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—- Aidan Casserly - 'The Naming Of Blue' - cd - by Maxymox 2011 -—

aid Il dublinese Aidan Casserly, componente con Lar Kiernan del side-project The Garland Cult, è noto per aver sviluppato nel 1999 con il menzionato collaboratore la piattaforma Empire State Human, band che i più solerti cultori del genere electropop non mancheranno di rimembrare attendendo il loro ritorno con imminente "The Art" previsto per l'estate 2011; il disegno Empire State Human è artefice di almeno tredici buoni esiti sonori quali l'album "Pop Robot" del 2002, "Cycles" del 2005 nonchè l'acclamato "Audio Gothic" del 2009, a seguito dei quali Aidan ha parallelamente focalizzato l'attenzione verso le proprie potenzialità confidando esplicitamente nelle sue doti di singer dalla timbrica inconfondibile, quasi identica a quella impostata dal compianto ed indimenticabile Billy Mackenzie al quale Aidan sembra fermamente devoto, per avventurarsi in itinerari solistici pubblicando questo secondo full-lenght quale seguito di "White Solus", edito anch'esso nel 2009. Se nella prima solo-rele ase l'artista aveva inserito strutturali combinazioni orchestral-pop, interventi acustici rock-oriented ed atmosferici elementi ambient, questo recente "The Naming Of Blue" offre un maturo, sinfonico campionario electro-popper di tastiere, piano, voce e programming espressi con significativa personalità, elementi che rendono la stesura dell'album saggia, spesso riflessiva in grado di offrire, anche negli episodi più dinamici, spunti di meditazione rivolti alla prematura scomparsa del fratello Neville al quale Aidan ha dedicato interamente il concept dell'opera. Licenziato dalla NinthWave Records, label storicamente fidelizzata ad ogni album realizzato dall'artista in questione, "The Naming Of Blue" propone undici tracce scorrevoli, dignitose, interpretate con passionalità, manifestanti il tangibile ed accresciuto livello raggiunto dal musicista che fin dal primo atto "Cloak & Daggers: "Overture" si rivela fortemente incentrato nell'edificazione di note toccanti, accordate dal synth c he in questa opening-track diviene orchestralmente solenne. "We're No Sinners" si presenta a sua volta come una pop-song midtempo dai tenui risvolti elettronici, con la voce di Aidan che svetta melodiosa tra gli educati intarsi di programming, synth e guitar, anticipando le lente, cadenzate armonie di "Sepia Years", sad-ballade cantata da uno spartito vocale assai aggraziato e languido. Ammalianti sonorità di sax, raffinatezza vocale, elegante electro-ritmica e composte evoluzioni di synth fanno di "Steal For Love" una traccia davvero interessante e gradevole, così come il recupero di abbattute soluzioni canore, drumming rallentato ed un pentagramma tastieristico dal retrogusto malinconico sostengono la successiva "Boy Song (For Billy Mackenzie)", tributo offerto al citato artista, ora non più tra noi, che con Alan Rankine nel 1976 fondò il gruppo scozzese The Associates. Delicate arie di piano tratteggiano mestamente "Silent Songs" che nel suo decorso si trasforma in un suggestivo, commovente poema dalle curvature uggiose, autunnali, musicate da tenui avvolgimenti di synth, ritmica quieta, guitar e voce appassionata, mentre la susseguente "River Of Souls" prolunga l'estasi proponendo un nobile filamento di acustiche, batteria, tastiera, piano e canto che definirei "homesick-pop". Per quanto supportata da percussività ballabile, Sebastian And The Dream" rimane aderente a sonorità avvilite, diffuse amorevolmente nelle liriche e nell'impianto strumentale, così come in "Marble" si ampliano le reminescenze electro-danzerecce degli Empire State Human mescolate all'attuale neo-ispirazione di Aidan riferita a tematiche più introspettive e meno asettiche: ne risulta una traccia disinvoltamente clubby ma allo stesso tempo adatta ad ascolti solitari. La struggevolezza propagata da "Castles" introduce l'egregia figura di Martin Watkins, pianista conosciuto per la sua stretta collaborazione con Marc Almond, al quale è stata affidata in questo frangente la scrittura di un br ano combinante afflitte textures di synth e voce che nel refrain raggiungono lacrimevoli impennate armoniche, dettagli antecedenti alla conclusiva "Cloak & Daggers - Outro" alla quale è concesso di replicare l'emozionante inno d'apertura ora regalmente adornato da un più corposo sostegno di tastiere che ne eleva l'autorevolezza. Album lavorato con accurato senso estetico e con l'ardore di chi sperimenta una profonda sofferenza. Le tracce si susseguono con disciplinata finezza, sensibilizzando l'ascolto mediante contenuti melodicamente ben congegnati. Per Aidan Casserly la musica funge da messaggero, le parole da tramite, il titolo da epistola: saper cogliere appieno "The Naming Of Blue" corrisponderà ad una carezza accettata con infinito sentimento.

 

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—- Alien Hand Syndrome - 'The Sincere And The Cryptic' - cd - by Maxymox 2011 -—

alienhands Dal punto di vista prettamente medico-scientifico, la patologia "Alien Hand Syndrome" è riferita ad una delle due mani posseduta da un'inspiegabile energia che sfugge alla volontà di chi ne è affetto. Oltre a questo inquietante stato neurologico, il nome in questione definisce musicalmente una band gothic/punk-rock/electronic austriaca dalla line-up assai popolosa, rappresentata in dettaglio dal carismatico Clemens Engert (vox/electric guitars/organs/bass/progs/synths/piano/strings arrangements) ed un secondo elemento, Emilie Rameau (bass/guitars/synths), ai quali si accodano Florian Marko (additional guitars), Martin Höfert (cello/piano/string arrangements), Alex Schuster (drums), Sam Vahdat (additional progs), Zebo Adam (synths/guitars), Erynnia (additional vox), Peter Horazdowsky (piano), Antonia-Alexa Georgiew (violin) e Alex Tomann (percussions). Il sound prodotto dall'ensemble alterna la durezza del post-alternative rock in stile Radiohead a struggenti ballades dall'incedere de cadente, con l'intromissione di qualche ottimo episodio proveniente dal tessuto eletro. Il debut album "The Sincere And The Cryptic", licenziato dalla Echozone, emerge a seguito di due apparizioni sulle raccolte "The Ineffable Silence" del 2010 edita per la Zillo e "Gothic Compilation Part LII" del 2011 rilasciata dalla Batbeliever Releases, marchio specializzato in antologie goth. Il progetto sfoggia nell'album analizzato un'ottima coordinazione generale tra le molteplici strumentazioni, con punte di eccellenza nei momenti in cui il suono viene ottenebrato da frequenti dosaggi di guitar-noise e tastiera, il tutto in stretta correlazione con modulazioni vocali sempre mansuete ed armoniosamente educate. La title-track conta dieci passaggi i quali prendono il via da "Leave Now And Never Come Back", un brano dalla musicalità rallentata e coriacea di origine dark-rock avvicendata da tranquilli spazi in cui la voce di Clemens mormora fraseggi meditabondi tratteggiati da leggiadri accordi chitarristici e sordi drum-beats, in attesa dell'imminente sviluppo che trasforma le corde in ordigni infuocati e le battute di rullante, piatti e grancassa in fumanti eruzioni percussive. Elegantemente progettata su un circuito mid-tempo di programming, "Raison, Raison" è stata scelta dalla band per assumere il ruolo di credenziale nella menzionata compilation "Gothic Compilation Part LII", presentando essa una lineare silhouette elettronica sostenuta da fascinosi testi gothic-oriented, refrain polivocale e pulsante accompagnamento di electric-guitar snodato tra rarefatte nebule di key, per un brano straordinariamente catturante e potenzialmente remixabile. "The Evil And The Lovelorn" è una lenta sad-dark-rock song dai contorni straripanti di decadenza, in cui l'introduttivo segmento di organo, batteria e voce abbattuta viene ben presto soppiantato da un turbine di aggressiva energia chitarristica addolcita da sezioni di violino, con successivo ritorno a placidi arpeggi di chitarra. "Guernica" infuoca il sound mediante dure, velocizzate sequenze di electro-ritmica a cui si addizionano le vigorose battute del drummer Alex Schuster ed appassionanti filtraggi vocali, mentre la seguente, malinconica ballade "Claret" sceglie di posizionare la propria musicalità su cullanti pose da gothic-ballade coposte da violino, chitarra e voce che nel refrain si animano di una poderosa elettricità. "A New Day" rilancia il modulo depressed-rock attraverso questa traccia ricolma di poetici tocchi di piano. key, sedimenti d'organo e vocals pennellati su docili melodie, quasi identicamente al successivo e profondo spleen effuso da "Chainsaw Mascara", una traccia strappalacrime composta da liriche accorate, drumming in penombra a passo di marcia, pianoforte e rattristate nuances di violino. La riproposizione delle strutture elettroniche si ode ora in "Ambien", capitolo sezionato da fredde ripartizioni di programming e key sulle quali palpitano vocals affranti, loops ed una trapanante chitarra posta in secondo piano, fino al raggiungimento di "The Incredible Whiteness" e le sue carezzevoli evoluzioni di key e batteria unite ai testi di Erynnia cantati in duetto con Clemens, formule sfocianti in un finale dal tripudio esasperato di cori e robustezza percussivo-chitarristica. La predilezione della band rivolta verso scelte ritmiche down-tempo si manifesta nuovamente attraverso l'ultima fase dell'album, "Broomstick Jesus", brano che riversa commoventi abbellimenti di violino e voce su metronomiche punteggiature di basso e drum. Apprezzabile performance che evidenzia gli Alien Hand Syndrome oggi collocati in un convincente ciclo di maturazione artistica e autori di un album turgido di scuotimento. Questo debut-act è consigliato ai pervicaci epigoni del suono rock-gothic-electro che siano alla costante ricerca di protagonisti emergenti capaci di donare alle musiche la giusta misura di enfasi e suggestività. Porgendo adeguata attenzione a "The Sincere And The Cryptic" essi troveranno nei suoi contenuti tutto il necessario per considerarlo quantomeno appagante. lasciate che la mano aliena vi indichi il cammino.

 

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—- Alien Produkt - 'The Next Chapter' - cd - by Maxymox 2011 -—

alien L'ep "The Next Chapter" è il più recente lavoro pubblicato dagli Alien Produkt, duetto di Buenos Aires rappresentato da Ricardo Alien e UTB. Posteriormente al debut del 2005 su full-lenght dal titolo "Revenge" ed il successivo album "Ignorance" del 2006, ambedue licenziati dalla BLC Productions, il progetto ha pubblicato nel 2009 "Honour vs Falsehood - The First Step", ep che vantava cooperazioni e remixaggi provenienti da nomi dello spessore di Mechanical Moth, Retractor, Sintetik, Aseptie, Asseptic Room, Kode In Mind, hEADaCHE e Obson Geschopf. La label ungherese Advoxia Records, oltre a firmare il rilascio del precedente ep, promuove anche il livello successivo, "The Next Chapter", efficiente marchingegno destinato ai dancefloors fedeli all'impronta indus/EBM di cui gli Alien Produkt sono convinti assertori. In quest'opera le tracce dipartono dalle due versioni originali dell'omonima "The Next Chapter" e "Persecución Agónica", episodi coniugati in successione attraverso la creativ ità di altisonanti remixers. La matrice iniziale di "The Next Chapter" apre la title-track mostrando un dinamico standard tipicamente electro-industrial di programming, synths, vocals rochi e sibilanti modalità harsh ed un refrain pianificato per insinuarsi nei meandri dell'encefalo. Il secondo verbo declinato è la sopracitata "Persecución Agónica", un mid-tempo dalla carica ritmica ipnotizzante, circondata da effervescenze sequenziate, acidità tastieristica e voce aggressivamente afona. La prima rivisitazione di "The Next Chapter" è remixata dal duo electro/goth/indus newyorkese denominato FGFC820, combinando un drumming secco e pulsante ad una costellazione di synthetismi da pista, aggiungendo questi componenti a vocals trasformati in emissioni robotiche. La navigata esperienza dei tedeschi Winardtage, band dark/harsh-electro capeggiata da Kayfabe, articola la successiva rielaborazione di "The Next Chapter", per una fase colmata di ulteriore impeto tecnologico che diffonde precise scansioni ritmiche punteggiate da granulose emissioni di programming e loops. Notevole è soprattutto il seguente remake di "Persecución Agónica" edificato dai germanici Nadine Engel e Pedro Engel, alias Acylum, i quali trasfigurano interamente i profili della song utilizzando solenni geometrie tastieristico-percussive ed un velo di tenebra che rende la creazione misteriosa e catturante. La plumbea armonia relativa al successivo remix di "The Next Chapter" è architettata dai Second Disease, anch'essi tedeschi e fautori di questa neo-strutturazione dalla percussività distorta, attorniata da foschi campionamenti estrapolati dalle sonorità originali, elementi seguiti dal remix di "The Next Chapter", ora affidato alla tecnica di trasformazione del duo Jim "The Blaster"/ Cryon, noti come PreEmptive Strike 0.1, progetto ellenico che inietta nella song un vigoroso apparato di e-drumming integrando nell'impresa taglienti flussi di synth ed una pioggia di artifici elettronici club-minded. I fr ancesi A7IE, piattaforma electro/indus gravitante attorno all'orbita della stessa label Advoxia Records, si occupano della nuova riformulazione di "Persecución Agónica", incidendo a freddo sulla superficie originaria del brano minacciose sonorità di synths, drumming electro-marziale e saturazioni dalla timbrica inacidita. Reputo la successiva riconversione in modalità "Re_mixxx" di "The Next Chapter" ad opera del quadrato dark/electro/wave di casa Advoxia Records, Dolls Of Pain, uno degli episodi meglio riusciti dell'intero ep: Notre Guide, front-man della band, apporta alla traccia un'irresistibile energia da pista composta da sussurri harsheggianti, limpidi tracciati di programming e caustici disegni di tastiera. Il solo-project Argentum, poliedrico protagonista delle scene martial/neofolker, power-electronics/industrial e dark-ambient argentine, remixa a sua volta "Persecución Agónica", applicando ad essa cupe sonorità da laboratorio ed asprezze tastieristico-sequenziate. Il medes imo titolo viene affidato alla creatività di Michael del progetto Engelmacher, il quale trasferisce nella traccia la sua occulta magia electro/industrial sperimentale mediante battute dalla cadenza potente ma asciutta a supporto di una fredda galassia di synths. E' il turno del terzetto inglese dei V2A, autore della re-invenzione di "The Next Chapter" entro cui la band introduce le peculiarità electro/goth/indus appartenenti al proprio stile, aumentandone le bpm, snellendone la forma e conservandone il potenziale clubby. Darkmen è il nome del duo belga a cui è assegnata la nuova destrutturazione di "Persecución Agónica", quì offerta in versione "EBM Remix" con un tenace precetto body-dancer dalla velocità variabile, anticipante la successiva "The Next Chapter" re-ideata dagli anglosovietici [T]errorgamz Project, i quali espongono un avvincente travisamento della song elaborato dal duo Alexander "essensa" Kennedy / N9, mediante ammortizzate trasmissioni di programming, nebule di keys ed un contesto electro-ritmico-melodico assolutamente ballabile. Le aggressive strategie riformulate dal one-man project madrileno Xperiment per "The Next Chapter" concludono l'ep proponendo alla folta platea consacrata al suono electro-industrial un efficiente mezzo per concretizzare il proprio impulso danzereccio. Remix-work di ottima battitura, tecnicamente ben progettato: gli interpreti di questa release hanno svolto il rispettivo compito di riconversione in modo pressochè impeccabile, impiegando allo scopo i più moderni e funzionali stratagemmi del settore atti a rendere le due tracce base paradigmi da vivere in chiave ultra-dance. Gli Alien Produkt, le bands reclutate e la Advoxia Records riflettono più che mai tutta la loro abbagliante, indomita fierezza tecnologica.

 

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—-Ambiguous - 'Stone Cross' - cd - by Maxymox 2011 -—

ambiguous Ambiguous è lo slovacco Igor Senigla, soggetto corrispondente in seconda istanza all'estemporaneo side-project dal nome Ish al quale si attribuisce il demo autoprodotto su cd-r/dvd-r intitolato "Inward Grip", realizzato nel 2009 e riflettente una sperimentale conglobazione IDM/abstract-electro. Tuttavia, gli sforzi impiegati da Igor sono rivolti prevalentemente alla sua creatura Ambiguous, piattaforma dark-ambient/industrial attraverso la quale l'artista ebbe modo di esporre per inciso i suoi ombrosi teoremi, in particolare con il demo "In The Imaginary Hell", anch'esso rilasciato nel 2009 su cd-r no label e preceduto a sua volta dal mini "Life-Pain" del 2008. Il presente "Stone Cross" è un album risalente al 2009, anno di massima produttività da parte di Ambiguous il quale, identicamente agli altri episodi, licenziò personalmente questa release in formato cd-r. I significativi contenuti del lavoro non sono sfuggiti alla costante azione di ricerca da parte della Aliens Production, la bel diretta dal mastermind Ryby, le cui specifiche competenze spaziano ad ampio raggio tra i tessuti dark-electronics internazionali; l'etichetta est-europea ripropone oggi il suddetto full-lenght limitandolo a 333 esemplari confezionati in un accattivante metalpack. Il disco include dodici suites traboccanti di materia oscura e preposte allo sviluppo di un lentissimo, raggelante procedimento di pietrificazione sonora che coinvolgerà con ogni probabilità l'anima e il corpo dell'ascoltatore: si incomincia con la progressiva espansione di laptop che irradia di luce sinistra "Red Moon", opener, la cui figurazione dark-ambient assopisce e contemporaneamente inquieta i sensi mediante spettrali sospensioni tastieristiche, echi d'altri mondi e percussività rarefatta di provenienza ignota. L'ossessivo accentramento di obscure-noises nella breve "Prelusion I" ricrea claustrofobiche rifrazioni, le medesime percepibili nel suo proseguo, "Ashes", tenebroso affresco dipinto dagli equipaggiamenti elettronici manovrati dall'artista le cui caricature ritraggono basse ma possenti modulazioni, riverberi di pianoforte e vaporizzazioni di gelo tastieristico. Ancor più terrificante, "Cathedral Ruin" diffonde staccate sezioni di frastuono industrial e flussi di key-sound, le cui fredde combustioni si trasformano dapprima in tensione emotiva e, progressivamente, in un irreversibile stato di alterazione sensoriale. L'interludio "Prelusion II" propaga buie replicazioni percussivo-echeggiate fino al collegamento con l'omonima "Stone Cross", traccia simile ad un infinito baratro le cui pareti emanano glaciali dissonanze di keys percosse da rari boati e scarne punteggiature di piano. "Death Bell" ossida il suono mediante imperscrutabili nebulizzazioni tastieristiche e misteriosi vortici discensionali ricolmi di acustiche echeggiate, così algide ed arcane quanto una notte polare. La successiva interpausa "Prelusion III" sparge cupe evaporazioni di laptop-sounds dalle livide risonanze, congi ungendosi ai solenni pads originati dalla successiva "The Hopeless Life", brano che concede un inatteso periodo di sonorità eteree, celestiali, attendendo l'ingresso di formulazioni più umbratili, quelle appartenenti a "Frail", distese su un fosco tracciato dark-noise elettronico costellato di essenziali prolungamenti tastieristici e rumoreggi industrial. Alla concisa oscurità di "Prelusion IV" segue l'immota "Autumn Dreams" con le sue scheletriche trasmissioni di suono monocorde, abissali riflussi di key e attriti notturni sprigionanti ghiaccio. Realizzazione dal fascino statuario, "Stone Cross" è un album intensamente perturbato da acustiche incorporee, gelo e nebbie elettroniche, mercuriali pleniluni ed atmosfere irreali. Riconosco ad Ambiguous la prodigiosa capacità di materializzare sonoricamente gli incubi, donando ad essi voce, enfasi ed il totale controllo sull'immaginazione del listener. Definirei questa opera l'incarnazione del nero assoluto.

 

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—- Arsine Tibé - 'Good Evening, The Mountain Said' - cd - by Maxymox 2011 -—

arsine tibe L'esigenza artistica di sconfinare da territori prettamente electro, ha spinto il tedesco Manfred Thomaser (vox/intruments) ad inoltrarsi in sperimentali sottoforme del genere in questione che tuttavia si dimostrassero concretamente differenti da quelle edificate nel suo ordinario repertorio. E' su questi basamenti che Manfred nel 2008 pianificò e concrettizzò il suo alter ego parallelo ai !Distain chiamato Arsine Tibé, una piattaforma solistica connaturata agli stili Lounge Noire-electropop attraverso la quale il musicista esordì nel medesimo anno con le due tracce "Genetic Sample (Cryptic Mix)" e "Yalnizlik (Rascal Mix)", ambedue incluse nella compilation "Synthphony REMIXed! Vol. 8", fino al raggiungimento dell'atteso debutto su album giunto con questo sofisticato "Good Evening, The Mountain Said", lavoro che reca nell'autografo di supporto il nome della label Echozone. Realizzare un'opera così suggestiva non sarebbe stato possibile per il solo protagonista senza l'ausilio di coll aborazioni esterne. Proprio in funzione di questa certezza l'autore ha selezionato tre guest-vocalist di supporto: Seyhan, Tania Murray, la cui voce ha impreziosito con le proprie tonalità vari brani dei !Distain ed Alex Braun, quest'ultimo fondatore della suddetta band presso cui storicamente milita Manfred. L'immersione nelle dieci tracce dell'album propaga inizialmente gli attimi di fresca purezza canora appartenenti a Tania ed i ritmi dalla cadenza lisergico-sciamanica che musicano "Light", seguiti dai lenti arpeggi riverberati che sospingono "Darkness", traccia dalle arie trasognate, meravigliosamente espresse dalla combinazione vocale tra Tania ed Alex i quali intonano un canto che scorre su vellutate trame di guitar e tastiera. "In My Room At Night" è un tema strumentale costruito su echeggiate trasposizioni chitarristiche, drumming mid-tempo e rarefatte colonne di synth, mentre il rientro della singer Tania colma di sensualità vocale il successivo episodio "Dawn At Night", ci rcondato da multidimensionali effetti di programming, asciutte procedure di drum-machine, fragili nebule di synth e toccate di chitarra elettrica. Il pop jazzato relativo a "Maximum Boy" ripartisce sua volta spensieratezza armonica mediante un terso pentagramma di piano, replicazioni di organetto campionato e keyboard, elementi in aperto dialogo con una ritmica electro-essenziale. Avanzando nella track-list si incontra "Death Of A Cube", brano che introduce i commenti indagatori di Seyhan attorniati da un background di sonorità adatte ad un film poliziesco, rese suggestive da rotazioni di basso, synth dalle tonalità echeggiate, plumbei inserimenti di effects su precise battute percussive. La leggerezza melodica di "Labeled Models", prodotta da DJ Ram, rappresenta di per sè una sperimentazione alternativa al concetto !Distain, poichè essa risulta musicata da Manfred con l'aggiunta vocale di Alex, combinazione che convoca sostanzialmente l'attuale line-up del duo ora impegnato in un le zioso pop elettronico pennellato da romanticismo, mai così intenso quanto quello percepibile nella successiva, struggente "Skyline", traccia in modalità key/guitar/piano, nuovamente vocalizzata da Tania, la quale trasfonde attraverso le sue perfette liriche un cliché che rimanda degnamente alle elegie espresse da Caroline Crawley e Deirdre Rutkowski nei This Mortal Coil. La voce della stessa Tania si rende comprimaria anche in "At The Gates", brano mosso da un regolare dinamismo electro-ritmico ed espansioni di synth anticipanti la conclusiva "Monumental Movement", ovvero un vaporoso componimento elettronico completamente strumentale di key e cristallini gocciolii tratteggiati nell'ultima sezione da un ipnotizzante programming. Accolgo positivamente questo exploit di Manfred Thomaser, autore di un album vibratile, limpido, dalle strutture elettroniche abilmente inserite in uno sfondo ricolmo di significato. Arsine Tibé è un progetto che sa tangibilmente materializzare in suono la pro pria ispirazione, ricreando tramite essa un lento turbine di musica dedicata agli ultimi visionari. Esorto tutti, utopici, sognatori, ma anche inflessibili realisti, alla sperimentazione di questa release che, se completamente assimilata, saprà richiamarvi a sè con regolare continuità: ora rilassatevi ed ascoltate questo disco con totale coinvolgimento.

 

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—- Art Abscons - 'Der Verborgene Gott' - cd - by Maxymox 2011 -—

artab Come legittima scelta di molti musicisti, anche per il tedesco Art Abscons l'anonimato rappresenta un irrinunciabile fondamento su cui improntare la propria aura artistica, una sorta di cono d'ombra all'interno del quale questo schivo protagonista pare muoversi e creare agevolmente. In virtù di queste ragioni non esiste una vera e propria biografia ufficiale di Art Abscons, tuttavia ai suoi misteriosi tratti identitari si contrappongono dettagliatamente sia un tangibile ed ispirato stile dark-folk che una discografia inaugurata nel 2009 dal cd-r "Spektral Magik" e proseguita ampiamente l'anno successivo attraverso il vinile "Der Verborgene Gott", seguito dal primo capitolo di "Am Himmel Mit Feuer" e dal cd-r "Split" licenziato dalla label SkullLine, release quest'ultima condivisa con il progetto Gabe Unruh. A questa serie di opere si aggiungerà nell'anno 2011 il nuovo "Am Himmel Gott II" ed il presente recupero su cd relativo al citato "Der Verborgene Gott", album ora esaminato da Vo x Empirea, rilasciato inizialmente dalla label Blind Prophet Records e recentemente ripubblicato dalla storica sinergia tra Hau Ruck! e Tesco Germany. Differentemente da canoniche rimasterizzazioni, questo nuovo prodotto denota sostanziali modifiche sia nella sleeve che, soprattutto, nella track-list elencante sei dei nove brani contenuti nell'originale vinyl-version. "Der Verborgene Gott", letteralmente "il Dio nascosto", è un disco caratterizzato da una signorile compostezza martial-folker che evidenzia nelle atmosfere un sottile compromesso tra nostalgia, estetica sonora e rigore esecutivo; il disco manifesta una predominanza di elementi acustici e simbolici di natura post-bellica, espressioni ottimizzate da un colto interplay tra strumentazioni sia acustiche che elettroniche in associazione ad un apporto canoro evocativo e profondo. La straniante introduzione dell'opening-track "Morgendämmerung" anticipa un melodico sviluppo folk di fisarmonica, percussioni, chitarra e la voce di Art che denota una timbrica espressiva ed avvolgente. Un altrettanto fascinoso assetto vocale in lingua francese è esposto da Albert Sinweldi in "Ahndung" (A Travers Les Collines), traccia dalla percussività sciamanica e dalle oscure evanescenze tastieristiche, dettagli anteposti alla successiva "Rune", song che diffonde arie flautate, testo in modalità parlata ed un torbido background sinfonico dall'incedere lento e solenne. Una pressochè identica musicalità emerge da "Der Verlassene Hain", anch'essa improntata su tambureggiare mid-tempo, epico portamento tastieristico, morbidi arpeggi di chitarra ed un meditabondo cantico. "Es Ist Zeit" arruola Sasha Feline al flauto e N2 Itintl alla voce i quali, unitamente a tenui arpeggi di plettro ed un soave flusso di key, danno origine ad una triste German-folk ballade. Si prosegue con le traiettorie di corde campionate emesse da "Niemandsgebet", mesmerizzante brano venato di sinuose tessiture di key, di programming e synth che piegano le mu siche verso uno stile ipnoticamente arabeggiante e psychedelico, vocalizzato nuovamente da N2 Itintl le cui parole adornano anche il testo della seguente "Liliensonne", aggraziata quanto una danza su petali di rose, straordinariamente intensa nella sua nobiltà pianistico-chitarristica che rincorre dolcissima una lenta orchestralità di tastiera e progs. Le tracce si susseguono con una mirata continuità fino al raggiungimento di "Erscheinung!", un adagio apocalittico di percussioni, chitarra, tastiera e voce, che rivela nel contempo una seconda identità colma di struggente romanticismo. Lo spettrale intro di "Effigy (Im Abbild Verbrannt)" anticipa il convulso duetto vocale tra J1 Statik e N2 Itinitl attraversato da pallide sezioni percussive, fisarmonica, tastiera e chitarra. L'album chiude con la corposa ritmica sequenziata di "Aus Asche Geformt" cantata da Art Abscons con la sua inconfondibile, bassa timbrica circondata da lisergici voli di key, per una traccia che nel tratto finale replica in sordina un modulo di note retrò soffocate da torbidi effetti elettronici. "Der Verborgene Gott" è un lavoro espressivo, evoluto, pregi che la perfezione del vostro lettore cd esalterà appieno dispensando la magia e l'intensità folker che questo artista sa comunicare. Ne sarete letteralmente stregati.

 

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—- Arkane - 'Enraptured Serene Mesmerism' - cd - by Maxymox 2011 -—

arkane Recentemente intervistato da Vox Empirea e proveniente dalla scissione del progetto Daemonia Nymphe, ArkanuX è il solo-protagonist della sua stessa, raffinata esecuzione dark/neoclassical/symphonic dal nome Arkane; ben recensito dalle critiche grazie al suo stile colto ma nel contempo non inaccessibile, il disegno lega indissolubilmente a sè i sinonimi di Arte, Magia, Seduzione, Maschera e, naturalmente, Mesmerizzazione, elementi che concentrano nelle musiche realizzate dal compositore greco impliciti significati ricolmi di emozione, abbattimento interiore ed in egual misura un'aura di decadente nobiltà. Le creazioni sonore di Arkane possono essere accostate, in senso figurato, ad un secolare, aristocratico giardino abbandonato che tuttavia conserva inalterati i ricordi e l'ancestrale gloria di epoche lontane, aspetti percepibili negli sguardi pietrificati ed apparentemente spenti dei busti in marmo ormai intrecciati a folti rampicanti, oppure nei suoi viali erosi dai lunghi inverni , una volta splendidi ed ora occultati da grigi strati di fogliame e spettrali fioriture spontanee. Il presente "Enraptured Serene Mesmerism" del 2008 si pone esattamente a metà percorso tra il debut "Arcane Etilism" pubblicato nel 2002 e l'atteso newcomer "Mesmeric Masquerade Seduction" previsto per il Gennaio 2012; orchestrato, arrangiato e prodotto dallo stesso ArkanumX sotto l'effige Seduction Prod, il disco si compone di otto vicende estremamente atmosferiche, dotate di una spiccata capacità di attrazione che conquisterà l'ascoltatore predisposto al romanticismo lirico ed alle arie sinfoniche traboccanti di struggevolezza. Canti da sirena, elegiache trasposizioni di keys, impercettibili sussurri lievi come carezze, climax costantemente sospeso tra declino, abbandono, infinita tristezza ed ardente desiderio di vocalizzare diafani inni rivolti alla notte: nell'edificazione di questi temi, ArkanumX si è avvalso della collaborazione di musicisti esterni quali una vocalist dall'ident ità assolutamente misteriosa alla quale si devono le preziose evoluzioni di canto, Drg (synths/orchestration/audio concept), Stephen Svanholm (recitations) interprete del progetto svedese di stile dark/classical/gothic denominato Sibelian, in aggiunta ad Arcanstra M. (whispers). Accolta in un dvd-case, l'opera esordisce con l'omonima "Enraptured Serene Mesmerism", desolata e toccante quanto un fantasma che intona un cantico di dolore nel vento d'Autunno, innalzato attraverso femminei vocalizzi ed accordi tastieristici bagnati di lacrime. Fiere prospettive sinfoniche di key tracciano il profilo di "Seductress Mesmerized", salmo neoclassico recitato dalle rarefatte strofe di Stephen Svanholm abbellite da angeliche brezze corali, identicamente alla successiva "Nerida Tempressa", traccia dalla musicalità epica, nuovamente espressa da solennità tastieristica, dalle meditabonde declamazioni di Stephen Svanholm e dai bisbigli della guest Arcanstra M. Le suggestive virate tonali diffuse da " Sirenia Allure" si collegano a quelle udite nell'episodio di apertura, ovvero un afflitto cantico femminile proiettato in una celestiale volta ricolma di classicismo strumentale. "Seduced In Reverie" estende a sua volta drammatiche armonie vocali che intarsiano la grevità delle sezioni tastieristiche, mentre l'intonazione lirica di "Sirenia Enchanted" descrive estatiche, accorate parabole ascendenti di voce tra le ripartizioni di key. Sopraggiunge "Entrancing Of The Nereid", capitolo sorretto prevalentemente da un'austera orchestrazione di tasti e corde che donano alla traccia la conformazione di una soundtrack, in anticipo sulle acute, ossessive emissioni campionate appartenenti a "Mesmeric Seduction", passaggio finale denso di lugubre ipnotismo. Melodramma chimerico, "Enraptured Serene Mesmerism" risulta essere un album carico di incantesimo ed algida bellezza, caratteristiche ampliate dall'incessante alone di misticismo che permea interamente le tracce, nell'attesa dell'imminente, nuovo lavoro di Arkane. Chi ancora non conosce questo ispirato artista e chi ardentemente desideri vagare tra sibilline dimensioni acustiche, lasci che sia questo album a condurlo in quei remoti luoghi. Rapito da un sogno arcano.

  

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—- ARKONA - 'Acid Ladscapes' - cd - by Maxymox 2011 -—

ark L'inafferrabile polacco Karol Su-Ka, oltre che disegnatore, d.j. v.j. e vocalist, è soprattutto l'interprete del progetto dub-electro/ambient/experimental deominato Arkona. Dopo un passato trascorso componendo erranti ed informali allegorie punk-house e avant-jazz, Karol pubblica questa sua prima release ufficiale, "Acid Landscapes", prodotta in 444 copie numerate edite dalla labeL Zoharum. Le quindici tracce a disposizione risultano essere post-realizzazioni incise tra il 2002 e il 2009, dettaglio che trasforma l'album in una sorta di raccolta di pieces composte da un sotterraneo alchimista del suono elettronico. La qualità audio di alcune tracce, specie le più attempate, non è tuttavia eccelsa, particolare motivato dalla registrazione "artigianale" effettuata presso l'home studio di Karol utilizzando strumentazioni di base, caratteristica che conferisce alla prima sezione della track-list una certa occlusione acustica, difetto invece meno evidente nelle creazioni più recenti compos te con equipaggiamenti meno obsoleti. Il sound complessivo gode comunque di una mirabile ricercatezza, tanto da convincere la stessa Zoharum ad integrare l'album nella propria selezione conosciuta come "IYHHH" (Into Your Hands Hearts Hallucination) di cui "Acid Landscapes" costituisce il terzo atto. Psychedelia elettronica, riverberi post-industrial, incubi sub-metropolitani, destrutturazioni sonore: ecco gli elementi riscontrabili durante il percorso, in larga parte strumentale, che prende inizio con le aeree diffusioni tastieristiche di derivazione ambient incluse in "Space Sonda", seguite dai vocal-loops e la scattante electro-ritmica di "Global Riot Dub". Elementari artifici di synth mescolati ad una minimale, allucinata progressione di e-sounds si odono in "Cannabis!", anteposta all'asciutta percussività dub-electro ed alle lisergiche saturazioni che sospingono "Bukari Pastewne/Mangold-beet". Un'ipnotica sezione di quattro accordi di prog replicata in tutta la durata della tracc ia costiuisce l'innervatura di "Las/Wood", macchiata di tanto in tanto da spot synthetizzati, attendendo l'ingresso di "Dub Session", poggiata su drumming down-tempo intercalato da psychedelìe elettroniche. A metà percorso tra minimal-ambient ed il dark-noise, "Dusk" propaga micropulsazioni ritmiche e gelidi pads, mentre la successiva "Welcome To The City" attiva un allucinato dancefloor alternativo disposto su robotici e-beats, desolate armonie di synth e nevrastenici fitraggi vocali. Non meno inquieta, "We Are The Lysergic Family/Acid Fox Trot" si rivela fedele alla seconda definizione del proprio titolo, presentandosi appunto stilisticamente come uno scattante Fox Trot tecnologico dalla timbrica soffocata e dalle procedure schizoidi; "Starship Dub" predispone invece un elaborato e lineare trip elettronico molto clubby, sequenziato da un acido programming che ne corrode ogni singolo impulso. "Drift 1" è intrisa di febbrili automatismi, replicazioni ritmiche e stranianti flussi di k ey, così come "Zjedz To/Eat It" propone un esangue teorema electronico creato da schiumose elaborazioni di prog, sussulti percussivi e trasversalità tastieristica. "Intermission" privilegia lenti ondeggiamenti di synth e sonorità da navicella spaziale, succedute dal nu-dub-jazz elettronico impersonato da "Jezyny/Black Berry" e dal successivo tratto finale del'album, la non titolata, "--", bonus-track electro-schizoide, dal veloce audiogramma composto da loops e ribollenti tracciati di sequencer. Genere elettronico paralellelo, ancora poco noto, antimelodico e di non facile presa, rischiarato e diffuso capillarmente da labels come la Zoharum, in attesa di un eventuale sostegno da parte di potenziali estimatori nonchè di un maggior affezionamento espresso da coloro i quali già ne apprezzano le particolari sonorità. Se ancora non vi è nota, testate la vostra compatibilità verso questo stile concedendovi un ascolto preventivo di "Acid Landscapes": esso potrebbe stupirvi molto più di quan to non pensiate. -|-|-» Complesso reticolato di tecnologia sperimentale, antitesi delle consuete soluzioni di facile ascolto. Arkona esige apertura mentale e disponibilità assoluta nell'assimilare un sound asimmetrico, innovativo e, sotto molti aspetti, interessante. Il concetto è ormai consolidato: l'Est Europa trabocca di un inimmaginabile fermento creativo.

 

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—- Arzt+Pfusch - 'Lictor Evaporated' - cd - by Maxymox 2011 -—

arzpf La label svedese Complete Control Productions si aggiudica la paternità di questa nuova opera realizzata dai due electro-folli danesi, Dr. A-Funz e Der Doktor, alias Arzt+Pfusch, reduci dell'originaria line-up fondata nel 1998 che prevedeva inoltre la presenza di un terzo elemento, CyMonk, il quale lasciò la formazione nel 2009. L'impronta irriverente e dissacrante che caratterizza la personalità del duo gioca un ruolo chiave nelle musiche create, ovvero una fuligginosa mistura di dark-electronics, industrial ed occasionalmente pompose sinfonie classiche, con testi che sondano freddamente gli aspetti più veritieri della condizione umana incidendone a fondo le contraddizioni e le debolezze attraverso vocals dai timbri che ribollono di caustiche effervescenze. La produzione discografica della piattaforma ha avuto inizio direttamente nel 1999 con l'album "Warum?" licenziato dalla label Nova Tekk e seguito in tempistiche rapide dal successivo "Love" del 2000, edito per l'effimera e co-as sociata etichetta Global Trance Records. A seguito di un intervallo durato sette anni, nel 2007 gli Arzt+Pfusch licenziarono il full-lenght cruciale, "S.I.C.K.", rilasciato dalla Distorted Monkeys Productions, lavoro che rilanciò la band proiettandola in un rinnovato contesto EBM/industrial/electro dalle atmosfere ancor più corrosive e spietate. "Lictor Evaporated" è il recente album proposto dalla band, un otto tracce caratterizzato da momenti di gelida aggressività vocale, percussioni distorte ed un sound-system complessivamente sporco ed oscuro. "Fall Of An Empire" sancisce l'avvio della track-list proponendo una forma di programming mid-tempo intervallata da solenni e marziali orchestrazioni in combinazione a destrutturati filtraggi vocali. "Flæsh Mangler" predispone anch'essa un'ampollosa introduzione di synths aggregata in fase di sviluppo a drumming di origine sintetica, pacate interpause tastieristiche e successivi rientri electro-dinamici. Le futuristiche diffusioni di suono propagate da "Subzero Penalty" si traducono in liriche cantate con voce gutturale, sequencing ipno-inducente e pads dalle armonie misticheggianti, poste in anticipo sui brumosi accordi che aprono "Mars Pattern II", traccia percorsa da incalzanti fremiti electro-dark e testi cantati con toni inaciditi. Saturazioni percussive, tracciato di vocals e programming distorti, chiazzati di nero, sono le peculiarità appartenenti a "Servo Skull", episodio oltepassato dalla turpe musicalità electro/EBM di "Supreme", song erosa da veleniferi apporti di voce e ritmica deturpata. Assai suggestivo è l'ingresso di "Well Polished Boltgun", da cui sgorgano vocal-loops riversati tra tocchi tastieristici dalle cadenze angeliche, presto raggiunti da una rotazione di secche frustate percussive e feroci sedimentazioni vocali, per chiudere infine la successione delle tracce con "Landspeeder (Interrupted By A Plasma Blast)", ennesimo capitolo colmo di sonorità techno-oppiacee, ossessive cantilene e percussiv ità lordata da schizzi di materia infetta che contamina gli algidi flussi di synths-programming. Se la vostra richiesta è quella relativa ad un concetto elettronico terso e celestiale, fuggite infinite leghe da "Lictor Evaporated": troverete in esso invece inondazioni di freddo intenso, acustiche biliose e, soprattutto, quantità letali di suono synthetico, avvelenato appositamente dai due "læger". In ultima analisi, definirei l'album una buona opportunità per accostarsi allo stile alternative-industrial proposto dalla label Complete Control Productions, la quale con i progetti The Pain Machinery, Infiltrator, Severe Illusion, Guilt Trip e questi Arzt+Pfusch, si rivolge integralmente agli ascolti tecnologici più disinibiti. Perverso quanto basta per includerlo nella vostra inconfessabile lista dei desideri.

* B *

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—- Beehive Plains - 'Tape' - cd - by Maxymox 2011 -—

bee.jpeg Sodalizio di tre musicisti svedesi provenienti da diverse costellazioni artistiche: Peter Davidson, mente ed ideatore del gruppo, è un pittore affascinato dalla cultura asiatica, abile suonatore di sitar, polistrmentista nonchè collaboratore con bands note quali The Butterfly Effect e Blue For Two. Al ritorno da un viaggio in India, Peter propose all'amico Karl Gasleben, protagonisa con Dan Söderqvist dello storico disegno Twice A Man, di cooperare ad un estemporaneo progetto ispirato fortemente da un particolare evento vissuto da Peter stesso: il fortuito ritrovamento di una miteriosa valigia in stato di totale abbandono presso il ciglio di una strada indiana. Al suo interno Peter non trovò null'altro che un'anonima audio-cassetta intitolata semplicemente "Beehive Recordings", nastro i cui contenuti in seguito si intrecciarono indissolubilmente con la fondazione di questa nuova ed affascinante piattaforma electronics-psychedelic-ambient licenziata dalle labels Xenophone Int. e Ad In explorata. Durante il suo sviluppo la line-up integrò anche un terzo componente, il saxofonista e flautista Olle Niklason, il quale con i suoi interventi di fiati dona alle tracce di "Tape" un mood elegantemente orientaleggiante ed astratto: quest'ultimo dettaglio in particolare è percepibile nella prima delle dieci tracce, "Hypnotics", tessuta su un sottile filamento di programming e basso accompagnati da jazzate, eteree scie di sax. Sulla medesima impronta, "Your Land A Disco" viene edificata da un vibrante sostegno di e-percussions, modulari punteggiature di corde ed i lisergici soffi di Olle, mentre la successiva "Wiredance" delinea un nervoso basamento elettronico sul quale da lì a breve si sviluppa un più dinamico e preciso sostegno ritmico intersecato a sua volta dalle fuggevoli carezze di sax. "I Can Hear Small Things Cry" riduce la velocità assestandola ad un down-tempo dalle atmosfere replicate e sospese in una complessa dimensione electro-ethnic anticpante le ipnotiche spi rali di programming e fiati propagate da "Metric Landmarks". Ancora più avanti si assapora il fluido ribollire della struttura sequenziata appartenente a "Endless Path" entro cui si diramano le aeree fluttuazioni di saxofono ed i tratteggi di basso, mentre "Caterpillars" replica sostanzialmente i medesimi atteggiamenti armonici fin'ora ascoltati basando la propria essenza sull'ossessiva spazialità creata da Olle e su una modulare bass-line introdotta nelle seducenti trame ritmiche. E' il turno di "Steps Away", estremamente atmosferica, l'incontro ideale tra ambient e raffinatezze psychedelico-elettroniche dal ricercato fascino, le stesse che rielaborano "Hypnotics 2" dispiegata integralmente in versione ethereal-ambient, ed infine "Hypnotics Remix ((Saint-Raphaël MCMLXXVI)", traccia rivisitata letargicamente da Daniel Kaufeldt, artista noto per la sua opera di studio-mastering nella release "The Black Album" dei colleghi di etichetta The Exploding Boy e per la sua presenza nella line -up del trio Alien Waveform. Disco dalla inattaccabile consistenza, congegnato attraverso colti stratagemmi sinthetici e placidi climi da sottofondo: chiunque abbia smarrito o abbandonto intenzionalmente quella stravagante valigia si potrebbe ora definire l'inconsapevole artefice di un opera significativa creata per concedere alla mente un trip oltre i margini dello stato conscio. Ad escusivo uso di un pubblico musicalmente adulto.

  

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—- Black Light Ascension - 'Ashes' - cd - by Maymox 2011 -—

black light Chi già conosce la band inglese di marchio experimental/indus denominata KnifeLadder, ne ricorderà sicuramente la line-up composta da Andrew Trail, Hunter Barr e John Murphy. Oggi ritroviamo lo stesso Andrew, facente parte inoltre di una moltitudine di ulteriori disegni tra i quali i nominati Autogeddon, Inertia, Ministry Of Filth e Antivalium, ora in qualità di rappresentante del progetto Black Light Ascension, pseudonimo che propone il ritorno dell'artista con un album qualitativamente solido, in misura tale da suscitare l'interesse del binomio Tesco/HauRuck!, da sempre garanzia di alto livello musicale. "Ashes" è quindi la debut-release preposta al rilancio del protagonista questa volta orientato verso posizioni compositive electro-waver/dark, create mediante l'impiego di equipaggiamenti analogici che diffondono un sound accigliato ed essenziale. Protagonisti indiscussi nella stesura delle tracce sono la drum-machine ed il synth, quest'ultimo impostato con toni in voga negli 80's attraverso i quali Andrew combina armonie electro-retrospettive che conducono l'ascoltore in un universo acustico alienante, scarno, ma nel contempo ricolmo di finezza estetica ed efficace verve comunicativa. L'album rivela Andrew Trail (vox-machines-bass-samples-synth) affiancato da altri due elementi: Reza Udhin (live keys-live vox), presente sia nell'organico del citato quartetto EBM/indus britannico degli Inertia, sia nella storica band dei Killing Joke quale tastierista dal 2005 ad oggi, in aggiunta al secondo musicista Ben McLees, fondatore dei progetti inglesi SonVer e Earth Loop Recall, nonchè interprete nella one-man platform denominata This Is Radio Silence. La track-list di "Ashes" propaga inizialmente "Ocean", brano strutturato da una musicalità poco più che minimal, con voce dagli accenti amari, drumming arido e regolare, foschie di synths ed acidi riff di chitarra elettrica. "Your Time" odombra il suono recuperando l'impatto vocal-darkeggiante dei Joy Division quì moder nizzato da un filamento di tastiera, fosche emissioni elettroniche, percussività modulare e suggestivi arpeggi di guitar, mentre la seguente aura electro-wave/post-punk espressa in "Club Death" si diffonde dalle regolari pulsazioni programmate, dallo scheletrico mid-tempo scandito dalla drum-machine e dalla ruvidezza chitarristica che accompagna la voce baritonale di Andrew. "Blinding Colour" riserva all'ascolto una traccia cosparsa di elettricità, in cui spiccano tangibili connessioni con le reminescenze after-punk e dark appartenenti alla prima ondata, quì disposte su un tenebroso impianto di voce, basso, meccaniche percussioni e caustici microframmenti di guitar. Il freddo rancore con cui Andrew pronuncia i testi di "The Pact" si trasforma in un nobile e passionale refrain circondato da psychedelici tocchi di plettro, asciutte replicazioni ritmiche e solenni nebule di key. La profonda oscurità di "In The Garden" accoglie un gelido grafico di programming, tra le cui sezioni serpegg ia la cavernosa timbrica di Andrew avvolta da dilatazioni tastieristiche, percussività di sintesi e punteggiature elettroniche, per una traccia dal profilo concretamente importante ed austero. "Jack In/Burn Out" si regge invece su un nervoso drumming sul quale vengono ossessivamente ripartiti algidi intarsi di voce, plasma electro-corrosivo e sinistri pads, mentre la successiva "This World" propaga sezioni vocali filtrate che ricordano quelle proferite da Graham Lewis, alias He Said, in un'episodio che a mio parere rappresenta l'intera opera: il rigore metrico del programming, la snellezza delle percussioni, la cupa insoddisfazione con cui vengono accentate le liriche e le dense ascese elettroniche, fanno di questa traccia un autentico oggetto di culto sotterraneo. Le ritmiche electro-tribali che introducono "The Dream" inglobano durante lo sviluppo un numero crescente di frames, fino al raggiungimento di un minaccioso tambureggiare synthetico che sorregge le apocalittiche curvature del canto di Andrew. Il segmento finale della title-track è effigiato dalla suprema spettralità di "Killing Cyrcle", brano dalla fisionomia canora pinkfloydiana, armonizzata da evanescenti coreografie di tastiera che dialogano separatamente intonando lamentosi cori ed accordi ascensionali, il tutto in una traccia cullata da percussività down-tempo e da un mood rilassante, intenso. Album dotato di carisma ed eterna longevità: l'esperienza d'ascolto con "Ashes" celebra antiche nostalgie sonore, rafforzando la convinzione che esse costituiscono ancora oggi una fertile ed inesauribile fonte ove attingere ispirazione a piene mani. Qualsiasi sia stato l'intento che ha condotto Andrew Trail al compimento di un simile capolavoro, esso è retroilluminato da una viscerale predisposizione all'elettronica applicata alla decadenza del dark. A seguito della minuziosa analisi appena compiuta, posso asserire senza timore di smentita che il progetto Black Light Ascension è geniale e che "Ashes" è un d isco semplicemente magnifico.

* C *

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—- CANAAN - 'Contro.Luce' - cd - by Maxymox 2011 -—

can Disco oggettivamente importante quest'ultimo appartenente all'ensemble milanese Canaan, formazione generata dalle reminescenze dell'ex progetto doom-metal Ras Algethi. La band odierna è attiva fin dal 1996 con l'eccellente "Blue Fire", inizio di un itinerario discografico lungo sei albums contraddistinti da un turbine di autoctone sonorità darwave, contaminate progressivamente nel corso degli anni da svariati elementi intermedi quali ambient, gothic, cold wave e industrial. Attualmente la line-up dei Canaan, capitanati come in origine dal front-man Mauro Berchi, conta cinque elementi la cui siergia ha prodotto questa meravigliosa, rara fioritura di ispirazione, sentimento e professionalità musicale intitolata "Contro.Luce", album che distanzia di quattro anni il precedente "The Unsaid Wods", opera anch'essa ricolma di lacerante oppressione. Il ritorno dei Canaan costituisce senza dubbio una manche colma di sperimentalismo oscuro, di tenebrosa, addolorata poesia, di immota energia che penetra nei meandri più intimi dell'anima per accarezzarne delicatamente le pareti diffondendovi, prima di scivolare nell'ombra, l'impercettibile eco di un pianto vissuto nel totale silenzio. "Contro.Luce" relaziona perfettamente con l'esigenza di esternare ciò che di angustiato, disperato, inespresso, tormenta lo spirito, astrazioni che la band descrive servendosi di uno stile musicale assai accigliato, difficilmente identificabile, nemmeno attraverso le sopracitate appartenenze. La band ha altresì ampliato lo spettro d'azione conglobando in tempi relativamente recenti la propria creatività nell'ambito di altri progetti quali Neronoia e Colloquio, condividendo con essi l'esplorazione di nuovi territori sonici devoti ad un innovativo concetto di "dark", esperienze che hanno inotre contribuito all'accrescimento professionale e, di conseguenza, espressivo. La contemporanea miscelazione di accenti ethnic, doom, dark-ambient e depressioni obscure-wave, genera questo full-lenght introspe ttivo entro cui l'esaltazione delle congiunzioni vocali, ora atmosfericamente ottenebrate, ora traboccanti di autentica afflizione, si fonde con un indissolubile universo di tastiera, infinite-guitars, basso e drumming sempre in modalità down-tempo. Ventuno le tracce, di cui dieci cantate in lingua italiana, intervallate da undici episodi in parte strumentali e non titolati che la track-list contrassegna come "..", tutto ciò per un album edificato punto per punto nel corso degli anni, lontanissimo dall'intraprendere percorsi usuali o immediatamente assimilabili, testimone di concetti da rielaborare nel corso del tempo estrapolandoli dalla loro apparente chiusura. Mauro Berchi è inoltre titolare della Eibon Records, label che supporta e licenzia le produzioni appartenenti ai Canaan, compreso quest'ultimo "Contro.Luce", interpretabile di fatto quale precisa antitesi della luminosità interiore, un'analisi disillusa, concreta, eppure così sensibile ed arcana di ciò si cela oltre la cosci enza. "Calma", opening track, manifesta immediatamente quell'intensità di cui l'album è prodigo, riservando nei testi una sorta di poema accentato da indicibile malinconia, cadenzato da lente formule strumentali di key, percussioni e corde intrise di gothicheggiante decadenza. Si prosegue con la prima traccia non identificata ".." che predispone estesi pads sotterranei e tocchi di suono dilatato, elementi tipici delle creazioni dark-ambient. "Onore" espone tutta la propria mestizia impiegando un solenne nucleo strumentale di tastiera, chitarre e slow-drumming a sostegno di liriche notturne e assetate di lacrime; il secondo atto non nominato ".." diffonde flessuose sonorità da harem che si snodano lente oltre il tambureggiare sciamanico, così come nei testi della successiva "Noia" scorre un meditabondo, nostalgico flusso di pensieri che vengono musicati da nebbiose orchestrazioni di key, chitarre elettriche e batteria. "..", terzo brano innominato, propone buie e fascinose soluzioni e lectro-etniche tratteggiate da soavi, femminei vocalizzi a loro volta affondati in una laguna di percussività attenuata e gassosi accordi tastieristici. Coerentemente con il proprio titolo, "Terrore" dispone inizialmente un gelido inquadramento percussivo scandito con phatos, affiancato da fraseggi cavernosi che nel refrain modificano gli accenti per evolversi in strofe venate di angociato romanticismo. Le insondabili profondità dell'obscure-ambient ammantano ora il quarto capitolo ".." che cede il passo alla successiva, magnificente "Ragione", ricolma di abissale struggevolezza, una sad-track il cui refrain si rivela in grado di scalfire perfino le menti più granitiche impiegando soavi fluttuazioni di key, drums, un distante background di chitarre e, soprattutto, intense parole rivolte direttamente allo spirito che ne risulterà irrimediabilmente segnato. Gli evidenti influssi ethnic si riflettono negli eleganti cromatismi ritmici e nelle corde della quinta intersezione ".." in anticipo sulla susseguente "Oblìo", carezzevole brano che espone frasi sofferte ed armonie d'accompagnamento dai colori tardo-autunnali. L'incontro con il sesto episodio ".." offre la possibilità di sperimentare antelucane modulazioni di tastiera e plettro, oltrepassate in seguito dai dolorosi e serrati fiff chitarristici disposti in "..", settimo passaggio privo di titolo. "Lascivia" predilige morbide soluzioni flautate che proiettano nella mente immagini sensuali di velluti e seta, rifrazioni anteposte alla cupa tristezza espressa nel lirismo e nel guitar-sound appartenente all'ottava traccia contrassegnata con ".." oltre la quale si delinea il tribale tam tam di "Umiltà" circondato da sospensioni tastieristiche e sobrie sezioni di archi di provenienza Universal Chaos Orchestra. Il nono interludio ".." concede di interagire spiritualmente con una song che amalgama affrante partiture di key e guitar a pronunce vocali traboccanti di amenità, così come "Concupiscenza" prolunga gli effetti della sperimentazione sonica dei Canaan in questa occasione rivolti a opache formulazioni dark-ambient orlate di spettrale romanticismo pianistico. Vocals depressi, infinitamente sentimentali vengono cullati malinconicamente tra gli accordi da sogno della decima no-titled track ".." succeduta dalle soporifere atmosfere arabeggianti che articolano "Esitazione" ed infine dagli indescrivibili varchi inondati di amaro tormento, di straziante, tacito dramma interiore disseminato nel canto e nelle musiche dell'undicesima traccia ".." per la quale non si reperiranno facilmente termini adeguati atti a descrivere la sua imperscrutabile dolcezza, il suo incontenibile bisogno di ritornare a sperare. Ritengo "Contro.Luce" un'opera di rilevo, evoluta, al limite dell'inappuntabile. Le seducenti armonie strumentali accolgono i toccanti, ardenti significati proferiti dalla voce di Mauro esercitando un'incessante trasmissione di emozioni che l'ascoltatore predisposto condividerà estaticamente. Riman ere indifferenti di fronte ad un simile capolavoro equivale a non possedere anima. -|-|-» Considero i Canaan una band estremamente comunicativa, sensibile, rappresentata da musicisti preparati ed artefici di un capolavoro sonico che amerete per sempre. Inquietudine, dolore, poesia, illusione e poi amore. "Contro.Luce" non vi concederà altro che attimi di profonda riflessione, unitamente alla consapevolezza di non essere i soli saper ascoltare i sussurri dell'ombra. logico vigore elettronico e, nel caso dei samplers, anche una mirevole capacità di creare atmosfere sospese tra estasi e incubo. Opere concettualmente di apprezzabile livello, attendono solo l'opportunità di essere scoperte e valorizzate da uditi oltre il consueto, che sappiano interpretare appieno ciò che il Messaggero brama comunicare: l'Apocalisse cavalca lesta e questo suono sarà il suo più terrificante Annuncio.

 

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—- Café De L'Enfer - 'Marchant À Quatre Pattes... -cd- by Maxymox 2011 -—

cafe Limitata a sole 51 copie in formato digipak, questa proposta della prodiga label Steiklang Industries risponde integralmente alle formulazioni martial-neoclassical più radicali. Nelle disciplinate musiche del progetto austriaco Café De L'Enfer sono presenti riferimenti ai costumi e alle strutture sociali di natura sommersa che caratterizzavano la Francia negli anni '20, epoca di declino ma anche di un energico fermento antecedente la successiva ondata industriale. Le frammentarie informazioni relative all'ensemble non permettono approfondimenti di sorta, essendo i protagonisti devoti alla no-image, per cui l'identità della band rimane tutt'ora un'irrisolta incognita: le uniche note reperibili riguardano esclusivamente il loro recente cammino discografico riassumibile in un mini-demo-album su cd-r non titolato del 2010 composto da quattro tracce, tre delle quali riportate anche nel presente album dal titolo esteso, "Marchant À Quatre Pattes Au-devant De La Rédemption" ora in ascolto per Vox Empirea. Armonie cavalleresche, sonorità colme di eleganza, cultura sotterranea, arte, dissolutezza e tenebra: questi elementi si aggiungono a canoni compositivi dal carattere austero, orchestrale, entro cui il canto espresso in lingua francese dona alle creazioni un'ulteriore nota di raffinatezza retrò. Otto passaggi compongono la track-list, aperta dall'enfatica "Je Ne Veux Plus Être Pieux", corrispondente ad un forbito poema neoclassico dai netti profili marziali che si offre attraverso imponenti sinfonie di pianoforte, archi, fiati, tastiera e male-female vocals proferiti con estrema grazia. "La Fôret Obscure", coerentemente al titolo, propone ombrosi accordi di flauto, chitarra e key regolati da un severo tambureggiare, a supporto di un testo che il vocalist trasforma in un nobile fraseggio dalle sfumature drammatiche. La successiva "L'évanescence De Toutes Les Possibilités" rappresenta un soldatesco omaggio al neoclassicismo pianistico-percussivo varcato da atmosferiche interpause di viola, keys ed un canto leggero, sussurrato, disposto anche ad ascese tonali colme di phatos. L'omonima "Marchant À Quatre Pattes Au-devant De La Rédemption" propone un cupo, inflessibile tema basato su drumming e fiati da marcia militare, clima perturbato di effects e marmoree evoluzioni tastieristiche a sostegno del background vocale simile ad un proclama. L'ammirevole stile dei Café De L'Enfer si manifesta anche nella successiva "L'Automne", brano dalla struttura complessiva simile ad una soundtrack da film storico, orchestrata con un evocativo canto maschile, coralità solenne, femminea, ampollosi intarsi tastieristici, flauto con sezioni di tamburo ed organo, per una traccia sofisticata e suggestiva. "Messaline" si rivela una decadente elegia dalle venature neoclassiche, musicate da melodie abbattute di pianoforte, spettrali sospensioni, tenui toccate di synth ed un successivo, lento, crescendo di tastiera e tamburo marziale accanto a vocals proferiti con struggente mestizia. Un più corposo sound-concept si diffonde da "Les Tristes Circuits", traccia allestita con assoluta conoscenza del concetto classico e risultato di una precisa pianificazione acustica di tastiere in modalità epica, rullare percussivo in fase guerresca e litanìe cantate con tonalità apocalittica. Chiude il cerchio della title-track "À Six Mille Milles", in cui la rigida compostezza armonica di flauto, pianoforte, keys e ritmica battagliera si fondono tra le liriche commentate superbamente dal vocalist. Prodotto di una perfezione non comune, questo misterioso disco racchiude in sè contenuti che seducono per la loro straordinaria intensità. In ognuno degli otto episodi freme un prorompente moto creativo capace di architettare elaborate textures, articolando gli strumenti in direzione di un suono penetrante, aristocratico, assolutamente colto. Tra le migliori realizzazioni martial-neoclassical di quest'anno e sicuramente tra le più coinvolgenti da me fin'ora ascoltate.

 

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—- Carbon Based Lifeforms - '[Twentythree]' - cd - by Maxymox 2011 -—

carbon Non dubitavo affatto sulla concreta validità riferita a questa pubblicazione promossa dalla label Ultimae Records con protagonisti i Carbon Based Lifeforms, duo svedese di Göteborg identificabile nelle persone di Daniel Segerstad (Ringström) e Johannes Hedberg, realizzatori inoltre, con individuali competenze, dei side-projects Digidroid, GioNic. Thermostatic e Notch. Il genere sviluppato dalla piattaforma è circoscrivibile in un atmosferico electro-ambient prettamente strumentale, talvolta screziato da sfumature malinconiche ed inizialmente espresso attraverso il primo album ufficiale del 2003, "Hydrophonic Garden", seguito da "World Of Sleepers" del 2006, ambedue le realizzazioni, come del resto anche il recente "[Twentythree]", firmate dalla sigla francese Ultimae Records, ad eccezione del singolo "Iridial" del 2008 sul quale spicca l'effige della label Soundmute Records. La discografia dei Carbon Based Lifeforms elenca in aggiunta anche l'ottimo full-lenght "Interloper" del 2010, in cui il duo introduceva la collaborazione della vocalist Karin My Andersson, ritrovata nuovamente anche nel loro ultima opera ora in esame. Prima di addentrarci nell'analisi del disco in questione, segnalo doverosamente un album intermedio e parzialmente mixato, "VLA", costituito da un'unica, estesa traccia dall'ampio minutaggio, tempistica entro la quale l'ascoltatore sprofonda in una sorta di trance narcotica generata da suoni drone-oriented e rifrazioni dilatate, soporifere. "[Twentythree]", recente creazione del progetto, gode della precisa masterizzazione affidata a Vincent Villuis, aka Aes Dana, reintegrando la grazia canora di Karin My Andersson in due degli otto episodi della track-list; l'album discioglie tra le sue arie, evoluzioni sonore di natura incorporea, evanescente, con lentissime dissolvenze tastieristiche dalla timbrica calda, avvolgente, predestinate più alla dimensione psichica che a quella uditiva. Assolutamente d'obbligo è la meritata nota di elogio rivolta all'artwork dell'album, curato dal creativo Vincent Villuis nel perfetto stile cromatico-figurativo tipico delle sleeves apparenenti alla Ultimae Records. L'immersione nel nucleo di "[Twentythree]" incomincia da "Arecibo", ambient-suite ammantata da assorte sospensioni di laptop che cristallizzano il tempo, per proseguire in seguito con "System", traccia strutturata da lunghi pads che ondeggiano sulla superficie di un oceano incantato color ebano. "Somewhere In Russia" lascia trasparire sottili sezioni di voce in modalità androide stemperate nello scrosciare della pioggia elettronica e nei contemplativi accordi propagati dalle keys. "Terpene" predilige gassose textures, effetti da sogno e tastiere dagli accenti pieni che supportano lontani echi di guitar, mentre la successiva "Inertia" diffonde un sound acquoso, mosso eclusivamente dal rarefatto interscambio di toni che intercorre tra le keys e le ascese vocali di Karin My Andersson. Tratta dall'omonimo album, "VLA", come descritto i n apertura, è una fluttuazione di suono vitreo, oscuro, attraversato da distanti meteore echeggiate, le cui peculiarità si rivelano in questa più breve versione "edit". L'insieme di acustiche urbane, vocìo infantile, bells e il terso cinguettare di volatili, unitamente ad una rallentata galassia di suono computerizzato, compongono Kensington Gardens", in anticipo sulla conclusiva "Held Together By Gravity", delineata su mercuriali partiture ed ampi respiri di tastiera che convertono gli accordi in visioni caleidoscopiche. Come ogni rilascio appartenente alla Ultimae Records, anche questo disco possiede un'accurato formulario di suoni, atmosfere e immagine, dettagli sottoposti alla supervisione della label al fine di offrire all'ascoltatore un prodotto di alta qualità. Da ora in poi "[Twentythree]", oltre che titolare una release di ragguardevole statura, rappresenterà un numero decisamente significativo tra i cultori del dream-ambient. Questa è una certezza.

 

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—- CircumLiver - 'Hybrid' - cd - by Maxymox 2011 -—

circumliver CircumLiver, per esteso Circumcisus Liver, è la platform solistica concepita nel 2005 dal triestino Paolo Bono, personaggio incorporato inoltre nella line-up dei TriploMaltoSe, terzetto fondato nel 1985 incline ad un sottogenere ispirato all'elettronica sperimentale 70' e 80's. Lo stile creato dal protagonista basa le proprie strutture su modelli di musica ambientale intersecati da elementi industrial, noise e dark, miscelati a loro volta nella spazialità psichedelica della Kosmische Musik. E' da questa vibratile intuizione compositiva che ha origine l'ulteriore ramificazione denominata hybrid-ambient che Paolo, attraverso il suo progetto CircumLiver, trasforma in "clinical-ambient", ovvero un modulo sonico di laptop glacialmente alienato, asettico, privo di qualsiasi imperfezione ed altamente atmosferico. Il repertorio dell'artista menziona esclusivamente tre releases in versione file: l'album "Circumclinical" edito nel 2007 per la label sovietica Clinical Archives, marchio al quale Paolo affidò nel 2008 anche il successivo undici tracce "Komandor Pirx", seguito da questo recente "Hybrid" del 2011 licenziato dalla Adx ed ora eviscerato da Vox Empirea. La track-list dell'opera elenca otto episodi dalle acustiche surreali, ipnotiche, costruite sviluppando gli insegnamenti impartiti dalla pionieristica elettronica risalente ad epoche ormai remote e adattata ai moderni concetti ambient: "The Hybrids are Coming" dispensa eteree sospensioni di suono artificiale dalla densità ed il colore del mercurio, mediante atoni accordi di laptop che si innalzano seguendo un rallentato vortice ascensionale. "Hybrid Speech 01" rimodula le forme allineandole in essenziali scansioni di programming attraversate da replicazioni vocali dalle tonalità robotike, mentre la successiva "Hello Hybrid" propaga continue, stranianti oscillazioni elettroniche progressivamente stratificate. E' la volta delle nebbiose procedure dark-ambient di "Hybrid Clinicalambient 01", traccia che asperge inces santi fiotti di materia fredda rilasciata sottoforma di tenebrose evaporazioni computerizzate. Si giunge quindi a "Melodic Hybrid Ambient 01", caratterizzata da una più armoniosa concezione del suono che ora integra pads translucenti ed impalpabili rarefazioni di programming, elementi anteposti alla successiva "Hybrid Intermission", ovvero un'avanguardistica architettura sonora formata da frequenze monocorde perpetuamente ripetute ed immerse nell'azoto liquido. L'esperienza d'ascolto vissuta con "Hybrid Clinicalambient 02" proietta su un ipotetico schermo mentale immagini di sagome dai profili indistinti che sprofondano con esasperata lentezza in un abisso di buio assoluto entro cui l'unica presenza tangibile è un sound micronizzato che divora il tempo e lo spazio circostante. La riformulazione di "Melodic Hybrid Ambient 02" estingue la title-track estendendo imponenti irradiazioni di tastiera che dipartono da un torpido epicentro composto da modulari fasci di programming, per una su ite profonda che comunica spiritualmente il senso dell'immensità. Confermo la mia più radicale approvazione riguardo l'operato di questo avanguardistico alchimista, CircumLiver: "Hybrid" costituisce un prezioso e riuscito esperimento che combina retaggi elettronici appartenenti ad annate gloriose uniti ad un'interpretazione cosmica del concetto ambient. Nelle buie profondità del suono e ritorno.

  

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—- corde oblique - 'a hail of bitter almonds' - cd - by maxymox 2011 -—

cor Descrivere l'arte musicale appartenente al Maestro Riccardo Prencipe rappresenta per me sempre un'occasione atta a misurare di volta in volta l'evoluzione di quella sezione neoclassical-neofolker meno sottoposta ad ovvietà o ad estemporanee soluzioni armoniche ma, al contrario, pianificata con sottile tecnica ed avvolta da una suggestiva, accessibile aura di eleganza. Più specificamente, il progetto Corde Oblique si rivela uno tra i più rappresentativi interpreti italiani di uno stile definito Neofolk-etereo, genere che contraddistingue da sempre le produzioni di questo quotato artista partenopeo discendente degli ex Lupercalia. Due anni separano quest'ultimo full-lenght "A Hail Of Bitter Almonds" dal precedente ed ottimo "The Stones Of Naples", rinnovando il supporto d'etichetta stipulato con la transalpina Prikosnovénie, label alla quale fu affidato anche "Volontà D'Arte" del 2007. Riccardo Prencipe ritorna quindi con un album strettamente sentimentale, realizzato come abitudine co n la cooperazione di un'estesa ensemble di musicisti, ognuno di essi con lo specifico compito di contribuire all'elevazione qualitativa dell'opera, esito a mio avviso pienamente raggiunto. La line-up di base si compone dello stesso Riccardo (classic and acoustic guitar), l'immancabile violinista Afredo (Edo) Notarloberti, il drummer Alessio Sica, il bassista-contrabassista Umberto Lepore, Luigi Rubino al pianoforte ed il polistrumentista Francesco Manna (cajon/bodhran/daf tar riq tar with brush/jingles/tambourine/caxixi/tombak/darbouka/udu drum/zagat/bells), A questi elementi si aggiunge un'ulteriore rosa di solo-vocalist e strumentisti provenienti da progetti gravitanti attorno all'artista, nomi che scopriremo singolarmente nell'analisi di ogni brano della track-list in tredici atti che apre con l'omonima "A Hail Of Bitter Almonds" e la sua introduzione pianistica alla quale si sommano malinconiche sezioni di violino e le liriche cantate appassionatamente da Floriana Cangiano. Lo st ruggente pentagramma espresso da "Together Alone" rapisce l'anima attraverso tenui intarsi di chitarra classica ed il violino di Notarloberti, accarezzati dalla bella voce di Sergio Panarella che ricama la song con misurate ma dolcissime note di piano. Di nuovo gli intonati vocalizzi di Floriana tratteggiano "Arpe Di Vento", traccia più dinamica, animata da drumming rullante ed arzigolate scie violinistiche, mentre nella successiva "Paestum" riaffiora il romantico neoclassicismo di chitarra, piano e canto, modulo tipico del progetto in questa occasione vocalizzato celestialmente da Annalisa Madonna. "La Madre Che Non C'è" si offre in una veste assai melodica interiorizzante un testo succinto ma carico di profonda tristezza, concetto musicato da lenti arpeggi di chitarra e i vocals diffusi da Caterina Pontrandolfo, in anticipo sulla susseguente "Slide", brano down-tempo e totalmente strumentale costruito da atmosferici apporti di pan-flute, cithara e tympanon suonati da Walter e Luce Maioli del progetto Synaulia. I tratti gentili appartenenti a "Le Pietre Di Napoli" predispongono nuovamente i vocals di Floriana unitamente ai malinconici viraggi del violino di Notarloberti, al piano ed ai seducenti accordi chitarristici inondati successivamente dal tambureggiare della batteria; la cover dei Radiohead "Jigsaw Falling Into Place" attesta la sapiente capacità compositiva di Riccardo che in questa splendida traccia muove perfettamente una coordinata orchestrazione di musicisti i quali ne edificano la struttura con un'armoniosa pluripartita di violino, chitarre, drumming ed i sensuali vocalizzi di Claudia Sorvillo che si articolano seguendo le graduali ascese ritmiche e le successive decelerazioni. "Crypta Neapolitana" propone un surreale cantico dai profili etnici, modulati dalla voce di Caterina in duetto con i fraseggi di Spyros Giasafakis dei Daemonia Nymphe disposti con phatos su una corposa musicalità mediterranea di chitarra, violino e batteria. "Gioia Di Vivere " possiede l'identica, affascinante delicatezza di un petalo d'orchidea, caratteristica esaltata dai garbati arpeggi provenienti dall'Irish mandolin suonato da Duncan Patterson degli Anathema/Ion che si fonde in un unico corpo con la voce di Floriana, dettagli anteposti alla successiva e strumentale "Red Little Wine, così composta, nostalgica e leggiadra nella sua livrea pianistica intercalata da esperti pizzichi corde e soavi flussi di violino. La meditativa "The Man Of Wood" riconduce verso orizzonti permeati di sensibile, romanzesco neoclassicismo nuovamente cantato con mestizia da Sergio con il supporto dei backing-vocals appartenenti a Claudia. "Le Piccole Cose" racconta di quotidiane emozioni interpretate dal dolce canto di Caterina attraversato da quieti accordi violinistici ed un signorile gioco di plettro, così come la successiva "Pietra Bianca" rimanda ad assolati scorci marittimi dai cromatismi blu intenso impiegando il diatonic organ manovrato da Donatello Pisanello degli Officina Zoè e le luminose espressioni vocali di Floriana. L'introspettiva "Su Un Dipinto Di Giovanni Bellini" conclude la track-list cullandosi sulle trasognanti liriche profuse ancora dal canto di Floriana accompagnato da sobri tocchi di piano ed una sottile brezza violinistica. Come la percezione di un particolare profumo riporta alla memoria immagini di vita vissuta, così l'aroma sprigionato da questo album proietta nella mente i fotogrammi della tradizionale cultura mediterranea mescolati ad una trasparente laguna di neo-classicismo. Disco di rilievo, vergato con raffinata calligrafia, un album che i devoti del genere vorrebbero veder diffuso fino al più remoto angolo del mondo.

 

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—- CYLiX - 'Alpha' - cd - by Maxymox 2011 -—

cylix Spettro tecnologico alla massima risoluzione quello dei greci ]CYLiX[, un interessante progetto electro/powerpop/synthie fondato antecedentemente al 2000 a seguito della cooperazione tra i d.j's Plasma G, alias George Lampiris, (synth/guitar/progs/arrangements) e DV/H, entrambi noti in funzione di organizzatori nel circuito dei dancefloors alternativi ellenici. L'anno 2008 vide l'uscita di scena da parte di DV/H, il quale preferì seguire individualmente un percorso di impronta EBM, istituendo allo scopo la sua solo-platform conosciuta come Inline.Sex.Terror. Nel medesimo anno fece ingresso nel disegno Harry Grypaios, aka Harry (vox/progs), quale elemento aggiuntivo nella nuova ed attuale fase artistica dei ]CYLiX[, dal cui assestamento il duo ha intrapreso una precisa impostazione direzionata verso una sempre più concreta elevazione professionale, incrementandola gradualmente affiancando nei concerti band di spicco e remixando tracce appartenenti a realtà altisonanti quali Psyche, F oresin, Lights Of Euphoria, Flesh Eating Foundation, nonchè il citato Inline.Sex.Terror. Ad aumentare l'indice valutativo dei ]CYLiX[ hanno contribuito le partecipazioni alle raccolte "Dark Alliance Vol.4", "Dark Spy Compilation Vol. 36", "Music For The Rising Sun Part VIII" e le prime due edizioni di "Modern Synthpop". Il presente "Alpha" rappresenta il debut album dei protagonisi i quali affidano il suo rilascio alla label Life Is Painful Records, assegnando la relativa masterizzazione dell'opera a Len Lemeire, (Front 242/Implant), e posizionandola meritatamente nella Top 30 di Poponaut. La lista degli undici titoli rivolge immediatamente all'udito un dinamico modulo electro-oriented, "Enter", ballabile introduzione pianificata con un pulsante tracciato ritmico che scorre gagliardamente sostenendo synth e voce loopata. "So Much For Love" dispone un altrettanto danzabile e catturante tatticismo electropopper di specie superiore, comparabile per validità a quello divulgato da bands ben più in voga e punteggiato da un battente apparato percussivo con effervescenze programmate e virate di synths che accompagnano vocals ben intonati. La successiva "Miles Divide" protende verso soluzioni assolutamente aderenti ai De/Vision, tanto da rendere questa traccia incredibilmente simile per calligrafia a molti degli atmosferici episodi del progetto tedesco, riassumendo il sound in uno speculare insieme di evanescenze tastieristiche, drumming mid-tempo e, soprattutto, l'identica, tersa impostazione vocale di Steffen Keth. "Heal Me" prosegue globalmente il solco tracciato dalla precedente song, predisponendo un electropop dalle note incantevoli e ancora devote allo stile compositivo De/Vision-minded, modello replicato anche nella seguente "Don't Let Me Fade" ma con sezione ritmica velocizzata e di ottima ballabilità, evidenziante la propensione dei ]CYLiX[ verso formule dedicate alle piste electro-alternative. La track-list avanza con buona continuità, offrendo successivament e "Keine Zeit", scandita da programming mid-tempo che fissa sul suo tracciato calibrate partizioni di synths, vocals melodici dalla vena sottilmente malinconica in linea con quelli fin'ora descritti e in aggiunta al supporto chitarristico di Anthony Tsikas, lo stesso incluso nelle radiose trame electropop di "In My Veins", potenziale oggetto di danza da parte dei frequentatori degli alternative-clubs. "Deepest Fear" predilige strategie soniche traboccanti di ritmo tecnologico da consolle, esposte dalla forza motrice del programming e da studiati inserimenti di voce e synth che conferiscono alla traccia una verve di assoluto pregio, paragonabile ad un compromesso tra le textures canore dei De/Vision e le possenti falcate electro-dance degli State Of The Union. "Exit" rallenta il tempo pronunciandosi con un mood synthpop gradevolmente nostalgico e strumentale, vocalizzato solo da fraseggi campionati; di diverso temperamento, "So Much For Love" affida la sua rielaborazione ai Lights Of Euphoria i quali ne rinnovano le strutture impiegando un'atmosferica stesura elettronica di tastiere e ritmica clubby, mentre il conclusivo remake di "Heal Me", rielaborato dagli Psyche in versione "after hours Mix", esprime struggenti evoluzioni di canto, piano, synth e drumming rarefatto, per una traccia significativa e di eccellente potere attrattivo. Innegabilmente l'esordio ufficiale dei ]CYLiX[ possiede le caratteristiche di un lavoro riuscito, congegnato con la disinvolta metodica di chi conosce alla perfezione le electro-tendenze più coinvolgenti e le infallibili strategie per proporle con successo. Cliccate il fermo-immagine su "Alpha" ed assaporatene con attenzione i contenuti: sarà un album che ascolterete con una frequenza inimmaginabile.

 

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—- Chronique Nocturne - 'Les Visages De Marbre' - cd - by Maxymox 2011 -—

chroniquenocturne Il sound prodotto dal duo francese dei Chronique Nocturne risponde ad uno stile poliforme che incanala in un unico flusso elementi neoclassici, recitativi, sperimentali e dark ambient, ottenebrati da una minimale strumentalità colma di buio. Emma Wyrd (lyrics/vox) e Le Hibou (music planning/intruments/guitars) dispensano atmosfere crepuscolari, poesia oscura, decadenza ed una continua aura di desolazione interiore, caratteristiche musicali già verificate durante l'ascolto di "Nécrophilie", brano incluso nella compilation "Beyond The Mirror Of Time" recensita da Vox Empirea in queste pagine. Il progetto raggiunge oggi l'obiettivo del debut-album attraverso questa autoproduzione pubblicata in sole 100 copie includenti un booklet di 16 pagine in formato 21 x 14 entro cui sono reperibili i testi delle creazioni e le principali notizie relative al disco. Le musiche sprigionate dalle dodici tracce presentano testi espressi dalla voce di Emma in modalità parlata, liriche inabissate oltre un 'essenziale superficie di strumentazioni a tasti e corde che Le Hibou manovra con la sola finalità di creare un perimetro sonoro traboccante di angoscia ed introspettiva afflizione. La raffinatezza tonale della vocalist, le abbattute liriche pronunciate in lingua francese e lo scheletrico accompagnamento di chitarra elettrica, synth e basso fanno dell'opener "Le Réverbère" una traccia esangue, il cui pallore è accostabile per spettralità a quello riflesso da una luna invernale. "Regarde Ce Corps" replica sotterranee pulsazioni di programming che delimitano una cornice di fraseggi sussurrati e scarni arpeggi di chitarra classica, mentre la successiva "Monsieur Epouvantail" estende nel suo sottofondo una scia di fruscii da vinile d'epoca che perturbano il lugubre trittico di voce, piano e key. L'omonima "Les Visages De Marbre" diffonde il recitato di Emma immerso in un soporifero allestimento sonoro composto da brume tastieristiche, lacerazioni elettriche e corde di chitarra classica p izzicate con suggestiva brevità. Più innanzi si incontrano gli onirici tratti di "Chronique Nocturne", assolutamente tenebrosa, solennemente edificata su parallelismo dark-ambient e neoclassicismo, con protagonisti le elegiache odi proferite dalla singer ed i tormentati pads che ne attorniano le strutture, per giungere in seguito a "Les Oiseaux Dans La Pénombre (intrumental)", brano che materializza l'esperienza di un'incursione nottetempo tra gli intricati meandri di una foresta stregata, impressioni rese vivide mediante un penetrante frinire elettronico che scorre vibrante tra una diafana orchestrazione tastieristica e grevi pulsazioni di basso. L'episodio seguente, "Hyaena", funge da prolungamento dei concetti sonori uditi nella traccia precedente, ovvero un antelucano apparato di suono e rumori elettronico-ambientali supportanti in questa occasione il poema surreale descritto dalla voce di Emma. L'implacabile, potente soffio di un vento nordico annienta ogni possibile riferimento al calore in "Paysage De Glace", traccia spazzata da turbolenze campionate ed orchestrata esclusivamente da ossute melodie di organetto combinate alle assorte elucubrazioni della vocalist. Patema e amore rapito, armonie fredde, smagrite, il tutto in "Douce Obsession", interamente percorsa da cavernosi riverberi dark-ambient e rarefatte punteggiature di piano intrecciate ai toni amari di Emma, sonorità oltrepassate da "Le Dernier Jour", brano da cui sgorga copioso il senso dell'abbattimento, quì risaltato dalle cogitabonde enunciazioni che la protagonista recita affidandole agli echi di una tastiera illune. "Marche Solennelle" segue le identiche procedure del brano antecedente disponendole su un cereo spartito di parole e sinfonie di key dagli accordi monolitici, rumoreggi di un calesse trainato da scuri cavalli, onde che si infrangono, fiamme e campane funeree, toccando infine "Un Autre Monde", traccia di chiusura offerta attraverso un sobrio pentagramma tastieristico, distanti rifl essi di programming e la poetica recitazione di Emma che ancora una volta dissemina la song di suprema tristezza. Disco di una mestizia viscerale, effigie di assillo, di dolore e di indicibile malinconia che consuma l'anima. La smuntezza esecutiva delle sinfonie e l'accento nobile, perpetuamente introverso con cui la vocalist decanta i suoi versi, corroborano l'intera durata dell'album destinandolo ad un uditorio particolarmente incline alle melodie depresse. Questa musica è un sentiero oscuro delimitato da alti cipressi, lungo il quale camminano leggere le ombre con passi calpestanti foglie dissolte. Se ambite al castigo spirituale e alla solitudine, quest'opera è dedicata a voi.

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—- Dawn & Dusk Entwined - 'A L'Aube Des Jours Anciens' cd - by Maxymox 2011 -—

dawndu Nel 2009 ebbi la fortuna di recensire l'album "Cathédrales De Brume", cogliendovi straordinari momenti di maestosa intensità neoclassica indissolubilmente accorpata a rigorose espressioni martial, folk-noir, industrial e perfino dark-ambient, suoni onnipresenti in ogni creazione che rechi il tocco del progetto francese Dawn & Dusk Entwined. Le musiche ideate da David Sabre assunsero la loro fisicità nella prima release autoprodotta sottoforma di nastro, "Myth, Faith, Belief" risalente al 1995, alla quale seguirono nel 1999 "A Leftover Of Gaia" e "Forever War" del 2000, ambedue incisi per la leggendaria World Serpent. Più innanzi, nel 2003, fu la volta dell'album "Remergence" rilasciato dalla label transalpina Athanor che anticipò nel 2004 una realizzazione indipendente non titolata, oltre al 7" "Scherzo" su Eternal Soul Records ed il 10" "A Harvest Of Winds ep" rilasciato nuovamente dalla Athanor. Il 2005 vide la pubblicazione del 10" "The Hikimori Songs", disco che siglò il ritorno di David alla label Eternal Soul Records, succeduto dal sei tracce "Vanitas Vanitatum" del 2007, release che recava per la prima volta il marchio Aube Et Crépuscule. L'eccellente Cold Meat Industry firmò nel 2008 la collaboration di Dawn & Dusk Entwined con la band apocalyptic-folk tedesca fondata da Christoph Donarski, :Golgatha:, sodalizio che generò l'album "Sang Graal", oltrepassato nel 2009 dal suddetto "Cathédrales De Brume" marcato ancora dall'effige Aube Et Crépuscule, label che da allora rilasciò tutte le successive releases: il primo atto su mini-album di "Fin De Siècle-Paris" del 2010 e il presente "A L'Aube Des Jours Anciens" del 2011, identico anno di pubblicazione del secondo capitolo relativo a "Fin De Siècle-London", anch'esso in versione mini-album. Chiude la discografia "Recollection 1994/1999", edito nel 2011 per la Twilight Records. Protagonista di questa recensione è quindi l'album "A L'Aube Des Jours Anciens", disco permeato di fascinosa austerità martial-neocla ssical ed includente tracce incise tra il 2004 ed il 2008, il cui concept si prefigge di illustrare in termini sonori gli antichi fasti e le leggende che dall'origine dei tempi hanno echeggiato tra il suolo ed il cielo europeo, infinitamente prima dell'avvento di ogni monarca e, perfino, di Dio. L'autore tiene infine a specificare per esteso che nessuno degli strumenti udibili nel disco è stato generato da processi di campionamento, ad eccezione del carnyx, antico corno celtico zoomorfo utilizzato in battaglia. L'elenco dei titoli inclusi nell'album conta undici tracce ufficiali, più un'inattesa "ghost track" finale, a compimento di un grandioso lavoro di ricerca sonora che riconferma le spiccate capacità operatve di David sul piano della composizione sinfonica dark-oriented, stile intuibile già dall'ascolto relativo all'opener, "Prophecy", tema dalle nobili iridescenze neoclassiche di tastiera scandite da marziali rullate. "The Ring Of Brodgar" evidenzia un atmosferico dark-folk dal la musicaità epica composta da drumming militaresco, distanti scie prodotte dalla chitarra di Matthieu Emprisse, key e voce profonda, a sostegno di una song ispirata all'omonima struttura neolitica delle Orkney Islands. Si prosegue con la successiva "Unfallen" nella quale i cavernosi accenti di David si muovono tra un rallentato flagello di percussività industrial e tetri accordi tastieristici, precedendo i misteriosi rumoreggi introduttivi di "When The Dragon Awakes Again", traccia dalle musiche cavalleresche, ritmate da secche ed inflessibili sezioni di e-drumming oltre le quali torreggia un fosco pentagramma di key ed un canto oscurato da tonalità notturne che citano parole tratte dal poema bitannico "Goddodin". I vocals udibili in "The Sacred Mount Of Tara" espongono tenebrose locazioni neo-folker sorrette da un algido background strumentale che sa di leggenda, predisposto su bassi toni di tastiera, battute percussive dal passo soldatesco, la chitarra di Matthieu e l'utilizzo del mitico carnyx, per una noir-track che trae il proprio significato dal sito archeologico irlandese di Tara. Pads color bruma trasformati in solenne orchestralità e rarefatto fragore ritmico sospingono le lente procedure martial-neoclassiche di "Prophecy Unveiled", traccia antecedente alle sciamaniche e torpide sonorità di key che circondano interamente "Our Chant Is The Chant Of The Sea", commentata dalla suggestiva voce appartenente a Merissa D'Erlette la quale cita i versi del poema "The Song Of Horsa's Gallery" vergato dal romanziere staunitense Robert Ervin Howard. Note dall'intecalare adatto ad una soundtrack da saga leggendaria, sospensioni di tastiera che trasportano lo spirito in una dimensione irreale, paradisiaca: il tutto in "The Silver Dew Of Telperion", traccia in anticipo su "The Dawn Of Ancient Days", spettrale esecuzione tastieristica dai perturbati profili tribal-dark-neoclassical e dark-ambient, oltre i quali svettano minacciosi i soffi guerreschi di corno. In "Home coming" collimano ultracosmiche sonorizzazioni obscure-martial ed il canto che l'interprete rende suggestivo attraverso accenti traboccanti di mestizia, perfettamente integrati alle meravigliose sinfonie elevate dalla key e dal plettro di Matthieu. Dedicata al nome della Terra, forgiato per essa in ere preistoriche secondo la leggenda di Tolkien, "Sunrise Of Arda" predispone una elegiaca orchestralità di tastiera offuscata da una seconda che diffonde rombi sotterranei, ambedue gli strumenti accarezzati da modulari arpeggi e sussurri echeggiati, attendendo l'arrivo dell'anonima e breve "ghost track" che prende corpo dopo trenta secondi di assoluto silenzio, concludendo degnamente la corsa del disco con una fugace composizione di key dal portamento mitologico e rattristato. Album di prim'ordine, micro-capolavoro ad elevata capacità seduttiva che promette di replicare le affascinanti evoluzioni percepite dall'esordio alla penultima release, prefigurando nella fantasia dell'ascoltatore l 'immagnifica illusione di vivere in epoche ed ambientazioni per le quali il tempo cronologico risulta essere un elemento assolutamente indefinito. Opera colma di magia ed ascetismo, "A L'Aube Des Jours Anciens" rimarrà perennemente nella vostra mente suggestionandovi ad ogni ascolto: sussistono quindi radicate motivazioni per ritenerlo prossimo all'eccellenza.

 

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—- Der Blutharsch + Aluk Todolo - 'A Collaboration' - by Maxymox 2011 -—

derblutharsh L'ecletticismo del celebre compositore folk-martial-industrial austriaco Albin Sunlight Julius, alias Der Blutharsch, emissario di un genere autodefinito dallo stesso artista come "neu kraut musik", manifesta tutta la sua versatilità anche in questo accorpamento con i francesi Aluk Todolo, project di estrazione sostanzialmente rock coniugata in declinazioni metal, avantgarde e sperimentali, la cui line-up menziona il bassista Matthieu Canaguier, il drummer Antoine Hadjioannou ed il chitarrista Shantidas Riedacker. La track-list di questo singolare capitolo conta solo quattro tracce non titolate delle quali nessuna inferiore ai dieci minuti, per una realizzazione firmata WKN, sublabel della celebre HauRuck! L'esplorazione del disco canalizza all'ascolto un sound velenifero, torbido, strutturato attorno ad un orbe di melodie convulse, in cui il predominio chitarristico delinea involuti grafici oscurati da una psichedelìa asfissiante, patologica, incominciando fin dal primo atto che con trassegnerò con "I", una dark-suite dalla carnagione emaciata e dalle dita scheletriche, una costruzione sonica innalzata su lenti giri di basso, percussività ipnotica, organo e stridenti riverberi di chitarra che proiettano sul brano le sinistre ombre del crepuscolo gotico. "II" è una traccia dalla musicalità spettralmente lisergica, collocabile in un plurimo contesto nella stessa misura angoscioso e mesmerizzante, con manicomiali rifrazioni di chitarra ed impenetrabili foschie di organo che affondano entrambe in tripudi di impurità srumentale. La dinamica sezione di batteria che tratteggia "III" funge da basamento per un'allucinogena costellazione di riff di guitar, di organo e di basso i quali, sfruttando le proprie possenti dissonanze, propagano un suono dal nucleo compatto, dall'identica consistenza della pietra grezza. Il regolare battito del programming appartenente alla conclusiva "IV" disegna un lungo percorso trapassato da una pulsante bass-line e ruvidità chitarristica, qu est'ultima capace di distensive interpause, tenebrose accelerazioni sature di elettricità e rientri nello psychedelic-core più raggelante. Release irrequieta come un incubo e come tale portatrice di tormentate visioni. L'enfasi e la cupezza diffusi dalle corde, unitamente all'implacabilità del basso, alle elementari geometrie percussive ed agli spettrali volteggi dell'organo, costituiscono gli elementi per un suono introverso, caratterizzato da una perpetua, incombente aura di minaccia. Lavoro dotato di oscura personalità, "A Collaboration" richiama le strategie del primo repertorio appartenente al protagonista, il quale ora propone al suo fedele seguito una creazione alternativa che potrà inoltre soddisfare gli ascolti tendenti al dark-rock di provenienza sotterranea. Una volta amplificata a pieno volume ed in circostanze di forte tensione emotiva, quest'opera prenderà il sopravvento sulla capacità di connessione con il reale, esponendo l'encefalo ad una sovradose di rumore occulto, ferreo. Splendidamnte enigmatico, splendidamente Der Blutharsch.

 

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- Displacer - 'Night Gallery' - cd - by Maxymox 2011

disp Il canadese Michael Morton, aka Displacer, non necessita di particolari note introduttive, essendo attualmente egli uno tra i più quotati esponenti dell'area electronic/dub/idm planetaria. Questo suo nuovo e promettente album è promosso dalla Tympanik Audio, label che annovera questo artista nelle proprie preferenze, racchiudendo undici tracce elaborate con estrema cura del dettaglio e piena padronanza degli strumenti elettronici impiegati, attitudini che, unitamente ad intelligenti intuizioni armoniche, contribuiscono a rendere "Night Gallery" un ottimo veicolo di interazione tra moderni concetti sonori e la sollecitazione dell'immaginario individuale. L'imprint con cui Displacer marchia questo suo recente lavoro rappresenta l'equilibrato compromesso che intercorre tra il suo tipico stile compositivo ed un maggiore, mirato impiego di affascinanti sospensioni che incantano l'ascolto, utilizzando formule basate prevalentemente su pads estesi e percussività nervosa, staccata, dalla tim brica asciutta, capace di raffinati volteggi in velocità o di repentine frenate, lunghe pause con successive, scattanti accelerazioni. Nella track-list non langue una certa vena malinconica, talvolta orientata verso l'oscuro, che colma gli episodi di significato, adattandoli ad ascolti impegnati in assoluto isolamento dal resto dell'universo; l'album si avvale inoltre dell'opera di masterizzazione curata da Mike Wells, prestigioso tecnico del suono di S. Francisco, nonchè del contributo grafico affidato alla Crime League, fashion label di Toronto che ha ideato l'estetica tridimensionale dei quattro pannelli del digipak. Un incantato corpus di piano-synth emette le prime note che preannunciano "Phantom Limb", opening track, nel cui sviluppo si addensano le corpose replicazioni del drumming elettronico che da lì a breve interrompe il suo tracciato per dissolversi in un'immota galassia di laptop-sound. La scandita cadenza trip-hop di "Invisible" concede spazio a profondi accordi tastier istici, toccate pianistiche e segmenti di e-drum, mentre la successiva e breve "Wave" espande flussi synthetici divisi tra dimensione onirica e visione celestiale. Si giunge alla più dinamica "Radioactive", concepita su una scattante intelaiatura di programming sulla quale si articolano frammenti di melodie astratte con gassose dilatazioni di key-sound, e più innanzi a "Orchid", traccia idm-downtempo che trasmette all'udito basse frequenze di batteria, sonorità flautate di provenienza etnica e frammezzato calcolo percussivo. Inaspettatamente più spensierata, la musicalità di "Ghost Planet" gioca con soluzioni aggraziate ma nel contempo risultato di una sottile elaborazione ritmico-melodica, diversamente dalla susseguente cupezza insita nelle fosche trame di "In Limbo" e dalla struggente nostalgia che sgorga dai cromatismi di "Awakening", musicata da ripetitive, decadenti scale di synth e ritmica midtempo trainante la nebbiosa texture del sequencer. Uno tra i rari episodi cantati dell a discografia Displacer, "Falling" appare punteggiata da electronic-drumming dalle cadenze elasticizzate e da diafane combinazioni di key, pulsante bass line e sobri vocals che aleggiano sulle strutture, concedendo l'ingresso alla breve e scarna marcia intitolata "Foggy Memory" disposta esclusivamente su poche e spettrali toccate di synth. L'album si chiude con le catartiche estensioni sollevate da "Ice Cold", fiabesca e aggraziata ambient-track che diffonde un sound estremamente rilassante; disco colto e di ampio respiro, allegoria di sofisticate electro-formulazioni predestinate ad un pubblico esigente in termini di valore atmosferico. Alta tecnologia sonica, sensibilità, eleganza. Displacer restituisce in termini musicali gli effetti di questa magica combinazione: potrete solo arrendervi incondizionatamente dinnanzi a tanto splendore.

 

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- !Distain - 'On-Off' - cd - by Maxymox 2011

dison Per chiunque desiderasse approfondire gli aspetti biografici relativi all'electropop-duo germanico dei !Distain potrà fruire dell'intervista pubblicata nell'apposita sezione di Vox Empirea. Manfred Thomaser e Alexander Braun raggiungono con il recente "On/Off" il sesto traguardo su album, stilizzando con tecniche sempre più attuali il cliché pop-tecnologico che li contraddistingue fin dal primo ep di quattro tracce "Confession" edito nel 1995. Attivi sia come band ufficiale, remixers e protagonisti in compilations, sia come unità parallele, i !Distain si identificano inoltre nei side-projects Sonictune e Arsine Tibé, impersonati individualmente dai due protagonisti i quali con questi disegni perfezionano i loro personali orientamenti stilistici. La release "On/Off", licenziata dalla label Echozone, denota un consolidato dominio dei !Distain sui teoremi melodici di origine synthie, concedendo molto spazio ad atmosfere emozionali e nostalgiche spesso appoggiate da impianti ritmico-tast ieristici calibrati in modalità danzereccia, avvalendosi nelle prime dieci tracce dell'album del mixaggio e produzione curati da Remi Janotta, ex Psyche ora dedito ad attività rivolte prettamente allo studio recording. L'album presenta inizialmente "The 6th Floor", introducendo la guest-vocalist Seyhan alla quale sono affidati i fraseggi d'apertura ben presto succeduti dal regolare basamento percussivo, dalle lievi toccate di synths e dai caldi vocalizzi che sfociano in un ritornello un pò prevedibile ma allo stesso tempo gradevole. "Mein Weg" combina liriche cantate con armonia a fini elaborazioni electropop coinvolgendo nell'insieme una percepibile ed elegante aura malinconica, mentre la successiva ed interessante "Why (Bootlicking Hypocrites)" si distingue per moderno romanticismo nelle esposizioni di canto e cura dell'estetica sonora attraverso ordinati moduli di programming e tastiera resi ancor più avvincenti da un'azzeccata impostazione "dance". Avanzando nell'ascolto si giung e a "100%" da cui dipartono accattivanti propagazioni di ritmica, synths e vocalizzi che rendono la song un classico esempio di ballabile electropop, così come "Values Of Trust" diffonde amabili geometrie di canto che si articolano in un'ipnotica replicazione electro-percussiva. La singer Tess Fries rappresenta la seconda ospite dell'album, la quale supporta assieme al vocalist il pentagramma canoro di "What Do You Want From Me?", traccia caratterizzata da un synthpop radiofonico orecchiabile e scaltramente indirizzato verso destinazioni d'ascolto più globali, dettagli che anticipano la successiva "My God", electro-song ritmata dalla circolarità del programming attorno a cui Manfred e Alexander ricamano fascinose melodie di sintetizzatore e voce. Una classicheggiante struttura pop-elettronica caratterizza a sua volta "Monokultur", amabile brano suonato da un formale ma coinvolgente schema synthpopper, mentre l'appassionata "Together" espone note electro-nostalgiche di canto e synth t ratte dalla fantasia del moderno sognatore e adattate ad una song ispirata al pop d'avanguardia. "Second Coming" prosegue la track-list disegnando linee canore e strumentali più ampie, raffinate ed eleganti, inserendo i contrappunti vocal-tastieristici aderenti al tipico stile !Distain, fino al raggiungimento di "Mediaeval Presence", accattivante electropop prodotto e mixato da Peter Rainman, strategico sound-designer francese de progetto People Theatre. La rivisitazione relativa a "Mein Weg", in questo frangente elaborata in versione Elektrostaub, prodotta ed architettata da Patrick Knoch, costituisce la bonus-track che conclude l'album, utilizzando danzabili simmetrie di programming e synths arricchite da arrangiamenti più corposi e sofisticati. "On/Off" è di per sè una release fluida, completamente adatta alle correnti d'ascolto di natura alternative-synth-pop ma con fisionomie ammiccanti a soluzioni più leggere e di vasto consenso rispetto a un tempo, il tutto pianificato con la consueta, impeccabile vocazione elettronica che il duo ha saputo alimentare ed accrescere fin'oggi. Per chi già segue i !Distain o per chiunque protenda verso uno gusto musical-tecnologico sobrio, garbato, espressivo. L'esatto comromesso che intercorre tra moderna teoria pop e buon gusto.

  

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—- Dyskinesia - 'Dys-Ki-Ne-Sia' - cd - by Maxymox 2011 -—

dyskinesia Quintetto piacentino oscillante tra la gamma sonora dark-ambient, power-noise, post/hard-rock ed astrazioni sperimentali di indefinibile appartenenza. L'attività discografica della band concentra la propria evoluzione nel triennio 2007/2010, dapprima con il limited edition a 500 copie rappresentato da "Live In Prypiat", edito dalla Varjot Productions, seguito dall'omonimo cinque tracce "Dys-Ki-Ne-Sia" del 2008, ora in esame nella redazione di Vox Empirea. In tempi più recenti l'ensemble ha pubblicato altre due realizzazioni: "Dyskinesia W/Corpoparassita", una creazione progettata con il citato duo drone-ambient alessandrino, succeduta dal two-tracks "Stay Depressed, Kill Your Self", split tape con interpreti i protagonisti in cooperazione con Gioventù Suicida Studentesca, ovvero Emanuele Ratti, poliforme compositore experimental/indus milanese noto inoltre come Aethere, solo-project dalle suggestive cromature obscure-ambient. Meritevole di risalto è anche la partecipazione dei Dyskin esia alla raccolta "Clouds From The Earth (Neuroprison Vol.2 Compilation)" del 2009, all'interno della quale la band integrò il brano "Dalla Nascita". Contenuto in una sleeve 7" dai colori bruciati, "Dys-Ki-Ne-Sia" è un ep che ingloba tracce dalle tempistiche variabili, estese da cinque ad oltre tredici minuti e suonate dalla seguente line-up: Koma (guitars), Sisto (guitars/synth), Fede (vox), C (bass/noise) ed il drummer Enrico. La firma della release è affidata alla trinità Frohike Records, Cold Current Productions e Creative Fields, per un'opera dalla musicalità spesso tumultuosa, abrasiva, apocalittica, come illustra inizialmente "L'Ultimo Giorno", esecuzione adombrata da vulcanici riff di drum-guitars che gareggiano alternando vicendevolmente esplosioni elettriche e tese manovre percussive, in un brano al limite del doom più incendiario. Altrettanto minacciosa e letale, "Giorno Zero (Fallout Primario)" propaga nel suo lungo segmento introduttivo un sound gelido ed espanso di chi tarra distorta, una sorta di immota dilatazione in attesa del successivo, cruento sviluppo in cui la percussività arde con sinistra energia, le spettrali risate echeggiano inquietanti ed il suono diviene aggressivo, deturpato da stridori chitarristici parallelamente ad eruzioni di drumming e rumoreggi d'altri mondi. L'interminabile stato di trance ipnotica a cui conduce la replicazione di guitar in "Il Primo Giorno (Fallout Secondario)", dilaga nell'udito come un'ossessiva ondata di chitarra dagli scarni accordi, ricolmando la song di phatos ritmico espresso da torve, identiche battute senz'anima che nella loro fase discendente sembrano cadere sullo spartito come corpuscoli alieni. "Il Secondo Giorno" replica, evolvendolo, il tracciato del brano precedente, esponendo acustiche dai connotati apocalyptic-rock, imponenti risacche di guitars, un allucinato background di urla, arroventati stacchi percussivi e sotterranei apporti di synth. La prolungata deformazione di chitarra appartenent e all'ultima traccia, "Adesione Al Principio Di Conservazione Della Materia", copre gran parte del proprio pentagramma, generando una tagliente frequenza monocorde intersecata da pesanti, lente cadenze ritmiche ed interpause dark-ambient oriented. Disco spietato, a tratti estremo, permeato di un vigore oscuro. Il suo nucleo è dominato da rifrazioni soniche figlie dell'incubo che tormentano incessantemente ogni singolo istante della track-list, introducendo nel contempo un opprimente, irrevocabile senso di sgomento. La compattezza dell'acciaio risaltata dal corpus percussivo-chitarristico, il completo annullamento di ogni melodia unitamente alla gravosità delle atmosfere, fanno di questo ep un'opera particolarmente accessibile ai cultori del buio e dei suoni che richiamano alla mente scenari di devastazione, abitati da forme di vita aberranti e dallo sguardo omicida. Compatibilmente con il gergo medico-patologico proprio del nome, Dyskinesia significa alterazione decrescente post-farm acologica dei movimenti volontari del corpo con aumento anomalo di quelli involontari: chiunque trovasse naturali affinità con la descrizione di questa oscura release se ne impossessi e sarà pervaso da incontrollabili tremiti interiori impossibili da sedare.

* E *

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- Eisenfunk - 'Pentafunk' - cd - by Maxymox 2011

eispen Terzetto tedesco la cui line-up menziona i nomi di Arthur Stauder (live-drums/vox), Michael Mayer (progs/composing/vox) e Toni Schulz (live d.j. set/vox). L'ensemble è giunta alla sua quinta release ufficiale, "Pentafunk", a seguito del debut album omonimo "Eisenfunk" del 2007, dell'ep "300" posizionato all'epoca nella DAC (German Alternative Charts) per otto settimane consecutive, oltre che dai full-lenghts "Schmerzfrequenz" e "8Bit", editi rispettivamente nel 2009 e nel 2010, questi ultimi due, come il più recente "Pentafunk" ora in esame, licenziati dalla prolifica label Danse Macabre. Il marchio stilistico della band verte su un energico schema indus/EBM dalle sfumature austere e ballabili, dettagli che lo rendono idoneo ad ambiti d'ascolto che necessitino di forti spinte ritmiche e modelli sonori in linea con le più attuali tendenze electro-clubby oriented. Il rilascio di "Pentafunk" ufficializza il quinto anniversario del progetto, celebrando con una capiente track-list di sedi ci brani le liturgie tecnologiche tipicamente dancefoor ad uso dei d.j.'s ultra-alternativi e degli electromani inclini ad un suono vigoroso, spesso esclusivamente strumentale e privo di compromessi. Il trionfale inno televisivo di eurovisione ripreso come opener in "Introludium" preannuncia la successiva "Pentafunk (Eisenfunk 5.0)", episodio dotato di pneumatiche propulsioni di e-drumming scandite da acide toccate di synth e frammenti vocali. Prosegue l'elenco "Pestilenz", architettata su un battente modulo EBM vocalizzato in lingua germanica e pianificato per techno-dances spossanti, seguita da "Prehistorical", anch'essa eretta su sezionate rotazioni di programming, tratteggi sequenziati e atmosfere robotike. Altrettanto scandita "Neandertal" propone assetti vocali e percussivi che richiamano sonorità techno-tribali da ballare a perdifiato, mentre la successiva "Traditional" piega in toto verso soluzioni marcatamente EBM dalle irresistibili evoluzioni tastieristiche simili a pseudo -sinfonie artificiali. Si approda quindi alla strumentale "Taiko", costruita su ancestrali comparti ritmici, fascinose intersezioni di synth e danzabili accelerazioni, così come la stupenda e grandiosa marcia elettronica di "Jericho" innalza sferzanti formulazioni percussive segnate da epica marzialità attorno alle quali gravitano fuggevoli toccate di tastiera ed accordi di violino campionato per una traccia nobile e marmorea. Le ammortizzate scansioni appartenenti alla successiva "Vampire Hunt" si replicano parallelamente al lavorìo di synths, combinazione che elabora un brano dalla percussività flagellata e colma di spunti danzerecci, elementi che precedono l'ingresso di "Eiszeit", anch'essa posizionata su robuste quanto severe curvature EBM da pista. "Funk'n Base" è un ordigno techno-avanzato dalla possente, elegante velocità ritmica, suonato mediante duelli tastieristici dall'elevato grado di ballabilità, mentre la susseguente danza per androidi "Uncle Sam Needs You (To Move Your Feet)" protende verso modulari cicli di programming assemblati a loops vocali e cinetiche scosse di synth. "Camperglück" articola un insieme di futuristica tecnologia dancefloor azionata da dinamici impulsi programmati e vocalizzazioni pre-impostate, mentre la divertente "Jinglefunk" gioca elettronicamente con le note natalizie di "Jingle Bells", ben diversamente dalla successiva rivisitazione di "Pentafunk" remixata dai Centhron i quali apportano alla traccia allegorie ancora più clubby. La medesima traccia "Pentafunk", ora riedizionata dai Body Harvest, conclude l'album ornando il titolo con un azzeccato corollario di arrangiamenti dance-minded; disco attraente, moderato, offerto all'entourage technofilo incline alle sonorità più esplicite. "Pentafunk" riserva un sound da "aggregazione" per danze collettive che le legioni di EBM-listeners accoglieranno con rinnovato ardore...one more time, pump up the volume!

 

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- Electric Press Kit - 'Torsions' - by Maxymox 2011

ele In questi ultimi anni la Francia si dimostra una fucina assai prodiga di pubblicazioni riferite al settore post-punk, caratteristica che denota che il vivace recupero di questo sottogenere prosegue ininterrottamente la sua ascesa. Il duo parigino degli Electric Press Kit, progettato nel 1996 da Emmanuel D (vox/guitars/progs) ed il bassista Jef J, rappresenta l'ennesimo epigono di questa storica corrente musicale orientando inizialmente le proprie costruzioni sonore verso una mescolanza tra punk grezzo ed elementi industrial, perfezionando poi nel tempo il proprio stile volgendolo in direzione di un post-punk di prima istanza, duro ma disciplinato da concetti più moderni e fruibili. "Torsions", secondo album, perfeziona la fase di partenza intrapresa nel 2006 con il precedente full-lenght "Analogic" armeggiando ora con un suono teso, depresso, carico di nevrastenie; l'eclettica verve creativa tipica di Emmanuel si manifesta inoltre in ulteriori formulazioni disciplinate dall'indus-noi se attraverso il suo personale side-project denominato quasi analogamente Electronic Press Kit, disegno per il quale l'artista ha concepito due ep's editi su cd-r, "The Death Instrumental Session" ed una release non-titolata incisa con la cooperazione di Franz No. Focalizzando l'attenzione sul recente "Torsions", esso viene licenziato dalla label Blu-Crush Records con una track-list di dieci brani dalla velocità e durezza variabile che prendono slancio dapprima con gli scanditi beats della drum-machine appartenente a "This Night" entro cui intercorrono i cadenzati vocals di Emmanuel che si articolano tra un siderurgico accompagnamento di electric guitar. Drumming scattante, dinamico per la successiva "Born In Roswell" arroventata da chitarre in presa diretta e vocalizzi esplicitamente post-punker, ovvero pronunciati senza particolari intonazioni, crudi e rabbiosi. "Always Alien" riduce la velocità percussiva assestandosi in un modulo after-punk dai toni paranoici e dalla musicalità r uvida edificata primariamente dall'alta tensione chitarristica, la medesima udibile anche in "Venom", traccia dalle strutture complessive identiche alla precedente ma con un'impostazione vocale più sinuosa. Si giunge a "Tout Ce Qui Détruit", episodio che mescola abilmente gli attriti strumentali del post-punk con linee di voce ammorbidite dal canto di Emmanuel sommato a quello ancor più carezzevole della guest-vocalist Mélanie, in anticipo sulle secche e lente battute percussive di "Cold In April", improntata su nostalgici standard post-punker di provenienza 80's. Un selvaggio drumming compete per primeggiare con il lirismo psicotico ed i febbrili, vulcanici riff di chitarra presenti in "Power Of Hate", mentre nella susseguente "Sayonara Baby" si distinguono nuovamente gli epocali insegnamenti del dopo-punk radicale, così come l'amarezza della successiva "Die" si diffonde nell'asciutta e rallentata scrittura di guitar, basso, percussioni ed un canto incurante delle armonie pre-impost ate ma proferito con sofferta naturalezza. Nell'omonima e conclusiva "Torsions" è percepibile l'impronta globale assegnata all'album che in questo atto somma in equa misura l'asprezza della chitarra, la ritmica programmata, le punteggiature di basso ed i vocalizzi insani di Emmanuel, mai particolarmente armonici per definizione ma adattati ad una musicalità ispida che non concede spazio a finezze melodiche. Disco genuino, privo di pretenziosità, esposto con il solo intento di restituire onore e vita un genere per anni a rischio di estinzione ed ora in progressiva, irrefrenabile crescita. Post-punk is not dead!

* F *

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—- - Fluor - 'Ciclo De Thule' - cd - by Maxymox 2011 -—

fluci Letteralmente identificabile fin dal 1998 attraverso l'epiteto Fraternitas Luminis Universalis Ordo e quale solo-project proveniente dall'Argentina, Fluor esordì nel 2006 con l'elaborata autoproduzione su dvd "Trìlogia Incubica" al cui box l'artista incorporò la prima edizione del presente cd "Ciclo De Thule". Questo omonimo titolo rappresenta, assieme a “The Incubus’s Panopticon” del 2006 e “Opus 23” del 2007, la video-track-list del suddetto dvd che consta tecnicamente di tre films dalla media estensione ispirati all'Incubismo, una neo-corrente estetico-concettuale concepita da Diego Arandojo e Sebastián Zurutuza, incorporante i fondamenti "incubo" e "cubismo". Il genere espressivo scelto da Fluor è un gelido mixage di sperimentalismo, avanguardia elettronica, industrial e, in particolare, un dark ambient dai tratti arcani, cosmici. L'opera sonora in esame rappresenta la rimasterizzazione della versione originale di "Ciclo De Thule" riedizionata interamente dalla label di supporto GH Records, mentre il concept racchiuso nelle quattro suites, due delle quali ulteriormente suddivise, si riferisce alla leggendaria isola di Thule ed il mito degli Iperborei. Austero, mistico, il disco propende verso sonorità irreali che durate la lunga percorrenza di ogni traccia assume una moltitudine di varianti: dall'oscurità e la freddezza più impenetrabili alla suggestione più incantata, toccando lidi densi di formulazioni angoscianti e pura alienazione tecnologica. Il primo atto, "Ciclo De Thule" si scinde tre sottocapitoli fusi in un'unica, estesa suite: "Thule Nordica", tratto iniziale, diffonde una tenebrosa spazialità di laptop dalle soluzioni tipicamente dark-ambient, così come il contiguo segmento "Inversion Of The Poles (5491)" elabora una modulare e saturata scansione di programming di orientamento post-industrial a cui si unisce infine la sezione ancora marcatamente obscure-ambient di "Thule Surica", simile al glaciale soffio del vento nordico. Solenni ed altrettanto suggestive, le basse frequenze di "Ex Norde Lvx" colmano il suono con secchi ed ipnotici e-beats, pads sotterranei, sussurri echeggiati e gassosi noises, mentre la successiva "Cryognosis" articola una rarefatta, lenta linea percussiva alla causticità della tastiera che in questo episodio propaga aspre interferenze ed un claustrofobico lavorìo computerizzato. Dalla conclusiva "Fenris Invicto" si diramano i due paragrafi uniti "When The Wolf Devours The Sun", mesmerizzante congegno in perfetto equilibrio tra dark-ambient e industrial dal sound vaporizzato e scandito lisergicamente dalla drum-machine, e "Ice And Fire (Ritual VII)", strutturata su un robotiko impianto ritmico, micro-effervescenze elettroniche ed urticanti espansioni di laptop. Album dal netto simbolismo artistico-culturale nonchè prodotto di buon valore espressivo, "Ciclo De Thule" ricerca nell'epopea nordica l'impulso per adattare la mitologia al movimento sonoro, raggiungendo pienamente questo non semplice obiettivo. Se contempate il genere descritto, Fluor ed il suo ciclo troveranno sicuramente degna collocazione tra le vostre priorità d'acquisto.

 

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—- F.ORMAL L.OGIC D.ECAY - 'Apocalypnosis + samplers' - cd - by Maxymox 2011 -—

Apocalypnosis Non è affatto una dote comune per un unico musicista saper concepire plurime e contrapposte discipline sonore concretizzandole sottoforma di altrettanti singoli progetti. E' esattamente ciò che riguarda l'operatività musicale del livornese Luigi M. Mennella, compositore meglio conosciuto attraverso il suo disegno dark-gothic denominato En Velours Noir ed ancora con la piattaforma neo-folker-ambient Furvus. Oltre ciò è stupefacente notare quanto la flessibilità artistica di Luigi aggiunga ulteriori sviluppi alle espressioni stilistiche citate, proponendo con questo suo ennesimo side-project F.ormal L.ogic D.ecay un solido stereogramma industrial-power electronics ricolmo di drammaticità. L'album in esame costituisce nientemeno che la rimasterizzazione dell'omonimo titolo rilasciato nel 1999 dalla Anaemic Waves Factory, label appartenente allo stesso Mennella, il quale ne ha riedizionato la relativa track-list esternandone ex novo l'allucinato protocollo tecnologico. Suoni agghiacciant i, opprimenti formulazioni elettroniche, gelide interpause di laptop e tensione catastrofica sempre in presa diretta: ecco in sintesi la descrizione di ciò che ho rilevato nel più recente "Apocalypnosis" e nelle nove samplers-tracks estrapolate da varie e datate realizzazioni. Il percorso incomincia con il primo dei cinque episodi non titolati estratti dall'album ai quali assegnerò personalmente i numeri romani: l'inno nazionale tedesco introduttivo udibile in "I" viene ben presto subissato da laceranti emissioni di noises unitamente ad iperfrequenze belliche, dettagli riscontrabili anche tra le sovrastrutture elettroniche di "II", saturata da dolorose distorsioni, folate radioattive e solenni punteggiature di tastiera. Innocenti vagiti spazzati da cruenti ed impure devastazioni soniche si odono nella schizoide "III", mentre i venti dell'Apocalisse soffiano taglienti ondate di antimateria edificando i basamenti di "IV". Un' imponente turbolenza elettronico-rumoristica sottopone l'udi to a trapananti gettiti di noises, scosse ipercinetiche e furore sintetico, elementi diffusi impietosamente dalla conclusiva "V". Trasferendo l'attenzione alla prima delle nove tracce contenute nel cd-sampler mi imbatto dapprima nelle spettrali atmosfere dark-ambient esalate dal mcd "Lac < hr > onic" edito nel 2003 per la Anaemic Waves Factory, capitolo dalla strumentalità essenziale, adombrata, diametralmente opposta a quella generata dalla successiva live-track "_8703 Last Harsh Expression" incorporata nel sampler "The Power Popagnda" del 2003, episodio dall'incendiaria indole power-electronics espressa mediante informi stratificazioni di sound tecnologico, lugubri rintocchi di campana, sinfonie loopate introdotte tra detonanti immissioni di rumore iper-processato e siderurgico. Articolata ed altamente comunicativa, "Antropophagus" si rivela un brano contenuto nel magazine-sampler "Readrome V..1..0" edito per la Rustblade nel 2004, inscenante per l'occasione la trama sonora e gli scamp oli recitati di un horror-movie a sfondo cannibalistico, elementi inseriti dall'artista in un coinvolgente contesto di key. "La Prima Volta", estratta dal sampler "Snuff Electronics" del 2003 rilasciato dalla Butcher's House, presenta inizialmente i romantici fraseggi di un film pronunciati da due giovani innamorati, effusioni dilaniate in un punto strategico da un improvviso quanto violento flutto di noise che immediatamente ne deturpa le strutture amplificandosi in soverchianti nebulose di sound sporco e acuminato. "That Old Black Magick", reperibile nel sampler "Arte Noise" pubblicato nel 2006 dalla DT/Noise Industry, è uno sperimentale ibrido costruito attraverso gassose propagazioni di suono dark-ambient fuse a freddo con un soffocato motivetto jazzato, elementi che anticipano i quattro passaggi inclusi nella buia track-list dell'album "Løvstakken" licenziato nel 2001 dalla Dark Vinyl: il primo, "Omnia", propone una solenne architettura quasi obscure-ambient tratteggiata da lung hi pads ed un rarefatto gocciolare sintetico, così come la lenta espansione tastieristica di "Mutantur" ghiaccia lo spazio posto innanzi ai diffusori acustici mediante cristalline spirali di programming e successivi, importanti accordi dalla timbrica greve. "Nihil" procede elevando cupe trasmissioni di dark-sound, tuonanti echi di sottofondo e morbide fluttuazioni sequenziate, fino a giungere all'atto finale sia del full-lenght che del cd-sampler, ovvero "Interit", un minimale insieme di sonorità dall'aria marziale composte da poche retroflessioni pseudo-percussive echeggiate in un liquido modulo di programming. Artista poliedrico ed inquieto, Luigi M. Mennella rivela attraverso la sua identità F.ormal L.ogic D.ecay il suo lato più avanguardistico e tenebroso, scomponendo totalmente il concetto armonico e caricando il suono, specialmente nell'album "Apocalypnosis", con polarità assolutamente tormentate e psichicamente letali. Ogni traccia ascoltata comunica adeguatamente il proprio p atologico vigore elettronico e, nel caso dei samplers, anche una mirevole capacità di creare atmosfere sospese tra estasi e incubo. Opere concettualmente di apprezzabile livello, attendono solo l'opportunità di essere scoperte e valorizzate da uditi oltre il consueto, che sappiano interpretare appieno ciò che il Messaggero brama comunicare: l'Apocalisse cavalca lesta e questo suono sarà il suo più terrificante Annuncio.

* G *

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—- Genocide Organ - 'Under-Kontrakt' - cd - by Maxymox 2011-—

geno Le attuali congiunture economico-politico-sociali che affliggono il Pianeta Terra alimentano il modello creativo adottato fin dal 1985 dai tedeschi Genocide Organ, hard-industrial/power electronics ensemble dal carattere irriverente, provocatorio e totalmente anticonvenzionale, perennemente dedita a suoni taglienti impiegati come strumenti di denuncia e attacco frontale contro i centri di potere che regolano le sorti e la quotidianità della specie umana. Le brutali acustiche prodotte dagli strumenti della band travolgono indistintamente i responsabili delle ingiustizie, delle ipocrisie e dei disagi globali, attraverso dolorose emissioni di electro-sound in combinazione ad interventi vocali filtrati o loopati, sempre estremamente concisi e simbolici. Eventi militari, speculazioni sotterranee, atrocità, falsità governative: nulla sfugge all'occhio vigile di Wilhem Herich, Doc M. Riot, Brigant Moloch e D.A.X. i quali giungono a questo recente "Under-Kontrakt" dopo i cinque anni che sepa rano la citata release da "In-Konflikt", entrambi, come del resto l'intera discografia del progetto, licenziati dalla memorabile label germanica Tesco Organisation, interponendo tra i due full-lenght il buon "Live In Japan" del 2009. "Under-Kontrakt" incentra il suo concept sull'antica ed allo stesso tempo moderna figura del "mercenario", soggetto vivisezionato sonoricamente con la nota, spietata lucidità sonica dei Genocide Organ, per una riconversione dell'identità del tema prescelto quì tramutato in rumore tecnologico dai tratti laceranti ed oscuri. Si incomincia con "Error", torbido filamento introduttivo simile ad una modulazione aliena, immergendosi in seguito tra il siderurgico sound appartenente a "It's Over", in cui l'ossessivo ronzìo synthetico ed il teso fraseggio del vocalist provocano nella mente un incessante stato di allarme. "Forever Whore" emette una meccanica sequenza di onde punteggiate da gelide, distanti espressioni di voce su un fitto reticolo di effetti elettro nici. "Denard" fiammeggia tecnologicamente utilizzando lancinanti flussi di tastiera impostata su modulazioni sorde ma dense di materia caustica, così come le ipnotiche forme vocali di "Prince" si replicano schematiche ed identiche durante il corto minutaggio della traccia. Spettralmente avanguardistica, "I'm With You All Days" è un techno-proclama dominato dal gelo delle macchine che propagano ventate di suono crudo, abrasivo, metallurgico, avvolgendo la cupezza dei testi e le disperate urla in sottofondo. "Tamil Eelam" ferisce l'udito mediante una prolungata interferenza elettronica nel cui nucleo si snoda un soffocato commento vocale, mentre il cavernoso respiro di "Armor Group" diffonde algide risonanze, muti aliti tastieristici e robotici vocals. "S.Low" riflette atmosfere antisolari, collocabili in un contesto similmente dark-ambient colmo di espansioni di laptop dalla timbrica minimale, in anticipo sulla successiva e ben più accentuata struttura di "The Lord Is My Light, prodi ga di inflessioni industrial-electronics che fungono da introduzione alla soavità del liturgico coro nel finale non privo di ironia. L'album termina con "We Are Here To Have A Good Time", segmento composto da un'acida nebulizzazione di techno-noises ed umbratili vocals rivestiti di palpabile alienazione. Disco estremamente diretto, significativo e di non facile decrittazione, congegnato con rabbia e conflittualità. Tutte le undici tracce di "Under-Kontrakt" recano l'indelebile impronta esecutiva dei Genocide Organ, ovvero una miscela di sound ispido, assolutamente privato di ritmica e forme distinte, entro cui si rincorrono emissioni electro-psicotiche, trasversalità industrial e, soprattutto, disprezzo indirizzato verso le convenzioni e l'odierna configurazione dello stato sociale. Consigliato a chiunque sappia recepire la potenza sonora come veicolo per infrangere ogni possibile censura.

 

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—- Gianluca Becuzzi - '[In]visible Fields' - cd - by Maxymox 2011 -—

gluca Ora che il silenzio e le ombre hanno definitivamente siglato il loro predominio sul vuoto palcoscenico Kinetix, Gianluca Becuzzi prosegue il suo percorso solistico costantemente indirizzato verso cerebrali sviluppi sonori di matrice experimental-electronics e, ancor più dettagliatamente, abstract-ambient. In questa double-opera che l'artista denomina "[In]visible Fields" vengono convogliate le alchimie prodotte dalla disincantata creatività di un musicista tecnicamente vissuto, che ha fatto del sound avanguardistico un efficace strumento di contatto e comunicazione. La release in esame rappresenta di fatto una mirata raccolta di suites concepite, prodotte e masterizzate presso il Kinetixlab dallo stesso Becuzzi, il quale oltre al presente lavoro ha rilasciato sotto il suo esplicito nome il solo-debut "Memory Makes Noise" del 2006, l'album "Play To Bn Chora" forgiato in duetto con Luigi Turra, l'ottimo "So Far" edificato nel 2009 in cooperazione con Fabio Orsi e (etre), alias Salvator e Borrelli, contando inoltre una produzione parallela inclusa nel doppio "NotteRossa" il cui relativo secondo cd racchiude l'estesa "Rednight", composta interamente dal nostro protagonista. Come preannunciato, "[In]visible Fields" consta di sei episodi pianificati appositamente per supportare musicalmente le sezioni visuals durante una moltitudine di esibizioni artistiche che spaziano dalla scultura alla recitazione, toccando le mostre pittoriche fino alle live-sessions dell'eXperimenta Festival di Piombino. Il disco, licenziato dalla label Silentes Minimal Editions, si avvia con la sinistra "For E.A.P.", una rivisitazione in chiave sonora di un brano teatrale ispirato alla celebre novella gotica vergata da Edgar Allan Poe "The Pit And The Pendulum", disposta su un'unica, secca, iniziale battuta percussiva che estende oltre essa un sospeso diagramma di rumoreggi, vento notturno, filamenti di note surreali e scricchiolii, raggiungedo in seguito uno spettrale arpeggiare di corde disso lto tra rombi sotterranei, percussività cavernosa ed oscuri flussi di magma sintetico. "The Cage" risponde perfettamente a connotati da live-act, costituendo essa una costruzione sonora ideata da Becuzzi atta a supportare la performance "Strade Bianche", composta all'interno dell'angusto spazio della "botte etrusca", utilizzando basi pre-impostate che diffondono un penetrante sibilo elettronico attraversato dal gracchiare e dal cinguettìo emesso da differenti volatili. Si giunge quindi all'asettica "Radio Trans It", risultato di una complessa e allo stesso tempo minimale opera di sonorizzazione prodotta all'interno di un palazzo rinascimentale, esperimento che prevede inoltre l'acquisizione e la propagazione delle acustiche attraverso un impianto radiodiffuso congegnato da Pietro Riparbelli-K 11 che egli stesso definisce "Camera Sonora For 4 Radiodramas": ne risulta un prolungato filamento suddiviso tra l'alternanza di una glaciale voce da speaker succeduta da femminei, esangui cori provenienti da una notte popolata da entità inumane, per una traccia lugubre, incorporea, assolutamente d'effetto pur nella sua scarna espressività. "Water Memories" è stata proposta in occasione dell'eXperimenta Festival 03 di Piombino, evento di cui Becuzzi è direttore artistico ed organizzatore: l'ascolto di questa particolare traccia corrisponde ad un'eccellente occasione per "visualizzare" i sound-acts vissuti in quella specifica circostanza, ovvero un susseguirsi di acquosi effetti sonori e field-recordings originati dall'audio-esperimento svolto presso un sito risalente al diciassettesimo secolo. Il primo volume dell'opera si conclude con il cristallino e metallico segmento appartenente a "Breaths", elemento sonoro che viene prolungato quale atmosferica base per ambientare la presentazione dei ritratti creati dal genovese Francesco Arena: all'iniziale linea acustica sopra descritta si aggiungono rarefazioni di corde ed un susseguente, burrascoso impeto elettronico simile ad un meccanismo alieno a regime massimo. Quarantotto minuti corrispondono al minutaggio del secondo disco dell'album contenente un unico episodio intitolato "[In]visibility" che in questo atto offre buie manovre di laptop in modalità ambient intercalate ad un elementare e vario rumorismo tra cui quello generato da carta e pietre, insieme che Becuzzi definisce oculatamente "semi-impro electroacoustic live-set". La sinergia di tali sonorità, sia nominali che fisiche, viene incanalata microfonicamente e lavorata da Becuzzi mediante l'impiego di apparecchiature elettroniche, evidenziando così la duplice dimensione che separa il "visibile", rappresentato dalla solidità degli oggetti manipolati, separata da ciò che si definisce "invisibile", ovvero l'intangibilità dell'apparato virtual-acustico suonato. Reputo "[In]visible Fields" un componimento intellettuale, a tratti chimerico, comunque rivestito di pregevole inventiva. Mirabile è inoltre il grado di coinvolgimento sprigionato dalle tracce che aderiscono con eloquente fascino e presa emotiva ai relativi contesti scenici per i quali sono state create, suscitando l'identico feeling anche attraverso un ascolto individuale purchè testato da menti antidogmatiche e spiriti altamente recettivi. A Gianluca Becuzzi il merito di essere riuscito a dare corpo e movimento ad un astruso concetto sonico che non sembrava possedere nè vita, nè forma. Ennesimo, piccolo prodigio dell'ingegno post-alternativo.

* H *

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—- HAVEN - 'Amity' - cd - by Maxymox 2011 -—

hav [Haven] è un progetto nato nel 2005 dall'ingegno del polacco Marcin Jarmulski (electronic instruments/progs) il quale, nel 2009, aggiunse alla piattaforma la vocaist/cellista Magda Glocka e più recentemente il chitarrista Michal Brychcy con Jakub Skowronski ai live acts. Lo stile musicale prodotto spazia dall'alternative-ambient all'electro-industrial, ibrido ascoltabile nelle cinque realizzazioni appartenenti al loro curriculum discografico firmato da labels dal comprovato spessore quali Tympanik Audio, Rage In Eden, War Office Propaganda ed infine Zoharum, a cui è affidata la pubblicazione di quest'ultimo album "Amity". Quello degli [HAVEN] è un sound sciamanico, ricco di suggestivi richiami etnico-spirituali tessuti elettronicamente in dodici tracce delle quali "Let Me Love Go" rappresenta l'opener: una fredda linea di drum machine mid-tempo e punteggiature di samples ne articolano la struttura armonizzandola al successivo mantra replicato in tutta la lunghezza di "Somewhere In Th e Middle East" ed incastonato all'interno di un vivace corpus electro-ritmico. L'arabeggiante "Jerusalem Under Fire" posiziona le sonorità su percussioni tribal-avanguardistiche e femminei loops, mentre le sorde pulsazioni di "Nothing To Go On" si convertono in base ritmica a sostegno dell'etereo canto di Magda. "No Way To Exit (Modern City Lament)" configura un estatico ambient-downtempo levigato dalla voce e dal cello della vocalist distesi su pads da sogno, deviando in seguito verso il circolare segmento percussivo dagli accenti etnici esplicato in "THC". Arcane liturgie mediorientali immerse in ronzii di e-noises si odono nelle procedure di "Transmission", soporifera ed allo stesso tempo mesmerizzante, in anticipo sull'altrettanto meditativa "Great Big Ocean", percossa da un lisergico flusso di e-drums a traino delle monocromie vocali di Magda e circondata da mercuriali scie di tastiera. Un cupo testo tecnologico pronunciato in modalità "parlata" è udibile tra i gelidi pads di "A fter The Sunset" a cui seguono le austere scansioni ritmiche, i loops e le keys appartenenti a "Wake Up". Un'affascinante ethno-electro-ambient si distingue invece in "The Knife", tratteggiata dalla voce di Magda anticipante i paradisiaci synthetismi della conclusiva "Final Cut", traccia che espande estasianti nebule di key e robotici interventi vocali. Disco gradevole, benchè il trend delle strutture non si innalzi per originalità a livelli di eccellenza. L'arcaico si interseca all'avveniristico, l'astratto alla tangibilità della tecnologia sonica. "Amity" esterna quindi un know how elettronico di comprovata qualità, congegnato per ascolti notturni o in momenti di totale raccoglimento con il proprio corso dei pensieri. Non autorevole ma atmosfericamente efficace.

 

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—- Hidden Place - 'Weather Station - early works' - cd - by Maxymox 2011 -—

hidd.jpg Due anni fa, l'analisi in sede di recensione relativa al secondo album degli italiani Hidden Place mi consentì un approccio diretto con la loro attuale impronta electro-waver, stile in possesso di requisiti schietti, scorrevoli, retrò e non affatto pretenziosi. La band, creatasi nel 2004, predispone la line-up con l'avvenente SaraLux (vox/lyrics), Fabio V. (synths/progs), Gianpiero B. (treatments/progs) e Antonio L. (progs/lyrics), esordento discograficamente attraverso il primo album "Fantasia Meccanica" licenziato dalla label nazionale HellektroEmpire ed ora ripubblicato dalla contemporanea etichetta argentina Twilight Records. Nel 2009 seguì il citato, secondo full-lenght "Punto Luce" che consolidò in modo più determinato un'espressione sonora comprendente interventi elettronici, questa volta scorporati dell'ossessiva alienazione di un tempo, ed immediate soluzioni wave-oriented, aggiungendo in molte occasioni della track-list un percepibile accento dark. Il recente "Weather Station - early works", identicamente a "Punto Luce", è rilasciato dalla stessa Twilight Records nell'intento di rilanciare il sound-concept proposto nel 2005 con la demo-opera autoprodotta su cd-r, dal titolo omonimo e di soli due brani, nella quale l'elenco dei titoli presentava un'ordine leggermente diverso da quello pianificato per la presente riedizione che esclude dall'appello le originali "Flowers Of Lonliness" e "Flowers pt. II". Le strutture riproposte nell'album presentano fredde procedure di corrispondenza electro-darkwave, retroilluminate da frequenti, esangui formulazioni vagamente accostabili per rigore al martial-industrial dei primi Kirlian Camera, per una rotazione di dieci tracce squisitamente sotterranee. L'oscuro electro-karma emanato dall'opening "Emotional Frequencies" trasvola sulle atmosfere generate dalla chitarra introduttiva, mescolandosi ad una cupa ionosfera di synths stemprati in un battente tracciato di programming, a sostegno del decadente fraseggio articolato da SaraLux ed il singer. "Pure Ice" esterna tipiche inflessioni electro-wave rese ballabili da uno scattante apparato di e-drums, unitamente a paralleli accordi vocali e di synth dispiegati armonicamente. Un inaspettato dark-folk di chitarra, tastiera e voce si estende apocalittico in fase iniziale dalla successiva "Anymore", traccia dal cui sviluppo si estende un interessante quanto breve tratto di drumming programmato, canto solenne e key. "Operazione PM 10" si propone in una plumbea livea dark-electro/industrial edificata su una lineare macchinazione ritmica, radio-emissioni vocali loopate e opprimenti flussi tastieristici, mentre l'inflessibile geometria sequenziata appartenente a "Centrali Termoelettriche" ottenebra il suono utilizzando gelidi rettilinei percussivi, liriche maschili proferite con timbrica cavernosa, le angeliche evoluzioni del refrain di SaraLux ed un atmosferico crescendo di musicalità obscure-electronic. Segue "Helden", creatura dal temperamento soldatesco, evidenziato sia nell'intercalare germanico del vocalist, sia nella circolare rigidità dello spartito, schema predisposto su secche bpm programmate ed un pallido accompagnamento di synth. La susseguente "Day Without Time" diffonde una duplice prospettiva electro-wave oriented che alterna densi rallentamenti di suono mercuriale e danzerecce riprese ritmico-tastieristiche avvolte dal malinconico canto della vocalist. A metà perorso tra il futurepop ed il dark-electro, la bellissima "Colours Of Sunset" è un tema sintetico, strumentale e dal corto minutaggio, dedicato ad un ascolto suggestivo grazie all'interplay tra il synth ed filamento di programming. Il depresso poema elettronico titolato "Euritmia Del Fulgore", incluso nella compilation "Credo In Unum Deum", spolvera il pentagramma di note invernali, desolate, colme di intensa tristezza, appoggiate su un impianto di synths, effects e drumming down-tempo, con la voce di SaraLux impostata inizialmente in "recitato" ed in seguito in modalità abbattuta. Chiude la sequenza la stessa "Euritmia" in assetto "early demo version", quì strutturata con arrangiamenti più scarni e sostenuta liricamente sia dalla singer che dal vocalist. Disco finalizzato alla riemersione dei primi atti relativi all'oscuro repertorio degli Hidden Place: l'impostazione tecnica, benchè agli esordi, risulta solida, e così il paradigma ricalcante l'electro-wave d'autore, opportunamente privato di esplicite emulazioni. "Weather Station - early works" rifugge integralmente dalle patinate realizzazioni di mercato e, benchè il suo range acustico comune a molte produzioni sommerse non raggiunga l'eccellenza, può essere considerato positivamente per senso dell'ordine e forza comunicativa. Chi già conosce e segue questa band potrà verificarne le originarie tendenze stilistiche, figlie di un disciplinato amore per la poesia neoromantica e per l'elettronica risalente ad epoche gloriose. Un'opera, infine, che se remixata da mani capaci e menti creative potrà ampliare in misura immensa il proprio potenziale, un'idea intraprendente che auspico venga concretizzata in un futuro prossimo venturo. Gli elementi per considerare concretamente questo suggerimento sono più che mai inoppugnabili.

  

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—- High Wycombe - 'Reverser' - cd - by Maxymox 2011 -—

higtw Il tedesco Christian Grass, front-man del terzetto denominato High Wycombe incline al multistile 2-step/electronics/industrial, è anche il titolare della label Wycombe Music, marchio specializzato in produzioni soniche tecnologico-sperimentali che annovera con orgoglio le sottoscrizioni di progetti come Concise, Uni.Versal e Flaque. La line-up dell'ensemble si completa con Robert Helms e Martin Neumann, preziosi collaboratori avanguardistici i quali elaborano con Christian un album estremamente cerebrale qual'è "Reverser", in cui l'elettronica edifica fulgide costruzioni sonore dai tratti ipnotici e pianificati con mirevole precisione. I dodici episodi inclusi nella release presentano un design ricercato, glaciale, asettico, il tracciato del programming svolge un ruolo predominante sui vocals esposti con inflessioni meccaniche, quasi alienanti e in stile Haujobb. Durante tutta la percorrenza del full-lenght è avvertibile una penetrante sensazione di pulizia sonora dovuta alla lineare stratificazione percussivo-sequenziata che replica perfettamente le ritmiche, combinandole con un frasario da androide su altrettanto algide emissioni tastieristiche. Edita anche in versione video, "Houngan" è la traccia d'apertura, un compatta massa elettronica composta da vocals robotici, un percorso ritmico asciutto, scattante e getti di glaciale materia sintetizzata. "Cube" basa la sua struttura su sistematiche cadenze percussive dance-oriented attorno alle quali roteano atmosferiche emanazioni di tastiera ed una forma di canto dalle modulazioni extraterrestri, mentre la successiva "Room 101" diffonde secche fratture percussive parallelamente a vocals taglienti e vapori di sound artificiale. "Vocations" predilige circolari reduplicazioni di programming, loops ed effetti tastieristici, così come la più snella "Polaroids" scandisce il tempo mediante tratteggi iper-sequenziati, drumming incalzante, ruvide filtrazioni vocali ed intromissioni di gelo computerizzato. La disperazione r ecitativa percepibile nell'atto introduttivo di "Patriot" si sviluppa da lì a breve in un danzabile filamento di progs, testi pronunciati con voce da cyborg ed acuminate sezioni di tastiera per una traccia concretamente ben edificata e di sicura presa. "Dame" assembla a sua volta monocromatiche melodie canore ad un tessuto elettronico colmo di elaborati incastri percussivi, concedendo il successivo ingresso di "Perturbation", traccia tecnologicamente psicotica e disturbata da vocals manicomiali pronunciati in tedesco tra una ritmica frammentata, cupi flussi di synths e scientifiche progammazioni del concetto sonoro. L'estesa simmetria ritmica appartenente a "Culture" proietta scricchiolanti micropusazioni raggiunte sistematicamente da caustici fasci di tastiera e loops vocali in stile videogame; si prosegue con "Bokor", sottoposta a tenebrose irradiazioni sintetizzate di natura aliena, echi, aspre congiunture di key ed un comparto vocale in modalità teatralmente futuristica. Le ultim e due tracce presentano l'impeccabile remixaggio ad opera di progetti aderenti alla Wycombe Music: "Room 101" viene rielaborata dall'ingegno di Florian Ziller, alias Flaque, utilizzando un prezioso ornanento elettronico di effects, corposi arrangiamenti e riverberi da sogno, mentre la conclusiva "Cube" viene rivista attraverso l'ottica big-beat di Martin Dombrowa, noto come XDynamics, il quale conferisce alla song una maggior spazialità apportando all'iniziale, plumbeo schema, una magica efflorescenza di synth e programming, tale da rendere il brano un piccolo gioiello di arte sonora avveniristica. "Reverser" è un album completo e di altissima qualità, in grado di competere con i progetti più altolocati e, in certuni casi, di superarli con disinvoltura. La scrupolosa cura del dettaglio compositivo, unitamente ad una pregevole finezza elettronica, fanno di questo disco un irrinunciabile capolavoro di techno-art applicata al suono. Immediatamente nell'electro-Olimpo, per diritto.

  

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—- human steel - 'first contact' - by maxymox 2011 -—

hum Duo polacco costitito da Lindley (vox-synths-lyrics-samples-arrangement) e Martin (drums-arrangements), entrambi devoti inizialmente al paradigma electro-industrial, come dimostra il loro primo disegno del 2007 denominato Lindstorm Project, ed in epoche più recenti ad un dinamico canone electro-ebm solidamente radicato in terreni old school, elemento che ha convinto i due protagonisti a rinominare la piattaforma con il più suggestivo suffisso Human Steel. Lo stile intrapreso non travalica i consueti canoni elettronici, tuttavia offre numerosi spunti per danze high-energy ed ascolti di sonorità ormai iper-sfruttate ma ancora in grado di polarizzare l'ascolto di un'affezionata schiera di adepti. Il recente debutto avviene su full-lenght autoprodotto di cui questo demo di quattro tracce concede una panoramica parziale ma sufficiente ad inquadrare la perizia adoperata da questa band emergente che, come molte altre realtà provenienti dall'Est Europa, non ha ancora subìto gli effetti nefas ti dei mercati globai ma, al contrario, emerge per un'onesta creatività rivolta semplicenente alla passione del suono tecnologico e al solo piacere compositivo. La breve track-list propone inizialmente "Norsk Industry", preannunciata da gelide brume effettate e loops, in anticipo su un successivo e pulsante dispiegamento di programming, batteria e voce dagli accenti tipicamente ebm oriented. Ritmiche altrettanto vigorose muovono la contigua "Shipyard", traccia perfettamente integrata in un gagliardo contesto electro da dancefloor, mentre la risoluta "Pocket Calculator" concede un moderno tributo al classico hit dei Kraftwerk quì trasfigurato da disciplinate sezioni di voce, ipnotico sequencer e flagellanti combinazioni percussive. "The Uniform" chiude il demo convergendo verso ritmiche dapprima rallentate e sottoposte in seguito a rapide accelerazioni articolate dai perentori vocalizzi di Lindley tratteggiati dalle note del suo synth. Progetto da monitorare con attenzione nonchè inte rprete di uno style-work pulito, per nulla monocorde. Benchè lo schema tattico impiegato appartenga ad una retroguardia elettronica con un seguito in lenta ma progressiva diminuzione, gli Human Steel ripropongono suoni ben congegnati e dall'elevato quoziente clubber che si faranno apprezzare per immediato richiamo al ballo tecnologico. Se quattro tracce hanno suscitato le suddette sensazioni, mi sento predisposto a considerare il relativo album un oggetto concretamente interessante. Auspico di poter verificare quanto prima l'attendibilità di questa mia previsione.

 

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—- Huminoida - 'Whiter Album' - cd - by Maxymox 2011 -—

huminoida Eccellenti credenziali, esperienza pluriennale sulla scena electro, fervida ispirazione e ingegno, costituiscono il prezioso patrimonio che caratterizza l'one-man project del finnico Kimmo Karjalainen, alias K-K, attualmente il solo rappresentante dell'originale line-up che nel 2007, anno di varo degli originali Huminoida, includeva anche il vocalist AugM proveniente dall'indimenticbile band di culto This Empty Flow. La stretta interazione tra le conoscenze tecnologiche di K-K evolute presso i Neuroactive, unitamente alla creatività compositiva del secondo protagonista direzionata verso eteree traiettorie darkwave, permise la realizzazone dello sperimentale 7" dal titolo omonimo, "Huminoida", descritto per inciso dagli stessi interpreti come obbediente ad uno stile "Krautrockish dark instrumental drone", edito nel 2007 dall'associazione tra le label Plastic Passion e Out Of Range Records, quest'ultima di proprietà dello stesso K-K. Il sodalizio intrapreso dalle due etichette si repli cò anche nel rilascio del successivo singolo di due tracce intitolato "A/B (Other Side/The Other)", disco che pose in risalto uno stile maggiormente influenzato da minimali procedure electro-waver. A seguito di questo traguardo, AugM decise di abbandonare la piattaforma, concedendo a K-K di proseguire individualmente il cammino che lo condusse alla pubblicazione dell'ep di tre episodi, "Huminoida Loves You", licenziato nel 2010 unicamente dalla Out Of Range Records, la medesima che anche ora firma l'atteso album "Whiter Album". L'accostamento tra pop synthetico, obscure-wave ed atmosfere spesso malinconicamente adombrate, ma anche pregne di artificiale feddezza, rende questo full-lenght qualitativamente un'opera al di sopra della media e valente in ogni suo minimo aspetto. Il prodotto ora in luce su Vox Empirea è disponibile sia in versione digipack limited edition, sia in formato deluxe con inclusi due LP's ed il cd-set, in aggiunta alle liriche per l'occasione stampate su un accatt ivante poster. Il lavorìo di synth, superbamente atmosferico, ma più in particolare l'impostazione vocale propria di K-K, recano l'idelebile imprint dei Neuroactive, così vivido e profondo anche nelle architetture elettroniche pianificate per impreziosire le undici tracce, delle quali la prima prende il titolo di "Adding Shades To Monochrome", down-tempo scandito da un plumbeo apparato di programming su cui si riflettono gelidamente le esalazioni di tastiera ed il canto di K-K. Ben più dichiaratamente electro-waver, la successiva "Obsessions" offre straordinari momenti di dinamismo ritmico, armonie vocali e di synth ripescate da epoche gloriose e, soprattutto schemi tattici paragonabili ad un ipotetico mix tra Neuroactive, Gary Numan e A Flock Of Seagulls. "The Sound Of Synthesizers", compatibilmente con il proprio titolo, offre un eloquente esempio di synth-wave strutturata in prevalenza su fosche geometrie tastieristiche, misurate estensioni vocali e danzabile drum-programming, men tre la seguente "Bygone Wars/Whiter Noise" irretisce i sensi impiegando la struggevolezza di un canto abbattuto che aleggia su altrettanto meste note di piano, key e una impercettibile scansione ritmica in sottofondo, il tutto anticipato da un cinematografico intro dalle risonanze belliche. "1000 Light Years" propone un sound accostabile alla wave minimale, edificata impiegando secche battute electro-percussive, torbide punteggiature sequenziate ed intonati vocals dalla timbrica profonda, concedendo in seguito l'ingresso a "Genesis", traccia dalla musicalità elettronicamente essenziale di programming, voce riverberata e key, i cui tesi dialoghi si rifanno ai sotterranei schemi 80's synth-wave. La stupenda "Part-Time Isolation" interiorizza una particolare forma di malinconia tecnologica, espressa nelle sue rattristate, scarne evoluzioni percussive e nel canto, che nel refrain spicca un toccante volo, tale da infrangere anche l'animo più insensibile. Nuovamente presenti, le velocizzat e sequenze ritmiche si attorniano di una nervosa synth-energy dai toni ispidi, sub-chitarristici, in aggiunta a testi declamati con voce roca, il tutto in "Ride", traccia antecedente al fragore introduttivo di "Other Side", brano irradinte una fredda luminosità di synth, programming mid-tempo e vocals intensi. "Folk Of The Twilight Counties", perlustra ambiti darkeggianti mediante estesi pads e ferrei intarsi di sequencer, sui quali i tasti suonati da K-K disegnano claustrofobiche forme di suono che nell'imminente sviluppo si fondono alla crescente accelerazione percussiva, fino alla finale trasformazione in un coriaceo pentagramma synth-rock. Ancor più avvincente, la conclusiva "Time And Space/Whiteout" misura la statura artistica e la grandiosa abilità compositiva raggiunta oggi da Kimmo, elementi condensati in questo synthpop waveggiante ed intonatissimo, risultato di una navigata conoscenza della materia elettronica e dei più raffinati tatticismi per renderla assimilabile, non co ncedendo tuttavia nulla alla sperficialità. Album tecnicamente irreprensibile, un minuscolo capolavoro di onesta new-art sonica che evidenzio per equilibrio armonico, finezza estetica e per un'innata capacità di emanare fascino. "Whiter Album" e Huminoida: connessione diretta con l'infinito.

* I *

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—- Infiltrator - 'Black Light Therapy' - cd - by Maxymox 2011 -—

infilt Ennesima interessante proposta per l'etichetta svedese Complete Control Productions: il progetto risponde al nome di Infiltrator, un'ignota compagine di sperimentatori sonori in incognito che preferisce celarsi dietro un'impenetrabile forma di anonimato. La band interagisce psicoticamente con un distorto universo di suoni astratti ed indecifrabii di orgine hard-indus/hard-noise, rumori estrapolati da vecchi nastri ed in seguito manipolati, iper-filtrati, sconvolti, fino a trasformarli in un patologico insieme di synths, ritmica sotterranea, cupe linee di bassi con sporadiche e crudeli rarefazioni vocali spettralmente pronunciate via etere. Nel globale, posso definire questa particolare release un perverso meccanismo di frequenze lancinanti, caustiche, finalizzate all'annientamento uditivo e sensoriale fino ai livelli sottostanti l'inconscio, una glaciale scia di metalliche distorsioni, interferenze ed affilate guglie sonore che stridono contro l'impetuoso vento elettronico generato d agli equipaggiamenti. Risultato di un ventennni e-drumming su cui affluiscono abrasioni di guitars ed i ruvidi vocalizzi di Michael. Il ritmo intensifica dapprima la propria velocità nell'edificazione di "Desolate", brano electro-industrial dalle liriche in duello con un granitico impianto percussivo, per poi decelerare in "Blackness Comes", traccia che evidenzia il buon grado di apprendimento dei Sys2matik Overl0ad riguardo le danzerecce logiche clubby esposte in un episodio dalla tenace spinta ritmica e dalle catturanti melodie ebm. "Enter Fear" imposta a sua volta una nervosa struttura electro-trance di assoluta ballabilità utilizzando viscose soluzioni di progs e voce incalzante, mentre la successiva "Just Begun" si offre come una solida cavalcata tecnologica che sospinge molleggiati e-beats e vocals che incitano al movimento del corpo. In "Lies" affluisce un torrenziale insieme di programming, guitar-noise e testi espressi con amara determinazione, dettagli anteposti alla dinamica ossatura di "One Last Time", brano high-enero trascorso nell'alchimia rumoristica, "Black Light Therapy" manifesta la propria identità fin dalla sleeve del digipak in cui sono immortalate cinque figure dai tratti deformati e, sembrerebbe, sorridenti, immagine che evoca esaurientemente il carattere manicomiale dei contenuti della track-list. I taglienti bordi che tratteggiano l'opener "You Know You Want To" diffondono siderurgiche trasmissioni di e-sound tetro, lesivo, propagato attraverso robotiche sequenze di noises simili ad un vortice radioattivo nel cui centro echeggia un sinistro mantra. La successiva, lugubre "Falling Apart" privilegia un impetuoso crescendo di spazialità artificiale e un ribollente magma composto da frastuoni tecnologici, polarità negative ed aggressioni soniche provenienti da altri mondi. Le intromissioni percussive di "Little Ballet Dancer" fungono da base d'appoggio per gli implacabili gettiti di vapore radioemesso che ne fa appena distinguere i cavernos i fraseggi ed una musicalità livida, spettrale. "Losing You" fa pecipitare in profondi strapiombi di laptop che assorbono ogni possibile melodia, lasciando al loro passaggio un arido suolo su cui serpeggia un dark-sound industriale e monocromatico. "Dirty Magic" prosegue questo percorso stratificandosi in acuti sibili e, più innanzi, in un fosco turbinare di buio, pungenti radioonde e vocals gutturali, il tutto avvolto da una percussività selvaggia. In fase di chiusura ci si imbatte nella tormentata spirale elettromagnetica appartenente a "End", traboccante di saturazioni post-industrial e ritmica flagellata, ed infine "Drown", un esteso ed atono ruggito sequenziato con modulazioni basse ed inquietanti alimentate da un invisibile congegno percussivo in sottofondo. Album che sancisce lo stretto legame degli Infiltrator con la sperimentazione più radicale e spietata, in grado di vivisezionare il concetto del suono annientandone ogni volontà e costringendolo in una sottodimensione da in cubo tecnologico. Obscure-heavy-noises inumani, elaborati da menti ottenebrate da una lucida follia: l'esito di tale esperienza è una release dagli effetti neurologicamente devastanti. Autentica metallurgia del rumore.

* K *

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—- KE_HIL - 'Hellstation' - cd - by Maxuymox 2011 -—

SEHNSUCHT La Tesco Organisation Germany licenzia il presente, sinistro prodotto che accorpa a sè i più tenebrosi dettami indus/dark-ambient/power electronics. Questo ennesimo rendez-vous con lo sperimentalismo tecnologico è declamato dal duo tedesco Ke/Hil la cui identità, simile ad un gioco di scatole cinesi, rivela le figure di Klaus Hilger e Michael Keck, a loro volta celate oltre i rispettivi, pregevoli nicknames: Michael difatti è noto come Brigant Moloch ed ancor più in particolare come Anenzephalia. Lo stesso Michael vanta anche l'appartenenza al progetto Genocide Organ condividendola con Klaus, alias Wilhelm Herich della cui band rappresenta il front-man; non in ultimo, Klaus si rivela quale co-fondatore della prestigiosa label Tesco Organisation. Questa solida impalcatura operante in uno dei settori elettronici più radicali conforma un sound che in questo album in tiratura limited edition titolato "Hellstation" si combina a substrati di suono alieno, raggelante, privato di qualsiasi a rmonia diretta tanto da renderlo assolutamente disumanizzato. Ispirati dal proclama "Music For The Prekariat" stampato a tergo del digipak, i Ke/Hil intraprendono il percorso della track-list dapprima utilizzando le dilatazioni sonore, i ronzii, le fredde scansioni vocali e le nebbiose atmosfere di "Mirror Of The World Of Mirrors", seguita dalla spettralità esecutiva presente nell'omonima "Hellstation", torpida traccia che suggerisce attinenze con il registro del compositore statunitense Monte Cazazza. "Grey Saviour" distribuisce un sound marcatamente infettato da strategie dark-industrial/dark-ambient, identicamente a "The Desert In The Prophet", episodio che procede emanando rumore siderurgico, densi tocchi di synth e fraseggi a temperatura sottozero. Altrettanto minimale, "Ephedrin" esercita un fascino allarmato diffondendo abrasive microonde ed un prolungato campionamento di grida mescolate ad atmosfere belliche. "Adrenalin" propone un modulo sonoro che ricorda le evoluzioni di u n motore soffocato oltre cui aleggiano distanti echi e voci d'altri mondi, come nella successiva "Black Snow" si riconfermano le inquietanti inflessioni dark-industrial downtempo. La tempestosa "Manghetto" conclude la lista delle tracce predisponendo un corrosivo getto di sostanze elettroniche radiocontaminate e di provenienza ignota che aggrediscono spietatamente una impercettibile rifrazione vocale. Criptico e straniante "Hellstation" è una release che interpreta quella linea intermedia tra suono minimalmente tecnologico ed il buio stesso la cui essenza, sempre estremamente cerebrale, si dibatte in ogni singola traccia ascoltata. La Tesco è un inesauribile vivaio di scienziati del suono oscuro. -|-|-» Album sostanzialmente non difforme da altri predecessori ma dotato di tenebroso carisma e di quei gelidi viraggi tesi a concentrare la mente verso ambiti virtuali colmi di tensione. Chiunque sia devoto a questo genere dovrà obbligatoriamente detenerne una copia con la quale ottenebrare il proprio concetto di luce.

 

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—- KINETIX - 'Final Archives' - cd - by Maxymox 2011 -—

SEHNSUCHT RECENSIONE - KINETIX - 'Final Archives' - cd - by Maxymox 2011 Si spengono i riflettori sul progetto più radical-ambient di Gianluca Becuzzi, Kinetix, il quale termina con quest'ultima release "Final Archives" un intenso percorso esplorativo tra lo sperimentalismo elettronico e la ricerca di formulazioni sempre più cariche di potenziale atmosferico, come ho avuto occasione di riferire nella mia recensione dedicata al buon "Sonology". Ognuno dei tre distinti atti integrati nell'album di congedo costituiscono singole e significative esperienze maturate dal protagonista durante la propria attività artistica svolgendo esse la funzione di testimoni della progressiva evoluzione di un sound indiretto, che agisce in stretta combinazione con la massa cerebrale e gli stimoli visivi. L'album esordisce proponendo in primis "Absolute Grey", titolo corrispondente ad una creazione grafica realizzata da Gianluca ed esibita al Sound Festival PX2_Piombino_eXperimenta_2006: la suite ricopre un esteso minutaggio entro cui ci si sente proiettati in una musicalità ra refatta, immota. La sensazione più percepibile è quella di trovarsi fluidamente sospesi in una sottodimensione aerea, dilatata, interrotta di tanto in tanto da dissonanze, gelidi flussi computerizzati ed elaborazioni vocali immerse nel cupo rombo di una perturbazione elettronica. Si giunge in seguito ai sette passaggi non titolati singolarmente e denominati "RW Materials": questi brani sono stati concepiti ed incisi presso il KX Lab nell'arco temporale compreso tra il 1999 e il 2002, tracce estratte e rimasterizzate ora dall'artista direttamente dalla prima versione edita su CD-r limited edition per la label Radical Matters. Il suono diffuso in questa sezione assume forme ancor più tenebrose, di genealogia dark-ambient/post industrial, in cui l'equipaggiamento tecnologico di Kinetix elabora filamenti di percussività sintetica, basse espansioni di obscure-sounds, rumorismo minimale, black-outs e dense, cavernose nebule di vapore sequenziato. Terza e ultima parte, Resounding Sculptures " propone un unico, crescente turbine di materia elettronica ispirata all'opera "composizione per blocchi di suono" ideata tra gli anni '50 e '60 da Iannis Xenakis, compositore ellenico-francese autore di un binomio che unisce alla musica fondamenti matematico-architettonici, romanticismo ed alchimia sonora. Frammenti di queste acustiche d'avanguardia sono state inserite da Kinetix nel lungo tratto finale dell'album, nelle cui strutture si distinguono opachi stridori, un tuoneggiare dalla progressiva intensità e saturazioni di buio convertite in suono effervescente di derivazione dark-noise. L'emisfero stilistico a cui Kinetik appartiene, nonostante difficoltà di varia natura ed il gran numero di pretenziosi esordienti, sembra reggere. Dovremmo, esperienze alla mano, diffidare di progetti estemporanei che non lasciano altro dietro essi che pochi, impercettibili segni di un passaggio senza vocazione, elementi che nello specifico caso di Kinetix sovvertono interamente questo teorema. I nfatti lo storico intrapreso dal musicista è estromesso dalla non-espressività, aprendo negli anni squarci comunicativi sempre più intensi e visionari. Questo capitolo conclusivo della sua discografia racchiude una sorta di sintesi evolutiva riflettente un talento che, senza affermazioni di circostanza, lo eleva tra i migliori pionieri di questo vibrante, sconfinato Universo sonico. Nel senso più autentico del termine. -|-|-» Album simbolico, l'ultimo componente di una serie rivolta alla sublimazione del concetto di musicalità surreale, monolitica, apparentemente insondabile, sottoposta ad una persistente tenebrosità che ne esalta i tratti così esteticamente perfetti. "Final Archives" vi parlerà di "vuoto armonico", un suono alienante e troppo indefinibile perchè lo si possa scomporre e identificare. Ora, per Kinetix, l'eclisse è totale.

* L *

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—- Lakobeil - 'Strange Encounter' - cd - by Maxymox 2011 -—

lakobeil Intraprendente power-duo tedesco di orientamento electro-wave, recentemente scritturato dalla Echozone. I fondatori del progetto provengono ambedue da ex-piattaforme dalle onorate gesta: Dirk Lakomy (music/lyrics/electronics/producer/artwork) discende dalle bands Umbra Et Imago e In My Rosary, vantando inoltre il ruolo di produttore dei Derriere Le Miroir, mentre Tobias Birkenbeil (music/lyrics/electronics/producer/vox) è identificabile a sua volta nell'esperimento solistico dark-ambient/industrial appellato DNS, nonchè nei Cytron e Factory Life. La musica generata dai Lakobeil è una bilanciata intermiscelazione tra new wave ed in microscopica parte post-punk, sospinta da un funzionale impianto elettronico di plurima matrice electroclash, EBM e synthpop. La trascorsa discografia della band menziona unicamente un'apparizione nella compilation "Gothic Compilation Part LII" con il brano "Cairo", mentre di fatto l'album "Strange Encounter" si propone sulla scena come official-debut. La r ealizzazione consta di dieci tracce decisamente amabili, curate nei dettagli e stilisticamente variegate: L'omonimo intro "Strange Encounter" avvia la sequenza dei titoli attraverso l'enunciazione di misteriosi proclami vocali da parte del guest Andi Sex Gang in un gassoso contesto di sibili ed interferenze elettroniche. "Amygdala" prosegue il percorso offrendosi come una electro-song dalle rifrazioni waveggianti, specie negli atmosferici intarsi dei synths, con la voce di Tobias in parallelo duetto con Stella B. "Sleeper" opta per soluzioni dall'ampia spazialità wave-electropop con vocals scanditi, programming mid-tempo e fascinosi pinnacoli di keys alla John Foxx, così come la successiva "Contemplation" delinea un ballabile electro-theme impiegando i pulitissimi vocals di Tobias affiancati a quelli della vocalist e precisi frazionamenti di progs dalla cadenza dinamica. "Sebastiane" curva verso traiettorie decisamente più ricercate alternando formule vocal-tastieristiche electro/dar k-minded a scattanti sequenze EBM, mentre la bellissima "That's all" si rivela una traccia iper-danzabile e retroilluminata da un fulgido pop elettronico che non sfigurerebbe tra le più altolocate posizioni delle alternative charts. Urbana, elegante e synthetica, in "0815" predominano filtraggi vocali dal refrain avvincente, un capillare, avvolgente background di synths e programming dalla timbrica liquefatta. La secchezza ritmica di "Crimetime" sorregge invece un brano dai basilari tratti wave-beat concentrati in un danzabile tracciato elettronico a cui fa seguito "Cairo", traccia descritta in apertura e presente nella raccolta firmata nel 2011 dalle label Batbeliever Releases/Indigo, costituita sostanzialmente da un gradevole pop tecnologico dalla musicalità easy-minded. L'eccellente melodia appartenente a "Push it to the MAX" chiude il cerchio della title-track, offrendo un ennesimo esempio di elettronica applicata ad ibride strutture EBM mescolate ad arie synthetiche richiamanti in molti tratti i Children Within. La Echozone presenta una nuova promessa che, se strategicamente diretta nel tempo, destinerà i due protagonisti degli Lakobeil ad un'inarrestabile escalation. A conferma di tutto ciò, tengono fede i contenuti di prim'ordine rilevati in questa release: ballabilità, meticolosa cura del suono, vocals irresitibilmente armonici, testi intelligenti, electro-textures mai eccessive e modulate con grande fluidità. Agli ultimi atti dell'anno 2011, ecco un album da sperimentare senza indugi e che auspico possa avere quanto prima un degno sequel. Consiglio vivamente "Strange Encounter" all'elite di electro-cultori che sanno distinguere ed apprezzare il vero talento.

 

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—- L'EFFET C'EST MOI - 'Genius Loci' - cd - by Maxymox 2011 --

Genius Loci Non mi dilungherò eccessivamente in espliciti elogi riferendomi all'ormai noto Emanuele Buresta, titolare del progetto L'ESM: esprimo ora, in apertura e per la seconda volta dalla mia precedente recensione dedicata all'album "Les Voix De L'Apocalyse", una totale e sincera ammirazione verso questo artista concretamente ispirato e capace di donare anima, sangue e grandiosità ad un modulo sonoro di non semplice interpretazione. Gravitiamo attorno all'orbita medieval/bombast/neoclassic, un ibrido ricolmo di orchestrazioni importanti, severe, disciplinate da una palpabile marzialità che conferisce alle musiche un'algida estetica ed uno sconfinato potere evocativo. Come citato in altre occasioni, l'espressione "Genius Loci" descrive il vincolo metafisico appartenente ad un ambito o ad un manufatto religioso unito alla protezione preternaturale di un spirito: questo è l'avvincente concept presente nel nuovo full-lenght di L'ESM, opera disponibile in tiratura limitata a 500 copie edite per l a SkullLine ed impreziosite da un booklet di quattro pagine dalla grafica raffigurante arcaiche pitture curata direttamente da Emanuele in collaborazione con Leonardo Criolani. "Genius Loci" è un album dalle strutture più eterogeee e articolate, se rapportate a quelle udite nel sontuoso, piccolo capolavoro di martial-neoclassical art "Les Voix De L'Apocalypse", capitolo che mi aveva pienamente convinto sulle reali attitudini del musicista rivolte ad un suono dall'incedere regale, strumentalmente appassionante, in grado di generare armonie finemente intagliate e riverstite di un'aura pregna di epicità, i cui echi riverberano ancora nella mia mente. Pur con traiettorie differenti, questo nuovo prodotto replica quel compatto registro neoclassico, ora riverstito di siderale trascendenza, percepito in occasione del sopracitato album, imprimendo nelle nuove tracce un rinnovato fulgore strumentale che ammanta ogni istante della track-list. "Silentio Noctis" inaugura il percorso predisponend osi come un segmento introduttivo di fascinosa natura dark-ambient succeduto dalle magniloquenti arie di "Initiatio", costruita su ritmica soldatesca, un coinvolgente crescendo di sinfonia tastieristica e coralità adamantina. Prodigiosamente intensa, "Templum Victoriae" declama imponenti e trionfali flussi di key percossi da drumming marziale per un episodio tra i più spettacolari dell'intero album. Ombrosamente malinconica nel suo tratto iniziale, "Heimat" sviluppa in seguito un corpus dalla musicalità d'avorio mediante fieri innalzamenti tastieristici, percussioni d'acciaio e preziosismo neoclassico, mentre "Nympha" si erge elegantissima e diafana su un morbido tappeto di programing, femminei vocalizzi e caldi avvolgimenti di key. Nostalgici arpeggi di chitarra aprono "Memoria, In Terris" prolungandosi armoniosamente in evoluzioni violinistiche che ricamano questa ballade neofolker. La sinergia tra tastiera, ritmica solenne e sovrastrutture corali origina un rigoroso quanto passion ale capolavoro qual'è "Vires Vitales", oltrepassata dal tenebroso tambureggiare di "Ius Sanguinis" attorno a cui si sommano le vitree formulazioni di key-sound orchestrale dall'indole drammatica che non ne scalfiscono i bei tratti. La sezione percussiva appartenente a "Oculi Igne Micantes" stratifica secche e militaresche battute che regolano inflessibili le procedure pianistico-tastieristiche dal mood assolutamente autoritario, in anticipo sulla tempra altrettanto indomita di "Dominus", oscuro monile glorificato da cori cavallereschi ed atmosferici accordi. La torbida e greve desertificazione sonica di "Loci Religio" riprende percorsi obscure-ambient composti da gelidi pads dalla tibrica aerea e spettrali quanto rarefatti interventi percussivi, a conclusione di un album di eccezionale fattura che possiede quella riserva di interazione tale da renderlo praticamente inattaccabile dal tempo. Undici tracce che vorrei non finissero mai. -|-|-» La confluenza di melodie dalla bellezza statuaria, animosi apporti di ritmica marziale e altisonanti componimenti, fanno di "Genius Loci" un opera perfettamente idonea ad officiare il rito ultraterreno che si propone di esaltare. Musica la cui essenza potrà rinvigorire la spiritualità dell'ascoltatore il quale, se riuscirà a colmarsi di tanta bellezza, potrà considerarsi sfiorato da qualcosa di molto simile all'immenso. Non mi dilungherò eccessivamente in espliciti elogi riferendomi all'ormai noto Emanuele Buresta, titolare del progetto L'ESM: esprimo ora, in apertura e per la seconda volta dalla mia precedente recensione dedicata all'album "Les Voix De L'Apocalyse", una totale e sincera ammirazione verso questo artista concretamente ispirato e capace di donare anima, sangue e grandiosità ad un modulo sonoro di non semplice interpretazione. Gravitiamo attorno all'orbita medieval/bombast/neoclassic, un ibrido ricolmo di orchestrazioni importanti, severe, disciplinate da una palpabile marzialità che conferisce alle musiche un'algida estetica ed uno sconfinato potere evocativo. Come citato in altre occasioni, l'espressione "Genius Loci" descrive il vincolo metafisico appartenente ad un ambito o ad un manufatto religioso unito alla protezione preternaturale di un spirito: questo è l'avvincente concept presente nel nuovo full-lenght di L'ESM, opera disponibile in tiratura limitata a 500 copie edite per l a SkullLine ed impreziosite da un booklet di quattro pagine dalla grafica raffigurante arcaiche pitture curata direttamente da Emanuele in collaborazione con Leonardo Criolani. "Genius Loci" è un album dalle strutture più eterogeee e articolate, se rapportate a quelle udite nel sontuoso, piccolo capolavoro di martial-neoclassical art "Les Voix De L'Apocalypse", capitolo che mi aveva pienamente convinto sulle reali attitudini del musicista rivolte ad un suono dall'incedere regale, strumentalmente appassionante, in grado di generare armonie finemente intagliate e riverstite di un'aura pregna di epicità, i cui echi riverberano ancora nella mia mente. Pur con traiettorie differenti, questo nuovo prodotto replica quel compatto registro neoclassico, ora riverstito di siderale trascendenza, percepito in occasione del sopracitato album, imprimendo nelle nuove tracce un rinnovato fulgore strumentale che ammanta ogni istante della track-list. "Silentio Noctis" inaugura il percorso predisponend osi come un segmento introduttivo di fascinosa natura dark-ambient succeduto dalle magniloquenti arie di "Initiatio", costruita su ritmica soldatesca, un coinvolgente crescendo di sinfonia tastieristica e coralità adamantina. Prodigiosamente intensa, "Templum Victoriae" declama imponenti e trionfali flussi di key percossi da drumming marziale per un episodio tra i più spettacolari dell'intero album. Ombrosamente malinconica nel suo tratto iniziale, "Heimat" sviluppa in seguito un corpus dalla musicalità d'avorio mediante fieri innalzamenti tastieristici, percussioni d'acciaio e preziosismo neoclassico, mentre "Nympha" si erge elegantissima e diafana su un morbido tappeto di programing, femminei vocalizzi e caldi avvolgimenti di key. Nostalgici arpeggi di chitarra aprono "Memoria, In Terris" prolungandosi armoniosamente in evoluzioni violinistiche che ricamano questa ballade neofolker. La sinergia tra tastiera, ritmica solenne e sovrastrutture corali origina un rigoroso quanto passion ale capolavoro qual'è "Vires Vitales", oltrepassata dal tenebroso tambureggiare di "Ius Sanguinis" attorno a cui si sommano le vitree formulazioni di key-sound orchestrale dall'indole drammatica che non ne scalfiscono i bei tratti. La sezione percussiva appartenente a "Oculi Igne Micantes" stratifica secche e militaresche battute che regolano inflessibili le procedure pianistico-tastieristiche dal mood assolutamente autoritario, in anticipo sulla tempra altrettanto indomita di "Dominus", oscuro monile glorificato da cori cavallereschi ed atmosferici accordi. La torbida e greve desertificazione sonica di "Loci Religio" riprende percorsi obscure-ambient composti da gelidi pads dalla tibrica aerea e spettrali quanto rarefatti interventi percussivi, a conclusione di un album di eccezionale fattura che possiede quella riserva di interazione tale da renderlo praticamente inattaccabile dal tempo. Undici tracce che vorrei non finissero mai. -|-|-» La confluenza di melodie dalla bellezza statuaria, animosi apporti di ritmica marziale e altisonanti componimenti, fanno di "Genius Loci" un opera perfettamente idonea ad officiare il rito ultraterreno che si propone di esaltare. Musica la cui essenza potrà rinvigorire la spiritualità dell'ascoltatore il quale, se riuscirà a colmarsi di tanta bellezza, potrà considerarsi sfiorato da qualcosa di molto simile all'immenso.

 

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—- Lowe - 'Evolver' - cd - by Maxymox 2011 -—

lowe Quella dei Lowe è una synthpop-noir band proveniente dalla Svezia nata nel 2002 dalla scissione degli originali Statemachine. Lo stile impostato dall'ex Celldivision Leo Josefsson (lead vox), Rickard Gunnarsson (bass/guitar/vox) e Tobias Ersson (synth/machines) drenava in varia misura ispirazione e forma dalle atmosfere dei Pet Shop Boys, caratteristica più evidente nei primi anni della carriera intrapresa dal terzetto e più precisamente durante la stesura nel 2004 relativa al debut album che non a caso recava il titolo di "Tenant", nome il quale, collegato a quello in possesso dalla band, originava l'esplicita combinazione "Tenant/Lowe", ovvero gli epiteti dei due rappresentanti dei citati Pet Shop Boys: a tutto ciò la piattaforma aggiunse una diretta connessione con le formulazioni elettroniche tipiche del progetto inglese, all'epoca così vivide specialmente in song irresistibili come "Move Me". Label di supporto, allora come oggi, fu la scandinava Megahype Records, la quale svilup pò nel 2007 un ulteriore paragrafo dell'esordio licenziando il remake intitolato "Tenant Remixed", entro cui spiccavano i contributi elargiti da eccellenze quali Rupesh Cartel, Emplosia, Elegant Machinery, Viktor Ginner, People Theatre e Rezonance. Il 2008 fu l'anno del secondo full-lenght, "Kino International" nel quale si distinsero i nomi dei guest-vocalists Isabelle Erkendal del female-pop duo Peaches, Sebastian Åberg dei Rezonance e Christer Lundberg con Paul Lachenardière, entrambi provenienti dagli Universal Poplab. Assai produttiva anche la sezione dei Lowe dedicata alla singles-edition, ambito in cui si contano dal 2003 al 2011 almeno otto releases ufficiali suddivise tra cd/Maxi e mp3-files. Da menzionare infine quale oggetto di culto il misterioso cd-r promo "Mirage", un cinque tracce mai precisamente datato e sempre promosso dalla svedese Megahype Records. "Evolver" è il più recente articolo edificato dalla band, un album che dirige il suono verso paradigmi synthpop maggi ormente personalizzati e meno dipendenti dalle emulazioni inizialmente adottate dalla line-up. Come conferma l'ascolto delle nove tracce incluse in questa ultima release, i Lowe sembrano aver finalmente raggiunto una sorta di equilibrio compositivo che tiene conto delle reali potenzialità dei tre componenti la cui sinergia genera ora un sound intermedio tra l'electro-synthpop e la romantic-wave, connubio strutturato da armonie leggere, vocals molto spesso accentati di introspettivo sentimentalismo e dialoganti melodicamente con un pulito programming e tastiera. L'ordine dei titoli predisposti nel disco elenca da subito "Alpha Bravo", un mid-tempo introduttivo scandito solennemente dalle e-drums, ammantato da fluide ondate di synth e cantato con enfasi da Leo. "Mirage" velocizza le bpm proponendo una traccia che rimanda per tipologia di suono all'easy-pop elettronico molto in voga nella seconda metà degli 80's, concedendo spazio in seguito alle effervescenze synthetiche dance-oriented del singolo "Breathe In Breathe Out" e toccando con esso ottimi livelli di intrattenimento da pista attraverso drum-programming incalzante, sapienti dosaggi di tastiera e vocals espressi con aggraziata intensità. "Adorable", traccia di breve minutaggio, presenta una nitida immagine del livello raggiunto dai Lowe in materia di pop tecnologico, offrendosi con una carezzevole esposizione vocale che scorre tra rivoli di synth e secche textures electro-percussive. A questo insieme succedono i sostenuti battiti della successiva "Live To Love", traccia non dotata di particolare originalità ma senz'altro in grado di regalare spensierati attimi di sentimentalismo vocale applicato a strutture pop-wave di programming, synth e chitarra elettrica. La lenta flessuosità che caratterizza "Half The Double Speed" rilancia molte delle tipiche intuizioni dei Lowe, attraverso un sensuale melange di voce, ritmica sequenziata, raffinati abbellimenti di key-piano e sobri ricami di guitar, così come la succ essiva "Alone In The Dark" estende stupendi moduli synthpop/waver con drum-programming, tastiera, chitarra elettrica e canto appassionato che rimandano, anche se vagamente, ad ipotetici sconfinamenti dei Simple Minds d'epoca in moderne interpretazioni del concetto pop elettronico. L'emozionale "Forever" si permea di malinconia, introdotta inizialmente da un soffice apparato di programming e scie di tastiera, ai quali segue una rallentata, struggente orchestrazione sintetica di key, e-drumming e voce addolorata, climax zuccherino che raggiunge l'apogeo con la conclusiva "Edt", tema strappalacrime in cui il vocalist sfoggia un commovente canto che alterna strofe in inglese a raffinati ricami francofoni, il tutto immerso in una lentissima musicalità di synth e programming. Disco di buona fattura, indirizzabile ad un pubblico non eccessivamente pretenzioso e dai gusti sobri, ma nel contempo predisposto a schemi pop edulcorati e dall'ascolto disimpegnato. L'egemonia del vocalist sulla str umentalità dona alle tracce un tocco di fresca raffinatezza, sia essa riferita a song rattristate o ad altre più vivaci. Un buon album quindi, oltre che ideale complemento alla discografia della band la quale con "Evoler" avvia ufficialmente la sperimentazione di un proprio stile più autonomo e pianificato per esaltare sensibilità e compostezza armonica in veste synthpop. E' questo il nuovo effetto Lowe.

* M *

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—- Martin Philip - 'Recubent' - cd - by Maxymox 2011 -—



martinphilip Tra la folta schiera di neo-discepoli del pop synthetico si distingue la figura colta ed educata dello svedese Martin Philip, artista recentemente intervistato da Vox Empirea ed esponente di un cliché elettronico ispirato in particolare al melodico repertorio dei Pet Shop Boys e, in misura minore, degli Eurythmics, pur imprimendo egli nelle musiche una distinta e personale forma d'autore. Per quanto concerne le più specifiche descrizioni del protagonista, invito i lettori a sfogliare l'apposita sezione "interviste", spazio nel quale si potranno attingere informazioni dettagliate in merito. La discografia di Martin Philip conta complessivamente quattro full-releases autoprodotte: "Decline" del 2007, l'ottimo "Metime" edito nel 2008, "Fraudulent" del 2009 ed il più recente "Recumbent" del 2010. La focalizzazione di Vox Empirea sarà oggi rivolta a quest'ultimo album, menzionando inoltre generici tratti degli altri due lavori giunti in redazione, "Metime" e "Fraudulent"; il filo condutto re che collega musicalmente le tre opere è rappresentato, come citato in apertura, da una netta predilezione per le sonorità synthpopper 80/90's appartenenti al duo britannico Neil Tennant/Chris Lowe, espressioni riversate in una nutrita track-list di brani deliziosamente down-mid tempo, realizzati attraverso un sobrio ma pulito interplay tra programming, synth ed un tenue apporto di vocoder. Annotando le fasi salienti del primo degli albums in esame, "Metime", emergono in esso interressanti aspetti di arte electro-pop applicata a nuove interpretazioni delle teorie architettoniche: è questo il caso della straordinaria "Spoiled Utopia", una traccia dalla musicalità irresistibilmente synthetica interposta ad un testo altrettanto intelligente ed un refrain catturante, per un brano che considero la migliore creazione di Martin disponibile anche in versione "prolonged" nella compilation "Electropop vol. 3" by Conzoom Records. Proseguendo l'esplorazione del disco, emergono le fini e danzer ecce procedure di "Day To Waste" e le malinconiche, lente elucubrazioni affidate a "No Ulterior Motives", ma anche le accelerazioni ritmiche ed il canto introspettivo di "Figment Of Mine". Le strutture del successivo album "Fraudulent" non si discostano in modo sostanziale dal precedente ad eccezione di una più aggiornata predisposizione negli arrangiamenti, dettaglio percepibile in "Highly Aware", episodio dall'incedere swingeggiante, oppure nella squisita artificialità minimal-electro di "Telharmonic Hall", ma anche nella struggente intensità di "Done For". Sviluppando ora l'indagine inerente a "Recumbent", esso si presenta con l'impeccabile portamento elettronico che caratterizza da sempre lo stile di Martin Philip, strategia pianificata su leggeri tracciati di drum-programming dalle dinamiche rallentate o mediamente veloci, canto sempre incentrato su curvature romanticamente nostalgiche e soavi punteggiature di synth. "Recumbent But Never Content" apre la title-track presentandos i come un garbato synthpop dal drumming mid-tempo e dai vocals ben intonati che si lasciano cullare da melliflui intarsi di tastiera, mentre nella successiva "Life's a Party" si muovono modulazioni di canto e melodie corrispondenti ad un aggraziato pop elettronico. Non dissimilmente, "Carry No Cargo" replica in sostanza i medesimi tratti della song antecedente basati su languidi vocalizzi in sintonia con un elegante background tastieristico-sequenziato. "Finders Keepers" predispone canto e strumentalità deliziosamente synthpopper, con le armoniose efflorescenze vocali di Martin in combinazione con gli arrangiamenti orchestrali di Chris Wolf, così come "Dimly Lit Stage" non rinuncia a rallentati moduli canori esplicitamente Pet Shop Boys-minded. "My Dear Illicit", come lo stesso Martin afferma, è un brano dalle atmosfere filmiche con sketches loopati, liriche amabili e sequencing, in anticipo sulla seguente e rattristata "Threepenny Fortune". Soluzioni più giocose di programming e syn th-piano si assaporano in "The Opposite Girl", traccia dalle carezzevoli arie vocali e dal refrain traboccante di mieloso sentimento. Sempre con l'identico stile devoto al progetto fonte di ispirazione, "Juxtapose" predispone a sua volta un raffinato synthpop dalle sonorità malinconiche da camminata notturna tra le strade della città, completamente assorti nei propri pensieri. L'effetto "vinile" udibile nelle prime fasi di "Manacles and Shackles" si stempera in successive evoluzioni di piano, programming rallentato, canto passionale e sezioni orchestral-sinfoniche edificate dalle eccellenti mani di Chris Wolf, a chiusura di questo album avvenente e cortese, scrigno di sentimenti ed esaltazione del pop electro-poetico, come del resto l'intera antologia del musicista. Martin Philip è un visionario dall'animo sensibile, un sognatore che riversa nelle sue creazioni torrenziali quantità di surrealismo, ma anche un analitico osservatore del mondo circostante che il compositore ritrae music almente con mirabile senso estetico. Se le vostre abitudini d'ascolto prediligono accordi zuccherini ed un canto ingentilito da seducenti liriche, prestate attenzione a questo outsider emulo del duo londinese che ha scritto dal 1981 un importante paragrafo nella storia del synthpop europeo. Sarà amore fin dalla prima nota.

 

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—- vv-aa - 'manifest destiny, a new world digest' - cd - by maxymox 2011 -—

man La label texana Triskele Recordings, specifica nel settore American-folk/apocalyptic/post-industrial/neofolk, licenzia questa raccolta di progetti statunitensi operanti negli ambiti citati; tutti gli episodi selezionati per questa compilation riflettono pienamente i differenti stili intrapresi dai singoli protagonisti, i cui contributi realizzano una track-list sicuramente ben miscelata e seduttiva, ponendo risalto ad una scena sempre più popolosa di realtà emergenti che spesso reggono fieramente il confronto con i rappresentanti più blasonati. Sperimentazione, sortilegio, acustiche incantate ed oscure, sono solo alcuni degli elementi percepibili in questa release pubblicata in formato digipak e composta da tredici passaggi, il cui primo è affidato ai Luftwaffe, band di Chicago dedita ad un interessante modulo folk-indus-apocalittico, stili integrati nella loro "The Battle Hymn Of Republic", traccia dalle atmosfere marziali e retrò, in cui b9 In ViD e J1 StatiK in collaborazione con Erin Powell degli Awen alla sezione backing-vox, adattano le severe melodie di chitarra, le percussioni e gli inni della song alle liriche vergate nel 1861 dall'attivista e poetessa americana Julia Ward Howe. La seguente "The Soil Of Langemark" è una triste ballata neofolk-melodrammatic di voce, synth e programming scritta e cantata nel 2008 da David E. Williams, artista proveniente da Philadelphia, antecendente agli appassionati arpeggi di chitarra elevati da Cult Of Youth e la sua bellissima "Blackbird", di cui il one-man project impersonato da Sean Ragon, fondatore della label Blind Prophet Records e membro dei Love As Laughter, ne ha scritto e vocalizzato le terse melodie. E' il turno dei Valence e della loro "Stolen Wine", brano di netta identità folker-campestre cantato da N2 Itinitl e Sasha Feline con l'estemporanea cooperazione di Zoanthrope, tra gentili accordi di chitarra, flauto e tastiera su base ritmica programmata. La successiva "Reckoning" è una struggente sad-song dal la voce abbattuta, chitarra, synth e composta nel 2003 dal progetto In Ruin formato da Terry Collia, Jon Eric ed il violinista Abbey Taylor il quale con il suo strumento conferisce alla traccia un'aura di toccante malinconia e di decadente romanticismo. Gli Awen, duo di Dallas composto dalla citata vocalist Erin Powell e dal fedele compositore Eric Kristopher, propongono questo capitolo di natura ancestral-folk, "The Iconoclast, suonato con carezze di plettro e voce baritonale sui cori elevati da KatrinX. Il side-project di J1 StatiK e N2 Itinitl denominato Gnomoclast propende per un classico schema folker-apocalittico costruito su scandite suddivisioni chitarristiche, percussioni, voce ben impostata e pizzichi di mandolino, mentre la susseguente "Ragnarok" dei texani Verandi offre un poema acoustic-folk recitato platealmente dalla voce di Alice Karlsdóttir accompagnata dai rombi elettronici di sottofondo e dalla cupezza tastieristica elaborata da Paul Fredric. Proveniente da Sherman Oaks, l'experimental-indus-folk dei C.O.T.A. inebria l'aria con il mesmerizzante canto di Salomeh perfettamente allineato alle strutture di programming e samples ideate da Jon nella traccia "Dream". Un altro side-project solistico è quello intrapreso da Erik K. alias Eric Kristopher, chitarrista, compositore e voce degli Awen, che in "Empty Ancerstry" propone un austero ed apocalittico neofolk eretto su ritmica tambureggiante, cavalleresche tonalità di voce e soffi di tromba campionata dalla key. Da Beverly Hills, i californiani H8! replicano psicotiche scansioni di drumming marziale e soldateschi vocalizzi in tedesco, elementi che in "The Hour Is Hate" vengono assemblati da Nathan Hate, Jonny Fist Fer Brains e Hattie-Jo McCoy in una traccia fredda ed inflessibile. Da Arlington la piattaforma Steel Hook Prostheses propone i due artisti John Stillings, noto anche con il progetto parallelo Metaconqueror, in associazione con Larry Kerr, aka Black Moon Halo, aka Habeeb, quì autori di un agghiacciante canone dark-ambient/post-industrial intitolato "Project MK-Ultra, suonato con abissale percussività elettronica, atone trasversalità di tastiera simili al vento plutoniano, testi decantati con voce spettrale ed improvvise lacerazioni di noises. Si giunge alla chiusura attraverso uno dei molti volti indossati da Per Nillson, musicista nordeuropeo con sede a Dallas, reperibile anche tra le denominazioni Scandalnavian, Puncture, Replicate, Surplus Humanity e Thronhill: quello compiuto in "Imminent Death" è un suggestivo modulo obscure-ambient di effetti psychedelici ed armonie eleganti sospese tra aerei flussi di synth, echi e stridenti riverberi rumoristici. Solida e convincente, questa compilation sfoggia il miglior vaglio musicale scelto dalla scuderia Triskele Recordings, divulgando un'avvincente progressione di eventi panificati per interiorizzare suoni dal temperamento fiero, appassionato, ma anche sofferto, sottomesso ad una bruciante nostalgia, oppure gelido come una notte artica. Assolutamente consigliato.

  

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—- mekhate - '35 grams' - cd - by maxymox 2011 -—

mek Sfuggente come l'ombra, Mehmet R. Frugis è l'ideatore, oltre del presente progetto Mekhate, anche del disegno martial-neoclassical noto come Sala Delle Colonne; localizzato ad Alessandria, l'artista vanta significative cooperazioni vissute con eccellenze quali Corpo Parassita, Cropcircle, Kenji Siratori, Brighter Death Now, oltre che con l'acclamato L'Effet C'Est Moi, H.E.R.R. ed i Von Thronsthal, appagando egli la propria sete di sperimentazione con una sempre più approfondita conoscenza di acustiche industrial-folker, stile che nello specifico caso di Mekhate si accorpa ad un suggestivo ed imperante nucleo di matrice ethnic. Ed ecco quindi "35 Grams", debut-album licenziato dalla Creative Fields Records nel 2007 al quale Mehmet assegna un concept gravitante interamente attorno al Tibet, conferendo all'opera le cratteristiche di una colonna sonora pianificata per condurre l'ascoltatore in un fascinoso cammino musicale dalle nette congiunture orientaleggianti e colme di surrealismo. Nove le tracce presenti nel disco, ed altrettante occasioni per viaggiare con lo spirito verso immensi paeseggi innevati, sfiorando erte catene montuose, primavere dalle tenui sfumature rosate, notti dense di arcana cupezza e rituali coreografie provenienti dall'estremo Est. "First Level" conferma questi concetti aprendo la track-list con un lento e suggestivo arpeggio di corde al quale Mekhate unisce un canto sofferto e minimali apporti percussivi. La successiva "Yoshitsune Minamoto" si offre in una livrea sonora nipponica dalle note flautate che volteggiano eteree tra improvvisi rumoreggi, impeti di orchestralità impazzita e repentini rientri dalla soporifera pacatezza. Le nobili espansioni violinistiche di corde pizzicate e sonorità levantine sono i tratti peculiari appartenenti a "The Myth II", oltre la quale incontriamo le percussioni sciamaniche e le diffusioni ethnic-ambient edificanti le strutture di "Yu Yen Ten", mentre le scie oscurate ed allo stesso tempo nostalgiche di "A sia After The Rain" rivelano un'indole compositiva tendente alla tristezza ed all'introspezione, elementi che manifestano i loro effetti attraverso un'abbattuta sinfonia di keys e campana funerea ammiccanti agli In The Nursery più etnicamente ispirati. Lo schizoide sperimentalismo apocalyptic-folk-industrial percepibile in "Samsara" riversa sul suono schegge distorte di guitar e laceranti stridori che trafiggono un mantra cantato impassibilmente, così come una galassia ottenebrata da sotterranei boati e da gelidi aliti dark-ambient avvolge il cristallino arpeggio di sottofondo di "Short Fables". L'impostazione sonora in modalità soundtrack dai colori orientali architettata da tonalità di flauto, corde e tenui orchestrazioni di key è udibile nella meditativa "Army Of The Ancient China", traccia anteposta alla conclusiva "Second Level", anch'essa inondata da una musicaltà torpida ed ornata da pallide gemme tastieristiche, tocchi di bell e coralità da film epico. Title-track sorretta da una vibrante presenza di cultura d'Oriente e da un atmosferico sound-system a tema, particolarità che fanno di "35 Grams" un album riuscito, privo di virtuosismi e rapportato ad un pubblico incline ai viaggi spazio-temporali ricreati acusticamente. Soppesando il micro-Universo circoscritto in questa opera unitamente alla formazione tecnica maturata da Mekhate, ritengo non utopico attendere una prossima realizzazione proiettata verso livelli assolutamente oltre il magnifico.

  

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—- MIRRORS - 'Lights And Offerings' - cd - by Maxymox 2011 --

mir Fantastico. Electropop di ampio repiro, terso e concentrato su modulazioni sì di effetto, ma soprattutto eleganti e di qualità superiore. Sono queste le impressioni primarie scaturite dall'ascolto di "Lights And Offerings", eccelso debutto su Skint Records per il quartetto inglese denominato Mirrors, band oggettivamente degna di essere segnalata sulle pagine di Vox Empirea. L'ensemble ripercorre con squisita disinvoltura il sentiero tracciato da illustri rappresentanti del comparto 80's quali OMD, Visage, Kraftwerk, Human League, senza tuttavia limitare una propria e convincente verve creativa, la medesima che impreziosisce questo album di esordio. Il provvidenziale contatto avvenuto tra la band e la label appartenente all'ex Housemartins ed ex Beasts International, Norman Cook, rappresenta un eccellente opportunità di emersione, specialmente se la musica proposta, e nel caso dei Mirros lo è senza dubbio, risulti dotata di particolare solidità. Difatti, la release in esame denota ing egno, classe e carattere non comuni nell'attuale scena synthpop/electropop, caratteristiche ampiamente riscontrabili attraverso un ricco melange di sonorità tecnologiche, in alcuni episodi addirittura accentate da influenze post-Ian Curtis, mescolate ad elaborate sezioni di programming e synths. Questi opportuni paragoni sembrano aver galvanizzato tutti coloro che almeno in un'occasione hanno sperimentato l'ascolto dello stile dei Mirrors, così impeccabilmente nostalgico, trascritto con le immortali calligrafie elettroniche d'epoca, ingentilite da romantiche tonalità vocali e melodie intelligenti, mai orientate verso soluzioni intubili o pedestri. "Lights And Offerings" nasce a seguito di un intenso iter discografico incominciato nel 2009 con "Into The Heart" edito per la Moshi Moshi Records e presente anche nell'attuale album che accorpa inoltre altri due ex singoli. Il 7" "Look At Me" proseguì il percorso nel medesimo anno, mentre il contratto con la Skint Records fu siglato solo n el 2010 mediante il single "Ways To An End", seguito da "Hide And Seek" e dall'ottimo ep "Broken By Silence". Recentemente i Mirrors hanno estrapolato dai vecchi archivi un altro singolo, l'omonimo "Into The Heart", succeduto da "The White ep" disponibile su vinile 7". Focalizzando l'attenzione sulla release in esame troviamo ad attenderci la prima traccia, "Fear Of Drowning", un synthpop di gradevole stesura dove il ritmo viene interamente sequenziato dalle medesime linee di programming replicate nell'intro a cui fanno seguito le magiche modulazioni del vocalist simili a quelle di Andy McCluskey degli OMD. Le armonie leggiadre pronunciate dai synths accompagnano il suadente canto espresso in "Look At Me", mentre la citata "Into The Heart" si offre come uno strepitoso electropop in grado di troneggiare regalmente sulla maggior parte di prodotti similari impiegando vocals di eccezionale levatura paralleli agli OMD, refrain d'effetto ed uno spartito electro-ritmico very danceable. L'az zardo è palese, tuttavia se i Simple Minds avessero mai inciso una traccia a metà tra il synthpop e la new wave avrebbe assunto con ogni probabilità le fattezze di "Write Through The Night", seguita dall'elegante gioco di synths/progs e voce presenti in "Ways To An End". La sublimazione del verbo electropopper si esalta nelle catturanti melodie di "Hide And Seek", colma di riferimenti armonici di provenienza 80's, e successivamente nelle appassionate tonalità vocal-strumentali appartenenti alla magnifica "Somewhere Strange", venata nientemeno che da reminescenze Joy Division. "Something On Your Mind" rilancia liriche e strumentalità attigue agli OMD più recenti, mentre la dinamica percussività di "Searching In The Wilderness" crea uno stupefacente spaccato spazio-temporale attraverso il quale si riascoltano, non senza punte di nostalgia, le mitiche evoluzioni electropop degli outsiders 80's più in ombra come Blue Zoo, John Dark e molti altri consimili. "Secrets", traccia di chiusura, espone un ennesimo contributo al duo McCluskey/Humphreys, impiegando in questo frangente ritmiche mid-tempo e cristallini ed intonatissimi vocals che si fondono alle avvolgenti spirali propagate dalle keys. Disco semplicemente azzeccato, onesto e senz'altro longevo, una retrospettiva realizzata impeccabilmente attivando ogni possibile ricorso a raffinatezze canore nonchè a strategie synthetiche di esemplare sapienza per un radioso, imperdibile ritorno alle origini. Se anche voi condividete l'amore per il pop elettronico edificato con signorilità e buon gusto, ritenetevi imperativamente obbligati all'acquisto di questo album.

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—- Nano Infect - 'Circuitry Of Blades' - cd - by Maxymox 2011 -—

nano Da Atene, il trittico dei Nano Infect inaugura finalmente il debut full-lenght quale seguito di un'attesa suddivisa tra gigs, cinque adesioni a compilations e un demo: il rilascio dell'album in esame è stato commissariato dalla pluridecorata Danse Macabre, label che reputo attualmente tra le più dotate di lungimirante oculatezza nella scelta degli artisti ingaggiati. L'equipe relativa a questo nuovo progetto si identifica nel front-man SynthetiC (vox/music/progs), Tanzdiktator Saffer (live keys) e Bleeding Doctor (live keys), detentori di un peculiare stile electro/indus acquisito tramite le passate esperienze maturate dai protagonisti presso i progetti Lunarian e Raziel. Il curriculum vitae dei tre elenca inoltre un'occasionale cooperazione con il greco PlasmaG, citato recentemente nelle pagine di Vox Empirea con il suo electro/EBM-duo denominato CYLiX, il quale produsse il primo lavoro su demo cd dei Nano Infect, "Gas Chambers". La lista dei credits menziona inoltre il supporto del la band al concerto ateniese degli Alien Vampires, nonchè una florida attività di remixers a favore di esponenti quali PreEmptive Strike, Xperiment, Symbiote, Valium Era, Project Rotten, C-Lekktor e Stahlnebel Vs Black Selket. "Circuitry Of Blades", compatibilmente con il significato ideale del suo titolo, è un album in possesso di un'affilata ed agguerrita musicalità high-tech, resa irrompente da vocalizzi in modalità harsh e focosi basamenti di synth/programming indirizzati ai dancefloors a tema. Per quanto i Nano Infect siano ancora da considerare in fase di "rodaggio", spicca una nota di elogio rivolta alla professionalità ed all'assoluta padronanza tecnica delle strumentazioni impiegate, dettagli finalizzati ad un'ampia resa dell'album in termini sia dei contenuti stessi che della relativa qualità sonora. Tredici brani dall'estetica elettronicamente impetuosa e ballabile compongono la title-track che accoglie inizialmente "Intro", ovvero un'atmosferica scia di effetti, dilatazio ni, echi e femminei loops ai quali fa ingresso "Abortion", vigorosa, incattivita electro-cavalcata nonchè traccia di punta, scritta a quattro mani da SynthetiC e CFTC, a sua volta inclusa in recenti raccolte dai titoli altisonanti, "Sonic Seducer Cold Hands Seduction Vol. 122", "Zillo" e "Gothic Compilation Part LII". Proseguendo la perlustrazione dell'album si incrocia "Terror In My Mind", traccia attraverso la quale la band sprigiona chilotoni di battente energia industrial-electronica strutturata su veloci sferzate di programming ed una pirotecnica coreografia di synths a supporto di vocals pronunciati con meccanica crudeltà. Altrettanto dinamico, lo spartito di "Nightmare" propaga melodie di acciaio utilizzando al meglio le conoscenze della line-up in materia di danze post-nucleari, mentre la successiva "Bound To Kill" delinea un portentoso impianto ritmico fortificato ulteriormente da harsh-vox ed affilati inserimenti tastieristici. "Not My Ideal Kind Of God" rallenta la percuss ività misurando il tempo con pesanti cadenze attorniate da opprimenti sinfonie di synth e fraseggi gutturali dalla tonalità minacciosa, così come "Holy Blood Ideal God - Part II" impiega la medesima perfidia vocale pronunciata da SynthetiC con l'introduzione della guest Nerissa, in aggiunta a corpose inondazioni elettronico-sequenziate e modulari armonie di tastiera. E' il turno dell'ipnotica "Shadow Dance", eretta su solide fondamenta electro-indus dal passo deciso, scandite da precisi intagli di batteria programmata in modalità mid-tempo e, come in precedenza, avvelenata dagli accenti assassini di SynthetiC miscelati a glaciali accordi tastieristici. Più innanzi segue "Fall Asleep" ed i suoi drammatici loops introduttivi, a cui fanno seguito la burrascosa speditezza delle ritmiche, gli acuminati tocchi di synths ed una ruvidezza vocale che cauterizza letteralmente il suono attendendo l'avvento della successiva "Brain Dead, traccia strumentale congegnata su un'ossessiva ripetizione di note, fraseggi looopati e percussività decelerata. Un'inflessibile sound dal passo soldatesco si ode in "The Dead Are Marching", episodio scritto con mano ferma e mente proiettata verso marziali immagini dall'oltretomba, concetti riversati su una plumbea musicalità composta da lenti impulsi di programming ed atmosferiche replicazioni di synth per una traccia colma di seduzione elettronica. L'accresciuta velocità delle bpm in "Suicide Troopers" si commuta in un fustigante meccanismo sintonizzato con il pulsare dei progs e le febbrili rincorse tra i sintetizzatori, fino al sopraggiungere del segmento finale, "What Lies Beneath", brano incluso nella compilation "World Wide Electronics Volume One" ed interpretato mediante brillanti inserimenti di synth, una spossante volata ritmica e sugli ormai noti flussi vocali di natura harsh-minded. Senza necessariamente riscrivere i teoremi electro-industrial, i Nano Infect dimostrano di poter rispondere positivamente ad ogni richiesta in termin i di ballo sfibrante, aggiornate concezioni dei dettami sonori appartenenti al genere e competitiva qualità del prodotto realizzato: "Circuitry Of Blades" è quindi un album di indiscusso valore che saprà certamente distinguersi tra le recenti proposte in materia. Fate spazio nella vostra selezione: la prepotente avanzata della new electro-generation ellenica è ormai realtà.

 

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—- Neuropa - 'Plastique People' - cd - by Maxymox 2011 -—

neuropa Il nome dei Neuropa circola nell'emisfero synthpop/wave fin dal 1997, anno di pubblicazione del debut album "New Faith" seguito due anni più tardi da "Sins Of The Heart", ambedue rilasciati all'epoca dalla label Silicon Underground Records. La carriera del duo australiano formato da Alberto Martinez, membro inoltre dei Junk Circuit, unitamente a Jason Last, conobbe una più concreta ascesa grazie alla scritturazione siglata con il marchio statunitense A Different Drum, autentica istituzione dalle impeccabili credenziali nella distribuzione di competenza electronic-pop. Attraverso questa label i Neuropa licenziarono i successivi e celeberrimi full-lenght "Beyond Here And Now" del 2001, l'esteso "Born" edito nel 2004, "The Blitz" del 2007 ed infine il presente "Plastique People" prodotto originariamente nel 2010 e parte integrante della collezione limited edition di trecento esemplari denominata "Vip Series". Oggi l'intraprendente etichetta germanica Conzoom Records rilancia nuovamente il disco ufficializzando questa new-edition nella quale spicca il rinnovato allestimento della track-list che ora appare arricchita di tre bonus più una sostituzione: la nuova entrata "Reinassance" prende il posto di "Catalyst". L'album propone prevalentemente vivaci formule di pop synthetico che richiamano nette procedure in voga tra gli 80's e i 90's, composte da terse forme di canto ed effervescenti melodie generate dal dialogo tastieristico in combinazione ad un danzabile meccanismo di programming. Ne è una prima conferma l'omonima "Plastique People", traccia d'apertura che ricrea un simpatico dinamismo synthpopper impiegando la scattante vitalità del drum-sequencer, dualismo canoro e giocose toccate tastieristiche. "Reinassance" attiva veloci replicazioni electro-percussive ed i tipici accenti vocali dei Neuropa dalle curvature simil-Erasure, mentre la seguente "Das Beat Industrialle" ripiega su intonate sezioni di voce dall'accattivante refrain, paralleamente ad un trascinante apparato ritmico e brillanti punteggiature di synths. La strategica scelta dei timbri e delle cadenze percussivo-programmate si rivela ancora vincente: "Fashion War", infatti, incorpora danzabilissime pulsazioni, luminescenti vocalizzi e scie di accordi tastieristici che devono molto agli splendori wave's di epoche remote, eppure ancora attuali e vibranti. "Concrete Fields" è una traccia piacevolmente synthpop-oriented scandita da drumming mid-tempo e vocals ben impostati in appoggio ad un sobrio accompagnamento di keys; la susseguente "Modern Talking" non differisce dal trascorso episodio, offrendo ritmica e strutture vocal-tastieristiche pressochè simili, sensazione dissipata da lì a breve dall'ascolto relativo a "Darkness Remains" in cui le regolari tessiture del synth aprono la via ad un incisivo fraseggio sostenuto a sua volta da asciutte battute percussive. Le galassie artificiali disegnate dalle tastiere abbelliscono ora "Chromakey", un brano syntheticamente irresistibile, dal canto melodioso e dalle struttura complessive discepole del duo Andy Bell/Vince Clarke, così come "Save Us" si rivela un gagliardo pop tecnologico edificato su incalzanti trame di programming, limpidezza vocale e chiaroscuri di tasti. "Nothing Like You" batte il tempo elettronicamente e con grande efficacia, delineando una traccia solidamente ritmata, percorsa da elettriche correnti di guitar, aride stratificazioni di keys e voce in presa diretta. Nuovamente le modulazioni vocali Eruasure-minded si attorniano di un colorito background strumentale di sintetizzatori che scorrono tra la celere percussività elettronica pianificata anche per "The Futurist", in anticipo su "You Feel The Same", traccia dalla ritmica spedita che in qualche fugace istante del canto ricorda la song "Black Town" degli Elegant Machinery. Sopraggiunge quindi "In The Silence", episodio altrettanto dinamizzato da un'asciutta electro-percussività che codifica i tratteggi delle macchine ed i risoluti vocals, element i preannuncianti la prima bonus-track rappresentata dalla rivisitazione in fase -Biosphere- di "Darkness Remains", quì irrobustita da un più corposo insieme di arrangiamenti, precedentemente all'extended mix di "Modern Talking", anch'essa impreziosita da ballabili sintetismi. In conclusione, la bellissima reprise di "Save Us", riedizionata in assetto -Infernal Mix-, si distingue per gli energici influssi da pista rivolti agli electro dj's; "Plastique People" è una release da considerare appetibile perchè dotata di una title-track accuratamente tornita e completata con un'arguzia sviluppata ormai in quindici anni di onorata presenza nel palcoscenico synthpop. Disco consigliato a chi volesse testare per la prima volta la validità del Neuropa's style, nonchè al fan del duo oceanico che già sia in possesso della prima edizione dell'album e desiderasse ampliarne ulteriormente l'ascolto. Rinnovo i miei complimenti alla capacità produttiva della Conzoom Records.

 

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—- ng (northgate) - 'bendicion' - cd by maxymox 2011 -—

ngh NG (Northgate) è la pianificazione musicale ideata nel 1992 da Trevor alias 3VOR (guitars/progs/clavier/piano), noto per la sua presenza in qualità di drummer-vocalist nelle file dei Camerata Mediolanense. La sinergia artistica con il bassista-chitarrista Ilario Cellon (Ylo) dei Cold, il batterista Marco Schiavo (Il Bue) proveniente dai Larsen, con Fabrizio Modonese Palumbo, assente nella line-up di questo album, ha originato un progetto dallo stile multicomposto che unisce uno sperimentale nucleo elettronico ad una svariata serie di richiami indus-psychedelic, post gothic, ethereal-rock ed un'atmosferica sospensione tastieristica che definirei "emotional-ambient", elementi che combinati in un'unica formula, diffondono un sound di ardua catalogazione, dai connotati separatamente e contemporaneamente riconducibili ad ognuna delle discipline menzionate. Cult-band sotterranea ed introversa, i NG (Northgate) sono i fautori di una discografia creata inizialmente in versione nastro con "St atuae Curaeque Coniunctio", tape-release registrata nel 1994 a Milano e licenziata dalla conterranea label L'Alternative Dramatique alla quale fu affidata anche la seconda poduzione, "Liturgie Pour La Fin De La Patrie" del 1995. Il live di sei tracce "Fest Der Wandervögel" registrato a Chiasso nel 1997 prosegue un già consolidato percorso includendo nella sua track-list una buona interpretazione di "III", song degli indimenticabili Ain Soph, conducendo quindi i NG alla successiva stesura dell'album "Psychodrama" del 1999 seguito dal secondo full-lenght "The Blue Builders" del 2000 ed infine al quì presente "BeNDicIoN" rilasciato nel 2007 dalla Creative Field Records. L'opera include dieci tracce battezzate con titoli estesi e dai contenuti che differiscono nettamente da altri cloni imperversanti nell'entourage avanguardistico per intelligente complessità e perfetto equilibrio tra tecnologia e carica comunicativa, bilanciamento che unisce indissolubilmente l'umana malinconia alla fred dezza esecutiva delle macchine. "Flaming Nuns Against The Sun" riveste il ruolo di opener, estaticamente depressa nelle sue aeree fluttuazioni di tastiera che accarezzano depressi arpeggi di guitar, giri di basso, arcani sussurri e drumming scandito con mano precisa, dettagli anteposti alla successiva psychedelìa chitarristica di "Relics Blessed In Vinegar", ipnoticamente musicata attraverso un abile gioco di echi, staccate ripartizioni di percussività down-tempo e caleidoscopiche percezioni del suono. Scritta da Andi, la notturna e nostalgica, "Ice W" promulga lenti accordi pianistici, morbidi flussi di key e vocals dai toni sepolcrali, mentre la seguente "Pearlman" propaga un liquido e psychedelico insieme di batteria, programming, tastiera e rochi, aleggianti bisbigli. Orizzonti electro-allucinogeni si muovono lentamente al ritmo scandito della drum-machine appartenente a "Mystic Lamb Sumerian Theatre Desynchro", rafforzata nello sviluppo da battute ritmiche più corpose, ante poste alla successiva "Across The Indian Ocean, Mothers Walk On Daughters", traccia caratterizzata anch'essa da alchimie psychedeliche prodotte dalla chitarra, dal drumming ipnotico, da un background di echi vocali ed aeree immissioni di tastiera che rendono questo espisodio astratto quanto un trip lisergico. Elegantissima e finemente tecnologica "...And The Angels Plough The Fields, By Night, With Their Wings" recupera vellutate atmosfere ambient dai lunghi pads tastieristici, gocciolio sequenziato e distanti arpeggi di guitar, così come la susseguente "What A Brilliant Mind, With The Woodworm Of Indecision" espande sensuali malinconie pianistiche poggiate su struggenti dilatazioni di key e chitarra. "Ice W # Reprise (Hangin' Fishes On The Trees)" ripropone l'identico pentagramma della versione ufficiale ma quì maggiormente enfatizzato da più grevi punteggiature pianistiche ed un avvolgente manto di tastiera, basso e nessun apporto vocale. La chitarra di Manguss dei Warnipples/Senso ry Gate estende abrasive linee di plettro udibili in lontananza tra le arie della surreale "Greek God In The Cold", vocalizzata seraficamente da Paola Bianchi dei Ludmilla/Femina Faber ed affidata ad una narcotica sezione di tastiera. Disco arguto e degno di autentico interesse, apprezzabile per le salienti qualità atmosferiche percepibili in ogni singola traccia. I NG (Northgate) hanno saputo generare un blend di suoni multiarticolati, preziosi, dall'elevato quoziente attrattivo, uno scrigno di armonie colloquianti con le aree più remote dell'inconscio. Il susseguirsi di emozioni vi guiderà attraverso questo album dal valore innegabile ma ancora troppo conservato in penombra: ascoltatene attentamente le trame e lasciate quindi che "BeNDicIoN" si sostituisca alla vostra immaginazione.

 

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—- NON-BIO - 'Pillar Of Salt + Megacube' - cd - by Maxymox 2011 -—

seventh In realtà il londinese Howard Gardner è un uomo poivalente dal punto di vista artistico, essendo egli reduce da sotterranei esperimenti cinematografici unitamente a realizzazioni video sia nel ruolo di produttore che animatore. Questi due ep's che ho scelto di unire in un'unica recensione sono il risultato dell'esercizio musicale chiamato Non-Bio, intrapreso individualmente da Howard nell'ambito del genere minimal-electro/industrial sperimentale. Licenziati entrambi dalla label Mrs Vee Recordings i lavori ascoltati si propongono quale crocevia tra due differenti aspetti, spesso complementari, che caratterizzano l'universo avanguardistico, ovvero le associazioni di visuals mediatici ad un sound-system tipicamente freddo e suggestivo le cui azioni congiunte potenziano vicendevolmente sia le immagini osservate che le strutture soniche proposte. L'arte figurativa del repertorio Non-Bio è concepita come una concatenazione di lenti fotogrammi, sovente in modalità black & white, immortalant i spogli dettagli architettonici, contemporanei e antichi, visioni di androidi, scenari naturali interpretati da occhi e mente glaciali, oltre ad una successione di decadenti allegorie industrial colme di neo-simbolismo. Approfondendo l'analisi rivolta ai due ep's, incomincio con la descrizione del debut di cinque tracce titolato "Pillar Of Salt" che offre dapprima l'esangue particella "Travellator", un alienante assemblaggio tra synth e percussività filtrata, a cui subentra l'altrettanto minimale "Mutoid Man", traccia dalle robotike incitazioni vocali circondate da essenziali pulsazioni electro-industrial. "Telomere (part I)" diffonde attenuate scosse ritmiche e ruvide propagazioni di tastiera, concetti che si prolungano nella corrispondente "Telomere (part II)", anch'essa sinistramente orchestrata da un synthetismo velenifero e ossuto. L'omonima "Pillar Of Salt" canalizza un corollario di suoni e melodie dal tocco polare, asciutto, unitamente a inespressivi flashes di voce su brumo si filtraggi di synth che concludono la corsa del primo ep. E' ora il turno di "Megacube", ovvero la produzione più recente della discografia Non-Bio: in questo atto le costruzioni sonore subiscono una dinamica variazione per quanto concerne la mobilità ritmica che diviene ben più sostenuta e ballabile pur rimanendo attorniata da un background antimelodico e in molti tratti inumano. "Megacube" è anche il primo episodio della track-list che rivolge all'ascolto un circolare modulo di programming, loops vocali e interferenze elettroniche, così come la successiva "Zen Spiders" emette lente, ipnotiche ondate di suono opaco e vagamente orientaleggiante percosso da un anemico e-drumming. "Tomorrow's Another Day" predilige soluzioni quasi drum'n'bass arpeggiate da una rindondante scala di accordi sostenuta minimalmente dal synth. Più corposa, "Polybius", traccia finale, integra al suono ulteriori elaborazioni elettroniche, ritmica scattante e sibili di voce sequenziata. L'approccio con la mu sica concepita da Non-Bio è un'esperienza singolare da vivere interamente congiungendo, come fosse un unico sensore, l'apparato visivo e uditivo L'inscindibile dialogo tra le immagini scaturite dall'inventiva di Howard e le sonorità da lui create irretisce ed impegna la mente, suggestiona ed affascina la fantasia. Ad esclusivo uso del microcosmo post-modernista. -|-|-» Acustiche micrometriche animate da video-illustrazioni, strategie minimalmente elettroniche realizzate con sobrità ma allo stesso istante complesse e tortuose. Non-Bio esige un pubblico erudito, propenso alla musicalità esperienziale e dotato di mente flessibile per interiorizzare appieno i messaggi comunicati. La colonna sonora per sogni avveniristici.

 

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—- Northern Sadness - 'Riddles Of Lunacy' - cd - by Maxymox 2011 -—

northernsa Considero un'autentica manifestazione di creatività il saper oltrepassare il proprio genere musicale sperimentando stili alternativi in grado di differenziarsi da ciò che si è sempre composto. E' il caso dei belgi Koen De Brabander e Philippe Lefief, rispettivamente vocalist e bassista dell'estinto progetto wave/goth-rock con sede a Bruges chiamato The Dead Poets, i quali hanno recentemente fondato una strepitosa neo piattaforma di natura dark-electro che prende il nome di Northern Sadness. Tenebrosi contrasti tra wave ed elettronica, vocals sempre imponenti, autorevoli e soluzioni melodico-tecnologiche di prim'ordine, sono i fattori peculiari che rendono le musiche del duo così accattivanti ed evolute, grazie ad una particolare cura negli arrangiamenti e nell'estrema pulizia del suono prodotto dalle apparecchiature. La label germanica Echozone promuove quindi il debut album, "Riddles Of Lunacy" che sfiderà nel tempo i paragoni con molte delle altolocate rappresentanze del genere in questione, costituendo esso una delle più accreditate releases proposte in quest'ultima parte dell'anno. Quattordici tracce da vivere fino all'ultima nota, una lista di titoli dai contenuti indicati ad un pubblico electro-progredito che sappia trarre significato da profonde introspezioni armoniche, come quelle percepibili nella prima song "Eternal Solitude", languida e triste, sospinta da una minimale struttura di programming combinata a vocals meditabondi ed alla struggevolezza violinistica disegnata dalla tastiera. "All this Noise" è una traccia maestosa che entrerà di diritto nelle preferenze di chi ama la sontuosità electro-darkwave, in questa occasione magnificamente esposta dal prorompente intreccio corale intonato dai due protagonisti, avvolto attorno ad un pulsante apparato ritmico che sottolinea a sua volta le finezze propagate dalla tastiera. "Out of Mind" basa la sua musicalità su un palpitante manto di programming ed i vocals elegantemente riverberati di Koen posti al di sopra dei freddi chiaroscuri diffusi dalle macchine. Ancora tanta espressività dark-wave minded nella successiva "Disorder", brano colmo di ipnotismo e senso dell'alienazione sonica, concetti estrinsecati vocalmente dal singer con grande passionalità ed attorniati da un tenebroso impianto di synth e sequencing. Si giunge alle notevoli arie di "I Remember You Pretty", regolata da un asciutta base di drum-machine che scandisce le bpm mid-tempo con metronomica glacialità, concedendo alle liriche ed all'esangue strumentalità tastieristica di elevarsi, esplodendo in un refrain dal carattere sinfonicamente oscuro. La scomposizione di reminescenze vocali di provenienza waver unite a formule elettroniche di gran classe originano minuscole gemme quali "Hollow Eyes", vocalizzata con ottimo criterio estetico e costruita mediante astrali tecnicismi di synth e programming, aspetti susseguiti dalla straordinaria "Alveston Meadows", episodio di assoluto pregio creato attraverso ballabili ed irresistibili geometrie electro-dark-pop, tra le quali spicca gloriosa la fulgida voce di Koen il quale intarsia, a mio avviso, la song più avvenente dell'intera opera. Le grida corali di Philippe, riscontrabili in molti passaggi della track-list, si espandono, unitamente al canto depresso di Koen, anche dalla seguente "To the Empty Fields", perfettamente inquadrabile in un contesto obscure-electro composto da appuntite linee di programming miscelate a modulari accordi tastieristici, anticipando la spettralità che caratterizza l'omonima "Riddles of Lunacy", crepuscolare oggetto tecnologico entro cui è udibile il canto scultoreo del vocalist subissato da ondate di suono artificiale ed orchestrali sezioni ritmiche dall'incedere risoluto. Un femmineo fraseggio introduce la successiva meraviglia, "2nd Hand Girl", traccia dalle strutture complessive che rimandano incantevolmente ai Depeche Mode più adombrati, dettaglio concretizzato da questa electro-piece ordinata ed intrisa di immenso fascino, architettata utilizzando un battente rettilineo programmato, flussi di synth ed un'impostazione canora d'effetto confidante come sempre nella calda baritonalità del vocalist. Velocità e slancio costituiscono gli elementi presenti in "No More Stories", danzabilissima nella sua dinamica esposizione di electro-drumming supportata da un brillante sostegno tastieristico e speculari forme di canto, principi replicati anche nella successiva "And What to Believe", disseminata di spediti patterns con sonorità elettroniche e vocali pianificate con intenti dance-oriented. Più innanzi si accede all'irrequieta "I Cant Live in A Livingroom", traccia ritmata da una spossante percussività dalla quale si dirama un trascinante refrain con vocalizzi dai toni pieni, le cui cadenze impongono alle gambe un gagliardo movimento da pista electro-alternativa. Capitolo finale, "Poets and Angels" perlustra magniloquenti orchestrazioni tastieristiche e testi cantati con rinnovata enfasi waver, per un bellissimo brano impostato su sinfoniche, buie ripartizioni down-tempo di synth e drum-machine. L'album, realizzato uniformemente dal rigore scaturito dagli equipaggiamenti elettronici, risulta pervaso da un senso di lucida, composta follia che satura gran parte delle creazioni orientando il disegno sonoro di "Riddles Of Lunacy" verso la seduzione assoluta. L'impressione primaria percepibile dopo l'ascolto di questa release è di forte personalità e distinzione, nonchè di aristocrazia electro, in grado di polarizzare l'attenzione non concedendole un istante di tregua. Ammirevole è inoltre il foreground vocale di Koen abbinante i signorili accenti wave alla cupezza del dark-sound, il cui connubio ha generato un prodotto discografico dotato memorabile finitura tecnica e destinato a richiamare a sè un grado sempre maggiore di interesse. Disco oscuramente radioso, dalla bellezza algida, irraggiungibile: resterete perennemente soggiogati dal suo enigma.

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—-Orryelle & The Hermaphroditic...'156=Musick=Babaloon=Kaos' - by Maxymox 2011 -—

orryelle La label polacca Zoharum Records promuove questo disco multiarticolato e dalla struttura organizzativa assai stratificata e complessa. Più che un'opera vera e propria essa si propone come un unico esperimento musicale perfezionato in varie riprese da una galassia di artisti chiamati ad esporre in tempi diversi teoremi simili ad estemporanee liturgie neo-tribali, oppure anemiche composizioni dal corpus minimalista e livido che inscenano una sequenza antimelodica di spartiti neoclassical/ambient alonati da uno psicotico background acoustic o electronics. La creazione di questo estemporaneo ed introverso test è stata resa possibile grazie alla cooperazione tra gli The HermAphroditic ChAOrder Of The SILVER DUSK, (ovvero un'artistic-ensemble operante nelle aree visuals, recitative e magiche, nonchè in ulteriori ramificazioni multimediali), in associazione al risutato dell'interscambio di files audio via internet da parte di anonimi net-protagonists, i quali hanno apportato individualmente il contributo allo schema-base delle tracce, rinviandole in seguito ad altri sconosciuti compositori in una continua, stimolante serie di perfezionamenti modellati attraverso i ritocchi di ogni elemento convocato nell'iniziativa. Più tangibile è invece l'identità della terza parte del progetto costiuita da Orryelle Defenestrate-Bascule, pluriforme artista di Melbourne, autore di composizioni sculturali, musicali, filmiche e teatrali riconosciute sia in Europa che negli States. Significativo, il titolo "156=Musick=Babaloon=Kaos" declina esplicitamente il riferimento cabalistico-ebraico del numero 156 in rapporto all'inquietante figura di Babalon, dea proveniente dal culto di Thelema e citata nelle allucinate descrizioni di Aleister Crowley come una figura mitologica cavalcante la Bestia a sette teste, delle quali Kaos rappresentava una di esse. La release ora in questione è pubblicata in 156 esemplari comprendenti anche un bonus-disc, mentre l'edizione analizzata da Vox Empirea rigua rda esclusivamente il cd principale costituito da tredici episodi: "156", opener-song, rivolge all'ascolto un torbido, rarefatto mantra orchestrato dapprima mediante una nube di effetti elettronici susseguiti da un canto sciamanico, elementi sonori irradiati integralmente di atmosfere rituali, opprimenti. "Fecundity Of Form" propaga uranici bagliori di laptop, conferendo alla traccia uno stile ethereal-ambient dai profili psychedelici, così come il recupero di armonie liturgico-tribali viene impresso in "EquiNOXULiqE Circle", inno ancestrale a due voci intersecate da effects e più innanzi in "Line By The Nile", oscura celebrazione pagana espressa con vocals da raccoglimento meditativo, esangui riverberi di tastiera in sottofondo e sinistri scricchiolìi. "Dance Of The Djinn" è una straniante road-ballade di voce, chitarra e basso, componenti disposti su una musicalità imprevedibile e squilibrata, seguita nuovamente dalle occulte formule di canto in questa occasione applicate a "hTOYA" , stregonesca diffusione di voce circondata da rumoreggi elettronici che simulano la gestualità di una sotterranea messa scacciaspiriti. Il surreale registro che pronuncia preliminarmente i testi di "AZOTh" alterna confuse melodie di corde ad un livido background sonoro di fisarmonica, fino al successivo sviluppo incentrato su ebbre forme di canto, urla lancinanti, sviolinate manicomiali, stridori echeggiati ed accordi senza anima. Si giunge alla sinfonica "Babarzirryelle", un breve iterludio di key che sparge una corposa scala di note in crescendo, traccia autarchica che cede presto il passo a "Hekate Charm", edificata su indecifrabili sezioni di violino, cupe pulsazioni di basso, sussurri, un monologo dagli accenti depressi ed un'allucinata scia di acustiche ambient. La tematica portante del disco, improntata fondamentalmente su simbolismi veicolati da un sound catartico, trova in "Daleth" un ulteriore esempio per evocare riti ultraterreni dai tratti ipnoticamente invasati e tenebr osi, così come le manipolazioni appartenenti a "Passage Right" trasfigurano il pentagramma rendendolo assolutamente patologico, musicalmente inintelligibile, utilizzando metallici accenti vocali, scomposte trafitture di violino, scarni arpeggi di basso ed un flusso di sonorità artificiali dalle cromature svuotate di ogni luce. L'arabeggiante "ssSOROBOROSss" ricrea idealmente una sensuale danza da harem con tamburo, bells, arco e trasposizioni femminili, fino al raggiungimento della conclusiva "She Shall Ride He (Parzival And The Holy Grail)", brano percorso da fremiti noise-dark-ambient entro i quali serpeggia un filamento vocale, quasi una preghiera rivolta a sinistre forme di culto. Proposta discografica singolare, relegata ad un pubblico assolutamente predisposto all'ascolto di moduli al limite dell'improvvisazione acustica. Fondamento irrinunciabile per la perfetta sintonia con questa opera è la totale comprensione delle sue esplicite caratteristiche sperimentali, intento che sor vola appositamente le usuali metodiche compositive, i tecnicismi da studio e, di conseguenza, i consensi ad ampio raggio. L'effettiva valutazione di "156=Musick=Babaloon=Kaos" rifugge dai criteri di analisi applicabili alla maggior parte delle pubbliazioni in stile ambient o classical, rappresentando esso non solo un disco, ma soprattutto uno strumento mistico, finalizzato all'incontro psichico tra l'uomo e l'immensità cosmica. Per chi non esige esclusivamente finezze da laboratorio sonoro ma una completa sinergia con altri mondi, introduca questa release nelle sue notti senza sonno.

* P *

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—- The Psychogeographical Commission - 'Widdershins' - mcd - by Maxymox 2011 -—

psyc "Urban-folk", "Subway Underground-music", "City-ambient": sono solo alcuni dei termini utilizzati per catalogare lo stile compositivo di questo particolare progetto di Glasgow che dal 2008 è impersonato dal duo S. e Hokano i quali suddividono le rispettive competenze tra strumentalità acustiche e virtuali. Per la terza occasione mi accingo quindi ad analizzare e recensire un disco proveniente da una straordinaria e caparbia passione per tutto ciò che di introspettivo e spirituale esiste nell'ambito metropolitano. Le due precedenti opere su full-lenght "Genius Loci", l'acclamato debut, ed il successivo "Patient Zero", sono caratterizzati da tracce i cui contenuti sondano e captano i recessi più imperscrutabili della città, estrapolando da essi l'essenza metafisica, gli echi occultati dal frastuono, le sottili vibrazioni psichiche emanate dagli abitanti oltre ad un'infinita serie di aspetti invisibili all'occhio umano ma ugualmente presenti e vividi tra le strade, gli edifici ed il sot tosuolo. Il risultato di tale, complicata indagine, viene trasmutato in suono, il quale riesce a far confluire nella fantasia dell'ascoltatore predisposto le forme e le sensazioni della mitologia urbana, quale fosse l'inizio di una nuova, affascinante frontiera della scienza. La tecnica musicale adottata dai The Psychogeographical Commission spazia da sonorità rarefatte ai moduli rumoristici del field-recording, toccando inoltre armonie minimali sorrette da elettronica e chitarra con autentiche celebrazioni vocali espresse in modalità narrativa. Il cd-single ora in esame è licenziato, al pari dei due album sopracitati, dalla label Acrobiotic, proponendo un concept incentrato sulla storia, la cupezza e le vicissitudini che come un misterioso abbraccio avvolgono la vecchia metropolitana di Glasgow, location attorno alla quale sono state registrate sperimentalmente le buie acustiche incluse in questo mini-disc. "Widdershins" è un'unica suite lunga 24 minuti, dalle sonorità acquisite nei tunnel della metropolitana durante lo specifico arco temporale incluso tra il Solstizio invernale del 2010 e l'eclissi totale avvenuta esattamente in quel periodo; i tenebrosi soundscapes incisi diffondono prevalentemente il rombo del treno che corre sui binari alternato a pads di discendenza psychedelic-ambient, vibranti picchi di rumore arcano ed aeree ventate di correnti sotterranee, elementi dalla musicalità praticamente inesistente ma in grado di trasportare la mente all'interno di un vortice dalle pareti color inchiostro, entro le quali la temperatura percepita dal corpo risulta prossima allo zero. Il "cerchio antiorario", ovvero il percorso direzionale intrapreso station by station dalla linea metropolitana di Glasgow, assume un simbolismo da dimensione parallela che gli attenti osservatori The Psychogeographical Commission hanno saputo estrarre ed incanalare in un piccolo oggetto sonoro dall'aura misteriosa ed evocativa. Ep limitato a sole 125 copie, "Widdershins" include ne l suo minuscolo packaging un biglietto della SPT Subway, quale memoria di un'esperienza innaturalmente oscura che potrete vivere preferibilmente a luci spente, nottetempo ed attraverso le cuffie. Buon viaggio.

  

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—- PHENOTRACT - 'Shifting' - cd - by Maxymox 2011 -—

PHENOTRACT Lo statunitense Eric Shans, con base tra Brooklyn e New York, è l'artefice del solo-project Phenotract fin dal 1999. La polifunzionalità di questo disegno sonoro è condizionata totalmente da un'elettronica interpretata in molteplici discipline che spaziano dall'industrial tipica della decade '80/'90, ad estemporanei excusrus nella techno-house vissuti nell'album "Within A Second" del 2003, realizzato in collaborazione con Isaac Glendering dei Cesium 137. Questo nuovo autoprodotto titolato "Shifting" rappresenta il terzo album ufficiale dell'artista ora più incline ad un sound stereofonicamente effettato e strutturato da tecnicismi "soft-minded" tendenti, anche se in misura quasi impercettibile, all'electro-wave, oltre ad un apparato canoro sempre posizionato su tonalità zuccherine. La scuola tecnologica americana, assai differente da quella europea, è percettibile in ognuna delle dieci tracce del full-lenght che esordisce con "Unreal Highs" cantata, come altri cinque episodi, in duet to con Katharine Heller. "Way Back (Falls Apart)" propone un brano mid-tempo elettronicamente waveggiante, vocalizzato con gli additional vocals di Niabi Caldwell a cui segue "Out of Sequence" arpeggiata dai tocchi di chitarra elettrica manovrati da Gabriel Dorosz su un tenue background di programming e vocals diffusi dal duo Eric-Katharine. "Blinded" somma le atmosferiche sezioni vocali appartenenti ad Eric a quelle della guest-vocalist Anaben affiancate ad impianto strumentale di sintetizzatore e programming: ne risulta una electropop-song edulcorata da ascoltare con leggerezza. Gli effetti stereo, come accennato in apertura, sono sempre accurati e presenti anche tra le onde-synthetiche di "Separate Places". Un morbido flusso tastieristico imperversa lungo "To Breathe" unendosi alle nostalgie vocali emesse da Niabi Caldwell, succedute in seguito dalla rindondante musicalità introduttiva di "Full Circle Again", traccia in larga parte cosparsa da monocromie di synth e vocals dispersi vi che solo nella seconda tranche dell'episodio recuperano interesse grazie ad uno scandito supporto percussivo. Sempre Niabi Caldwell sostiene vocalmente con Eric "Rise "The Surface", ennesimo mieloso episodio di pop elettronico seguito dalla ballabile "In The Clear" anch'essa obbediente agli schemi fin'ora riscontrati e replicati anche nella conclusiva "Relive And Forget". Disco gestito con finezza ma anche con minimo senso della varietà sonora. Il concetto elettronico esposto da Phenotract in "Shifting" può essere tranquillamente integrato ad un sottogenere da ascoltare con disimpegno, scostandosi esso da moduli elaborati o figli di un'accentuata sperimentazione. Onesto, non pretenzioso, Phenotract compone per pura passione, improntando il proprio stile su melodie semplici, delicate, ma in forte debito di personalità. Eric Shans potrebbe offrire molto di più. Non c'è dubbio. -|-|-» Le buone capacità operative del progetto potranno emergere definitivamente solo dopo una concreta scorporazione da quelle incerte e retoriche espressioni udite nell'album, sforzo a mio giudizio indispensabile per uscire dal cono d'ombra che ancora oscura questo artista. Pura questione di volontà.

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—- Runes Order - 'Disco Nero' - cd - by Maxymox 2011 -—

runo L'inquieto moto creativo del mastermind Claudio Dondo assume ora una forma carica di thrilling da colonna sonora e di atmosfere noir, elementi di traino che caratterizzano interamente questo nuovo album dei Runes Order. Teso, ossessivo, crepuscolare, "Disco Nero" rivolge all'udito un suono definito attendibilmente psychedelic-ambient, originato da un congruo numero di additional guests i cui specifici ruoli e nomi saranno rivelati individualmente nell'eplorazione della release, anticipando tuttavia fin da ora le identità di Francesco Larosa alla batteria/percussioni, Marina Larcher alle sezioni vocali e Davide Bruzzi alla chitarra elettrica, al E-Bow e alle tastiere, protagonisti questi reperibili nel più ampio spettro d'azione degli eventi contenuti nel full-lenght. Il noto Cecco si occupa a sua volta della sobria ma simbolica estetica dell'art-work, mentre lo stesso Claudio Dondo dirige le orchestrazioni suonando una varietà di strumenti quali keyboards, organo, electric piano, il Mellotron, oltre al il più attempato artificio musicale elettronico chiamato Theremin, tape recordings e drum machines, aggiungendosi infine come backing-vox. La label HauRuck! S.P.Q.R. si occupa del rilascio di questo distinto lavoro da ascoltare con la ferma consapevolezza di essere pervasi da sonorità ottenebrate, non prive di un serpeggiante phatos che circonda e aggredisce i sensi, soprattutto se vissute nottetempo. E' il caso dell'opener dal titolo persuasivo, "Congiura e Maledizione", una traccia densa di intuizioni ambient e citazioni post-pinkfloydiane mescolate a urli loopati, oppure della successiva "Voci Dal Profondo", gelida dark-song di solida levatura, cantata splendidamente da Carolina Cecchinato e sussurrata da Diego Banchero, le cui introspettive liriche ben si adattano al cupo background tastieristico sorretto da un filamento di drum-machine e programming. "Fuga (Terreno K)" sintetizza tutti gli elementi indispensabili ad una soundtrack da scary film, impiegando un sapiente dosaggio di psychedelìa chitarristica, batteria e pads effettati, mentre il susseguente passaggio di un treno preannuncia i maniacali fraseggi da serial killer pronunciati da Geppo in "Chiave Quadra", collocati in un drammatico contesto strumentale di keys, bells, liquefazioni di chitarra elettrica, drumming cadenzato ed i disperati lead-vocals proferiti da Lucia Larcher. Traiettorie soniche attraversate da un emozionante insieme di voce e flussi tastieristici si diffondono dalla meditabonda "Tema Dell'Amore E Della Morte", traccia che esige una profonda analisi del testo vergato da Diego Banchero ed esposto dalla bella voce di Carolina Cecchinato. "La Strada Per L." indossa idealmente un lucido impermeabile color notte, un cappello che adombra le fattezze del viso ed un paio di guanti in nera pelle, il classico profilo dell'assassino da filmografia d'autore pronto ad agire: questa traccia potrebbe rappresentarne con ogni probabilità la soundtrack antecedente le più rappres entative scene da sussulto, impiegando un'esasperante scala di basso, oscure folate di tastiera che si fondono con la voce effettata di Lucia Larcher, drum beats dall'incedere lento ed evoluzioni di chitarra dalle efflorescenze psychedeliche. Un'ambigua e femminea risata introduce gli stridenti accordi synthetici, il basso e le aeree strutture che edificano "Nuda" in cui sono presenti le liriche scritte e parlate da Marta Massone, elementi oltrepassati dalla successiva "Lucida Follia", un intenso poema dalle atmosfere gothicheggianti arrangiate dall'intuito di Davide Bruzzi e vocalizzato dalle intonazioni di Carolina Cecchinato. Soluzioni ritmico-tastieristiche in modalità quasi marziale si estendono dall'austera "Anna Ortese (Ballata Per Un Tragico Destino)", traccia traboccante di sinfonia nera interpretata con percussività irrobustita da regolari, soldatesche rullate e fluide, visionarie rincorse di keys intervallate dalla chitarra di Boris Carbone. "Dal Futuro" proietta una nottu rna simmetria di tastiere che scorrono sibilline, confluendo in un'arcana laguna dove gli incubi più vividi affondano lentamente in acque oscurate da organo e chitarra. Di nuovo le claustrofobiche rotazioni di basso e batteria cementano l'ossatura del corpus strumentale capace di una ferrea presa emotiva: nella spettrale "Solamente Nero" questa descrizione aderisce in toto, costituendo linterplay tra i due strumenti una linea immaginaria a sostegno di possenti ondate di drumming e laceranti apporti di effects, tali da rendere questa traccia un eccellente episodio da inserire in un'auspicabile ed eventuale colonna sonora a tema. L'atto di chiusura è costituito da "Voci Dal Profondo II", ripresa dai sinistri bisbigli filtrati di Irene P. che si insinuano in trame tastieristiche cariche di tensione, aggiungendosi agli arpeggi di basso e batteria jazzata per un brano dai connotati che definirei audacemente psycho/dark-ambient. "Disco Nero" è un album che a mio giudizio raggiunge un'impor tante statura artistica e, se scaltramente introdotto in circuiti cinematografici sul generis, potrà riservare al progetto Runes Order traguardi ben al di là di quelli raggiunti unicamente attraverso la consueta diffusione discografica. Se ciò dovesse verificarsi potremo guardare il musicista Claudio Dondo con occhi ancora più ammirati.

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—- RUNES ORDER - 'X Final Solution!' - by Maxymox 2011 -—

run Precedendo di tre anni il recente album "Disco Nero", questo "X: Final Solution!" si proponeva nel 2007 quale punto conclusivo del progetto avviato nel '92 da Claudio Dondo, decisione in seguito rivalutata dall'artista e per il momento ancora indirizzata verso un proseguo di realizzazioni sonore diffuse sotto il nome Runes Order e come sempre caratterizzate da una mirevole verve sperimentale. L'impronta udibile in quest'opera ripropone la comprovata mescolanza tra ambient, industrial, dark, elettronica e ricerca, il cui esito risulta essere una sinergia di suoni freddamente incupiti e succubi di un pentagramma carico di tensione anti-solare. Le quindici tracce presenti nell'elenco sono state concepite tra il 2004 e il 2005, mixate nel 2007 e pubblicate dalla Creative Fields Records nel medesimo anno; importante anche la collaborazione offerta nelle songs da membri esterni alla line-up composta radicalmente dal duo Claudio Dondo/3Vor (Northgate). Addentrandomi nella tenebrosità della track-list incontro inizialmente "...could Be The Last Year", episodio pervaso di inquietanti atmosfere generate dai synths, perturbate da scie di voce disumanizzata e da un ripetitivo modulo che sostiene questa creazione perfettamente adatta al ruolo di soundtrack per qualsiasi pellicola horror. "Radiations Of Peace" dispone un alienante filamento di programming circondato da vocalizzi cavernosi, mentre la crop-vox di Cecco, titolare della label di appartenenza, sussurra sibillini fraseggi tra le affascinanti spire di "Ambient #1 (Snuff Rom 66)", costruita mediante flussi di antimateria tastieristica, effects e drumming ipnotico. "Final Solution" ricalibra il suono direzionandolo ora verso una spazialità futuristica, utilizzando inflessibili strategie ritmico-strumentali di evidente matrice dark-industrial, così come la successiva e breve "Fragments Of Delirium" ribolle di sperimentazione diffondendo un delirante laser-sound contaminato da terrificanti stridori. Un plutoniano flusso di synths accompagna la chitarra sotterranea di Daniele Bovo, alias Rex Nebulah e membro dei progetti Cultus Sanguine e Monumentum, strutturando l'oscura ed allo stesso tempo struggente "A Cover Up In Cogne". Più dinamica ed elettronica "This Is Serenity" articola secche frustate percussive, bui ricami di tastiera e sibilanti vocals, anticipando le liriche di Serena Massone che punteggiano "Ambient #2 (Hiroshima)" ed i suoi ampi respiri electro. "Final Solution II" è tratteggiata dalla mannequin-voice di Marco Grosso, artista identificabile anche nei disegni Apotheke/ Dust Eater/ Mind Infinity, per una song di buona caratura electro-industrial. "Delerium" espande a sua volta rochi vocals filtrati, stemperati in un insieme di micro-melodie dark-ambient, echi e tambureggiare proveniente dal sottosuolo, anteponendosi alla straordinaria spazialità di "Black Star", traccia monolitica, in grado di irradiare infinite distanze impiegando le proprie gelide ondate di key, la torbida melodia p seudo-violinistica e le sorde pulsazioni del programming. Daniele De Batté, Davide Sossi, Federico Brunialti, Paolo Zadaricchio e lo stesso Cecco musicano le nebbiose simmetrie dark-ambient/industrial di "Morpheus V.3", oltrepassata dalle ombrose sospensioni radioattive di "Ambient #3 (Hell)", anch'essa vocalizzata spettralmente dalla crop-vox del citato Cecco. Ultimo captolo, "Last Breath" attiva un incessante ronzìo elettronico ammanato da predomini obscure-ambient, a conclusione di una relase tormentata, abissale, testimonanza di quanto l'inventiva espressa da Claudio Dondo potesse rattristarci con la sua uscita dalle scene in veste Runes Order. Che ciò non possa mai avverarsi. -|-|-» Album dalle procedure minacciose, innalzate all'insegna del dark più suggestivo entro cui si amalgamano lugubri espansioni tastieristiche, elegie angosciate ed un sinistro fortunale di riverberi psicotici preannuncianti strazio e ossessione. I Runes Order rappresentano l'equivalente musicale dell'ombra.

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—- SADIZTIK INJEKTION - 'Global Genocide' - cd - by Maxymox 2011 -—

SEHNSUCHT La sempre costante e dinamica ricerca di nuovi talenti, attitudine che contraddistingue la label ungherese Advoxya Records, si manifesta anche nella scelta di integrare tra i propri artisti anche questo solo-project di provenienza turca denominato Sadiztik:Injektion nato dall'inventiva di Samet Özgür, conosciuto come Pzykho Doktor, il quale dal 2006 ha imperversato nella locale scena gothic/darkwave fino ad approdare in tempi pù recenti ad un formulario di suoni attigui al Terror EBM, ovvero uno stile maggiomente evoluto dell'originaria combinazione dark-electro/industrial. Frequentatore di compilation e determinato a risalire dai fondali di una scena ormai sovrapopolata, S:I annovera inoltre una serie di remixes realizzati per eccellenze quali i polacchi Controlled Collapse, gli statunitensi C/A/T ed i colleghi di etichetta Stahlnebel & Black Selket, già trattati in una mia trascorsa recensione. "Global Genocide" rappresenta ufficialmente il primo album della discografia di Samet e presenta le inossidabili ma troppo consuete caratteristiche del filone elettronico di appartenenza, in questo caso rivolte prevalentemente verso il ballabile parallelismo tra drumming e programming, vocals in modalità harsh, comunque non irresistibili, e atmosfere dark tipiche del progetto Suicide Commando. Più nel dettaglio, la track-list di dieci passaggi offre inizialmente l'incontro con l'energica "Mechanical World's Chaos", pezzo che fa comprendere da subito le predisposizioni del repertorio by S:I orientate in direzione di un suono massiccio, elettronicamente sferzante. "Cyber Terror" risponde perfettamente ai più danzabili dettami EBM, mentre "Violence Embrace" transita con l'identico portamento delle due precedenti, assestato su veloci bpm di ossatura electro-industrial. In "Ultimate Torment" spiccano sia i coinvolgenti accordi di synth dell'apertura, sia la cinetica cavalcata percussiva gustabile nello sviluppo contaminato dai vocalizzi filtrati di Samlet. "Realize The Suici de" propaga un intro di loops torturati ed immediatamente travolti da un'onda di techno-sound tellurico oscurato da progs, ritmica veloce ed immateriali flussi di voce. "Global Genocide" imprime nella traccia tutto il vigore di una creazione techno-EBM rivolgente a sua volta uno sguardo inquietante alle future generazioni umane sottoposte ad una annunciata distruzione collettiva. Urla, evocazioni conflittuali e stato di tensione nelle cinetiche textures di "Near Apocalypse", ottimo dancefloor per spasmodici movimenti di gambe e braccia, seguita dalle rapide e pulsanti battute di "Conspiracy" che reputo l'evento più significativo dell'intero album per atmosfere, ritmica e ballabilità. Concepita e realizzata nel 2008 sia come omonimo demo-file, sia come titolo integrato nella relativa track-list, "Beta Version World" si ripresenta ora con tutta la sua carica high-energy ricolma di elettronica da pista, chiudendo un album senza nè lode nè infamia, semplicemente allineato agli standard e lectro/industrial di qualità corrispondente nientemeno che alla media. Dopo un solo ascolto di "Global Genocide" converrete con questa mia opinione. -|-|-» La miscela di ingredienti dance-oriented, unitamente ad avveniristici scenari terrestri sottoposti alla distruzione di massa, formulano un full-lenght dignitoso ma non eccezionale, composto da tracce analoghe l'una all'altra, senza diversificazione nè evidente originalità. Armonie caustiche ed atteggiamento aggressivo che gli estimatori del sound technologico convenzionale apprezzeranno. Per il resto della platea, quella più selettiva, provvidenzialmente c'è ben altro a cui rivolgere l'udito.

 

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—- SAYCET - 'Through The Window' - cd - by Maxymox 2011 -—

say La galassia electronica europea aggiunge a sè un ennesimo rappresentante, il musicista francese Pierre Lefeuvre alias Saycet, artista retroilluminato stilisticamente da icone quali i celebri Boards Of Canada e Mùm dai quali attinse ispirazione per il suo primo, apprezzato album "One Day At Home", creazione dalla musicalità surrealista ed amabilmente soffusa. Reclutata la vocalist Phoene Somsavath e VJ Zita Cochet, specializzata nelle video-proiezioni nei live acts, Saycet amplia ulteriormente la propria esperienza compositiva forgiando questo "Through The Window", release down-tempo licenziata in sinergia tra le labels Electron'y'Pop, MSV e Anticraft, scrigno di emozioni entro cui si manifestano elaborate strutture di keys, samples ed infinite, incorporee melodie vocali. Il sound prodotto dal progetto è il complemento ideale accostabile ad immagini dai contenuti nostalgici, dettagli con i quali le dodici tracce dell'album interagiscono alla perfezione amplificandone celestialmente i significati. L'ascolto dell'opera risulta estremamente rilassante e gradevole, il minutaggio trascorre estatico, accarezzato da accordi, textures e vocalizzi sorprendentemente atmosferici. Il contenuto della title-track offre inizialmente "15", fragile electro-gemma dalle struggenti armonie tastieristiche supportate da un sostegno percussivo di matrice idm, a cui fanno seguito le malinconiche note di piano che sfiorano con dolcezza le liriche cantate da Phoene in "Easy". Successioni di note ricolme di sentimento si odono nella placida "Bruyère", succeduta dalle intermittenze ritmiche che costituiscono l'ossatura dell'elegantissima "Opal", traccia di ampio respiro, quasi paradisiaco. "Her Movie", eterea, diffonde nell'aria sofisticate armonie elettroniche composte da replicazioni micro-pulsate e garbati tocchi di synth, per rinnovare in seguito il poetico paradigma insito nelle finissime arie di "We Walk Fast", vocalizzata con la medesima delicatezza di un petalo di rosa trasportato d al vento. "And Mama Said: It's Amazing" inebria con un elisir electro-onirico di synth, effetti e sussurri riverberati, per una traccia dalle caratteristiche da soundtrack che cede il testimone alle evanescenze tastieristico-vocali di "Sunday Morning", lenta e cullante lullaby, così infinitamente passionale. Clicks e attenuato tambureggiare elettronico sostengono il drumming di "Daddy Walks Under The Snow", episodio strumentale disseminato di elegante fascino e trasognanti artefazioni sonore, così come "Fireflies" imprigiona a sè un'oppiacea sequenza di piano, bells e synth che si intrecciano al canto fatato di Phoene. "Kien-Lang" disegna minuziose architetture electro incorporando via via suggestive sfumature tastieristiche, femminei sussurri e musicalità da carillon, concedendo infine l'ingresso alla pianistica "A Night With Trees" attraversata da un campionato scrosciare d'acqua e, soprattutto, da una prorompente ondata di emozioni sonore che commuovono con grazia e radiosità. Alb um sincero, appagante, dalle tracce che distillano suoni elettronicamente seducenti. Se vi ritenete impenitenti sognatori, relazionare con "Through The Window" vi risulterà naturale come il vostro stesso respiro. -|-|-» Opera pensata con animo fiabesco ed edificata attraverso distinti arrangiamenti che sanno come raggiungere l'anima. Saycet appare musicalmente ispirato, sicuro, in equilibrio tra ardente sentimentalismo e ricerca tecnologica: il suo sound catturerà certamente gli ascolti più evoluti e desiderosi di essere circondati da un immateriale abbraccio. Nel sacro nome dell'amore.

 

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—- SEHNSUCHT - 'Wüste' - cd - by Maxymox 2011 -—

SEHNSUCHT Attualmente non è raro scoprire che dietro molte identità appartenenti a progetti dark-ambient, o comunque inclini a sofisticate formulaioni musicali, si celino nomi provenienti dal tellurico e meno etereo sottosuolo metal, quale fosse lo stesso sperimentalismo la manifestazione di una loro seconda, sorprendente natura. E' questo ora lo specifico caso dei Sehnsucht, oscura band con sede a Londra e disegno parallelo di Maniac, front-man delle ensemble black metal/noise doom denominate rispettivamente Mayhem e Skitliv, bands con le quali l'artista ha condiviso almeno vent'anni di carriera musicale. Nuove e ben più introspettive visioni dello spettro sonoro hanno condotto Maniac alla fondazione di questa allucinata piattaforma e quindi alla stesura di "Wüste", album realizzato in collaborazione con Vivian Slaughter (bass/sax/backing vox) fidanzata del capogruppo nonchè componente della girl-band nipponica Gallhammer, il chitarrista dei sopracitati Skitliv, Ingvar Magnusson, e Andrew Lil es (fx/electronics/sound design). La release viene elaborata unendo tra loro affilati interventi noise, field recordings, atmosferici distillati obscure-ambient, pacate emissioni di darkwave, stregonerie sonore post-modern ed immissioni metal. Le dieci tracce di "Wüste" si oppongono categoricamente ad un ascolto immediato: le introversioni acustiche presenti nelle strutture rivolgono all'orecchio suoni di provenienza indefinita, minimale, spesso di natura totalmente antimelodica ed astratta, a vantaggio di quella particolare fascia di utenti inclini all'esplorazione di forme musicali estreme. Dettaglio di rilievo è la cooperazione lirica con il leggendario David Tibet, autore dei testi di due tracce, in aggiunta a Michael Cashmore, compositore e musicista britannico meglio identificabile attraverso il suo progetto classical-acoustic-folker chiamato Nature And Organisation, ed in ultima sede con il protagonista della scena country, Dwight Yoakam. Label titolare di questa particolare o pera è la Cold Spring, perfettamente idonea alla divulgazione di simili, mirate proposte; la track-list si immerge inizialmente tra il melmoso fondale dark-ambient di "Sult", traccia che dopo un breve minutaggio esplode proiettando in cielo milioni di acuminati frammenti noise/metal e sinistre emissioni gutturali. "Cunt Queen" rumoreggia con improvvisi boati, fraseggi manicomiali, lamenti sotterranei ed acustiche filtrate, mentre le depresse armonie di voce e chitarra della sad-ballade "South Of Cincinnati" diffondono i testi e le musiche composte da Dwight Yoakam. Inarticolati vocalizzi di provenienza aliena mescolati a gelide dissolvenze noise, stridori ed un attenuato ruggito di electric-guitar edificano la sperimentale ed omonima "Wüste", succeduta dalle altrettanto patologiche degenerazioni vocali di "Tarn Of Guilt", spettralmente enunciata tra un claustrofobico background di pianoforte e malevole dissonanze strumentali. L'impianto musicale curato da Michael Cashmore supporta le liriche di David Tibet originando una traccia enigmatica, "Good Morning Great Moloch", episodio dalla schizoide conformazione di chitarra elettrica e testi pronunciati attraverso una fitta rete di vocii sibillini dalla timbrica sintetizzata. "Stadt Der Engel Der Vernichtung" apre con un motivetto germanico di epoca bellica preannunciante il consueto modulo vocale tipico dei Sehnsucht, ovvero un mulinello di frasi difficilmente codificabili immesse in un bailamme di musicalità electro-strumentale, monocromie chitarristiche e loops. Più innanzi la track-list prevede l'ingresso della strampalata "Tokyo Daymare", derivante da una visionaria sperimentazione post-industrial che in questo capitolo ritma secche fratture di e-drum miscelate a roboanti getti di effects su un frasario loopato; il clamore si placa dando spazio alle flemmatiche sonorità di "Hanging In English Garden", in cui i testi di David Tibet vengono vocalizzati mediante cavernosi sussurri sovrapposti alle ideazioni soniche di Michael Cashmore, impostate su uno stridente basamento elettronico ed arpeggi di chitarra. "Ten" inscena il consueto, tenebroso schema ambient-noise-industrial munifico di asperità vocali ed oppressive anti-armonie, a termine di un album dalle costruzioni astruse, le stesse gradite da una platea musicalmente navigata e ben edotta del formulario di matrice fortemente sperimentale. Consigliato quindi agli irriducibili perlustratori del suono iper-alternativo. -|-|-» Musicalità repressa, annientata. Le rare aperture verso soluzioni sonore ben definibili vengono sistematicamente espugnate da altre più lambiccate, contorte e letali, finalizzate ad una drastica esecrazione delle melodie, dettagli che rendono "Wüste" inopinabile per chiunque non possieda un'estrema flessibilità d'ascolto. Singolare e coraggioso.

 

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—- SEVENTH HARMONIC - 'Garden Of Dilmun' - cd - by Maxymox 2011 -—

seventh Sperimentare la nobiltà musicale espressa dal duo Ann-Mari Thim / Caroline Jago è sempre motivo di totale appagamento, oltre che una splendida occasione per assaporare eleganti evoluzioni vocal-strumentali di caratura superiore. Parallelamente, Ann-Mari (vox) vanta l'appartenenza alla line-up dei Sol Invictus, mentre la compositrice Caroline (progs/keys/bass/guitars) è nota inoltre come vocalist degli Arcana, credenziali che elevano concretamente il loro side-project a livelli ben oltre la media. Attive dal 1999 in veste Seventh Harmonic, le due musiciste sono dedite ad un paradigma sonoro incentrato prevalentemente su raffinate sinfonie e romantiche atmosfere neoclassiche venate da sfumature dark-folker, dislocando la relativa attività artistica tra Londra, Svezia, Belgio e Spagna. Questo nuovo full-lenght "Garden Of Dilmun" si aggiunge degnamente al buon esordio del 2000 rappresentato da "The Awakening", un mini-album di sei tracce edite dalla Harmonic Recordings, seguito dal secon do album "The Ascent" del 2001 ed il successivo "Promise Of Sacrifice" del 2003, questi ultimi licenziati dalla First Light Records. Prodotta da John Tyrell (Deepwater Productions / John Hull), la recente release è affidata alla prodiga label Out Of Line, disponendo una track-list dalle strutture molto attigue a quelle ascoltate attraverso gli immortali cantici della coppia Lisa Gerrard-Brendan Perry per i quali le Seventh Harmonic sembrano ora celebrare con "Garden Of Dilmun" una passionale liturgia di devozione. L'album si presenta maestoso, solidamente orchestrato da strumentazioni acustico-elettroniche e vocalizzato con tonalità chimeriche, decadenti, edificando tracce perpetuamente rivolte all'anima. Gli effetti di tale strategia si manifestano inizialmente con il primo dei tredici episodi, "Valensanimi" ed il suo signorile allestimento di percussioni e tastiere a supporto del religioso canto di Ann-Mari che aleggia solennemente tra umbratili fioriture melodiche. "Aoide" predili ge marziali forme ritmiche quale ossatura per le grandiose liriche della singer, le cui note vocali si armonizzano celestialmente al rigoroso ma emozionante sostegno strumentale. Arie più distese, benchè orlate di signorile mestizia, si odono nella successiva "Dilmun" introdotta da morbidi arpeggi di chitarra classica subito inondati da gentili rivoli di tastiera quale ornamento alla soavità lirica di Ann-Mari. Capitolo strumentale, "Imbolc" spazia tra poetiche trasversalità di key dagli accordi colmi di fine sentimento, mentre la successiva "Mabon" affianca alle magiche ed appassionate sospensioni canore della vocalist una composta punteggiatura di progs ed accordi vellutati di tastiera. "Eostre" fa confluire a sè evocative partiture folker mescolate sapientemente a raffinatezze neoclassiche dal drumming soldatesco, a loro volta intrecciate ad un liturgico pentagramma tastieristico e a liriche dagli accenti malinconici. Un severo tambureggiare ritma il lento incedere di "Soporanimi" , traccia delineata da un epico portamento di voce, coro e key, anteposti alle eteree melodie tastieristiche della successiva e breve interpausa "Beltane". La membrana del tamburo viene percossa con inflessibile disciplina, la stessa che regola anche le cadenze strumentali di "Mneme", melodramma cantato con atteggiamento meditabondo e rattristato, antecedente alle diffusioni d'organo da cattedrale, piano e key, mescolate ai testi di Ann-Mari pronunciati con angelica delicatezza in "Litha". Autunnali e struggenti melodie di arco e piano vengono accarezzate da scie tastieristiche nel ridotto minutaggio di "Samhain", oltrepassata dalla fiera movenza orchestrale di "Melete" ed infine dalla percussività etnica appartenente a "Equianimi", arabesque di coda dal registro misticheggiante. Album suggestivo, maturo e di accertata validità, destinato ad una platea d'ascolto coscienziosa e ricercata. Tutti gli elementi dell'opera si muovono spregiudicata autonomia, enfatizzando lo stile aristocra tico tipico delle Seventh Harmonic ormai consolidato e desideroso di aspergere nuovamente musiche delle quali innamorarsi perdutamente. Il sottile filo che unisce classe e genialità.

 

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—- Severe Illusion - 'No More Alive Than You Deserve' - cd - by Maxymox 2011 -—

severe Severe Illusion è il nome della platform EBM/indus svedese neo-arruolata nelle file appartenenti alla conterranea label Complete Control Productions; i due elementi che compongono la line-up, Fredrik Djurfeldt e Ulf Lundblad, sono entrambi reperibili anche nei paralleli side-projects Instans e Vanvård, diramando con essi una smisurata passione per il suono di sintesi incominciata tecnicamente nel 2000. Più nel dettaglio, i Severe Illusion riassumono il loro personale metodo in un concentrato di Electronic Body Music dalle frange noise/core, con ulteriori viraggi tecnologici "made in Canada" risalenti ai tardi 80's. La discografia dei protagonisti elenca complessivamente quattro albums dei quali "Discipline Is Reward Enough", edito nel 2003 per la PAF Records, rappresentò il primo atto, a cui fece seguito il rappresentativo ed elegante "Accomplishments Of Leopold II" licenziato nel 2004 dalla Khazad-Dûm. Il successivo full-lenght "Shortcut To Civilization", pubblicato nel 2006 dalla D SBP Records, separa l'attuale "No More Alive Than You Deserve", release ora in esame, preceduta a sua volta dai digital-singles "Clear Head" e dall'inedito "The End Of Flowers". Il tema principale di quest'ultima opera dei Severe Illusion, espresso nella prima pagina del booklet, verte sugli aspetti che regolano la civilizzazione umana, uno spaccato impietoso sugli effetti antietici e le ripercussioni che il fenomeno provoca nella sfera esistenziale di ogni singolo individuo, concetti racchiusi e divulgati musicalmente in undici tracce scritte e registrate tra il 2004 e 2011. Si incomincia direttamente con le ossessive macchinazioni EBM di "Mockingbird", traccia dalle sonorità disturbate e dai testi pronunciati attraverso filtraggi vocali, per continuare in seguito con "Try Harder" e le sue ballabili formulazioni di sequencing, loops, fredde toccate di synths e vocals, la cui sinergia trae netta ispirazione dal repertorio dei Front Line Assembly più atavici. "Clear Head" prolunga il medesimo schema aggiungendo nel brano corrosivi vocals in modalità harsh che tratteggiano con rabbia le precise cadenze della drum-machine, episodio succeduto da "To The Wall", interessante traccia hard-electro/EBM dalla secche ed ipnotiche pulsazioni mid-tempo attorniate da algidi respiri di synth, replicazioni programmate e voce aliena. Anche la successiva "Nar Helvetet Kom Till Byn" risulta conforme ai dettami technologici old-school, proponendo un paranoico segmento EBM edificato con precisa battitura ritmica, incolori ripartizioni sequenziate, pads alla temperatura sub-zero, fraseggi loopati e acidità vocale. "Inside Your Narrow Little World" diffonde anch'essa moduli vocali artificialmente distorti ed opachi flussi di tastiere in aggiunta a meccaniche scansioni percussive, mentre l'apocalittica "Them Unwitting" riversa torrenti di crudezza elettronica composta da caustiche emissioni di voce, impurità synthetiche e stridori, la cui miscelazione origina un sound monolitico, turgi do di minacciosa freddezza industrial. Lo scattante dinamismo percussivo di "Rotating Knives, Yes" si estende in questo e/drumming-theme con unici protagonisti il potente sferzare del programming, le fosche striature dei vocals e le virulente emissioni di noises. "Culture Identity +", sperimentale brano creato con l'ausilio di Alexander Palmestål agli electronic-toys, scarta in direzione di un disarmonico cliché interpretato da asciutti frazionamenti ritmici, saturazioni di carillon distorto e cerebropatiche manipolazioni vocali, così come "And Them We Kill" predilige soluzioni EBM/indus dall'incedere rallentato, sedativo, disposto su metronomici cicli di drum-programming, pallore tastieristico e voce intossicata da velenose infiltrazioni. Ultima traccia reperibile, "Dirt", orienta le sue musiche verso ballabili orizzonti electro-noise dalla struttura lineare e disturbata da "cliks", acide risonanze ed un canto monocorde, esaurendo una track-list se non innovativa, senz'altro attraen te ed in qualche misura audace. Approfondire la conoscenza con questo album costituirebbe una chance per ampliare i propri orizzonti in materia di EBM, genere ai cui adepti è dedicato interamente "No More Alive Than You Deserve". L'interplay tra sonorità d'annata legate alla rilettura dello stile in questione, uniti a moderni espedienti noise, fanno dei Severe Illusion un progetto intelligente, desideroso di ricercare personali variazioni stilistiche in un sottogenere che sembrava aver detto ormai tutto. Ne suggerisco senz'altro l'ascolto all'electro-cultore fedele alle dottrine EBM early-years: egli scoprirà quanto ancora c'è da inventare.

 

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—- Sir Joe - 'The Observer' - cd - by Maxymox 2011 -—

sir La passione nutrita da Sergio Bersanetti riguardo la musica sintetica ha origini che ormai rasentano il ventennio, nascendo essa inizialmente nel 1994 sottoforma di interesse giovanile orientato verso le sonorità che ancora vivevano delle glorie riflesse appartenenti ai più affermati esponenti del techno-pop quali Depeche Mode, Visage, Thomas Dolby e Ultravox, includendo inoltre inattese ed apprezzabili ammirazioni rivolte ad altri stili elettronici interpretati da progetti melodici come Naked Eyes e, più sotterraneamente, The Frozen Autumn. La mescolanza di tali tendenze ha indotto l'artista ad erudirsi autonomamente utilizzando le leggendarie strumentazioni analogiche dell'epoca fino al raggiungimento di un proprio traguardo impersonato attualmente dal suo solo-project ora in esame, Sir Joe. Posteriormente ad una moltitudine di tracce sperimentali in versione free-download, il protagonista ha pubblicato in tempi recenti questo debut-album, "The Observer", ufficializzando così la su a presenza nel sempre più dilatato scenario electro, proponendo una track-list dalle marcature synthpopper leggere e godibili. Licenziato dalla Calembour Records, label intestata a Froxeanne nota per costituire assieme a Diego Merletto i citati The Frozen Autumn, l'album è interamente composto, prodotto e diretto da Sir Joe con la sporadica co-partecipazione di Sara L.C. e di Froxeanne in qualità di additional-vocalist, nonchè dello stesso Merletto alla sezione artwork, realizzatore egli sia della sleeve che delle immagini contenute nel booklet. I dieci episodi prendono inizio con "The Sign Of Virgo", brano dal formale registro pop-elettronico edificato mediante malinconiche armonie di synth, voce dai vaghi accenti depechemodiani e ritmica programmata in modalità downtempo, proseguendo con la successiva e più dinamica "Frei", direzionata verso strutture complessive ammiccanti agli And One più danzabili. L'educato e raffinato repertorio synthpop minimale di "She Doesn't Care" rimanda, specie nei mirati scambi tra gli accordi tastieristici, a nostalgie post-Smiths, mentre la successiva "Pure" sfoggia i sintetici beats della drum-machine che intarsiano i delicati vocalizzi pronunciati in duetto da Sara L.C. e Sir Joe, elementi circondati da flussi di synth ed artifici riverberati. "New Culture Theory" osserva dettami electropop svincolati da laboriose strategie ma, al contrario, espone fluide linee di programming, sezioni vocali ingentilite da sentimentalismo e drumming mid-tempo, così come la seguente sobrietà di "New World" elabora nel contempo vocals che nel refrain accentuano, unitamente alle tastiere, soluzioni alla Gary Numan. Ballabile e graziosa, "Sahara" si offre con un essenziale filamento di programming su cui gravitano i soffusi pentagrammi vocali cantati in italiano e composti da innocenti liriche 80's. Più articolata "Suddenly" presenta a sua volta caratteristiche riconducibili alla decadenza melodica tipicamente electrowave, dettagli esaltati dal del izioso e maturo apporto vocale di Froxeanne la quale in questa song diffonde note colme di emozionante romanticismo che aleggiano tra garbati tocchi di synth ed una scandita mappatura electro-percussiva dalla timbrica asciutta. Pulsanti estensioni di synthpop si combinano all'aggraziato spartito canoro di Sergio in "The Losers Don't Like The Winners" per raggiungere più innanzi l'omonima e distinta "The Observer", orientata verso multiformi fantasie sintetiche che paiono trarre originariamente ispirazione da automatismi di scuola Kraftwerk, per poi virare in direzione di malinconiche prospettive colmate da pop tecnologico dalla percussività pluriarticolata e vocalizzi appassionati. Album interessante, costruito con purezza, modulazioni disciplinate e numerosi spunti di seducente intrattenimento elettronico. "The Observer" potrebbe quindi rappresentare un concreto punto di partenza che, se in futuro verrà ulteriormente potenziato da una scintillante grinta e scaltri arrangiamenti, sap rà evolversi in un'identità colma di ragguardevole spessore. Artista da monitorare con crescente, oculata attenzione.

 

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—- Sonne Hagal - 'Helfahrt' - cd - by Maxymox 2011 -—

sonne Band tedesca di Brandenburg, inquadrabile in un introverso contesto dark-melodic Neofolk, in possesso di una discografia perlopiù incisa in formato vinile e fautrice di musiche profondamente emblematiche, con particolari riferimenti rivolti alla Natura, alla spiritualità e alla mitologia nordica. La singolare line-up proviene stilisticamente da differenti discipline che spaziano dall'hardcore, al punkrock, alla new wave fino alla musica classica; articolata è anche l'attività cooperativa che l'ensemble ha diramato nel tempo in direzione di altri progetti appartenenti alla medesima area, quali Albireon, Polarzirkel, Nerthus, Forseti, nonchè il danese Kim Larsen titolare delle piattaforme Of The Wand And The Moon e Solanaceae. "Helfahrt", opera licenziata originariamente nel 2002 dall'ex-label Neofolk/Dark-pop tedesca denominata Eis Und Licht, rappresentava il primo debut lp dei Sonne Hagal, succeduto sei anni più tardi da "Jordansfrost" e dal live "Only Echoes Remain" del 2010. Recentemente, l'ormai proverbiale oculatezza della Tesco Distribution ha rivalutato i contenuti di questo album riedizionandone le tracce e ripubblicandole con il proprio marchio in un elegante cd formato deluxe contenente un booklet con i testi ed i credits. I temi trattati nelle liriche parlano di poesia, miti, surrealismo, leggende e considerazioni filosofiche, argomenti espressi attraverso un sound essenziale, prettamente acustico, che tuttavia sporadicamente non rinuncia a misurati supporti elettronici. L'ascolto del disco prevede inizialmente la tranquilla armonia neofolker di "Memory, Hither Come" suonata mediante morbidi arpeggi di chitarra, tastiera, violino malinconico e bassa tonalità di canto, come se il vocalist stesse interrogando la propria anima. Una mesta introduzione violinistica in "Eismahd" concede l'ingresso ad un pacato, leggiadro sviluppo canoro con cui dialoga la chitarra lambita da altrettanta delicatezza, mentre la successiva "Midwinternight" espone una neofolk-ballade dai vaghi accenti apocalyptic, percepibili sia negli oscuri accenti vocali che nei cadenzati accordi chitarristici. Il plettro sfiora le corde nei primi, atmosferici attimi di "Song Of Innocence", rattristata dal duetto vocale male-female da cui si elevano testi colmi di spleen, meno abbattuti che nella successiva "Raidho", immoto sad-folk accompagnato dalla chitarra e dalla voce afflitta appartenenti a Kim Larsen, il quale recita mestamente le liriche vergate dai compositori Steven Keena e Denise Dee. La bellissima "Futhark" incrementa la corposità delle strutture proponendo un ritmato Neofolk-apocalittico su drumming elettronico, riverberi di violino campionato, keys, chitarra ben intonata e cupi vocals filtrati, mentre la susseguente "Midgard" si offre in una forma folker malinonicamente contemplativa, dai placidi tratti violinistici entro i quali è udibile il canto di Andreas Ritter, alias Forseti, reclutato nella traccia anche in qualità di chitarrista. "Comrade Enemy" esibisce un vivace spartito di arco, corde di guitar, voce e basso, in anticipo sulla leggera base elettronica di "Thrymskviða", melodic-sad-Neofolk intenso e ben impostato, con canto a due voci da cui si libra quella più eterea della singer e, separatamente, quella più risoluta di un terzo elemento. La decadenza del violino, unitamente al vellutato sostegno chitarristico, si accorpano integrando ad essi un canto altrettanto depresso, poco più che sussurrato, tutto questo in "Song Of Experience". L'asciutto, sperimentale formulario Neofolk-elettronico si propaga dall'interessante "The Runes Are Still Alive", brano dal sound dilatato, psychedelico, i cui vocals, sapientemente iper-echeggiati, sprofondano oltre una torbida superficie di violino distorto, pizzichi di chitarra, cupezza tastieristica e l'accordion di Andreas Ritter. "The Sick Rose" chiude la track-list disponendo nuovamente i comprovati moduli dark-folk di voci in duetto attorniate dalla struggevolezza creata dal violino, in cui l'unica linea ritmica è mossa esclusivamente dal lento arpeggiare chitarristico. Sussistono validi motivi per rivolgere l'attenzione ad "Helfahrt": la sicura longevità d'ascolto, l'innata naturalezza che si diffonde dalle sue adombrate armonie, oltre ad una profonda sensazione di "suono importante" che vi accompagnerà anche nei silenziosi attimi successivi all'ascolto dell'ultima traccia. Magnificate il vostro Autunno dedicando ad esso a questo prodigio sonoro.

 

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—- Spektralized - 'The Puzzle' - cd - by Maxymox 2011 -—

speakt Progetto norvegese operante dal 1994 nel genere electro/synthpop con rari sconfinamenti intrapresi nel corso degli anni nell'area EBM ed, ancor meno frequentemente, house. Il navigato titolare del disegno Spektralized è Richard Bjørklund, il quale aggiunge al suo disegno buone qualità di producer e songwriter; ad egli si affiancano il live guitarist Ken Nilsen e Mr. Spektralized alle sezioni keys/programming. Il demo-tape "Genetic" rilasciato nel 1994 dalla Stargazer Productions riscosse un discreto apprezzamento sia da parte della stampa specializzata che, in misura assai maggiore, dal pubblico che esaurì le cento copie del prodotto in una sola settimana. I numerosi gigs, i contributi a compilations del calibro di "Sex Goth And The Electronics", le catturanti soluzioni dance-minded di molte sue tracce così ammirate dai d.j's, spinsero Richard alla creazione del promo "Love May Be Blind" del 2000, purtroppo ritirato dal circuito a causa di errori tecnici accaduti nella sua stesura. F u un fortunato concerto realizzato in comunione con gli Icon Of Coil ad offrire alla piattaforma Spektralized l'opportunità di emergere visibilmente sulla scena, evento che portò al successivo compimento del debut album "Element Of Truth" edito nel 2003 per la Accession Records, dalla cui track-list fu estratto il singolo "Allied". L'album vantava la preziosa regia diretta da Sebastian R. Komor in sede di mixaggio e produzione, preziosi elementi che condussero Spektralized alla pubblicazione del seguente "Capture The Moment" del 2006, sempre licenziato dalla label tedesca Accessin Recors e questa volta forgiato in collaborazione con Einar J. Kristiansen, produttore gravitante attorno all'area trance. Il nuovo "The Puzzle" del 2010 si rivela oggi un album autoprodotto e un disco assai armonico, creato con onesti principi electro/futurepop caratterizzati da una mirata attenzione verso le melodie d'effetto ed i refrain senza macchia. Ne è una primaria testimonianza l'opener "Destructor" , traccia in cui l'utilizzo del concetto techno-pop viene espresso tangibilmente da un ballabile tappeto percussivo-programmato, da vocals intonati ed un melodioso avvolgmento tastieristico. "Virtual L" velocizza le bpm rendendole un regolare mentronomo attorno a cui tessere atmosfere artificialmente passionali di voce e key dagli accordi malinconici, dettagli percepibili in misura ancor maggiore nelle successive note di "Turn To Stone", struggente e sentimentale, pur conservando intatto il suo nucleo synthetico composto da ritmica sequenziata mid-tempo, aliti di key e tocchi di chitarra elettrica. "Special Feeling" è strutturata su sonorità decisamente orecchiabili ed in linea con le attuali tendenze dance-electropop che delineano un brano potenzialmente da hit, mentre la successiva "Stranded" risulta essere una synth-song matura e gradevole nella sua flessuosità ritmica. "All So Wasted" trascrive su un caldo penagramma elettronico liriche proferite con voce neoromantica, così come l'intensità estrinsecata da "The End Will Fall" recupera classici schemi di pop tecnologico ed un sound complessivo che appare immediatamente significativo, merito del connubio tra programming, key e vocals impostati su procedure da cavalcata elettronica. I contenuti di "Fire" rispondono a quelli udibili nelle tracce dei De/Vision più meditabondi, con voce filtrata e dumming mid-tempo che scandisce i leggeri flussi tastieristici, elementi posti in anticipo sulla seguente "Within All", raffinata synthpop-track anch'essa rivestita di appassionati fraseggi ed una musicalità elettronica ben orchestrata. "Spirits", traccia eccellente, diffonde a sua volta una polarizzante sequenza di tasti su percussività secca e programmata, continuando in seguito la rassegna di pop d'avanguardia sperimentato attraverso i cromatismi artificiali di "Like An Animal", brano dall'incedere pacato, riflessivo, creato attaverso morbide estensioni di key, modulari cadenze percussive e carezzevoli accenti di can to. Positivo anche il giudizio riguardo la conclusiva "Demon Sky" in versione "Warpcore Live Edit", un energico futurepop mirabilmente accentato dalla voce di Richard che si articola con disinvolta classe tra pulsanti linee di programming, synth e chitarra in sottofondo. Album concepito con trasporto, competenza tecnica ed autorevolezza nel settore electro. Spektralized è un progetto avanzato, in grado ormai di comporre lavori che, come "The Puzzle", si dimostrano compatti, quasi totalmente privi di debolezze; ogni traccia dispone di una propria identità, di una palpabile autonomia, caratteristiche fondamentali per elevare un'opera ad alti livelli di entertainment. Richard Bjørklund è finalmente ritornato: attendevo questo evento.

 

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—- Spucktute - 'Go To War' - cd - by Maxymox 2011 -—

spucktute Autoproduzione di cinque tracce a sfondo bellico da parte degli inglesi Spucktute, stretti osservanti del genere electro-indus/post-punk nonchè progetto incline all'interazione con artisti provenienti dalla medesima galassia. In tempi recenti l'organico ha coscritto due nuovi elementi, la vocalist Marna e Ted ai comparti electronics/percussions, i quali affiancano la principale matrice del disegno, DJ Cyberandy e Max Rael, quest'ultimo menzionato nelle line-up sia degli Zykogen che della piattaforma electro-indus/punk britannica denominata History Of Guns. I riflettori illuminano ora questo avvincente "Go To War", debut-ep finalizzato al risalto degli Spucktute sulle scene, traguardo assai auspicato da questa band che dal 2009 si muove agevolmente tra le retrovie del sottosuolo elettronico europeo. Della discografia indipendente degli Spucktute esiste, oltre al presente "Go To War", un singolo del 2010, "We're All Prostitutes", costituito da quattro episodi dei quali uno recante l'om onimo titolo, un omaggio al celebre 7" publicato nel 1979 dai The Pop Group, remake che per questa occasione viene riedizionato in aggiunta a dettagli estratti dal repertorio dei P.I.L. Il citato single contiene inoltre le tracce "Losertalk", realizzata con il contributo chitarristico di Jez Romney, più la versione di "Jeremy Kyle Nation" remixata dall'estro di Non-Bio. La release "Go To War" è succeduta dal newcoming single "I Can Feel A Headache" e si presenta come un sinistro, concretizzabile preagio di conflitto planetario; il concept dell'ep tratta tematiche esplicitamente guerresche, già intuibili dal cyber-tank raffigurato sulla sleeve e poste in relazione all'odierno, inquietante scenario internazionale con il suo perpetuo equilibrio tra la condizione di falsa pace ed un possibile, forse imminente, sopravvento dei venti di battaglia. Sulla base di questi presupposti esordisce il primo brano della lista, "Going Nowhere", cinetico episodio dotato di una prorompente carica elect ro-industrial risaltata nelle accelerazioni del programming, nelle burrascose elaborazioni delle macchine e nelle sezioni vocali condivise in fase di refrain tra i guests Debs@SystermFX e Falguni Clarkson. La pneumatica percussività di "Drop The Bombs" evidenzia, soprattutto nella tesa proclamazione dei testi, le influenze punker insite nel progetto, ora associate ad asciutte trafitture electro-ritmiche dalla velocità stroboscopica, sequencing tratteggiato meccanicamente, involute orchestrazioni di synth dai toni da Giudizio Universale e rarefatte fughe di pianoforte. Voce speculare, alienata, monocromatica, ronzanti replicazioni di programming, brevi note di piano e drumming scandito in modalità mid-tempo edificano la successiva "Jeremy Kyle Nation", traccia oltrepassata dalla concitazione elettronica appartenente a "Life After Death", brano in cui spiccano le interessanti elaborazioni tecnologiche degli Spucktute orientate verso snelle sonorità electro-industrial combinate ad altre più vulcaniche e corpose che in questo frangente si avvalgono dell'apporto vocale di Robin Bright, musicista post-punk californiana. Ben congegnata e pulsante, l'omonima "Go To War" è una sorta di marcia electro-punker tornita da un ipnotico impianto percussivo, pads e sequencer dalla glacialità ultraterrena ed atmosfere che il vocalist espone con Debs@SystermFX evocanti distruzione post-bombardamento, tossiche esalazioni di fumo nero e radioattività letale. Una persistente aura di pericolo avviluppa interamente questa release ponendo in luce un progetto da segnalare per accertata preparazione tecnica e per la razionale trasformazione in suono di una sempre più terrificante e probabile realtà. Fase di rodaggio completa: pretendere un prossimo album concepito su questi livelli è quantomeno legittimo.

 

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—- Stahlplanet - 'Leviamaag' - cd - by Maxymox 2011 -—

stahlplanet Progetto individuale del germanico Jürgen Hausdörfer, dal 2004 stilisticamente incline ad un suono dark-ambient-indus/experimental. Label di sostegno, la conterranea Dead Master's Beat ha pubblicato nel 2008 questo box-set limited edition di quattordici tracce audio più due files su dvd che distacca di due anni il precedente "Stahlfront", edito per la D.A.R.N. nel 2006, confermando Stahlplanet quale creatura emergente nel sotterraneo universo dell'obscure noise, consolidandone definitivamente l'orientamento avanguardistico rivolto ad una musicalità essenziale, spesso lugubre oppure freddamente alienata, con poco spazio rivolto al sentimento. Ognuno dei concetti appena espressi troverà inoltre la propria convalida nel nuovo album "Nachwelt", licenziato in tempi recenti sempre dalla Dead Master's Beat e del quale mi occuperò prossimamente; Vox Empirea ha scelto quindi di citare dapprima "Leviamaag", disco che per quanto datato merita un'appropriata nota descrittiva in funzione di accer tate peculiarità sonore che ritengo di sicuro interesse, nonchè di un'esaudiente schedatura riguardante i tratti identitari dell'artista. Avviando l'ascolto della lunga track-list si sperimenta inizialmente la spettralità pianistica di "Zeit Der Erinnerung", esangue introduzione a cui fa seguito la torbida massa di espansioni elettrificate che caratterizzano "Die Schräge Johanna", brano che oscillante tra il dark-ambient e la sperimentazione electro-noise, con escorianti fuoriuscite di rumore pseudochitarristico dalla tonalità cavernosa e finali, estemporanee trafitture di synth. "Lawinentod" è una traccia che diffonde glaciali filtraggi di tastiera e programming, mentre la successiva "Alptraum In Jerusalem" vira su pneumatiche pulsazioni industrial, rumoreggi elettronici ed assoluta tenebrosità di laptop che infonde la sensazione di trovarsi esattamente al centro di un tornado extraplanetario. Forme sonore più distinte si odono in "Eismann Kann Auch Anders", ovvero un esteso, monoli tico tratteggio ritmico-sequenziato di base sul quale gravitano scarne toccate di synth e costellazioni di noises. I suggestivi pads in fase intro di "Fliegen Mit Den Engeln (Goa Mix)" anticipano un lungo segmento di programming monocorde che ingloba lamentose strofe da muezzin e pirotecniche striature di effects, per una traccia che definirei "industrial-arabeggiante", in anticipo sui successivi intagli elettronici che tormentano "Der Seltsame Doktor Sparsam", episodio dalle deliranti sinfonie di synth congiunte all'ossessiva persistenza del sequencer. Le continue fratture percussive industrial-oriented che sezionano la sperimentale "Dann Geht, Schlaft Und Betet" si alternano a glaciali interpause e sospensioni dark-ambient, medesime procedure riversate anche in "Die Wärme Der Dunkelheit", ovvero un incessante flusso di suono simile a quello emesso da un propulsore alieno, interrotto esclusivamente da sinistri clangori. "Gegensätze Ziehen Sich An" prende corpo destrutturandosi attra verso fredde combustioni computerizzate, linee di programming, echi percussivi e veloci scale di synth, preannunciando la deflagrante procedura di ingresso appartenente a "Sie Sind Unter Uns" diluita da lì a breve in un algido contesto di key ed effetti dominati dall'obscure-ambient, dal noise e dall'industrial. Le sommerse acustiche di laptop ascoltabili in "Vollrausch" conducono ad abissi oceanici inesplorati, irraggiungibili dalla luce, entro cui nuotano creature emananti sinistre bioluminescenze; l'identico schema è replicato inoltre nell'omonima "Leviamaag", traccia dark-ambient da cui si distaccano pads carichi di misteriose rifrazioni. Il disco si conclude con le trionfali note del synth annuncianti "Schönheit Gibt Es Nur Im Kampf", dalla cui evoluzione diparte un torbido concerto di bells scandito da battiti di pendolo. Opera turbata da un campionario di suoni non particolarmente ampi ma senz'altro in grado di riprodurre enigmatiche sensazioni di gelo e smarrimento, conservan do intatte le caratteristiche sperimentali che rendono "Leviamaag" imperscrutabile e dotato di grande fascino. Attendendo l'ascolto della prossima release "Nachwelt", suggerisco alla folta platea degli "ambient listeners" un immediato approccio rivolto alla discografia di questo artista da troppo tempo occultato nel sottosuolo alternativo. Stahlplanet, lo verificherete, merita tutta la vostra attenzione.

 

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—- Stendeck - 'Scintilla' - cd - by Maxymox 2011 cd - by Maxymox 2011 -—

sten Già ai tempi del precedente, suggestivo album "Sonnambula", abbi l'opportunità di complimentarmi sinceramente con il luganese Alessandro Zampieri aka Stendeck per l'eccellenza dimostrata nella stesura di quell'opera che, a mio giudizio, riuscì a sfiorare all'epoca vertici qualitativi di importante spessore. Il musicista è devoto ad una plurale gamma di sonorità elettroniche comprendenti raffinate inflessioni idm, sospensioni ambient-oriented, articolati segmenti ritmici downtempo/midtempo e rarefatte soluzioni noisy, elementi sapientemente orchestrati in un più che estatico contesto di laptop. Il recente "Scintilla" costituisce per Stendeck l'espressione massima di una carriera artistica che in nove anni ha prodotto ufficialmente cinque releases, delle quali sia il citato "Sonnambula" che l'attuale lavoro si onorano del rilascio affidato all'ormai leggendaria Tympanik Audio. Come spesso è riscontrabile nella discografia dell'artista, fin dal debut album del 2005 "Can You Hear My Call ?" ad oggi, gli episodi integrati nelle track-list costituiscono oggetto di riflessione già in fase di lettura dei titoli, in quanto essi vergati singolarmente con una polissità poetica post-modernista, straordinariamente aderente all'identità musicale diffusa in seguito dalle relative tracce. Questo dettaglio rende ogni singolo atto composto da Stendeck un'emozionante, elegantissima trasvolata rivolta verso acustiche tecnologicamente avanzate ma allo stesso istante così prodighe di calore, sentimento, così opposte a concetti elettronici prettamente disumanizzati. Arrangiato da Andrea Zampieri, masterizzato dall'inesauribile Tom Hutten e curato graficamente dal multiartistico compositore sperimentale idm/downtempo Kostas K. meglio noto come Subheim, "Scintilla" apre il corso dei diciassette passaggi con "Hold My Hand High In The Sky Ready For The Deep Dive", creata su atmosferiche interpause ritmiche dalla timbrica solenne il cui tambureggiare sospinge un elaborato allestimento di te xtures electro-cerebrali e dissolvenze sinthetiche, così come la successiva "Feel The Flames Burning Inside Me" scorre su percussività distorta, potenziata aternativamente da pulsanti bass-lines, pads da sogno e fascinosi intarsi di programming. "Catch The Midnight Girl" si dispiega globalmente su una battente, modulare liquefazione ritmica e poliedrici innesti di elettronica sequenziata, anticipando l'ingresso di "Tired Figures Wave Goodbye In The Backdrop Of A Sinking Boat", seducente traccia dall'anima electro-idm che scivola su vibranti tratteggi downtempo e gassose armonie di laptop subordinate alla caratteristica finezza compositiva dell'impronta Stendeck. "Tight Around Her Throat She Slips Away" distilla un incorporeo linkage di suoni dilatati e drumming rarefatto, lambendo le sponde della susseguente "Like Snowflakes On My Fingers", edificata con lisergiche strutture ethereal-ambient dalle note che percorrono la via che conduce direttamente allo spirito. Un serrato dedalo per cussivo sostiene le ampie irradiazioni tastieristiche appartenenti a "Run Amok (Against Time Rebels)", architettata mediante bifasiche costruzioni electro-percussive e sofisticati aliti di materia computerizzata, in anticipo sui malinconici sofismi di alta tecnologia evidenziati in "Swimmers In A Sleepless Hour" e sulle più corpose, lente trame ritmiche pianificate per "Voiceless Wishes Flicker In The Shattered Mist", capitolo che perlustra garbati orizzonti idm's style circoscritti tra robotiche replicazioni percussive e fosche ventate di synth. Una bellissima "Six-Door Bedroom" prosegue la title-track presentanosi come un'iperstruttrata fuga di micro-beats dal tracciato ora veloce ed imprevedibile, ora scandito con algebrica precisione e alimentato da un luminescente spartito di tastiera, elementi che cedono il passo alle notturne evoluzioni di "That Foolish Fascination Of A Ghost Light Collector", mesmerizzante downtempo da sottofondo, elegantemente disposta su morbidi accordi di key dalla spazialità incantata. Meravigliosamente intensa, "Why Did We Get So Far?" propaga ascendenti spirali di sound artificiale che nei picchi del brano si rende simile al progressivo rollio di un aereo in fase di decollo, mentre "Learning How To Walk Through Walls" muove un compatto apparato di drumming midtempo accorpato alle calde evaporazioni dei pads. La meditiva "Last Night An Angel Fell On A Motorway" svela un romantico diagramma di pianoforte scritto con tocchi di neoclassicismo immerso in un esteso, monolitico accordo di key, estendendo la track-list fino a raggiungere "Thieves Of Watercolour Memories", brano che affianca ribollenti apporti di drum-programming a dissonanze formulate con l'intento di stregare i sensi. Non da meno, "The Silence After This" coniuga perfettamene la pulita estetica del suono electro-idm ad una rallentata evanescenza pseudo-corale generata dalla tastiera, dettagli in netto contrasto con il potente turbine percussivo insito nella conclusiva "Cr imson Clouds Cascade", evoluta, straordinaria costruzione dallo stereogramma suddiviso tra onirici interludi di key e repentini picchi ritmici che rendono la traccia concretamente appassionata e trascinante. Per quanto concerne la mia valutazione, Stendeck non rappresenta più una figura emergente nel firmamento avanguardistico, ma una gradiosa, consolidata realtà destinata ad accrescere ed effondere in modo esponenziale la propria meritata gloria. Estasi elettronica allo stato puro.

 

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—- STEVEN SEVERIN - 'Blood Of A Poet (Le Sang D'Un Poète )'
cd - by Maxymox 2011 -—



ste Mr. Steven John Bailey, alias Steven Severin, non necessita di particolari note introduttive nell'ambito di un recensione, occupando già egli una più che consolidata locazione nel panorama new wave/post-punk. Il suo epocale ruolo di bassista nell'organico dei Siouxsie & The Banshees ha sempre rappresentato un credibile marchio di garanzia impresso in ogni sua successiva iniziativa musicale, compreso questo ottavo album in qualità di solista, "Blood Of A Poet..." edito per la Cold Spring Records. Il concept dell'opera verte sulla mitica figura del poeta e drammaturgo Jean Cocteau, orientando lo stile verso soluzioni da soundtrack: infatti questo nuovo prodotto di Steven svolge ufficialmente il ruolo di cornice sonora dell'omonimo film datato 1930 e girato in black & white, proseguendo un percorso a tema incominciato nel 2009 con il primo volume della serie, "Music For Silents". Produttore discografico e compositore, l'artista manifesta attualmente una vivida predilezione per un sottog enere cinematografico denominato "silent films", passione che gli ha concesso il privilegio di partecipare al tour inglese realizzato dalla Picturehouse, coronando un ardente desiderio di poter esprimere la sua creatività anche all'interno di questo particolare circuito. Inoltre, la recente acclamazione riscossa dall'album "Blood Of A Poet...", riconosciuta presso il Silent Movie Theater di Hollywood, ha caricato Steven di rinnovata energia creativa che certamente rivelerà in future performances, concedendo l'opportunità all'ascoltatore di valutare in quale misura sia mutato l'approccio stilistico del musicista nei confronti delle elaborate alchimie soniche di provenienza ambient/drone, incanalate in direzioni che, secondo la personalità delle singole tracce, sfociano sia nel dark che nel più atmosferico classicismo. Le otto suites diffondono vibranti ondate di surrealismo musicale, incominciando direttamente con la compostezza espressa da "The Wounded Hand" suonata mediante eterei a ccordi di organo, in anticipo sulla seguente "Walkig Statues", ambient-track dal suono iperprocessato, ondeggiante e riverberato. "L'Hôtel Des-Folies-Dramatiques" dispone finissime balaustre pianistiche come ornamento ad achitetture di suono ipnotico, incantato, avvolto da cupe dilatazioni di laptop e background rumoristico. Più innanzi si sperimenta l'effetto dei gelidi soffi e dei tocchi pianistici di "Glory Forever", dark-ambient, onirica, vaporosa ed emozionante nella sua sobrietà orchestrale alla In The Nursery; le immobili espansioni computerizzate di "The Snowball Fight" si dissolvono per dare spazio ad un pallido affresco di note pianistiche accompagnate da sotterranei fasci di tastiera che nel loro successivo sviluppo si mescolano ad una breve sezione percussiva, spegnendosi infine con essa tra cristallizzate brume di laptop. "The Desecration Of The Host" espande cumuli di suono obscure-ambient contestualmente a brevi interpause di quattro note tastieristiche ricamate con fi ne romanticismo, mentre dalla successiva "The Card Sharp & The Angel" prende origine un tenue, glaciale artificio computerizzato composto con pochi ma estesi pads dalle tonalità metalliche. Orchestrazioni da sogno si accorpano alle nobili sonorità da cattedrale sulle quali è impostata la conclusiva "The Lyre", brano che narcotizza dolcemente l'udito conferendo alla struttura una foggia dark-ambient impreziosita da un'emozionante spiritualità. Disco di ottima caratura, interpretabile anche come la moderna liquefazione delle nozioni musicali apprese da Steven Severin durante il corso degli anni, trasformate, rielaborate ed ora manifestate sottoforma di suoni eterei, imperscrutabili. La meditata trasfigurazione di un genio. -|-|-» Significativo rientro di un artista impegnato, forgiatore di un'opera seducente che sarà adeguatamente ricompensata dagli estimatori dell'ambient più colta e polimorfa. Ammirevole infine, e questa è una mia personale considerazione, la scelta del musicista inglese di non aver ceduto ad effimeri richiami mainstream di fine carriera, dedicandosi invece egli con passione ad un genere sonoro non facilmente commerciabile, riservato ad un limitato target d'ascolto. Considero questo album un'esperienza appagante, profonda, che saprà far sgorgare rivoli color rubino dal Poeta che silenziosamente dimora in voi.

 

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—- Structural Fault - 'Intro/Version' - cd - by Maxymox 2011 -—

struct In occasione della recente intervista concessa a Vox Empirea, l'argentino Sarco ha esposto esaurientemente la sua biografia e, soprattutto, le prerogative che l'hanno condotto alla prestigiosa Aliens Production, label attraverso la quale il one-man project Structural Fault ha pubblicato questo debut album, "Intro/Version", opera elettronicamente psichica ed apologia delle intricate strategie IDM-industrial. Nonostante la ridotta diffusione nella propria patria di questo particolare sottogenere, l'artista dimostra concretamente una solida conoscenza dei sofisticati tecnicismi che lo caratterizzano, componendo armonie e textures che irretiscono la mente sottoponendola ad una terapia sonora basata in prevalenza su cosmiche partiture, armonie robotike e secche fratture di drum-programming. Limitata a 333 copie e masterizzata dal guru dell'ambient-sound Robert Gajdos, alias Headdreamer, la release articola tredici brani tecnicamente avanzati, risultato di anni trascorsi nella sperimentazi one individuale e nella costante applicazione delle asettiche norme che regolano la disciplina di appartenenza, com'è tangibile già in "Earth Without Humans", traccia d'apertura che declina futuristici pads in combinazione con un intricato viluppo di break-rhythm ed in seguito con "Evi", estrinsecazione del concetto electro-atmosferico reso vitale mediante una prolungata introduzione tastieristica attraversata da grandinate di drumming intorbidito. Meravigliosa, la successiva "E1xit Of Emergency" porge all'ascolto un elaborato monile IDM coniugante eleganza e coinvolgimento, elementi espressi in una perturbata estensione di keypads in sospensione tra distorte ammortizzazioni di programming. Si approda quindi alle sentimentali toccate pianistiche corrispondenti a "Love In Cryogenic State", immerse in un'ampia distesa composta da melodici tratteggi sequenziati ed asciutte fratture electro-percussive, in anticipo sulle pneumatiche bpm e sulle destrutturazioni acustiche studiate per "Rai n On Steel", traccia perforata da contorsioni ritmiche ed accordi colmi di magia. Altrettanto seducente, "Stranger On A Planet" propaga un lento, fosco intreccio di e-drums a sostegno di volteggi tastieristici dalla timbrica cristallina ed episodici loops vocali, mentre la conseguente "Strayed" punteggia la propria andatura con un cervellotico melange di accordi e programming perfettamente integrabili in una playlist da club ultra-avanguardistico. Le sonorità pianificate in "The Last Sedation" riflettono tutta la straordinaria attitudine di Structural Fault verso l'ipnotismo elettronico applicato all'Intelligent Dance Music, riversato ora su torrenziali flussi di effects, correnti dalla timbrica saturata accompagnati da incantevoli rifiniture di tastiera. E' la volta di "The Weeping Nocturne Of Harbor Streets", leggermente più velocizzata rispetto alle precedenti da un corpus ritmico dall'incedere singhiozzante e tentacolari formulazioni di suono, virtù riconfermate dai lisergici ral lentamenti di "There Is No Leak" tramutati da lì a breve in una tempesta di synthetic-beats che percuotono le strutture con raffinata, rapida intensità. Avanzando tra i titoli incontro il meccanico reticolo percussivo che sorregge "Wandering Ghost", brano posizionato su stranianti fasi tastieristiche associate ad ateree costellazioni di electronic-noises, fino al raggiungimento della contigua "Within My Blood", passaggio dalla ritmica simile ad uno spinoso, roteante agglomerato che infligge al suono migliaia di microlesioni, alleviate solo in parte dall'abbagliante spazialità dei pads. Il disco conclude la sua corsa con la superba musicalità di "Collapse", traccia che ricrea sorvolamenti di paesaggi apocalittici utilizzando come velivolo un suono di decisa marcatura IDM, per questa occasione decelerato attraverso distorti tracciati ritmici circondati da leggiadri frazionamenti di synth. Album di elevatezza non comune, relegato ad un selezionato uditorio di orientamento elettronico po st-moderno. Tutto il tragitto sonoro ascoltato nell'album riferisce l'eccellente capacità di Structural Fault nell'assemblare imprevedibili circuiti di suono innaturale ad arrangiamenti esteticamente inappuntabili, i cui distillati si concentrano in una title-track di gran classe. "Intro/Version" è la celebrazione della scienza del suono, un calcolo perfetto senza margine di errore. Consideratelo solo l'inizio di ciò che verrà.

 

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—- Sys2matik Overl0ad - 'Sys2matik Overl0ad' - cd - by Maxymox 2011' --
cd - by Maxymox 2011 -—



sys2 Power-duo appartenente alla scena electro/indus/ebm, nato a Philadelphia nel 2008 ed interpretato da Michael Sky in collaborazione con John Ruszin, quest'ultimo annoverabile tra i fondatori dei conterranei Carfax Abbey. Progetto emergente, i Sys2matik Overl0ad hanno tessuto nel tempo una serrata rete di partecipazioni su radio ed in ambito club sessions sia negli States che in Europa, iniziative mirate ad estendere la diffusione e la conoscenza delle loro musiche convogliate definitivamente in quest debut album dal titolo omonimo e marchiato Toil/Drill Bit Records. L'impressione globale scaturita dall'ascolto di questa release è quella di un suono elettronico maturo e ponderato, rivolto prevalentemente alle piste, essendo esso impostato su vivaci dance-beats, line-programming pulsante e vocals dalle tonalità asciutte, mai sovraccariche, esposte con gradevole armonia. I dieci eventi della title-track si attivano con "Acid Rain", aggressivamente ebm, sostenuta da un robusto impianto di e-drumming su cui affluiscono abrasioni di guitars ed i ruvidi vocalizzi di Michael. Il ritmo intensifica dapprima la propria velocità nell'edificazione di "Desolate", brano electro-industrial dalle liriche in duello con un granitico impianto percussivo, per poi decelerare in "Blackness Comes", traccia che evidenzia il buon grado di apprendimento dei Sys2matik Overl0ad riguardo le danzerecce logiche clubby esposte in un episodio dalla tenace spinta ritmica e dalle catturanti melodie ebm. "Enter Fear" imposta a sua volta una nervosa struttura electro-trance di assoluta ballabilità utilizzando viscose soluzioni di progs e voce incalzante, mentre la successiva "Just Begun" si offre come una solida cavalcata tecnologica che sospinge molleggiati e-beats e vocals che incitano al movimento del corpo. In "Lies" affluisce un torrenziale insieme di programming, guitar-noise e testi espressi con amara determinazione, dettagli anteposti alla dinamica ossatura di "One Last Time", brano high-ener gy composto attraverso accurati elementi ebm-industrial dalle graffianti asperità chitarristiche e risolute forme di canto. Si approda quindi a "722", dalla corposa anatomia electro riservata a danze infuocate, seguita dalla stessa "Sys2matik Overl0ad", traccia high-speed costruita utilizzando una lunga sequenza di vocals filtrati posizionati parallelamente ad un deflusso incattivito da acida sequenzialità e drumming battente. "Your Last Friend" conclude l'elenco delle presenti rivolgendo all'udito l'ormai riuscito, compatto schema indus-ebm in presa diretta supportato da un effervescente tappeto ritmico-chitarristico e da cadenzate linee vocali: album schietto e allineato, come altri esempi sul generis, alla più radicale osservanza di quei dettami tecnologici che trasformano gli artifici sintetici in suono trascinante, deciso, privo di compromessi. I Sys2matik Overl0ad dimostrano apertamente di possedere una notevole carica energetica trasmessa ininterrottamente durante l'intera per correnza del lavoro, costituendo di fatto una interessante fonte di approvvigionamento sia per il d.j. alternativo che per l'ascoltatore techno-evoluto. Soddisfacente quanto basta a renderlo acquistabile senza rimpianti.

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—- The Chemical Sweet Kid - 'Tears Of Pain' - cd - by axymox 2011 -—

theche Power-duo francese proprietario di uno stile electro-indus dinamico e gothicheggiante. Il progetto animato dal front-man Julien (music & Lyrics) e Coralie (additional live-drums) è attivo sostanzialmente dal 2008, a tergo di svariate esperienze live in cui il front-man, d.j. e fondatore dimostrò nelle proprie selezioni musicali spiccate inclinazioni stilistiche rivolte verso l'EBM ed il più oscuro segmento della scena electro, favorendo bands come Tamtrum, Suicide Commando e Agonoize. L'album "Tears Of Pain" ufficializza il debutto dei The Chemical Sweet Kid sulla scena electro-alternativa, una release autoprodotta che vede in sede di pubblicazione anche il parziale contributo della label Advoxya Records. L'elenco dei titoli conta tredici episodi, dodici brani regolari più una bonus-ghost track, tutti sottoposti ad una curata elaborazione elettronica straripante di ritmica, personalità, nonchè un certo vigore che relega le songs ad un contesto idealmente adatto ai dancefloors più ra dicali. Il percorso inizia con le scandite bpm di "Tears Of Blood", una plumbea electro-industrial track dai vocals acidi che duellano con una sinistra scala di synth ed un pulsante programming, elementi anteposti alla seguente irruenza appartenente a "Human", capitolo che propaga un campionario sonoro dalle veloci battute percussive che regolano il potente flusso di harsh-vox con materia tastieristica sequenziata. La torva ballabilità diffusa da "Six Feet Under" spinge all'aumento del volume, azione indispensabile per un totale interplay tra gambe e sound, stimolati da febbrili palpiti di progs, atmosfere drammatiche e coinvolgimento assicurato. Timbrica gutturale per le liriche di "So Many Things", traccia dall'algida asprezza vocale e dalla ritmica rallentata, oltrepassata dalla successiva "Sad Truth", brano dark-electro-indus permeato di una contagiosa e cupa vitalità. L'ottima e crudele "No Longer" espone energiche techno-battute proiettate verso apocalittici orizzonti industria l, utilizzando profonde e rapide sequenze percussive parallelamente ad un affilato accompagnamento di synth e voce, mentre "Face Of Pain" commuta il suono in realistici incubi che danzano sottoforma di sagome mosse da un drumming glacialmente marziale, dalla voce dolorosamente trascinata di Julien e dalle oscure punteggiature tastieristiche. Il ritmo riprende quota con "Ergo Sum" dalla quale si espande un inflessibile schema percussivo turgido di sorde e veloci oscillazioni che marcano il tempo trasportando con esse le rabbiose emissioni del vocalist ed i tratteggi del programming, prolungando il decorso della title-track fino al raggiungimento di "Identity", ancor più psicotica e spedita, idonea ad una tecnologica danza perdifiato, sconvolta e cybernetica. "A Wonderful World" riserva un sound denso di macchinose electro-strategie comunicanti con i bui recessi di una follia composta da poderose spinte ritmiche, brutali espressioni di voce e tattici interventi di synth. Misteriosa qua nto oscura, la lunga introduzione tastieristica di "The Day After" anticipa la reale interfaccia del brano, ovvero granitiche melodie electro-industrial sfregiate dall'affilatezza vocale di Julien e intrecciate ad un'infuocata rotazione di drumming e progs, elementi che conducono in seguito alla rivisitazione di "Tears Of Blood" quì in versione "Deathfloor Edit", maggiormente impreziosita da arrangiamenti da pista tali da renderla un efficace strumento per danze collettive. Sondando il disco fino al termine della sua sequenza emerge la citata ghost-track "Paint It Black", remake in chiave electro del celebre brano dei Rolling Stones del 1966, gradevole e fortemente dance-oriented. Album innegabilmente riuscito, "Tears Of Pain" rappresenta un congegno che l'electromane utilizzerà per appagare il proprio ardente desiderio di movimento del corpo e, naturalmente, di ascolto appassionato. Fino al totale sfinimento.

 

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—- the exploding boy - 'the black album' - by maxymox 2011 -—

exp Dalle gelide lande svedesi ecco riaffiorare i The Exploding Boy, una band davvero intraprendente, creativa e capace di formulare gradevoli attrazioni soniche. La stessa denominazione della band ricondurrebbe, senza però reperire un concreto riscontro stilistico, a sonorità provenienti dai Cure, attinenze che tuttavia non risultano particolarmente aderenti allo stile espresso dall'ensemble essendo i The Exploding Boy più orientati verso un energico schema new wave/indie-rock/post-punk piuttosto che alle pose decadenti ed oscure concepite da Robert Smith. Chiarito il concetto primario procedo con l'analisi del nuovo "The Black Album", release attraverso la quale questa formazione con base a Södermalm porta a compimento la terza missione su full-lenght dopo l'esordio del 2007 vissuto con l'omonimo "The Exploding Boy" nel quale presenziavano provvisoriamente il bassista Mario Gonzales ed il batterista Tord Jarlsson. Seguì il buon "Afterglow" del 2009 ove si predispose la definitiva line- up che vede ancora oggi Johan Sjöblom alla chitarra acustica e alla voce, il produttore e chitarrista aggiuntivo Lars Andersson, Stefan Axell alla chitarra ritmica e ai vocals in aggiunta all'arrangiatore-tastierista Nick Isgren. La band, che gode di una sempre crescente reputazione, ha ottenuto nel 2010 un meritato riconoscimento affidato alla digital-release "The Human ep" con la quale l'ensemble si è posizionata al numero 8 della German Alternative Chart (DAC) venendo inoltre nominata in Maggio dalla Kool Rock Radio quale "band of the month". Etichetta di supporto, la svedese Ad Inexplorata licenzia questo disco, risultato di una mirata strategia che raggruppa contemporanamente gli stili sopraelencati oltre ad una livrea sonora accattivante, moderna e spesso interpretata con un'ottica più popper che un tempo, a vantaggio di tracce d'effetto e di larga diffusione come l'opener "Human", disponibile anche in video e potenziale hit di indiscussa genealogia pop-wave, edificata su sotti li melodie di chitarre, drumming asciutto, ballabile e ben cadenzato, programming e tastiere 80's che accompagnano i pulitissimi vocals di Johan. Decisamente più post-punker l'infuocata "I Am The Truth", scritta dall'ex componente Mario Gonzales, si offre in un coriaceo involucro chitarristico ritmato da percussività ad alta gradazione, mentre la successiva "Torn" recupera un lineare supporto di programming, basso e batteria quale ossatura, disponendo attorno ad esso flessuosi arpeggi di guitars pronti a trasformarsi in torrenti di materia abrasiva, keys e la voce di Stefan Axell. "Dark City" si assesta su atmosfere inquadrabili in retroguardie pop-rock 80's dalle arie gothicheggianti, così come "Loneliness" predilige i medesimi e funzionali spartiti di tastiera, basso, chitarra che disegnano un refrain reso catturante attraverso la voce di Johan. Un dinamico melange rock-goth-punker si delinea tra le tese note di "Sweet Little Lies", traccia accentata da programming, ardente impeto chitarristico e vocalizzi declamatori, in anticipo sulla susseguente "Talking Back", episodio dominato da romantiche inflessioni vocali ed una gagliarda musicalità pop-wave di facile presa. "Get Out Of My Head" si profila inizialmente come una sad-ballade nel cui sviluppo si amplia gradualmente una forte corrente di guitars e i sofferti vocals di Johan su staccate sezioni di drum-beats. Ben più waveggiante, "Here Comes The Rain" ricalca un parallelismo limitrofo ai Cult di "Love", dettaglio percepibile specialmente nel refrain, mentre la conclusiva "The Man" dispone un robusto tema rock-punker eretto su fiammate chitarristiche, drumming velocizzato, basso pulsante e vocals che rincorrono precisi un pentagramma high-energy. La sensazione finale è quella di un trait d'union tra la retroguardia after-punk ed uno schema compositivo che tiene debito conto delle nuove tendenze, idea che in sostanza premia questa release destinata a far compiere un importante passo avanti ad una band merite vole di visibilità e considerazione. Il convincente rientro sulle scene di una probabile, ventura band di culto.

 

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—- The Frozen Autumn - 'Chirality' - cd - by Maxymox 2011 -—

thefro E venne il giorno. Aspettavo con impazienza la rentrée sulla scena di uno dei progetti più significativi dell'electro-wave italiana, stile che i The Frozen Autumn, band concepita dal frontman Diego Merletto nel 1993, interpreta puntualmente con meritato riscontro e con tattiche sonore sempre coerenti con i dettami old school impartiti dalla scuderia di Ivo Watts-Russell negli 80's, dalle reminescenze dei Clan Of Xymox e, più in particolare, da adombrate coniugazioni del verbo synthpop. L'imprint che caratterizza la piattaforma torinese, pur conservando inalterate nel tempo le proprie virtù, ha integrando progressivamente nelle proprie musiche ulteriori perfezionamenti tecnici e sfumature sempre più intrise di neoromanticismo, di malinconica emozione e di triste dacadenza, incominciando dalle virate very dark-oriented dell'ormai leggendario ed ufficiale debutto del 1995 "Pale Awakening", rilasciato dalla label tedesca Weisser Herbst Produktion, preceduto a sua volta dall'autoproduzion e di cinque tracce su cassetta, "Oblivion", del 1993. La line-up in quell'epoca era costituita essenzialmente da Diego (vox, synths, samplers, programs,fx) e Claudio Brosio (live guitars), elemento presente fino al rilascio del successivo "Fragments Of Memories", edito nel 1997 per l'etichetta milanese Eibon Records. L'ingresso nel 1998 di Froxeanne (vocals, synths, samplers, programs,fx), ispirò l'ideazione di un side-project sperimentale denominato Static Movement attraverso il quale nel 1999 il duo edificò un significativo album, "Visionary Landscapes", apportando alle basilari strutture dark-wave un maggior dosaggio di note elettroniche e formulazioni synthpopper elegantemente ritratte. La susseguente rimasterizzazione del primo disco "The Pale Collection" licenziata nel 2000 includeva, oltre la canonica track-list, l'inedito remake del brano "Bio Vital" appartenente ai Decoded Feedback, fino al raggiungimento del full-lenght "Emotional Screening Device" del 2002, in cui spiccava il brano "Sperm Like Honey" scritto dai Canaan. La label germanica Pandaimonium Records rilasciò nel 2005 l'ottimo "Is Anybody There?", contrassegnando i brani di umbratili melodismi gothic-wave/electro: cinque anni separano il menzionato titolo dal 10"/vinyl in edizione limitata "Rallentears", disco composto da quattro episodi recanti i contributi tastieristici del vicentino Mirco Dean, in arte The Count, reperibile sia nel progetto solistico di natura ambient-electro-indus Nabla Operator che nel disegno Ermeneuma, personaggio presente anche nella nuova release in qualità di synthesizers-player. Sia il 10" appena descritto, sia il presente album in questione, devono le rispettive genesi alla Calembour Records, label fondata da Froxeanne e marchio già citato nelle pagine di Vox Empirea in occasione nell'analisi discografica di uno degli artisti reclutati nell'organico, Sir Joe. Come accennato in apertura, il cliché udibile nelle armonie relative a "Chirality" rilancia il tipico sche ma compositivo custodito nel dna dei The Frozen Autumn, ovvero una mixture di vocalizzi profondi, ben intonati e dalle cadenze nostalgiche, drum-programming sempre scandito da beats puliti, unitamente a calligrafie tastieristiche costantemente impegnate ad ornare il sound di poesia waver. L'album accosta le peculiarità proprie della band ad arrangiamenti leggermente più attuali, viraggi distinguibili in modo più definito da chi possegga nitidamente nella memoria lo storico modus operandi del progetto, il quale nomina con una punta di orgoglio "frozen wave" il suono da esso prodotto. La track-list dell'opera sviluppa inizialmente le dieci tracce incominciando dal vivace pentagramma di "Before The Storm", song in cui la melodiosa voce di Diego si rende protagonista di romantiche evoluzioni perfettamente integrate in un danzabile contesto di synths e sequencing. Le liriche intonate da Froxeanne in "Sidereal Solitude" si intersecano all'impianto strumentale manovrato da Diego, costituen do di fatto una tangibile prova dell'eccellente livello creativo raggiunto dai due protagonisti i quali in questo capitolo riversano ardore, declino e struggevolezza, aspetti che rimandano, seppur lontanamente, ai barocchi accenti vocali di Elizabeth Fraser sostenuti da aggraziate impalcature electro/wave oriented. L'omonima "Chirality" propone una velocizzata architettura tecnologico-percussiva ammantata dalla calda e rattristata voce di Diego, mentre la seguente e straordinaria "Breathtaking Beauty" scansiona regolari beats mid-tempo quali metronomo ad un mesto corpus di armonie vocali, chitarra e synth, la cui sinergia diffonde un suono che sa di stagione piovosa, dolcezza nerovestita ed immensità. La perlustrazione delle tracce prevede ora l'ingresso di "So Brave", sad-song vocalizzata da Froxeanne sotto l'influsso di una musicalità elettronica afflitta, nobile ed elegante quanto i petali di una rosa dispersi nel soffio del vento. "The Exile" propaga asciutte pulsazioni di e-drum s, tratteggi di programming, synth e, soprattutto, le accorate modulazioni di Diego che conferiscono alla traccia un qualchè di aristicratico, così come la successiva "Victory" rinnova gli armoniosi paradigmi vocali di Frozeanne articolati a finezza canora, tra i copiosi flussi del synth e rapide battute percussive. Un'invernale cold-wave elettronica dal taglio romantico predispone ora "Rallentears", brano che accoglie a sè il guitar-sound arpeggiato da Stefano Nieri esteso tra smagrite punteggiature ritmiche, misurati fregi tastieristici e, naturalmente, il canto accuratamente impostato di Diego. Ben più sintetica ma sempre obbediente ad un neoromanticismo gothicheggiante, "In The Golden Air" effonde catturanti arie intrise di pop tecnologico abbraccianti la raffinatezza vocale di Froxeanne. Come intuibile, la conclusione dell'album non poteva che offrire l'ennesima, ultima gemma di un album ad elevato tenore di coinvolgimento, "The Last Train", sviluppata su scattanti beats, elettr iche scie di guitar, programming, vapori di synth e le magiche esposizioni tonali di Diego che volteggiano idilliache durante tutta l'estensione della traccia. L'ascolto di una release di simile portata non concede spazio alla superficialità: ognuno dei capitoli presenti in "Chirality" pretende attenzione, un'indole incline a forme di romanicismo ormai dimenticate ed una spiccata attitudine individuale a ciò che personalmente definirei, onorando Diego e Froxeanne, "emotional-wave". Per chi già detiene l'intera discografia dei The Frozen Autumn, quest'ultimo lavoro rappresenta un irrinunciabile complemento che colmerà esaudientemente l'attesa che lo ha separato dalla precedente opera, mentre per chi ancora non si eccostato al suono inconfondibile del duo, questo disco potrà rappresentare un primo step verso la conoscenza di un valido e longevo progetto appartenente alla "nuova onda" il quale, in modo assolutamente autonomo, ha saputo crearsi nel tempo un'identità ed una reputazione or mai prossime al culto. La gloria immortale dei primi atti incontra il suo degno perfezionamento.

  

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—- THE GHOST EFFECT - 'TGE' - CD - by Maxymox 2011 -—

theg La band torinese The Ghost Effect dona continuità a quel pulsante flusso creativo di matrice gothwave che ancora riesce ad accogliere presso sè rivoli di affezionati seguaci nerovestiti appartenenti sia alla fedele retroguardia che alla new generation. Attivo dal 2005 ma ufficializzato con l'attuale denominazione solo dopo il 2008, il quartetto composto da Laura (vox/guitars), Davide (bass/vox), Claudio (vox/guitars/keys/drums-progs) ed Enrico (drums) esordisce con questo album, "TGE", rilasciato dalla conterranea Breakdown Records, label nota per la succinta ma valida scuderia di artisti reclutati quali gli ottimi TourdeForce oltre a Blue Velvet, Sell System e GigaHearts. Spenti gli echi propagati dalla lontana autoproduzione titolata "Life Is No Cabaret", l'ensemble riesce ad appagare l'ascolto proponendo una gagliarda foggia sonica a cui aderiscono influenze old school che rimandano ai Cure, Siouxsie & The Banshees ed in piccola parte perfino ai Cocteau Twins più radicali; melodic amente nostalgici ma allo stesso tempo oscuri e arcani, i The Ghost Effect rilanciano e riedizionano in "TGE" parte della track-list reperibile nella prima release autoprodotta, per un totale di dieci episodi in cui il dark si amalgama alle textures vocali di Laura, alle opprimenti cadenze percussive e agli intarsi di chitarre, generando un sound adombrato in cui dimora semiassopito lo spirito della decadenza. "My Black Regrets", primo brano della track-list, diffonde il passionale canto di Laura attraverso tese trame chitarristico-percussive, articolando sapientemente elementi goth e, soprattutto nel refrain, reminescenze waveggianti. Disponibile anche in versione video, "Korsakoff Syndrome" offre vocalizzi speculari, echi, duetti alienati e claustrofobiche atmosfere post-Cure rese affascinanti da oscure punteggiature di basso e da acidi intarsi chitarristici. Il lento incedere di "Submission" ricrea depressi scenari da cabaret utilizzando le evoluzioni canore della vocalist che spa ziano da tonalità meste e riflessive ad impennate dense di dramma, il tutto appoggiato su una base strumentale da walzer gothico arpeggiato dalle note della cellista Beatrice Zanin. "The Ghost Parade" propaga i melodici lirismi di Laura cantati magistralmente e diluiti in un elegante background sostenuto da tocchi di guitar, tastiera e drumming orchestrale. La dinamica "The Fall Of The Man Of The Moment" propone sonorità in equilibrio tra moduli strumentali alla Mission e vocalizzi alla Siouxsie, mentre i visionari e disperati accenti tonali riversati in "The Dark Side" si intrecciano ad un asciutto corpus di chitarre elettriche e batteria, così come "Say No" recupera un'estensione complessiva più romantica, meravigliosamente sorretta dalla voce di Laura che irradia con solenne grazia gothica i dolci accordi di guitars, di key ed il misurato tambureggiare delle percussioni. Inizialmente surreale e psychedelica, "Friendly Fire" pronuncia un canto abbattuto che nel suo sviluppo chitarr istico sfiora tonalià drammatiche, anticipando l'elettricità degli accordi relativi a "Notes For The End", disposta su risoluti basamenti rock-goth. Il tratto finale dell'opera è riservato alle darkeggianti sospensioni di "Goodbye Tomorrow", arpeggiata delicatamente dal plettro e resa passionale dalla voce di Laura che eleva crepuscolari note traboccanti di afflizione. Album di rilievo, seducente ed ispirato. L'intensità ed il portamento espressivo dell'impianto vocale divengono elementi fondamentali che ben si armonizzano alla decadente aura romantic-goth proiettata da un comparto strumentale, coordinato e flessibile. "TGE" è l'ora che preannuncia l'avvicendarsi dell'alba, il fotogramma temporale ancora intinto nel buio, eppure così prossimo al sorgere del sole. Il sound dei The Ghost Effect, ora severo, ora malinonico, figlio di antiche memorie 80's, porge all'ascoltatore l'ultimo frammento di notte, levando lo sguardo ancora assopito in direzione dei primi, timidi raggi a Est. E' questo il tempo del fantasma. E' questo il suo mesmerizzante effetto.

 

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—- The Gothsicles - 'Industrialites & Magic' - cd - by Maxymox 2011 -—

gothsicles La scena indus/goth americana elenca tra le sue rappresentazioni anche questa recente release ad opera dei californiani The Gothsicles, ensemble capeggiata dal front-man DarkNES, elemento presente inoltre nei progetti The Apologizers e The Caustic. Discograficamente attiva dal 2006 con il debut-album "Nosferatu", la band ha proseguito il proprio cammino incidendo il secondo full-lenght "Sega Lugosi's Dead" del 2009, denotando uno stile costruito attraverso concepts che sdrammatizzano, sovvertono ma conservano parte del decadente classicismo del gothic, scomponendone le essenze con una massiccia dose di elettronica industrial. L'esito di tale mescolanza ha dato origine ad un sound veemente, truce, incentrato su ritmiche clubby dalle formule vocali abrasive, urticanti: "Industrialites & Magic", al pari del precedente album, è licenziato dalla statunitense WTII Records, label specializzata in produzioni synthpop/EBM dalle cui più illustri sottoscrzioni emergono nomi quali State Of The Union, Cut.Rate.Box, Stromkern, Controlled Fusion e Dessau. Il disco in esame presenta sonorità indirizzate palesemente ai dancefloors, impiegando picchi di incendiaria follia vocale, dinamismo electro-ritmico ed una distinta qualità strutturale, grazie anche all'introduzione di eccellenti guests i quali aggiungono professionalità e prestigio a molti dei diciotto brani presenti nella lista. "Do What I Do", opener, diffonde da subito uno strampalato teorema elettronico simil-videogame tra un estemporaneo fraseggio, succeduto rapidamente dalla fusione tra schizofrenia canora e vigore electro-industrial esposti in "B-R-[x]-A-N", traccia che introduce nella sezione vocale Brian North, membro degli Xuberx, band di Washington devota al verbo techno-indus. Recitazione dei testi in modalità rabbiosa, manicomiale, loops, sequencers battenti, synths che intessono cupi accordi e ballabilità assicurata caratterizzano "Save Dat Mermaid", oltrepassata dalla successiva ed altrettanto patologica "Wearing A Star Trek Uniform, Watching Tony Lechmanski Sleep", creazione dalla potente corporatura electro-percussiva elaborata in sede di programming da Keef Baker, compositore inglese attualmente dedito all'IDM/post-indus. "Drunk Cuts" manifesta infuocati intenti danzerecci attraverso un sostenuto e-drumming ed il consueto isterismo vocale, mentre un ancor più coriaceo sostegno ritmico regola le veloci pulsazioni di "Voicebox Botox", esplosiva e trascinante, una riserva di masse elettroniche in assetto da battaglia e galvanizzanti urla che invitano al movimento collettivo. L'autocelebrativa e breve "WTII Records Is My Favourite Record Label" rilancia esclusivamente elementari sonorità da videogioco e voce robotika, mentre il tocco produttivo di Wade Alin del progetto Christ Analogue è insito nelle trame di "My Guy Died (Level 12 Human Sorcer)", traccia dalla prorompente spinta percussiva sicuramente apprezzabile dai d.j's, in associazione ad un virulento insieme di voce e loops. Lo show prosegue con la successiva "You Have Found The Hawk's Claw", episodio architettato utilizzando la comprovata e gagliarda platform percussiva, unitamente a vocals pronunciati con tagliente collera da cui spiccano quelli del guest Keith "DOS://Boot Watson", per una traccia decisamente da pista e prodotta dal magico estro di Tom Shear, alias Assemblage 23. Ancora più innanzi si sperimentano le catturanti logiche dance-minded di "Wildness Acts", in un selvaggio tripudio di elettronica prodotta dal citato Wade Alin e scritta dalla combinazione di synth e progs appartenenti a Xero, membro della band rhythmic-noise americana denominata Critical System Error. Un intrico di percussività drum'n'bass sorregge invece "Baby Jesus vs Baby Genius" con Matt Fanale aka Sega Lugosi del duo The Caustic alla sezione vox, il quale armeggia con uno spartito electro scattante, nervoso, ipnotico, anticipatamente alle giocose atmosfere videogames-minded di "Call The Chips To Port", edificata su luccicanti emissioni synthetiche ed uno scherzoso monologo. Varchi sonori ben più autorevoli si ascoltano nella successiva "Save Dat Mermaid", traccia in cui predomina l'enfasi ritmico-programmata che si avvale del remixaggio di Claus Larsen, Leæther Strip, il quale trasforma in sound iper-ballabile uno sfibrante apparato di bpm e citazioni idrofobe. La reprise di "Drunk Cuts" viene rielaborata da Peter Spilles con i contributi dei Santa Hates You, Project Pitchfork e Imatem, per un validissimo strumento da pista trainato dal passo risoluto del drumming e dal perfezionamento aggiunto in fase di studio recording. Una rinnovata livrea electro-dark dalle tinte gothicheggianti identifica il remake di "My Guy Died" riedizionata da Yendri, la quale apporta nello sviluppo della song le immancabili strategie dancing, così come "B-R-[x]-A-N" viene rivisitata dal duo The Caustic in versione "Girls You're Both Pretty Mix", nuova forma che ne incrementa il già elevato livello di alienazione. L'elenco dei guests annovera anche quello di Vasi Vallis, titolare dei noti progetti Frozen Plasma e Reaper, al quale è affidata la ricostruzione di "Drunk Cuts" che ora si dispone in uno schema tattico very danceable di programming ed atmosferici inserti di synth. La band electro/EBM di Baltimora appellata Boole remixa infine "My Guy Died (Level 12 Human Sorcerer)", attuando un fitto e martellante disegno sonico di assoluto pregio rinominato "Reveling And Leveling Mix", con tetre procedure di tastiera in aggiunta ad un ipercinetico comparto electro-percussivo intervallato da guizzanti pause ed immediate riprese di velocità programmata. La ruvidezza vocale, il nerboluto viluppo di elettronica, le mirate strategie industrial-dancer e le sapienti introduzioni di ospiti a tema, fanno di "Industrialites & Magic" un album compatto, ben definito, privo di esitazioni, coincidente con l'idea di "energico". La track-list, per quanto estesa e piuttosto monolitica, offre svariate tracce indiscutibilmente idonee alle piste, titoli che non mancheranno di arricchire le playlist più audaci. Industrial & Goth strike again!

 

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—- THOLEN - 'Neuropol' - by Maxymox 2011 -—

tho Nell'immaginario del tedesco Tholen esiste una futuristica città sopravvissuta ad una serie di eventi catastrofici. Tra le sue strade, dentro i tetri edifici, nel suo sottosuolo, coesistono due separate società: una intorpidita dalla rassegnazione, ridotta ad una servile schiera di semi-automi destinati a lavorare in plumbei ambiti post-industriali; l'altra, una casta di seguaci della Chiesa di Miro, è la potente e soggiogante popolazione che possiede il pieno controllo della schiavitù dei primi. Il sentore di un'imminente rivolta dei servi è tuttavia nell'aria. Questo album interpreta le paure e le atmosfere riferite a questa condizione, descrivendo contemporaneamente le misteriose liturgie celebrate dagli schiavisti nell'oscurità dei sotterranei appartenenti a questa devastata città chiamata appunto "Neuropol". Limitata a sole mille copie in formato digipak licenziate dalla label canadese Cyclic Law, questa release sonda abissali sfondi di natura dark-ambient, rappresentando il sec ondo full-lenght prodotto dall'artista posteriormente a "Sternklang" del 2007. L'esplorazione di nuovi e sempre più tetri territori di musicalità indiretta dirama queste otto suites la cui prima radice è intitolata "They Are Watching Through My Eyes", una vaporosa, fredda diffusione di nero assoluto fattasi suono. "Skeletons Of Steel" prosegue la track-list proponendo un immobile flusso di non-armonia di laptop attraversata da echi industrial, concedendo in seguito l'ingresso alla tenebrosità gravitante attorno a "Neuropol Underground Infrastructure", spettrale maschera obscure-ambient. "Cryogenetic Ceremonies" raffigura alienanti scenari di prigionia ed angoscia impiegando tecniche sonore intinte nella notte, così come "Among The Tormented" offre un caleidoscopio di acustiche dark che si dirigono lentissime e minacciose verso l'udito. "Tiefe-Floating Corpses Odor" espande cupi riverberi vocali assorbiti da una raggelante struttura di basse frequenze e foschia sonica, mentre "Becomin g (Segmented Minds)" propone nell'intro un pacato dialogo male-female anticipante una progressivo respiro di suono gassoso ed impenetrabile. Ultima traccia, "As All Hope Was Dying" proietta ipnotiche spirali, le cui ombrose evoluzioni circondano totalmente i sensi che ben presto cederanno ad un assopimento popolato da incubi. Disco in perfetto stile Cyclic Law, arcano, brumoso, appagante per tutti coloro che hanno sperimentato la fluttuazione psichica verso dimensioni surreali culminanti nel delirio. La città di Neuropol vi attende per svuotarvi di ogni volontà. -|-|-» Dark-ambient di ottima finitura, supportato da un concept inquietante, ossessivo, edificato mediante vibrazioni plutoniane, dilatazioni di sound e timbriche sotterranee che gelano istantaneamente le rare, indefinibili note: una rallentata, incontrastabile corrente vi trascinerà sotto la superficie mostrandovi il futuro secondo Tholen. Riemergere dal profondo sarà impossibile.

 

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—- The Pain Machinery - 'Surveillance Culture' - cd - by Maxymox 2011 -—

thepa Recentemente scritturati dalla label Complete Control Productions, gli svedesi The Pain Machinery si sono sempre dichiarati intrepidi collaudatori di quel segmento tecnologico che trova specifiche referennze nell'electro-punk. Musicalmente attivi nel settore alternativo fin dagli storici 80's e concretizzando il loro primo lavoro nel 1992 su tape recording, il duo Anders Karlsson (synths) e Jonas Hedberg (vox) posizionò da subito l'asse compositivo in direzione di un ibrido generato dal versante punker britannico ed un radicale modulo electro/industrial, perfezionando questo stile nel corso degli anni fino alla graduale aggiunta di dettagli EBM e house. Il progetto, molto apprezzato dai fans per via delle sue trascinanti live sessions, giunge con la presente release al sesto traguardo su album a seguito di precedenti pubblicazioni inizialmente autoprodotte quali l'ep "Mindfuck" del 1997 ed il cd-r "Chaos In Expansion" del 2001. Seguirono i tre full-lenght "The Venom Is Going Global" realizzato nel 2003, "Hostile" edito nel 2005 ed il doppio "Chaos In Transmission" del 2007, tutti rilasciati dalla label statunitense BLC Productions. "Urban Survival" del 2010 trova invece degno supporto di etichetta con l'ottima Advoxya Records, mentre la citata label Complete Control Productions si occupa ora delle due versioni relative al nuovo titolo "Surveillance Culture" licenziato sia in versione regolare che in assetto "remix", quest'ultimo prodotto con i preziosi contributi di Ted Barley, Jouni Ollila, The Weathermen, Severe Illusion, Necro Facility, Sebastian Rivas e Ragged Bones. Vox Empirea analizza specificatamente l'edizione ordinaria dell'album che consta di quattordici tracce, ognuna delle quali creata con il chiaro intento di comunicare energia elettronica old-school e la carica dissacrante del verbo punker: "Shine" apre la title-track diffondendo un sound percosso da regolari sferzate ritmiche unitamente ad una tesa linea di vocalizzi simili a proclami, così come la seguente "Critical State" riversa un lungo filamento di drumming sequenziato su cui si ergono le rabbiose liriche di Jonas. "Never", come le precedenti e molte delle successive tracce, riflette appieno il classico schema electro-EBM intersecato da un'acida sezione vocale che non cela le evidenti influenze punk-oriented, identicamente alla successiva "Hard Cash" che introduce un graffiante modulo di programming a sostegno di una forma di canto abrasivamente monocorde. "Acid Breakdown" carica spietate battute electro-percussive, glaciali emissioni di synth e vocals perentori, fino al raggiungimento delle flessuose ritmiche appartenenti a "The Grudge" che miscela sapientemente elementi house a coriacei basamenti electro. "The End Game" non sovverte l'impostazione sonica che regola l'intera track-list, predisponendosi anch'essa su uno scandito canone percussivo-programmato di derivazione electro-industrial in associazione alla voce di Jonas impostata da esternazioni dure ed incattivit e. L'episodio successivo è "Grinder", traccia dal rettilineo ritmico secco e metronomico da cui si propagano vocals aculeiformi e controllate turbolenze di progs, toccando in seguito l'inflessibile campionario sonoro tipicamente EBM di "Hell". Avanzando ulteriormente nell'analisi del disco incontro le rindondanze sequenziate di "Armed!" alle quali si affiancano gli imperiosi fraseggi dei testi e, ancora più innanzi, le sperimentazioni electro-psicotiche di "Surrender", retroilluminate da un escoriante vigore punker. I sordi impulsi introduttivi di "Hate Me Now" si disallineano apparentemente in rapporto all'incedere del segmento percussivo, per poi sincronizzarsi nelle consuete, regolari sciabolate elettroniche vocalizzate da Jonas utilizzando atone replicazioni. "Playground" attiva un dinamico procedimento di ritmo artificiale adatto ai rasati frequentatori dei dancefloors di fede electro-EBM, mentre la conclusiva "Moving Walls" estende ballabili progressioni di e-drumming, effects e voce sibillina, per una traccia meno circoscritta nel quadro sonico fin'ora ascoltato e relegabile ad un episodio decisamente tecnologico-sperimentale di provenienza hard-electro. Disco granitico, privo di compromessi, devoto a concezioni musicali di tendenza. L'unione tra contenuti punk e, più ampiamente, synthetici, determina un suono dalle melodie annientate, scarne, urticanti, a prevalente uso e consumo di coloro che si identificano nei fervidi estimatori di questo sottogenere elettronico. Ordine e compattezza, vocals affilati, nessun elemento superfluo, musicalità circolare, dove è bandita ogni rima o armonia: se questi propositi vi tentano, fate conoscenza con "Surveillance Culture". Scoprirete di possedere molti punti in comune con questo album.

 

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—- TOTAL PAIN KOLLAPZ - 'Survive The Everyday' - cd - by Maxymox 2011 -—

tot One-man project svedese giunto a questo nuovo, secondo album, "Survive The Everyday" che si avvicenda al non sensazionale "Hell Is Not Heaven" realizzato nel 2007 per la Hypervoxx Recordings. Tony Pettersson, questo è il nome dell'artista, approda ora sui versanti della label ungherese Advoxya Records proponendo quindici episodi electro-industrial dalle finiture darkeggianti, replicando in larga parte lo stereotipo udito nel precedente lavoro e orientando le musiche verso soluzioni dance-oriented. Personalmente, non mi accade spesso di condividere i giudizi espressi in molte recensioni da parte dei colleghi, tuttavia, nello specifico caso di TPK, non posso che assentire ai giudizi paralleli che descrivono questa release come "vuota" ed "incompleta". Probabilmente il work in progress intrapreso dal progetto vive in questo periodo una lenta fase di trasformazione in cui perdurano i difetti e le incertezze del primo album: sia le atmosfere che le strutture sonore risentono, tranne qualc he sporadica eccezione, di una notevole rindondanza accentuata in larga misura dall'anonimo timbro vocale di Tony, ridotto ad un sibilo emesso senza troppa convinzione. "This World" conferma questi concetti proponendosi come una electro-song spenta e poco appetibile, così come la successiva "Let Me Die" non riesce a spingersi oltre la soglia dell'accettabile lasciandosi contaminare da una fatale ingenuità compositiva. "I.H.M.S." non differisce sostanzialmente dalle precedenti tracce assestandosi su un pallido modulo di percussività elettronica, soffi di synth e vocals impersonali. Il disco prende quota attraverso "Where Are U (2009 Clubmix)" e le sue veloci bpm attraversate da loops e dalle esangui liriche proferite da Petterson, oltrepassate da quelle vergate dalla mano di Suicide Shelly in occasione di "Locked", copia speculare di quanto ascoltato fin'ora, ovvero un insieme di asciutto suono electro generato dal programming, monotonie di synth e voce che aleggia senza produrre inte resse. "The Sinners Last Wish" prosegue la rassegna riproponendo null'altro che una livida electro-track inserita in un tascurabile contesto dark-industrial, mentre "In Your Face" limita quella che avrebbe potuto essere una solida cavalcata dancefloor ad un arido dominio di suono artificiale senza presa. "Warzone" fa parte delle "eccezioni" segnalate in apertura, rendendosi gagliardamente danzabile e ben pianificata mediante le sue vivaci pulsazioni da pista miscelate ai fraseggi loopati, la voce di Tony e circolari melodie synthetiche. Alla fase ascedente dell'album si aggiunge l'omonima "Survive The Everyday", capitolo elettronicamente oscuro flagellato da battute percussive e schizzi di acidità tastieristica, elementi che si fondono con la susseguente electro-ombrosità di "Scum", traccia che tende ad innalzarsi appena sopra la media. E' il turno di "Evil Inside (U 2 Blame)", trascurabile electro/indus-track in anticipo su "The Conversation", nelle cui pulsanti intersezioni sequenz iate si articola una patologica punteggiatura di synth ed un fitto dialogo vocale di sottofondo. "Stay" è supportata principalmente da uno scandito apparato di e-drums che interagisce con i consueti sussurri di Tony, mentre la cinetica e strumentale "March Of The Dead (Fishstick Happy Pill Mix)" si fa apprezzare per coinvolgente danzabilità industrial. Identico giudizio anche per il tratto finale della release, "The Sinners Last Wish (Death Under Siege Mix)" che, pur non offrendo performances irresistibili, diffonde un energico suono molto clubby da ballare senza innamorarsene. Album dai contenuti di modesta attrattiva che non differiscono da altre esili produzioni destinate ad eclissarsi senza lasciare granchè in loro memoria. TPK ha ancora molto da imparare. -|-|-» "Survive The Everyday" sa eccessivamente di piatta e artigianale consuetudine: una congrua percentuale di tracce trascorre il proprio minutaggio in totale anonimato, penalizzate da marginali interventi vocali ed una non vivida ideazione strumentale. Tutto ciò fa per il momento di TPK un progetto che difficilmente potrà superare lo sbarramento valutativo dell'ascoltatore esigente. Auguro a Tony di saper considerare l'ipotesi di un immediato e radicale cambiamento di stile.

 

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—- The Victim's Ball - 'Memoirs Of A Resurrectionist ' - cd - by Maxymox 2011 -—

thevict Progetto fondato e sviluppato a Melbourne dal multiforme Roberto Massaglia, reperibile in passato con Dave Foreman nella piattaforma EBM/indus/punk denominata Tankt, nonchè in un secondo disegno di natura darkwave/classical/steampunk/gothic risalente al 2006 e noto come The Tenth Stage, realizzato con un esteso cast di interpreti d'eccezione tra i quali il produttore e membro dei Parralox John Von Ahlen, l'ex Human Leaugue Ian Burden, Zoog degli Angelsplit e Chris McCarter proveniente dai conterranei Ikon. La feconda creatività del protagonista ha reso possibile The Victim's Ball, esperimento musicale dall'intenso e netto potere evocativo influenzato come principio di base dalla persistente aura di terrore e ghigliottina che imperversava ai tempi della Rivoluzione Francese, unitamente all'aristocratica e sottilmente provocatrice eleganza percepibile nelle coreografie che distinguevano le raffinate serate danzanti di quel periodo. Le intenzioni di Roberto, tuttavia, non sono limitate esclusivamente a questo specifico circolo ispirativo ma bensì alla cronostoria declamata in chiave recitativa delle antiche vicende umane ed i loro costumi: "Memoirs Of A Resurrectionalist" è infatti una sorta di porta temporale divelta per questa occasione nella fosca epoca Vittoriana, caratterizzata socialmente da un fine jet set ma nel contempo secolo di avvenimenti angoscianti. Il disco illustra le vicende di Jack Corben, ladro di tombe e personaggio dall'indole tenebrosamente appassionata, poetica, radicalmente devota all'imperante flusso culturale gothicheggiante tipico di quella generazione, tocco assai avvertibile in ognuno degli undici episodi ufficiali dell'album terminante con due bunus-tracks remixate. "Memoirs Of A Resurrectionist", disponibile anche in versione 12"LP con solo gli undici canonici atti, procede in direzione di ricercate sonorità pregne di classicismo e oscurità, elaborate da Roberto in stretta collaborazione con le vocalist Joanne Missen e The Baroness, q uest'ultima proveniente dal progetto alternative/gothic Opera Macabre, in aggiunta a Tim Harris la cui voce è preposta alle fasi di narrazione. La più recente opera, licenziata dalla label Elysium Sounds, precede discograficamente il debut omonimo del 2009 su full-lenght "The Victim's Ball", seguito l'anno successivo da "Romanzo Gotico" e dall'auto-release del 2011 in formato 12" split vinyl condivisa con il duo degli Ikon. I brani presenti nella track-list enumerano interpretazioni di varia impronta, con un trend compositivo che varia dal dark/romantic-folk al neoclassicismo barocco, fino a lambire la marzialità e l'elettronica, il tutto abilmente incastonato in un vivido contesto da colonna sonora edificato principalmente mediante l'impiego di key, hurdy gurdy, mandolino e le modulazioni dell'hammered dulcimer. L'epopea ha quindi inizio, commentata dall'ottima voce di Tim Harris, il quale espone tra un nebbioso sfondo di urla echeggiate, effects e hurdy gurdy, il prologo "This Is T he Story Of Jack Corben", seguito dai riverberi di carillon ed i vagiti che introducono la successiva "Born By The Candlelight", con i riflettori puntati sulla voce plateale di Roberto, magicamente introdotta in orchestrazioni di corde e tastiera sospinti da una percussività soldatesca. Un richiamo alle danze vittoriane giunge da "Jack Of All Trades", traccia che assembla atmosferici tambureggi a testi espressi con phatos da primo attore, le cui strofe si elevano tra un diadema di fiati, hurdy gurdy e soave coralità femminile. Le vivaci allegorie di "The Fortune Of War" esposte introduttivamente dal violino, sviluppano da lì a breve in un altisonante canto da locanda inglese ottocentesca, il cui proseguo "Here Lies Jane Doyle (Jack's First)" opta per acustiche di key, hammered dulcimer e hurdy gurdy mescolate all'etereo canto delle vocalist. Di nuovo gli atmosferici fraseggi di Tim Harris fungono da interpausa per "Introducing Molly", in attesa del pianoforte annunciante l'ingresso d i "Dear Molly (A Love Letter)", traccia che unisce alle sue pacate arie medieval-folker il disperato e psicotico spartito canoro di Roberto in combinazione alla grazia vocale dei cori femminei. "Burking" propende per sonorità più severe di tastiera e voce, una lenta sad-ballade dal drumming marziale addolcita in parte dagli arpeggi dell'hammered dulcimer, in anticipo sui rumoreggi di chiavistelli che aprono la spettrale "The Divine Judgement", capitolo asperso di una densa musicalità symphonic-dark/classical innalzata prevalentemente da grevi tonalità di voce, angeliche fluttuazioni corali, key, bells e percussività marziale. Pianoforte, tocchi cristallini e tastiera costituiscono la struttura portante di "Jack's Farewell" su cui spaziano armoniose le liriche di Roberto, chiudendo in seguito la concatenazione dei titoli attraverso la voce impostata di Tim Harris nella suggestiva "Epilogue". Il primo dei due remixes è quello relativo a "The Fortune Of War" ricostruita da un gradito in terprete citato positivamente più volte tra le pagine di Vox Empirea, ovvero il compositore dark-ambient/gothic/neoclassical/dark folk tedesco, Meiko Richert aka Verney 1826, il quale rielabora la song mediante arrangiamenti più corposi ed estensioni di tastiera e voce straordinariamente avvincenti. Le reminescenze electro dei Tankt rivivono il loro splendore attraverso la riedizione di "Burking" curata da Dave Foreman, autore di questo remix che presenta ora la piece resa integralmente più dinamica da un pulsante tracciato di programming e formulazioni dance-oriented. Il clima pindarico ed assieme tetro vissuto durante l'intera percorrenza dell'album, riproduce fedelmente lo stato d'animo del misconosciuto Jack Corben e delle sue vicende, in un coinvolgente susseguirsi di ardore canoro ed orchestralità retrò. La presenza di un concept ben definito e di una logica scorrevole mediante la quale sono state elencate le tracce, accompagnano gradualmente l'auditore presso i luoghi e le atm osfere di quegli anni bui, condividendo con egli le paure, il bisogno di amore e le ambizioni che caratterizzano i tratti del personaggio del racconto. Ammirevole è inoltre la capacità attribuita a The Victim's Ball di ricreare compiutamente sottoforma di note la drammaticità, il mito e le emozioni di un'era soggiogata da impulsi rivoluzionari, da irreprensibili censure e da forme d'arte e letteratura sfocianti nel gotico. "Memoirs Of A Resurrectionist" è tutto ciò che l'utopista romantico e l'esploratore del tempo abbiano mai desiderato ascoltare.

* V *

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—- VAL DENHAM & O PARADIS - 'Transform Thyself' - cd - by Maxymox 2011 -—

val Eccentrico, estemporaneo, a suo modo udace. "Transform Thyself" è un album atipico, incurante delle mode, concepito a quattro mani dal sodalizio Val Denham/Ô Paradis; lei, musicista e scultrice inglese dello Yorkshire, è nota per il suo parallel-project Silverstar Amoeba ed ancor più per la sua presenza negli organici di band del calibro di The Death And Beauty Fundation, The Sword Volcano Complex, Wyrm, Cyclobe e, naturalmente, Psychic TV, Throbbing Gristle; lui, Demian alias Ô Paradis, spagnolo di Barcellona e artista electro-melodrammatico, ha accresciuto una particolare vena musicale influenzata dalle sonorità 80's, dall'industrial e dal folk, generi che l'artista personalizza negli anni in un numero elevatissimo di releases spesso contrassegnate da armonie dense di infinita ed elegante malinconia. Inevitabilmente, la fusione artistica tra questi due differenti poli non poteva che originare un'opera sonora di assoluto carattere anticonvenzionale il cui titolo testimonia metafori camente l'esperienza transgender vissuta da Val e le cui musiche sfuggono beffarde ad una specifica catalogazione. Se tuttavia necessitasse definire l'appartenenza stilistica propria di "Transform Thyself", la si potrebbe comprendere negli ambiti del weird-folk, del gothic da cabaret e nell'avant-garde elettronica, una miscela sperimentale di suoni e voci pianificate per evidenziarne l'orignalità e la sublimazione del verbo "osare". Difatti l'album licenziato dalla HauRuck! espone un impeccabile assetto strumentale disposto a variare di brano in brano e liriche dall'impostazione spesso semi-improvvisata, caratteristica che colpice per l'esplicita infrazione di tutti i consueti canoni vocali predefiniti. L'impiego congiunto di strumenti acustici ed elettronici conferisce alle sedici tracce un'aura di neo-classicismo tecnologico, come è udibile nell'opener "She's A Witch", un down-tempo jazzato da musical nostalgicmente vocalizzato da Val a cui fa seguito il lento e cupo programming di "Glow", disponibile anche come video e cantata platealmente dall'ambigua voce della singer il cui refrain vira con squisita disinvoltura verso leggere e improvvide stonature. Secche percussioni introducono la successiva "Memories And Dreams", uno strampalato electro-tango canticchiato in duetto con Ô Paradis seguito da "Now The Bottles Empty" che predispone una forma lirica recitata con amarezza su un rullante slow-drumming, note di piano ed il cello di Sara Guri, protagonista in vari albums di Demian. Una sobria sezione di tastiera dagli accenti retrò, un soffuso programming e le percussioni di Enric sostengono "Split", sinuosa e nostalgicamnte melodica, succeduta dalle sospensioni pianistiche e dalla ritmica slow-jazz di "Thinkig Of My Girl", cantata con la disarmante spontaneità di uno folle innamorato. "My Blackest Flower" tende anch'essa verso psicotici moduli canori questa volta arpeggiati dall'Indian banjo di Val, la cui voce si espande tra abissali tocchi di piano e riverber i percussivi. Una dinamica e-drum ed il catturante canto della vocalist sequenziano ballabili electro-bpm in "You're Not My Type", traccia da hit-single e potenziale remix a cui fanno seguito il lento tambureggiare, l'armonica, il cello di Sara Guri e le liriche della vocalist inclusi nella notturna "Searching For Superman". Demian è il protagonista di "My Lovely Val", un placido electro-walzer cantato malinconicamente nel più tradizionale stile Ô Paradis, anteposto alla seguente ed atmosferica "We Don't Spoil Another Couple", traccia down-tempo di key-vox e drum avvolta da sensualità canora. Le basse percussioni sospinte da Enric creano l'ossatura di "Satuday Night", episodio dalla coralità ironica, interagente con la forma di canto di Val e magnificata da spoglie ma espressive curvature melodiche. L'omonima "Transform Thyself" predilige sciorinare un breve testo in modalità "parlata" esposto su una musicalità folk-noir, così come la splendida "Never Deny Them" riserva un ebbro duet to vocale da decimo drink ammantato da un caldo sottofondo tastieristico e dalle misurate percussioni di Enric. "Gravity" sussurra parole affascinanti nel suo segmento introduttivo presto raggiunto da un lento wah wah chitarristico, dalla key e le liriche visionarie di Val, le medesime che in falsetto concludono con Ô Paradis l'effimera "Icarus". Disco importante, un pezzo da collezione destinato a onorare gli archivi degli estimatori della high-class sperimentale: a mio giudizio una delle migliori realizzazioni prodotte in questi primi cinque mesi dalla leggendaria HauRuck! -|-|-» Album estemporaneo e di indubbia creatività i cui punti di forza risultano essere l'estrema flessibilità interpretativa di Val Denham e la sapiente tattica strumentale di Ô Paradis, oltre che un diretto rifiuto degli usitati schemi sonori destinati al marketing. Uno spaccato che lascia intravedere senza compromessi e con lucidità le insicurezze e le debolezze insite nell'uomo, descrivendole con naturalezza e stile anticonformista. Il termine "geniale" riferito a questo lavoro è quantomeno appropriato.

 

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—- VIC ANSELMO - 'In My Fragile' - cd - by Maxymox 2011 -—

vican Lituana di Riga, Vic Anselmo è una rappresentante della scena gothic-alternative la quale, avvalendosi del supporto artistico di Herman Rigmant (guitars/progs), George Kadolchik (keys/progs/triangle), Peteris Pass (bass) e Martinsh Milevskis (drum/percussions/timpan/gran casa), inscena sia in sede live che nelle realizzazioni in studio un efficace quanto particolare canone sonoro ricco di contrapposizioni tonali ed imprevedibili assortimenti di note suonate sia dai suddetti musicisti che dai guest Ivars Kalnins (clarinet), Peteris Endzelis (oboe) e Ratis Rozentals (French horn). La compositrice Vic ed il suo seguito si distinguono per intrapendenza, immagine e stile, in quantità tale da affiancare degnamente on stage i Deine Dakaien e Das Ich, nonchè disseminare di concerti gran parte del territorio extra-baltico come Germania, Austria, Lussemburgo, Svizzera, Belgio, Olanda e Inghilterra, riscuotendo un apprezzabile riscontro tra il pubblico. Il deut album del 2008 "Trapped In A Drea m" si avvalse della produzione di Herman Rigmant e George Kadolchik, componenti dei Neglected Fields, band lituana devota nientemeno che al progressive-Death metal, genere contemplato nei sogni segreti della nostra protagonista, mentre il più odierno full-lenght "In My Fragile" segna la rentrèe ufficiale di Vic scritturata dall'eccellente label Danse Macabre. Il disco consta di undici tracce protocollari più quattro live-bonus tracks incise durante il tour con i citati Deine Lakaien per un'opera che incentra liriche cariche di malinconia e struggevolezza verso l'argomento portante trasfuso nell'album, ovvero Mortido, il teorema freudiano che descrive l'istinto di auto-eliminazione mosso dall'energia psichica, elemento interpretato e vissuto musicalmente dall'artista in un contesto sonico spesso arieggiato da soluzioni orchestral-apocalittiche simili a colonne sonore. "Introduction" avvia la sequenza della title-track con un breve, convulso segmento elettronico di rumori, synth e secc he detonazioni, facendo comparire in seguito la nostalgica "More Than You Can Comprehend", brano che reca all'ascolto un modulo vocale traboccante di evoluzioni appassionate, sostenute da un impianto di guitar-drum-progs e tastiera orientate armoniosamente verso sinfoniche direzioni gothic-rock. "Open Wide" è sospinta a sua volta da vigorose ondate di chitarra e batteria, ambiti in cui la voce di Vic altalena tonalità ora disperate, ora maliziosamente giocose, modulando altezze ed espressioni molto simili a quelle udite in remoto passato da Lene Lovich. Lenta e cadenzata, "Horizon" mette nuovamente in luce l'ottima capacità vocale di Vic in un'enfatica ballade in equilibrio tra goth-rock ed elettronica, in anticipo sulle dolcissime note di "Wellspring", autunnale sad-song entro cui le evoluzioni canore della protagonista danzano leggiadre, sostenute da sinfonie di piano, tastiera, tamburo e fiati. Articolata ed impegnativa, "Bone's Blues" espone un paradigma di voce in falsetto capac e di fiammanti accenti inebriati da batteria, armonica, ascese tastieristiche ed un solido carico di guitars. Anch'essa improntata su un pentagramma screziato di tristezza "Ashes" effonde inizialmente linee vocal-strumentali aggraziate e soavi, oltre le quali si innalzano una romantica sezione d'archi, drumming rallentato, chitarra elettrica e sottili coreografie di piano. Si approda in seguito a "Secrets Of The Universe", traccia importante e ben strutturata, dal portamento teatralmente marziale sorretto da solide orchestrazioni di keys, tambureggiare solenne, voli tastieristici e, soprattutto, estensioni vocali degne di assoluto rispetto. "Das Dunkle Land" rappresenta la cover-track dell'omonimo titolo pubblicato nel 2002 dai Das Ich, in questo frangente instradata verso melodie drammatiche attraversate da roventi frecciate di guitar e tastiera interposte ai severi fraseggi di Vic, mentre la susseguente "In The Darkness" ruota attorno ad un nucleo di batteria slow-tempo, struggenti fughe di key, punte chitarristiche ed un declino vocale che rapisce l'anima. Non fa eccezione "The Day", anch'essa permeata di struggevolezza canora e maturi paragrafi di tastiera, programming e chitarra che elevano ulteriormente l'altezza del brano decelerando nelle interpause per poi accrescere nuovamente in esplosioni si suono elettricamente sinfonizzato. Chiudono il disco le quattro live bonus-tracks annunciate da "Who?", sentimentale ed acustico dialogo tra voce e piano registrato presso l'X-Tra di Zurigo, seguita da "Bone's Blues", assai ben interpretata vocal-pianisticamente sul palco dell'Offenbach Capitol. Seguono la stupenda "Leaving Eden", intensa ricostruzione della song di Mick Moss, alias Antimatter, contenuta nel suo omonimo album del 2007 e, come la precedente traccia, ora rivissuta da Vic all'Offenbach Capitol, identicamente alla conclusiva "Tumsha Nakte", folk-song lituana dalle note malinconiche ed evocative. Posteriormente ad un attento ascolto di "In My Fragile" posso esprimere un parere più che positivo, opinione suffragata dalle mirabili, espressive capacità canore dell'interprete e, non da meno, dal corpus strumentale che dimostra la concreta padronanza di soluzioni orchestrali non facilmente eseguibili. Album consistente, suggestivo, a volte impetuoso e contemporaneamente amabile, un'opera di élite alla quale gli accoliti del romanticismo decadente dovranno prestare incondizionata attenzione.

 

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—- VIDI AQUAM - 'The World Dies' - cd - by Maxymox 2011 -—

vid Diciassette anni di attività musicale sotterranea, distribuiti tra una congrua unofficial-discography, partecipazioni a compilations e progressivo potenziamento del verbo "darkwave"; il tempo è trascorso implacabilmente ed i milanesi VA dimostrano oggi di aver estrapolato da esso l'ispirazione ideale per dare vita al loro primo album protocollare, "The World Dies". Per approfondire la conoscenza riguardo la band in questione, rimando il lettore all'intervista da me realizzata e contenuta nella nostra apposita sezione. Edita in Italia per l'etichetta Rosa Selvaggia Obscure Label, la release viene pubblicata in tiratura limitata a cinquecento copie che si prefiggono inoltre l'obiettivo di ricondurre l'ascoltatore verso primordiali sonorità post-punker intersecate da asciutte sezioni elettroniche e dark-ritual, elementi minuziosamente inseriti nelle dieci tracce musicate dal noto dj Nikita (vox/keys/prog/lyrics) unitamente a Fabio Degiorgi (bass/drums/prog), Daniele Viola (guitar/drums/ prog) ed il trombettista GOJ, per una line-up proveniente da multiformi e parallele appartenenze stilistiche. Dettaglio degno di menzione riguarda la masterizzazione del disco affidata a Frédéric Chaplain, leader dell'ottima label transalpina Prikosnovénie: l'esplorazione dell'album prevede inizialmente l'opener dal titolo omonimo, "The World Dies", song dalle contratte liturgie after-punk di voce e chitarra elettrica ritmate da drumming sciamanico, particolari antecedenti alla successiva e più dinamica "Stone Mask", traccia danzabile, annunciata da rintocchi di campana, sorretta da coriacei e marmorei riff chitarristici che ne modulano il tempo sul quale si diffondono a loro volta alienati gli vocalizzi di Nikita. "In Perverse Dusk" si snoda tra un lento e cadenzato insieme di drumming, basso e vocals che nello psicotico refrain si fonde ad un'abrasiva quanto buia elettrificazione di chitarra. Nostalgiche allegorie post-punker emergono esplicitamente dalla depressa vocalità di "New Religion", brano incardinato su sonorità old-school pizzicate da veloci bass-lines dialoganti con spettrali flussi di tastiera e monocromatici accordi chitarristici. "Suicide Girl" sembra riemergere dalle brumose paludi punk-wave 80's, utilizzando gli affilati vocals di Nikita quale strumento di intaglio per scolpire fraseggi insani che si articolano con disinvoltura tra asprezze di guitar e percussività velocizzata. "Radio Tuxedo" propone un afflitto sound-system attiguo a soluzioni darkwave di prima istanza impreziosite dai misurati interventi della tromba di GOJ, così come la successiva "Magic Door" attiva un prostrato decorso di armonie darkeggianti supportate da corde accarezzate con mestizia, basso funereo e voce scorata. "Shadow Man" propone un design freddamente obscure-waver effettato da lisergiche punteggiature di tastiera e voce, elementi distesi su un nero manto percussivo dal tambureggiare arcano, il medesimo che perturba le fosche trame dell'eccellente "Talk Talk", trac cia di grande spicco, edificata su ritmica marziale e liriche cupe, gridate con identica intensità sia al cielo che agli abissi. L'opaca superficie di "Beyond The Limit" riflette infine dense nebbie notturne che in questa traccia si armonizzano ad un pentagramma vocale tormentato da una sonnolente pacatezza di basso, chitarra e tromba, a conclusione di un album retroguardistico entro cui i VA hanno predisposto tutto ciò che occorre per riassaporare le gloriose atmosfere di epoche musicali in ombra, tuttavia mai dimenticate da coloro i quali ne hanno sperimentato l'indelebile potere seduttivo. Per tutti gli estimatori di quel pallido ibrido denominato darkwave, l'eco propagato da "The World Dies" sarà semplicemente impossibile da evitare. -|-|-» Disco interessante che farà parlare di sè, risultato di una matura espressione multistilistica perennemente orientata verso il buio. Il tempo confermerà questa mia previsione che riserva a questo album l'effige di minuscolo, futuro oggetto di culto. La vostra collezione lo esige.

 

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—- VV-AA - 'Beyond The Mirror Of Time' - cd- by Maxymox 2011 -—

vabeyo Tempo fa ebbi modo di verificare lo stile compositivo del berlinese Lionel Verney, alias Verney 1826, in occasione della release "Anthem & Procession", ideata in collaborazione con gli americani Phantoms Of The SS. Nel disco emergeva un interessante involucro goth-ambient e, più in profondità, folk-noir, aspetto che testimoniava il convincente e tormantato moto creativo insito nell'artista. Ritroviamo oggi Verney nel ruolo di "compilation-assembler" per la label di sua proprietà, la Shelley Shellack che licenzia una raccolta a mio parere pienamente indovinata sia nella selezione delle tracce, sia nell'argomento trattato che identifica l'opera. "Beyond The Mirror Of Time", disco limited edition di sole 100 copie, oltre al titolo già di per sè evocativo rivela i propri contenuti anche nell'artwork, suggerendo attraverso la fiabesca immagine raffigurata nella sleeve il filone a cui sono devote le sue quattordici tracce, ovvero l'energia arcana sprigionata dalle pagine dei libri, quelli che, per qualsiasi ragione, hanno segnato la fantasia del lettore conducendolo idealmente in una dimensione fatata, irreale, oppure angosciosa e mesta. I generi ed i protagonisti scelti da Verney per meglio rappresentare questo specifico concept spaziano dal dark-folk al neoclassicismo, modelli che permeano i brani di misterioso fascino e di un'intensa oscurità, in perfetta sintonia con lo spirito che domina la raccolta. Al progetto ellenico Arkane è affidata l'apertura della compilation con l'evanescente "Sirenia Allure", traccia scritta da ArkanumX, inclusa nell'album "Entraptured Serene Mesmerism" del 2008 ed esposta da un malinconico e femmineo cantico di natura dark-modern classic ispirato concettualmente alla mitologia greca. Gli Opus Nigrum, impersonati da Miguel LS e Avenicio DM, copongono "Der Drucker", un tenebroso tema neoclassico dalle funeree sinfonie tastieristico-vocali e regolate dal severo rullare percussivo, episodio precedente a "The Summerland Meadows" del duo fol k-gothic australiano dei Friends Of Alice Ivy, side-project di Kylie e Amps, entrambi membri degli originali Ostia e fautori di questo delicato ethereal-folk di chitarra, voce e violino riferito al poema di Emily Bronte. L'inflessibile modulo apocalyptic-folker intrapreso dai germanici Aeterna si riversa sulla sucessiva "Anti-Christ", entro cui la marzalità del tamburo, la profonda voce narrante e l'ipnotico incedere della key conferiscono al brano un austero portamento basato ad una delle ultime opere scritte da Friedrich Nietzsche, appunto "Der Antichrist". Lo stesso Verney 1826 propone in seguito una traccia deliziosamente medieval-folk dalla vocazione shakespeariana, "Henry IV", suonata con melodie flautate, chitarra, vocalità cavernosa e ritmica anticata dal tamburello. Gli spagnoli Eldar, inclini ad uno schema compreso tra l'ambient ed il neoclassical, propongono "Il Dur Aitin", in cui l'unione dei due stili anima i protagonisti Marc Merinee e Merce Spica, i quali muovono una c oinvolgente orchestrazione di corde e tastiera per una traccia ricolma di atunnale struggevolezza. L'ensemble tedesca dei :Golgatha: generata da Christph Donarski, offre la susseguente "Hammer Or Anvil (Remar que Mix)", una fosca ballata apocalyptic-ritual folk estatta dal recente album "The Horns Of Joy", entro le cui trame di chitarra, tastiera, pianoforte e drumming in modalità rallentata spiccano le ispirazioni rivolte al racconto del novellista germanico Erich Maria Remarque intitolato "Im Westen nichts Neues", in lingua inglese "All Quiet On The Western Front". E' la volta del progetto francese Chronique Nocturne con la macabra poesia "Le Nécrophile", narrata attraverso la voce affranta di Gabrielle Wittkop che aleggia cupamente su un nebbioso backround di programming, organo e grevi accordi pianistici. L'italo-australiano Roberto Massaglia, in arte The Victim's Ball, intona "St. Bartholomew's Day", legata ad un matrimonio di sangue avvenuto nel 1572, brano cantato in duetto co n la vocalist per una gothic-neoclassical song disposta su tenui rullate percussive, coralità liturgica, violino ed oscure textures che rimandano istintivamente ai Dead Can Dance. Sempre eccelente nelle sue crezioni dark-ambient/martial, l'olandese Marco Kehren, aka Nihil Novi Sub Sole, inscena "The Tragedy Engraved", ombroso e solenne key-theme dagli accordi in crescendo, essenziali, marmorei, in anticipo sulla traccia successiva, "Schwarzes Schiff" del tedesco Art Abscons, già descritto sulle pagine di Vox Empirea ed autore di una song che riflette un carattere malinconicamente psychedelic-folker di basso, bells, voce, chitarra, percussioni e tastiera, ispirato alla novella "Les Chants De Maldoror" vergata dall'uruguaiano Comte De Lautréamont tra il 1868 ed il 1869. Il duo Schattenspiel, costituito da Sven Phalanx e The White Rabbit, architetta l'elegante "Die Letzte Fahrt Der Nautius", musicando un'orchestralità di keys e tamburo dai tratti nobili e trionfali, di forma symphonic-n eoclassical quanto quella dei più noti In The Nursery, riferendo le arie ai fantastici influssi romanzeschi di Jules Verne. "Metamorphosis" è il brano succesivo congegnato dai Geodesic, duo costituito da Zoe Sakti e Oni Sakti, quest'ultimo co-fondatore della nota label Shinto Records, nonchè presente nelle piattaforme Hiroshima Project, The Phantom Of The SS e State Censored Art; il disegno si muove ora su traiettorie sonore di provenienza dark-neoclassical, impiegando allo scopo un livido pentagramma di tastiera, pianoforte e mute corde arpeggiate metronomicamente, incentrando la tematica del brano sull'opera dal titolo omonimo scritta nel 1912 da Eerie Kafka. L'ignoto progetto obscure-neoclassical-ambient denominato Afterlife Forgotten conclude la track-list con "Soulvoid", spaziando su notturne formulazioni pianistiche dal profilo aristocratico. Compilation autorevole che alterna performances colme di incanto, rigore e significato. La sapiente miscelazione di artisti esrapolati da Verney conferisce alla raccolta una buona continuità, garantendo al listener un ampio minutaggio d'ascolto in totale contemplazione, durante il quale la fantasia soggettiva trasformerà "Beyond The Mirror Of Time" in una connessione diretta con l'essenza che ancora vive tra le pagine ingiallite di vecchi, impolverati libri. Disco da possedere in termini assoluti.

 

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—- VV/AA 'New World Order, Post Industrial Spanish Compilation' - by Maxymox 2011 -—

vvaa La label spagnola Gradual Hate Records è l'artefice di questa antologia che racchiude bands oscure provenienti dall'area post-industrial/power electronics/noise/neofolk. Tredici passaggi audio più una traccia video arricchiscono la title-track di un'opera non epocale ma che permette di verificare il livello di intrattenimento concepito da autori iberici operanti in ambiti sonori totalmente anticonvenzionali, talvolta provocatori, perversi e, proprio in funzione di queste particolarità, degni di menzione. Le bands si alternano nella title-track dapprima con il progetto Moloch 11811, band di Palmas la quale presenta un raggelante affresco experimental-indus battezzato "Blut Für Baal-Zebub" edificato su cupe distorsioni vocali precipitanti in uno strapiombo di echi, ronzii di insetti e tumultuosi rombi di sottofondo. Il one-man project Jazznoize impersonato da Sergio Sànchez prosegue la lista degli artisti esaltando la propria attitudine nella manipolazione di tape recordings e di sound -sculptures, contaminando "Derribos Santander" con magmatiche antimelodie post-indus-ambient simili al boato di un propulsore alieno. Joseph M. Soler, autore di composizioni hardcore-industrial, rappresenta il suo disegno tecnologico appellato Stahlfabrik che con la traccia "A Palo Limpio" distribuisce un sound glaciale composto da vocals loopati su folate di vento sintetizzato, stridori meccanici e modulari getti di materia sub-zero. Di maggior rilievo nel settore avant-garde, Gradual Hate è il progetto di Miguel LS dedito fin agli albori della sua carriera ad una musicalità neoclassica-sperimentale ed electro-dark. "Panopticon" ritrova questo errabondo pioniere in veste di esploratore dell'universo elettronico in collaborazione con Avenicio DM, quali creatori di un brano dark-ambient quasi orchestrale, dalle sonorità dense e gravide di mistero, ricreate con un tenebroso lavorìo di laptop, vocii sommessi ed opprimenti atmosfere. N-URSS nasce nel 2007 a Madrid per volontà del suo un ico ideatore, Erg.En, musicista underground operativo negli ibridi indus-gothic e post-Apocalyptic, generi identificabili anche nell'inquieta "Soyuz", strutturata su plumbee sinfonie dal portamento marziale e accenti colmi di dramma, in anticipo sulla successiva "Empty Sarcophagus (In Underground Crypts Version)" dei madrileni Oscuridad Macabra, interpreti di una suite ricolma di atmosferica spettralità ritual-dark-ambient costruita su freddissimi aliti di laptop, vibrazioni elettroniche ed accordi abissali. Procedendo nella title-track si colgono le surreali architetture tecnologiche innalzate da ERG, progetto concepito nel 2003 e sostenitore di uno schema sonoro dalle plurime identità riassumibili nella combinazone ethnic-minimalistic-electronics, elementi che nella severa "Bellum Omnia Contra Omnes" si miscelano dando origine ad una sorta di soundtrack disposta su un doppio binario percussivo, uno sequenziato e modularmente interrotto, ed un secondo sottoposto all'incessante e tet ro tambureggiare tra algidi ricami di programming. "13" è il numero selezionato per intitolare questa robotica traccia del progetto Mynationshit, forgiatore di un pentagramma minimal-electronic caratterizzato da un sottile, continuo e-drumming, rarefazioni vocali d'altri mondi, ipnotiche linee di progs e sintetizzatore. Sfuggente ed elaborata, la piattaforma ultra-modern denominata Transmission From The Crypt si dichiara fermamente influenzata da una moltitudine di discipline quali ambient-industrial e noise, codificabili nelle nevrasteniche e multiarticolate trame di "Societad Ilimitada", eretta su asciutte intersezioni di drumming programmato e sincronizzati flussi di effects. Sempre da Madrid il disegno Uanamani collega affascinanti ed elegantissime spirali di synth a sofisticate procedure ritmiche dalla timbrica idm nell'ottima "Mictlan", mentre la successiva "Bios" del solo-project Stillme racchiude in sè le atmosferiche sospensioni dell'ambient unite ad una raffinata sperimenta zione percussivo-elettronica. Un buio campionario di sonorità folk-ambient si diffondono dai fraseggi marziali di "My Little Bastard", traccia austera e dalla percussività inflessibile composta da Verbum che cede il passo all'ultimo episodio audio della raccolta, "Crisi Sistémica", un lungo monologo a tema politico-economico esposto da The Wyrm, conosciuto musicalmente per i suoi richiami al paganesimo, all'eversione e all'ultra-nazionalismo, ora impegnato in questa traccia dagli essenziali tratti dark-ambient-martial che concludono la sequenza dei brani. Come accennato in apertura la compilation consta inoltre di una traccia video rappresentata da "13", per questa specifica occasione riscritta a quattro mani da Jesús Vögel del progetto Errorvision e Mynationshit, i quali proiettano immagini dalle cromie saturate, dissolvenze sadomaso, spezzoni di vecchi film in black & white e sezioni anatomiche dalla forte carica simbolica. Considero pienamente rappresentativa la selezione ascoltat a in questo florilegio di esponenti sotterranei spagnoli, la cui sinergia conferisce all'album un più che dignitoso valore in termini di ampiezza stilistica e fuga dalle convenzioni, per un suono convogliato oltre i canonici dettami industrial. Il piccolo ma glorioso trionfo della sottocultura avanguardistica.

 

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—- VV-AA - 'Fahrenheit Project Part Seven' - cd - by Maxymox 2011 -—

fah La produttività della label francese Ultimae Records, specifica nell'area intelligent-electronics, si arricchisce del rilascio relativo al settimo capitolo di una serie denominata "Fahrenheit Project Collection", compilations realizzate con i contributi di artisti orbitanti direttamente e indirettamente attorno alla sfera della citata etichetta. Gli orientamenti musicali percepibili anche in questo nuovo atto appartengono a concetti elettronici di specie evoluta quali downtempo, idm e ambient che, secondo la specifica inclinazione dei singoli artisti, si diramano in ulteriori sottogruppi stilistici che evidenzierò nella successiva analisi del disco. La tradizionale, accurata ricercatezza sonora unitamente all'usuale attenzione rivolta all'estetica dell'artwork, riflettono con distinzione il marchio Ultimae Records a garanzia di releases che, come quella ora in esame, riflettono scritture musicali colte, impeccabilmente elaborate, intercalanti brani da soundtrack filmica ad altri dall e atmosfere irreali, lisergiche, oppure dinamicamente articolate su strutture trance. Pianificato e mixato da Vincent Villuis alias Aes Dana, compositore ambient/downtempo, "Fahrenheit Project-Part Seven" esordisce inizialmente con il duo olandese dei Gaiana e la loro "Silenzio Delle Sirene (album edit)", traccia entro cui Robin Graat e Adomas Juozapavicius edificano danzabili e-beats che sorreggono una costellazione di ipnotici, visionari effetti di synths e laptop. La successiva, elegante "Milenium 3" è una geometrica creazione di matrice electro-trance-ambient ingegnata da Charles Farewell nella sua cerebrale identità chiamata Asura, per un episodio dall'interfaccia squisitamente tecnologica, pulsante, adatta ad ascolti da car-stereo sperimentabili nelle lunghe percorrenze. Altrettanto catturante è la psy-trance elettronica diffusa dal russo Astropilot in "Memories Maze (Flashbacks SE)", traccia generata dalla futuristica creatività di Dmitry Redko, conosciuto inoltre attraverso i l suo side-project Yoga Mantra, il quale in questa occasione assicura ottimi cefficienti in termini di ritmo ed espansioni tastieristiche. Circular è una ambient-paltform norvegese diretta da Bjarte Andreassen e Jostein Dahl Gjelsvink, artefici di un sound dilatato, allucinogeno, che in "Feller Buncher" viene convogliato verso l'udito utilizzando un complesso calcolo di laptop, finissima percussività downtempo e fraseggi riverberati. Si giunge quindi alla successiva "Signals", traccia che proietta chimeriche diffusioni di ambient-chillout screziate di psychedelìa ad opera del moscovita Vladislav Isaev del progetto Scann-Tec. Più innanzi si odono le formulazioni electronics-ambient di "Final (Max Million Remix)", brano suonato dal musicista e compositore Hol Baumann, il quale applica nella song il suo personale cliché sonoro da egli ideato per films, documentari e soundtracks teatrali, consistente in un atmosferico torrente di laptop che si estende durante l'intera lunghezza delle pre cise scansioni ritmiche, finalizzando in conclusione la traccia con la chitarra arpeggiata da Kostas Karabelas, noto come Gusk, ed il remixaggio di Maximos Maximilianos. Cygna è l'one-man project del maltese Mario Sammut autore di un impalpabile congegno sonoro concepibile come symphonic-ambient, perlustrante affascinanti territori velatamente ethnic e soluzioni tastieristico-percussive di alta tecnologia downtempo, elementi che si antepongono alla susseguente "Gedanken Wie Diese" proposta dal tedesco Christoph Berg nelle vesti di Field Rotation il quale concentra in questa composizione i fondamenti elettronici-electroacustici del suo repertorio mediante un abissale background di chitarra trasformata in echi sottomarini, ricami di programming ed una lineare pulsione ritmica mid-tempo dalla timbrica sorda. Maurizio Piazza prosegue la track-list con la sua "Hundred Miles", sviluppando un flessuoso brano in stile ambient-electronics-minimalist denso di argentine armonie di laptop e surr eali sintetismi. Chiude la rotazione "OnFlow", avvincente filogenesi dell'electronic-sound concepito dallo sedese Solar Fields: avvolgente, capace di epiche rincorse tastieristiche ma anche di catartiche interpause che si alternano al danzabile drumming, una traccia che instaura da subito un perfetto feeling con l'ascoltatore irradiandolo di un eccezionale senso di vastità. Selezione ragionata e di pregevole fattura, questa raccolta configura l'effettivo livello di innovazione e vitalità sonora reperibili sulla scena elettronica internazionale. Dieci artisti post-moderni ed una label di statura qual'è la Ultimae Records: se appartenete alla selezionata platea di prescelti in grado di assimilare questo suono ricorrerete a "Fahrenheit Project-Part Seven" con sorprendente frequenza.

 

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—- Vision Talk - 'Distances' - cd- by Maxymox 2011-—

vision L'attenzione dell'ottima label Conzoom Records si focalizza su questo nuovo prodotto di tendenza synthpop composto dagli svedesi Vision Talk, band generata nel 2007 dall'assemblaggio tra due elementi: Krister Petersson, proveniente dai Chinese Theatre e Richard Flow, membro degli Strangel. Inizialmente e prevalentemente incline alle danzerecce melode della dance italiana, il progetto incise con una buona dose di riscontro l'album a tema "Dirty Italo Disco", edito nel 2009 per la Space Sound Records. L'anno successivo i Vision Talk licenziarono il doppio cd limited-edition "Elevation", nel cui secondo dischetto spiccava una lunga lista di tracce suddivise tra demo e remixes, questi ultimi rielaborati da nomi quali Digital Frequence, Martin Sax, People Theatre e CTPLR. "Distances", terzo album ufficiale, sfoggia a sua volta una iridescente livrea synthie, oltre ad una rinnovata line-up che elenca i menzionati Richard Flow (vox/music/lyrics) e Krister Petersson (music/live synths), in a ggiunta ad Alecx Kincaid (music/lyrics/live synths) e Karin Hallberg (backing vox/lyrics/live drums). In sostanza, la musica proposta in quest'ultima release è uno scaltro e simpatico melange che unisce in un unico contesto le semplici, accattivanti melodie degli Yazoo, le irresistibili intuizioni degli S.P.O.C.K. traendo inoltre spunto dalle tattiche degli Apoptygma Berzerk accomunate a ballabili sonorità di provenienza 80's italo-disco senza tralasciare infine quel tocco di disarmante armonia tipica dei musicisti pop nordeuropei. L'opera presenta undici episodi regolamentari più sei bonus-tracks reinventate da brillanti firme che citerò singolarmente nell'approfondimento decrittivo del lavoro, incominciando con le filtrazioni elettroniche dell'"Intro" per raggiungere da lì a breve il nostalgico retrogusto di "The Zone Of Silence", brano strutturato da una scattante base di electro-drum e programming attorno ai quali roteano gagliarde le intuizioni synthpop 80's espresse dalla bella intonazione del vocalist. "Unlike" eleva ulteriormente l'indice di gradimento presentandosi come un irresistibile strumento di danza pop-electronic sviluppata su azzeccate toccate di synth e schemi vocal-percussivi old-school. Si prosegue con la tersa musicalità di "Safe And Sound" e le sue reminescenze italo-disco stemperate in una scintillante laguna di tastiera, voce e drumming da pista. Anch'essa saldamente ispirata dalle atmosfere retrò, "Promises" rivaluta squisiti pentagrammi synthetici 80's, così come la successiva "The Machine", composta originariamente dagli Arttech, propone una sezione di female-vocals che dialoga amabilmente con le vivaci pulsazioni dei progs. "Infrared Love" è la testimonianza di quanto le influenze stilistiche del trascorso ventennio abbiano modellato la creatività dei Vision Talk, i quali in questa traccia manifestano appieno il carattere giocoso e ballabile di note dalla presa immediata, inevitabile, con percussività lineare e sostenuta, vocals ben a ccordati ed un corpus elettronico d'appoggio ricreante un sound facilmente assimilabile. E' il turno di "The Loner", synth-song dalla ritmica rallentata che nel refrain sembra adoperare le strategie canore dei conterranei S.P.O.C.K. dettaglio molto più evidente nella successiva "MJ-12", in cui le armonie di pop futuristico si sommano agli scintillanti tratteggi sequenziati. La canonica track-list si conclude con il melodico duetto vocale tra Richard e Karin immerso nel cullante spartito di synths e batteria down-tempo in "World In Motion", a cui fanno seguito le sei "reprises dance-oriented" introdotte da "Promises" rielaborata dal duo statunitense dei Parralox i quali donano alla traccia un dinamico valore aggiunto sicuramente apprezzabile dai d-j's. Il terzetto svedese Hammar/Crescentini/Arell, in arte Daybehavior, remixano "Unlike" attivando nel suo contesto esplicite pose dancefloor con l'introduzione di mirati effects e loops, mentre la riedizione di "The Loner" curata dall'elec tro pop-project berlinese denominato F.P. presenta nuovamente la traccia in versione addolcita dal canto di Karin. La strepitosa "By My Side" viene ora proposta in veste "extended", cedendo in seguito il passo alla riformulazione di "Unlike", rivista dal produttore francese Peter Rainman, noto con lo pseudonimo People Theatre, il quale irradia la song di rinnovata electro-energia indirizzata al ballo. Chiude l'elenco dei titoli la versione rivisitata di "The Loner", quì più evidenziata da interpause corali e netti segmenti di synth. Disco pulito, magico, in cui si intersecano retrospettive elettroniche appartenenti ad epoche dorate e congiunture sonore che sollecitano il desiderio di danza. Un'altra mossa indovinata a parte della Conzoom Records, una label di assoluto rispetto che imparerete facilmente ad ammirare.

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—- YURA YURA - 'Demo II' - cd - by Maxymox 2011 -—

yura Dopo un periodo di pausa durante il quale la creatività di Grégory Mousselle si è arricchita di nuove intuizioni, ecco riemergere il progetto transalpino Yura Yura, trattato precedentemente nelle nostre pagine attraverso la mia recensione dedicata al primo test "Demos" relizzato in collaborazione con la coreografa Macha Mélanie. La concordanza tra lo spirito elettronico insito nell'artista e l'aspetto prettamente scenografico di cui queste musiche sono parte integrante, edifica una parure di effetti e suggestioni sonore di acceso interesse, specialmente se si considerano i progressi maturati da Grégory nel lasso di tempo che separa la prima release dalla nuova track-list di dieci episodi contenuti in "Demo II". Le intricate textures percussive rivestono un ruolo predominate, unitamente ad un concetto di suono di provenienza electro-industrial sperimentale elaborato da laptop e synth il cui prodotto si rivela all'udito come una serie di tracce prevalentemente strumentali dalla musical ità asciutta, altamente tecnologica e pensata per le visual-performances. Si apre con "Be Sexual", contenuta anche nella compilation "Schlagstrom! Vol 5": la song si dispone come un congegno elettronicamente jazzato, percosso da battiti distorti, programming robotiko e acidificazione tastieristica. "Rempeh" prosegue espandendo un pulsante tappeto di e-drumming, loops vocali ed echi, la cui sostanza risalta come una ballata tribale post-modernista. "Propagan" alterna gassosi soffi di interferenze elettroniche ad un ipnotico modulo di voce sussurrata, progs e ritmica minimal-industrial dalle bpm simili al tichettìo di un sinistro orologio. Basse emissioni di rumore synthetico ed un dedalo di impulsi sequenziati reggono l'ossatura dell'alienante "Unagi", seguita dagli e-beats distorti e dal canticchiare sommesso di "Gemini". Rotazioni di drum machine dal passo industrial e levigate superfici tastieristiche sostengono elegantemente "Diamanda", mentre "Queen Kong" rivolge al listener una ritmica secca, staccata, attraversata da caliginose nuvole di synth. "Help" propone un prolungato filamento di scosse tecnologiche dai fondamenti power electronics oltrepassati in seguito dalle velenifere evaporazioni noise mescolate alla ruvidità computerizzata appartenente a "Argin". Echi spaziali, programming glaciale, immateriali scie di key codificano infine l'ultimo segmento della title-track, "Sixty Nine", atmosferica e misteriosa quanto un'esplorazione extraterrestre. Come in precedenza, il mio giudizio riguardo l'attività sonica di Yura Yura si assesta sulla convinzione che questo artista possiede l'arte di saper intrigare utilizzando misure sempre più ampie di futurismo e inventiva. Lo stile intrapreso da Grégory segue un sentiero non convenzionale, mai di facile ascolto ma sempre impegnato a supportare i fascinosi visuals estratti dal suo repertorio. Indipendente, visionario, avveniristico: il sottogenere elettronico interpretato da questo ombroso protagonista sa come esta siare. -|-|-» Le formulazioni progettate in queste musiche si adeguano splendidamente ai miraggi scenografici ad esse associati, riconfermando Yura Yura come uno dei più ispirati fenomeni underground francesi attualmente in circolo. Mi aspetto presto da questo performer una pubblicazione meno anonima, ancor più tecnologicamente avanzata ed adatta alla sua altezza.

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—- Zynic - 'Fire Walk With Me' - cd - by Maxymox 2011 -—

zynfi C'è qualcosa di piacevolmente fresco e catturante nello stile pop-elettronico proposto dall'one-man project tedesco impersonato da H.P. Siemandel, in arte Zynic, tanto da esaurire in una sola settimana negli stores la disponibilità delle copie di questo suo debutto su album: una verve melodica post-Depeche Mode che permea le tracce di nostalgiche retrospettive 80's, composte da linee di programming e tastieristiche semplici ma allineate ai più attuali standard d'ascolto. Per ciò che invece concerne la specifica descrizione dell'artista, rimando i lettori alla sezione "interviste" ove è disponibile un'esaudiente fonte informativa. "Fire Walk With Me", album edito dalla label Conzoom Records, costituisce il completamento del primo tracciato discografico di Zynic iniziato nel 2009 con l'esordio su promo dal titolo omonimo e proseguito con i recenti digital ep's "My Personal Kryptonite" / "Dreams In Black And White" che hanno preannunciato strategicamente l'avvento del full-lenght su cd. Passione per il suono sintetico ed azzeccata interpretazione del pop tecnologico screziano le musiche contenute nella release, miscelando frizzanti armonie ad atmosfere traboccanti di ritmica danzabile, avvolte da vocals leggeri, ricchi di gradevoli intuizioni armoniche, tali da elevare le songs dell'album ad efficaci veicoli di diffusione del classico modulo European modern-electro. Dieci tracce ottimamente predisposte si succedono nella title-track, esordendo con la bellissima "Rescue Me", espisodio che evoca negli accordi le irresistibili textures dei primi Elegant Machinery, per proseguire in seguito con la citata "Dreams In Black And White", traccia apripista di ampio respiro, progettata con splendidi accostamenti di voce e progs decisamente efficaci che auspico possano essere ripresi presto in versione remix. Posizionata su rallentate cadenze romantic-synthpop, "Shadow Framed Memories" espone liriche e musicalità edulcorate, mentre il menzionato titolo dell'ep "My Personal Kry ptonite" si orienta su scoppiettanti fisionomie da cavalcata depechemodiana, con un preciso apparato di electro-drumming, voce e synth danzabilmente 80's. "Soul For Sale" predilige pose più easy-style assestandosi in un ritmico contesto wave-pop elettronico, anticipando le effervescenze synthetiche old-school rivisitate in chiave assolutamente attuale di "Who's To Blame?", ennesimo brano di punta improntato su una gagliarda percussività artificiale ed un pentagramma che ricalca pienamente la tendenza espressiva degli early-Depeche Mode, accenti che nel timbro del programming appartenente a "Any Second Now", scritta da Vincent John Martin, roteano più lentamente attorno alla medesima direzione ispirativa della precedente song, diffondendo un sound ben tratteggiato e meravgliosamente retrospettivo. La nostalgia tra le parole incise nel testo di "Almost Silence" si accorpa armoniosamente a soffuse atmosfere synthpopper di voce, chitarra, tastiera e programming, per congiungersi alla tra ccia finale, "Absurd Lovesong", malinconica electro-ballad dal profilo sonoro intinto equamente sia nel sentimentalismo che nella tecnologia. Convincente release dagli arrangiamenti schietti, tersi, che alterna incalzanti sequenze ritmiche a fugaci, poetici episodi, recuperando contemporanamente il lirismo e l'immortale modello synthie di un'epoca che da più di un ventennio continua ininterrotta ad impartire direttive. Un'anticipazione dell'ultima ora annuncia l'imminente uscita su cd sia di un nuovo ep che della riedizione di ""Dreams In Black And White", anch'essa presto nella medesima versione su dischetto. Concludendo, "Fire Walk With Me", a mio stretto giudizio, è tra i migliori electropop-album ascoltabili in quest'ultima parte dell'anno: mi è quindi concesso prevedere, con una motivata dose di coerenza, che al fianco di Zynic camminerà, oltre al fuoco, un meritato, duraturo successo. Promosso a pieni voti.

 

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—- Zynic - 'My Personal Kryptonite ep' - cd - by Maxymox 2011 -—

zynic Proprio al culmine del successo di H.P Siemandel la strategica uscita del suo ep in tiratura limitata a 500 copie, "My Personal Kryptonite", suggella il cerchio di quella che è stata una stagione platinata per l'ascesa della sua creatura solistica Zynic, progetto ampiamente trattato da Vox Empirea sia con una interessante intervista che con l'analisi del recente album "Fire Walk With Me". Le sette tracce sono masterizzate dal duetto John Cremer/Olaf Wollschläger, recando l'ormai inconfondibile imprint electropopper che il protagonista possiede insitamente, testimoniando in termini assoluti la straordinaria, irresistibile scelta melodica che il marchio Zynic propone all'ascolto. Estremamente accattivante, questo ep ingloba cinque differenti versioni del titolo riassemblate con varie interpretazioni, tra le quali due remixate da insigni firme che andremo a scoprire a breve, in aggiunta alla ballade-reprise di "Almost Silence" ed all'inedita "Regrets", episodio intriso di catturante arm onia tecnologica. Il disco esordisce apertamente con l'original version di "My Personal Kryptonite", costruita con minuziosi intarsi di programming e voce dalle cui rifrazioni si propagano sonorità disciplinatamente obbedienti ai dettami 80's: dalla traccia madre dipartono quindi l'estesa "My Personal Kryptonite (Bizarro Extended Mix)", episodio arrangiato con stratagemmi ancor più dance-oriented e la successiva, strepitosa "Regrets", traccia non inclusa nell'album, asserzione inconfutabile della bravura esecutiva di Zynic, il quale per l'occasione edifica un orecchiabilissimo electropop dal canto e dal refrain inevitabili, meravigliosamente ibridati attraverso il patrimonio genetico di Yazoo, Depeche Mode, Erasure ed il personale tocco creativo di H.P Siemandel. Altrettanto ammaliante, "My Personal Kryptonite (Mesh Remix)" porta chiaramente nel suo nucleo il tipico cliché della electro-band di Bristol che prevede intonate vocalizzazioni, calcolo ritmico-programmato esortante alla da nza e torrenziali ondate di synths. Il musicista electro-alternativo tedesco Olaf Wollschläger, riconoscibile anche nei progetti 6 Traxx e Chuck Mellow, ristruttura "My Personal Kryptonite (Lex Luthor's Revenge Mix)", anch'essa predisposta su incalzanti pulsazioni sequenziate che invitano al ballo, antecedentemente a "My Personal Kryptonite (Rotersand Rework)", entro cui il terzetto Günther Gerl/Krischan Jan-Eric Wesenberg/Rascal Nikov riformula l'originale matrice della traccia, introducendo in essa drumming da pista, corpose tastiere e synthetismi vocali. La morbidezza del plettro che sfiora le corde della chitarra classica arpeggiata da Johannes Knechtges annuncia l'ultimo brano dell'opera, "Almost Silence (Campfire Version)", titolo electro/down-tempo appartenente all'album, quì riedizionato in chiave romanticamente acustica che accredita allo stile di Zynic un'ammirevole versatilità. Il debut-single "Dreams in Black and White" mi aveva stupefatto, l'album "Fire Walk With Me" ha ottenuto la mia più radicale ammirazione e, a completamento di questa eccezionale concatenazione di eventi sonori, l'ep "My Personal Kryptonite" conferma definivamente questi risultati con una pregevole track-list che manderà sicuramente in visibilio intere legioni di listeners di ogni età. Nomino Zynic miglior protagonista della scena electropop europea del 2011 ed incorono la Conzoom Records quale giovane etichetta capace di rilasciare sistematicamente capolavori.