosca cornice dark-ambient-electronics e sviluppato in seguito dallo scattante drum-programming. Raggiungiamo le soporifere atmosfere di "Dormitorium", identificabile come una traccia obscure-ambient, incupita da estensioni di tastiera rese ulteriormente sibilline dai tocchi di bell, dalle diradazioni vocali di Verney e dal mesto sussurrare di Anna. L'esplorazione del disco prosegue con "Baron P.", un brano entro cui si intersecano sospensioni tastieristiche dark-ambient ed elementi dark-folk, costruzioni saldate in un unico modulo dalle cadenze sciamanico-marziali rivelate soprattutto dall'inflessibilità dei vocali in fase introduttiva e dalla durezza tonale che distingue il recitato di Verney. In "Sympathy" aleggiano celestiali pads ed il sensuale abbattimento nelle parole enunciate dalla cantante, il tutto ottenebrato successivamente da un lugubre battito di campana e dalla sotterranea magnificenza del coro gregoriano, acustiche precedenti la tribalità di "Dorian", episodio contrassegnato dal sinuoso canto edificato da Anna su una base arabeggiante di corde campionate, key ed ipnotismo percussivo. L'accordion di Ivo, i cavernosi vocals, unitamente alla chitarra arpeggiata da Vakna Roek, costituiscono il basamento su cui è fondata "Caputh, Sommer 1932", anch'essa corrispondente ad un ibrido originato dall'apocalyptic-folk e da arcane oppressioni ambient, sonorità attraversate dal periodico scorrere di testi narrati con voce attenuata, fino al giungere di "Ulalume", traccia spettrale e devastante, inghiottita da un silenzioso vortice dark-ambient le cui spirali deflagrano proiettando nello spazio circostante sussurri e frammenti tastieristici. Un vento glaciale spazza ora la superficie di "An Endlosen Gestaden Der Leere", tetro epilogo dark-ethereal-ambient progettato mediante il soffio dei pads, bells ed i cogitabondi testi mormorati da Verney. "Silence Du Tombeau" è un album di superba levatura in cui predomina la costante ricerca della perfezione, attributo che rende questo disco un must nel suo genere. Sia le musiche che i componimenti vocali posseggono qualcosa di inesplicabile e legato all'arcano, concetti illustrati con formulazioni oscuramente austere, sacrali. Verney 1826 ha realizzato un'opera di straordinaria maestosità che lo nomina tra le migliori proposte trattate da Vox Empirea in questo primo semestre dell'anno. Dalle spire del buio, per i figli del silenzio: questo album, sappiatelo, è per voi.

 

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Video Diva - 'Nuvistasi' - cd - by Maxymox 2012 -

videodivacd A tre anni dall'uscita dell'acclamato mcd "Inetticho" accolgo con favore la nuova release dei toscani Video Diva, "Nuvistasi", un album contraddistinto sostanzialmente da formulazioni new-darkwave-post punk in stile Diaframma, early-Litfiba, Neon, Sisters Of Mercy e Tuxedomoon impreziosite da moderni arrangiamenti e testi particolarmente colti, traboccanti di poesia nera, simbolismo, ideali e passione. La recente intervista rivolta da Vox Empirea alla band è pubblicata nell'apposita sezione: essa potrà fornire al lettore elementi biografici oltre a dettagli più approfonditi riguardanti i Video Diva e la loro personale interpretazione di "Nuvistasi". L'opera autoprodotta, pubblicata in veste digipak, sfoggia il suo elegante artwork contenuto all'interno di un involucro satinato: degna di menzione la scelta del solenne concept raffigurato sulla sleeve realizzato dal pittore svizzero Arnold Böcklin, autore inoltre della significativa citazione vergata in bella calligrafia all'interno del primo pannello dell'album. La pittura stessa è quindi la forma d'arte che meglio di ogni altra raffigura visivamente lo spirito compositivo del progetto: infatti, come il precedente lavoro, "Nuvistasi" è il nome di un dipinto creato dall'ex chitarrista Fabio Menetti, il cui stile sembra integrarsi in termini assoluti alle atmosfere pianificate dai Video Diva. Un'opportuna parentesi va necessariamente rivolta alla discografia prodotta da questa band operativa dal 1998, elencante ad oggi sette prodotti, incominciando dal demo-esordio "Live At Samantha" del 1999, registrato presso una tra le migliori locations fiorentine dei gloriosi 80's adibite quale punto di aggregazione-diffusione del pensiero musicale sotterraneo. L'album "Diva", autoproduzione di otto brani rilasciata nel medesimo anno, consolidò ufficialmente lo stile della band venendo immediatamente apprezzata dagli epigoni del genere obscure-wave per effetto della solida ricercatezza armonica e delle liriche mai banali espresse nelle musiche della band. Seguì nel 2000 il secondo episodio del demo "Live At Samantha", succeduto dall'album "Video" edito nel 2002 in forma autoprodotta e risultato dell'ennesima trasformazione intrapresa dalla line-up, evento frequente nel percosrso storico dei Video Diva. L'anno 2007 segnò l'uscita della compilation "United Forces of Phoenix vol. 3", raccolta darkwave pubblicata in cinque volumi dalla label pugliese Nomadism Records, entro cui la band introdusse i brani "Inconsciamente Vago", "Algor"e "Video Diva", per giungere successivamente nel 2009 al perfezionamento del citato mini-cd "Inetticho", contenente cinque songs che ebbi all'epoca occasione di recensire. Da quella trascorsa analisi emerse, a mio giudizio, un solido interplay nei dialoghi tra chitarre, basso e drum-programming, ma anche qualche imperfezione sul fronte vocale che sottraeva in parte l'efficacia delle strutture; a seguito di un laborioso triennio durante il quale la band ha nuovamente ridimensionato il proprio assetto ritornando come in origine da quattro componenti a tre, il canto effuso dal singer e saxofonista Lorenzo Petti ha raggiunto livelli qualitativamente elevati, così come le musiche appaiono ancor più evolute, incisive, mosse dall'irrefrenabile impeto di comunicare ciò che inquieta l'animo dei protagonisti, espresso attraverso la visione realistica della quotidianità ed in particolare verso la dilagante ipocrisia che contamina gran parte delle vicende sociali, la denuncia ed il disprezzo verso temi come la guerra ed i poteri economici occulti, concedendo spazio anche a temi provenienti da esperienze personali che hanno segnato con varia intensità le esistenze di Antonio Torino (bass / chorus), Lorenzo Petti (vox / sax) e Davide Valecchi (guitar / progs / chorus). Tutto ciò nelle sei tracce incluse in "Nuvistasi". L'album, composto sia da brani ristrutturati provenienti dal retroterra della band che da materiale recentemente concepito, apre direttamente con i giri di basso appartenenti a "Babel [dal 2002]", oscurata dal timbro vocale di Lorenzo che si impone sul drumming mid-tempo e l'altisonanza dei riff chitarristici. Le regolari pulsazioni ritmiche del programming disciplinano la struttura di "Sarajevo", traccia molto rappresentativa per la band ed estratta da arcaici repertori, si offre come proclama testimoniante l'orridezza della guerra, tema efficacemente rappresentato da testi ricchi di significato immersi in un corposo ma nostalgico modulo dark-rock-wave di chitarre e basso. L'omonima "Nuvistasi" esordisce mediante una percussività mid-tempo accompagnata da modulari stacchi di corde, aumentando progressivamente la velocità ed integrando ad essa i brevi fraseggi esposti con tonalità remota da Lorenzo, alternati a linee di sax ed atmosfere intorbidite da foschie darkwave. Atro flashback è "Croce Dissimulata", anch'essa facente parte della retroguardia discografica dei Video Diva, ora integralmente ristrutturata da Davide Valecchi il quale ne incrementa l'eloquenza attraverso atmosfere cariche di tensione edificate mediante asciutte fustigate di e-drumming varcate da elettricità chitarristica e modulazioni vocali simil-Litfiba, raggiungendo in seguito la meditabonda e tormentata elegia diffusa in "Santi Del Ghiaccio", un post-punk strutturato musicalmente da crescenti ondate percussive mid-tempo lese da irti abbracci di chitarre e sax. La conclusione dell'album è affidata alla nostalgica "...a Litaliano", un omaggio dedicato al cantautore livornese Piero Ciampi, esposto mediante un'esangue prosa arpeggiata da ruvide toccate chitarristiche e punte di basso, unitamente alle nobili correnti del saxofono di Lorenzo. I Video Diva dimostrano con questa release una disinvolta sagacità nell'incardinare formule vocali di significato emblematico a lodevoli tatticismi, esito di una maturità artistica acquisita durante gli anni, consacrandosi interamente ad un suono di grande valore comunicativo. Se la band saprà trarre da "Nuvistasi" il giusto profitto commisurato agli sforzi compiuti nella sua realizzazione, il vero, auspicato successo disterà da essi solo pochi palmi.

 

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Viridanse - "Gallipoli 1915 E Le Altre Storie" - cd - by Maxymox 2012

virid  Trattare dopo molti anni una recensione sugli alessandrini Viridanse rimanda inevitabilmente ai periodi più floridi ed emozionali della new wave italiana, un'epoca, quella degli early 80's, in cui la prepotente espansione dell'avanguardia post-punker britannica influenzava la musica sotterranea globale in tal misura da originare in tempi rapidi un'immensa genealogia di progetti, molti dei quali dalla reputazione effimera, ed altrettanti, come i nostri protagonisti, destinati invece ad essere rievocati anche oggi con rispetto e nostalgia malgrado una non vasta produttività discografica ed una carriera non particolarmente longeva. Fondati nel 1983, annata durante la quale sulla scena indipendente nazionale si avvertiva in modo più che mai nitido la presenza della label fiorentina Contempo Records, i Viridanse disponevano inizialmente una line-up composta da quattro elementi: Paolo Boveri (vox/guitar), Antonello De Bellis (drums), Enrico Ferraris (guitar) e Flavio Gemma (bass), formazione modificata in seguito con l'uscita di Enrico Ferraris, sostituito da Maurizio Barberis al quale si aggiunse inoltre il tastierista Alberto Ferraris; nell'ensemble ogni singolo componente svolse il proprio ruolo con ammirevole incisività caratterizzando inizialmente una personalizzata e sperimentale rilettura del post-punk thinking, e ciò attraverso la creazione di un suono ossessivo, nevrastenico, riflettente le tensioni interiori e le angosce che quel genere aveva impresse nella sua essenza. Il debutto su Contempo Records avvenne nel 1984 attraverso le quattro tracce incluse nel 12"-ep siglato "Benvenuto Cellini", una release in possesso di una musicalità tenebrosamente idilliaca, una mescolanza di estetiche d'Arte classica ed irruenza strumentale, modulo pianificato estrapolando la sezione più radicale della primaria matrice wave e convertendola sottoforma di formulazioni scheletricamente tese, create spesso con veloci rotazioni percussive, dilatazioni chitarristiche e basso pulsante unitamente ad un canto sconvolto, splendidamente visionario. Il 1985 vide la band interprete di due eventi: un tape-split non titolato ed autoprodotto che ritraeva i Viridanse condividere la tracklist con il progetto pugliese The Art Of Waiting, ed il varo, sempre su Contempo Records, dell'album d'esordio "Mediterranea", un'opera sia tematicamente che musicalmente più evoluta, interiorizzante una new wave dalle forme snelle e danzabili realizzate attraverso un sound-system assai meno consumato dal tormento ma mai completamente esposto ad una vera e propria luminosità espressiva. L'intero repertorio dei Viridanse viene oggi riproposto in questo doppio cd dal titolo "Gallipoli 1915 E Le Altre Storie" pubblicato dalla Oltrelanebbiailmare, sub-label della Silentes nonchè etichetta specializzata in reprint di dischi orbitanti attorno la 80's Italian wave: le due tracklist, enumeranti un totale di venticinque brani, contengono quindi rispettivamente ed integralmente sia l'ep "Benvenuto Cellini", sia l'album "Mediterranea", aggiungendo ad ognuno di essi un'interessante sequenza di demo-live-unrealized tracks tratte inizialmente da un concerto tenutosi nel 1984 ad Alessandria, e dal demotape "Psycho Session" registrato nel 1987. L'esplorazione del primo disco prevede dapprima l'ascolto di "Benvenuto Cellini", traccia che introduce l'ep omonimo ed i suoi contenuti, presentandosi con il suo tambureggiante grafico colmo delle classiche curvature early-wave in voga all'epoca ornate da liquide ed elettriche espansioni di chitarra, fitti tratteggi di basso e vocals proferiti con tono fermo, poeticamente allucinato. I modulari arpeggi chitarristici e gli oscuri riff appartenenti alla seguente "Vaso Cinese" si intrecciano alla disciplinata secchezza della batteria ed al canto sofferto di Paolo, mentre in "Ultimo Canto" emerge l'introduzione romanticamente pianistica suonata da Alberto Ferraris, dissestata in breve tempo da un nervoso drumming post-punker sul quale sono imbastite le abrasive evoluzioni delle chitarre e la frenesia del basso, il tutto mantenuto costantemente sotto tensione da vocals alienanti. "Justine" chiude l'ep offrendosi mediante livide armonie nei cui testi si avvertono chiaramente incontenibile dolore, passionalità e disillusione, emozioni affidate ad una wave a velocità crescente tra la cui battente percussività si snodano, replicate all'infinito, le scale delle corde e tutto il phatos estrinsecato da fraseggi disperati. Come citato, il primo volume del doppio album include, oltre al descritto ep, anche sette tracce catturate nel Luglio del 1984 in occasione di un concerto alessandrino il cui suono, opacizzato da una qualità audio sottoposta al fattore tempo ed alle tecniche di registrazione dell'epoca, riflette ancora un polarizzante fascino retrò: l'atto d'apertura è "Nuova Dimensione", una wave dall'anima rockeggiante composta prevalentemente da lunghe ed elettriche estensioni chitarristiche dialoganti con un complesso reticolato percussivo ed un canto straniante, mentre la successiva "Manifesto" si erge fieramente su una rullante percussività alla quale si accorpano dilatati riff di chitarra, gli stessi che nei momenti più accesi della song si trasformano in magmatiche scosse che lacerano il suono, il tutto circondato da vocalizzi claustrofobicamente enunciati. "Dolce Vita", anch'essa animata da un febbrile dinamismo, prevede una strumentalità convulsa di batteria e chitarre post-punk, costrutti la cui irrequietezza incontra quella dei toni vocali, altrettanto intrisi di avvilimento ed espressi con tonalità angosciate. "Gallipoli 1915" presenta dapprima un suggestivo intro forgiato su aridi e staccati echi chitarristici, prolungati fino al raggiungimento di un velocissimo comparto ritmico quale sostegno per un modulo energicamente wave entro cui esplodono le iperfrequenze delle guitars ed i catturanti riverberi canori di Paolo. "Ixaxar" è un inno rivolto all'assillo interiore, un gelido martirio di chitarre waver e batteria tambureggiante che batte il tempo su vocals lancinanti ed intervallati da attimi morbosamente psichedelici, sonorità precedenti le ombreggiature post-punk di "Nella Notte", selvaggiamente percossa da un drumming incalzante che delinea con grande energia il turbine entro il quale roteano gli schizofrenici riff delle chitarre ed i vocals ricolmi di eterna dannazione. Non meno veemente, "Più Lontano", atto conclusivo del concerto, fa tuonare percussioni stroboscopiche in un teso contesto wave, allineando a questa isteria gli accordi depressi orditi dalla corde. Spenti gli ultimi applausi della live-performance, rivolgiamo l'attenzione al secondo capitolo della doppia opera, "Mediterranea", album progettato da una rinnovata line-up la cui fase iniziale assume il nome di "Frontiere", traccia che fa comprendere istantaneamente quanto fosse perfezionata la nuova impronta della band in quel frangente incline ad un orientamento wave in stile Litfiba che faceva della ricchezza e la raffinatezza dei suoni il proprio vessillo: il canto di Paolo risulta sempre melodicamente poetico, meno logorato dal patimento e più incline all'estetizzazione dei testi, così come le musiche di chitarre, basso e batteria, adeguate alle tendenze in auge in quel frammento temporale, si offrono più fluide, non più freddamente annientate come in precedenza. Il rinnovato schema compositivo dei Viridanse è poesia wave che scaturisce dall'anima e le liriche di "Notte Chiara" ne sono un concreto esempio: testi come sempre caratterizzati dall'introspezione ma adesso anche referenti di una ritrovata speranza, dettaglio le cui rifrazioni illuminano, senza tuttavia irradiarle completamente, le fini textures delle chitarre, delle percussioni e del canto. A riprova di ciò la successiva "Sheherazade" procede con un andamento wave malinconicamente intenso e pregno di significato, caratteristiche esaltate dalla sua rigogliosa fioritura di vocals descriventi fantasie levantine in abbinamento ad armoniosi intarsi di chitarra e batteria midtempo, mentre la seguente "Corinna" impreziosisce le melodie attraverso liriche innamorate e strumentalità di gran classe, concetti espressi mediante un drumming sezionato ed elettriche toccate di guitars. "Dolce Vita" recupera in parte il climax inquieto dei primi esperimenti, trasformandone però le inospitali curvature di un tempo in ballabili e veloci parabole rock-wave magnificate da vibranti tratteggi di chitarre, ritmiche decorazioni di basso e vocalità armoniosamente risoluta, mentre la mescolanza di atmosfere solari, melodiosi stilemi canori Litfiba-oriented, coinvolgenti dialoghi chitarristici ed una rapida percussività, fanno dell'omonima "Mediterranea" un brano di spicco capace di stupire con la sua musicalità fresca e, nonostante il tempo trascorso, perfino integrabile in un contesto sonico attuale. Più sentimentale e malinconica, "Sulla Strada" è un waveggiante downtempo basato prevalentemente sul canto aperto e passionale del vocalist che accarezza sofisticate partiture di batteria e morbidi arpeggi di chitarra, sonorità anticipanti "Desiderio Di Me", traccia che commemora con intensità le modulazioni wave-rock tipicamente mid-80's attraverso vocalizzi ben intonati, elettrici dialoghi di guitars e scattanti drum beats. E' la volta di "Terra Di Sempre", poeticamente descrittiva e fondata su una rullante segmentazione percussiva e leggere decorazioni di chitarre innestate su un canto esprimente testi colmi di emozione, desideri e promesse. Si prosegue con "Deja Vu", ultima traccia dell'album, e le sue radiose evoluzioni post-punk/waver di batteria tambureggiata e manovre chitarristiche suddivise in sezioni velocemente arpeggiate e comparti più abrasivi, il tutto avvolto dalla solida voce di Paolo. "Morgana", prima delle quattro demo tracks, riflette sentimento e fascino, affidandosi ad un canto bramoso di ritrarre la fatale sensualità emanata della protagonista citata nelle liriche, parole che assorbono il medesimo, ardente sapore delle musiche concepite ora su un duplice basamento wave/romantic-rock, punteggiato da celeri battute e caldi apporti di chitarre. Ancora più innanzi si incontra "Guarda La Balena", percossa da un drumming ora lineare, ora articolato, supportante vocals melodiosamente contemplativi ed una misurata sonicità di chitarre, mentre la successiva "Fronte Del Porto" espone una wave dai testi simili a proclami inseriti in un contesto di percussività frammentata, giri di basso e tenue ma estesa corrente chitarristica. L'epilogo dell'opera è assegnato al languore introduttivo di "Al Centro Del Mondo", traccia sviluppata in seguito da terse rincorse di canto e vibrante percussività, in aggiunta agli eleganti ricami tessuti dalla chitarra. "Gallipoli 1915 E Le Altre Storie" è un'antologia dedicata principalmente ai new wavers d'annata già conoscitori di questo creativo progetto, specifica platea d'ascolto che desideri rivivere quelle epocali acustiche che hanno reso grande la musica underground nazionale, suoni oggi disponibili in una trascrizione post-vinilistica evocatrice di ricordi solo apparentemente spenti. Potranno altresì fruire dei Viridanse anche le nuove e future new-generations la cui curiosità e sensibilità musicale sappiano garantire la perfetta sintonia che questa release impone. In cambio essa offrirà a questi ascoltatori un tratto evolutivo del concetto wave, un fotogramma di storia da percorrere consapevolmente alla ricerca o alla riscoperta di ciò che la musica è stata e, forse purtroppo, mai più sarà.

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- Waiting For Words - "Follow The Signs" - cd - by Maxymox 2012 -

waitingforwords Dopo una serie di radicali cambiamenti di line-up avvenuti fin dalla loro fondazione risalente ai primi 90's ad oggi, i francesi Waiting For Words si assestano dopo un ventennio nell'attuale organico elencante l'inossidabile vocalist ZeN unito a Melanoboy, Electrocaine, Soe V, El Lute e Mycrotonik. Operativo inizialmente mediante formule synthpop-rock divenute in seguito new wave, il progetto sperimentò nel tempo una molteplicità di interpretazioni del verbo elettronico illuminando la propria carriera con significativi riconoscimenti tra i quali spiccano per importanza le nominations conferite loro nel 2004 dalla French Alternative Music Awards e dalla French Rock Webradio Rock One per la realizzazione del miglior "indie album" dell'anno, onorificenza seguita da due singoli posizionati nelle prime posizioni della French Alternative Chart e dell'Indies Top Sellers di Virginmega. Il curriculum discografico dell'ensemble esordì nel 1993 con "Tranquillity", un buon debut-album che incassò sufficienti credenziali per rendere attuabile pianificazione della successiva release "Another Quiet Night" edita nel 1997 e seguita due anni più tardi dall'album "Falling On The 9th Moon", la cui track-list menziona tre rebuilding in chiave sintetica di brani appartenenti ai Duran Duran di "The Chauffeur" ed ai R.E.M. di "Drive", scelta ampliata con un obbligato tributo ai Depeche Mode magnificati attraverso la rivisitazione di "Useless". La scelta dei Waiting For Words di proporre la loro musica in formato digitale si concretizzò nel 2004 con il full- lenght "A Walk Through The Night" e la successiva mix-version ripresa in edizione CD dalla Mosaic Music. Nel 2008 la piattaforma licenziò una website free compilation nel cui indice di diciannove tracce risaltava l'edit in veste 7" di "Burning Steel" creata nel 1992. Dal 2010 l'appoggio della label inglese Foundry Records, creata da Tony Wilson, manager e titolare della leggendaria Factory Records, significò per la band un'era di fortunate produzioni diffuse parallelamente sia in versione downloading che su CD, tutto ciò mediante gli ep's "The Curve", segnalato come hit per quattro settimane dalla celebre etichetta A Different Drum nella sua Top 20, ed il seguente "Miles Away", entrambi radunati nel 2011 nella compilation "Just A Trip" succeduta nel medesimo anno dall'extended play "Follow My Voice", precursore dell'odierno album "Follow The Signs" ora in esame su Vox Empirea. L'opera in questione cataloga tredici brani registrati tra il 2008 ed il 2011, tutti radicalmente inclini in proporzioni variabili a principi obscure-electro e composti da armonie distanti da soluzioni eccessivamente easy, in molti frangenti riverberate di reminescenze waver. "Follow My Voice" è la traccia che introduce all'album mediante la voce di ZeN echeggiata all' interno di un velocizzato e pulsante circolo di programming e synth elaborati da Melanoboy, predisposizione replicata anche nella successiva "Please", un pop elettronico old school ben ritmato da secche battute, cantato suggestivamente da ZeN con ornamenti di key vagamente orientaleggianti. La voce angelica sussurrata da Soe V accompagna quella più risoluta di ZeN al quale sono inoltre affidate le sezioni RX7 drum & noise nell'esposizione di "Pain", brano da cui emergono accenti post-wave meglio definiti dai affilati riff di chitarra elettrica mescolati al ballabile drum-programming in modalità mid-tempo; "Miles Away", poggiata su melodiose orchestrazioni synthpop, offre nuovamente le sinergie canore tra ZeN e Soe V nonchè quelle di sostegno tastieristico che intercorrono tra Electrocaine e Mycrotonik, quest'ultimo reclutato come key-player anche nella seguente e più lenta "Out Of Control", dark-electro song dai toni amaramente nostalgici. L'effetto "clicks" da vecchio vinile, il meccanismo di uno strano orologio e la brevità delle sinfonie da gramofono introducono "New Town", un electropop solo apparentemente giocoso, totalmente strumentale, che in realtà cela un'indole malinconica edificata dai dialoghi tastieristico-programmati tessuti da ZeN e Mycrotonik. La successiva "Message" è un ipnotico congegno electro oscurato dal canto di ZeN che dilaga tra le regolari scansioni mid-tempo e l'austerità del synth manovrato da Melanoboy. Guest d'eccezione, il produttore, musicista e remixer francese Peter Rainman, alias People Theatre, contribuisce alla stesura della versione 2011 di "The Curve", traccia che in questa occasione viene rivisitata attraverso un'ottica danzabile, con il dinamico tracciato di programming e key gestiti da Peter in sincronia con la vivacità della drum-machine impostata da El Lute. "By Your Side", in edizione 2011, è un synthpop compiuto su una disciplinata base ritmico-sequenziata di bass/drum progs rifinita dal duo Electrocaine e Melanoboy, in anticipo sulla personalizzata illustrazione di "Mad World", una mitica song dei Tears For Fears risalente al 1983 la cui ricostruzione sui fondamenti dei Waiting For Words trasforma le originarie strutture in un moderno dispositivo electro-rock cantato mediante la bivocalità di ZeN e Soe V in aggiunta a duri contrappunti chitarristici, drumming elettronico e flussi di key. La finezza delle liriche in lingua francese abbellisce le sobrie e soffuse architetture electropop di "Mon Ami", precedenti la conclusione del disco attuata con le lente replicazioni electro-percussive di "Signs", brano a metà percorso tra il narcotismo del trip hop ed i riflessi elettronici post-depechemodiani espressi nel canto meditabondo di Zen, nell'etereo refrain di Soe V e nelle musiche predisposte da Melanoboy. "Follow The Signs" è un album apprezzabile, non audace ma sicuramente costruito con buoni principi tecnici. Risulterà certamente appetibile al listener la cui richiesta sappia varcare il limite di un facile approccio sonoro, a vantaggio di una più che dignitosa performance da scoprire ed assaporare gradualmente nel corso del tempo, senza impazienza. Waiting For Words: corpo elettronico proiettato nel futuro ed anima pop-wave trattenuta dalle penombre del passato.

 

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- We Came From Waters - "Unfamous Quotes" - cd - from Maxymox 2012 -

wecame I feedbacks ottenuti nel 2011 dai greci We Came From Waters con il demo ep di sei tracce autoprodotte "Famous Quotes", il cui "Intro" recava il marchio del conterraneo alchimista dark-ambient [distopia], innescarono l'incoraggiamento ed i presupposti necessari per lo sviluppo del realtivo sequel che Vox Empirea analizzerà in questa specifica sede, il full-lenght "Unfamous Quotes". Localizzato a Florina, il progetto verte stilisticamente su una personale interpretazione delle tematiche indie post-punk / new wave, ambito entro cui i quattro musicisti Alex (vox), Fotis (guitars), Thander (bass) e Self Mutilator (electronics), si muovono con apprezzabile metodo. L'eccezionale azione simultanea delle due labels tedesche Afmusic e Danse Macabre provvede alla diffusione di questa attuale release che rilancia sostanzialmente la track-list contenuta nel precedente lavoro, ad eccezione del citato "Intro", con l'aggiunta di tre nuovi brani a completamento di un arsenale colmo di strumentalità post-Cure, rifrazioni canore alla Ian Curtis, elementi concatenati tra loro in otto tracce a vantaggio di un energico, danzabile registro after-punker. Importante rilievo viene dato dai We Came From Waters all'energia chitarristica che funge da continua perturbazione elettrica ai vocals pronunciati da Alex con cupezza e delirante lucidità, nonchè al drumming elettronico spesso in fase dance-oriented, caratteristica immediatamente riscontrabile nella traccia di apertura, "Android", episodio che per energia e presa meriterebbe di essere rielaborata da mani esperte in versione remix: ritmo incalzante, strascichi di elettricità chitarristica, pulsanti bass-lines e voce alienata costituiscono gli elementi trainanti della song. "Yellow Position" scortica letteralmente il suono mediante spietate abrasioni di corde post-punk, in combinazione alla potenza congiunta delle battute percussive, del basso granitico e di un canto che tramuta le liriche in un tormentato dramma. E' la volta di "A Silence Like Poetry", traccia caratterizzata da incessanti rullate elettroniche quale ossatura ritmica sulla quale si accavallano selvaggiamente lancinanti evoluzioni chitarristiche, effects, rotazioni di basso e vocals traboccanti di cupa frustrazione. Non latitano attimi di disperata malinconia testimoniati da capitoli come "PermiTion / AdmiTion", in cui l'allucinata mestizia del canto di Alex oscilla tra il lento ma coriaceo arpeggiare di chitarra e basso, fino al raggiungimento dell'autocelebrativa "We Came From Waters", song trasportata da un flusso uniforme di elettricità chitarristica che ammanta interamente con forza l'artificialità delle percussioni mid-tempo e la spenta armonia dei vocals. "The Maze" richiama a sè tutti gli elementi indispensabili all'edificazione di un torbido sound post-punk, attraverso torrenziali, acidi riff di chitarra, parallelamente ad ossessive trafitture di basso, electro-drumming tambureggiante e sconvolgimento canoro, il tutto in una traccia in grado di evocare e far danzare gli incubi più abissali. Il rigoroso drum-programming appartenente a "Childs Play" processa veloci beats sui quali si allineano perfettamente le toccate del basso e gli acuminati avanzamenti della chitarra di Fotis che aggrediscono la soffocata tonalità dei vocals. Il percorso finale dell'album è celebrato da "Crash", traccia da cui sgorgano simultaneamente elegiaci accordi di canto disposti sulla solenne asprezza del comparto chitarristico scandito lentamente dall'interplay tra basso e drum-machine. Musica quella dei We Came From Waters che interiorizza molte delle peculiarità appartenenti alla prima ondata post-punk; l'insopprimibile depressione del canto ed il perpetuo stato di inquietudine presente nelle strutture accrescono progressivamente il tenebroso senso di sconforto di cui "Unfamous Quotes" è foriero. Questo interessante progetto greco dimostra la misura con quei la cultura post-punk abbia recuperato terreno sconfinando in terre fino ad epoche recenti estranee al fenomeno: i We Came From Waters possiedono le conoscenze e la strategia per affinare ulteriormente la loro arte, facendo auspicare in un prossimo ed ancor più sconvolto prosieguo. Ora che avete compreso pienamente l'essenza di questo album, assegnate ad esso un posto di riguardo nel vostro archivio.

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X NAVI_ET - "Brain Overloaded" - cd - by Maxymox 2012 -

xnavi La label polacca Zoharum Records rilascia un'ennesima perlustrazione nella sonicità più astratta, in questa occasione interpretata da Rafal Ivanski, musicista avanguardistico-sperimentale noto per l'accorpamento con Dariusz Wojtas nel progetto dark-ambient/industrial/trance denominato Hati, nonchè per il suo ingegnoso disegno electroacoustic "Voices Of The Cosmos", opera condivisa musicalmente con Wojciech Zieba, alias Electric Uranus e titolare della label Beast Of Prey, specifica nei generi dark ambient/industrial/noise/darkwave/electro. Le pubblicazioni ufficiali della piattaforma X-NAVI:ET includono prodotti compiuti a stretto contatto con diversi artisti, come il primo album su CD-r, "Slope/The Experience Of Losing Control", edito per l'etichetta Eter e realizzato in collaborazione con }e{nigmaplasme, ovvero Jeff Gburek, chitarrista ultra-alternativo statunitense. Nel 2011 fu la volta del citato "Voices Of The Cosmos", release seguita nell'anno successivo dal raro vinyl-LP "Soundtracks For The Dying Moments", disco industrial-experimental diffuso dal brand Instant Classic a cui segue il presente album "Brain Overloaded". Il sound elaborato dal protagonista per questo lavoro scaturisce da apparecchiature analogiche attraverso filtraggi e torbide strategie di sintetizzatore, acustiche ispirate e riferite ad un complicato argomento, ovvero la ricerca sulla progressiva capacità della mente umana di riuscire a contenere l'enorme mole di informazioni provenienti dalla dimensione industriale, concept dal quale erompe l'interrogativo sollevato da Rafal ed esprimibile in questi termini: "il nostro encefalo è stato progettato dalla Natura per far fronte ad un'eccedenza di dati senza provocare in esso un black-out?". L'opera, offerta simbolicamente da X-NAVI:ET alla memoria dello scrittore e saggista americano William Seward Burroughs, si compone di sette episodi totalmente affidati alle apparecchiature e privi di ogni vocalità: "Is It You Brain?" costituisce il punto di avvio, un test sonico eseguito distribuendo ossessive replicazioni elettroniche trapassate da effects cosmici e linee rumoristiche di origine aliena. L'ascolto prosegue con la visionaria ambientazione riprodotta da "Artificial Landscape", le cui gelide procedure si riversano in una rallentata centrifuga di echi, spiralizzazioni e vortici immaginari scaturiti dalle intermittenze della key, il tutto posto in anticipo sulla successiva "Contra-stasis", i cui inorganici corpuscoli vengono micronizzati analogicamente e proiettati da un incessante gettito di radioonde e ribollenti interfernze che contaminano il tracciato mediante affilate nano-punteggiature, sibili e rarefatte emissioni appartenenti a creature di altri mondi. Una scansione cronologica dai toni distanti misura il tempo fungendo contemporaneamente da filamento ritmico per le incorporee espansioni tastieristiche in stile electronics-ambient: tutto ciò in "Minute By Minute, Second By Second", traccia ricolma di spettralità ed atmosfere irreali. E' quindi la volta di "Total Overproduction" e delle sue canalizzazioni electroacustiche che riverberano in un infinito, concentrico fluire di manipolazioni sotterranee combinate ad estensioni echeggiate, unitamente a modulari tormenti di noises iper-sintetizzati che adombrano minacciosi tutta la percorrenza dell'esperimento. "Reversed Space For No One" propaga un algido radiogramma industrial-ambient perturbato dalle inquietanti sfocature degli effects, dalle scie tasieristiche e dall'ipnotico scandire del ritmo generato da un meccanismo extra-planetario. Un interminabile turbine di plasma sonico monocorde inonda ora ogni angolazione della conclusiva "Reset Digital Demon", brano industrial-ambient-electronics dalle forme contorte e dal climax orrorifico, elementi che prendono forma da intermittenze pulsate, ronzii indecifrabili, tempeste radioattive e laceranti stridori al di sotto delle quali scorre il cavernoso rombo della tastiera. Release fruibile esclusivamente da un pubblico consapevole, appassionato di acustiche essenziali e dell'applicazione scientifica dei concetti sonori: X-NAVI:ET è un laboratorio entro le cui bianche pareti si svolgono profonde analisi finalizzate alla ricerca di un rapporto tra le inesplorate potenzialità cerebrali in dotazione alla specie umana e l'immensa quantità di dati prodotti dal macrocosmo artificiale da essa edificato nel corso delle generazioni. "Brain Overloaded" è insieme l'antitesi della melodia, l'esaltazione della strumentalità elettronica e l'esito di un'indagine macchinosa quanto asettica: riuscirà il vostro impianto encefalico a metabolizzare totalmente un simile dosaggio di frequenze senza intaccare la sua integrità? Sottoponetevi a questo esperimento pianificato da Rafal Ivanski ed otterrete la risposta.